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sabato 22 gennaio - Aggiornato alle 21:11

«Affitto casa, ma non agli stranieri: il proprietario o l’agenzia non possono farlo»

Dopo il caso dello studente di Perugia interviene l’avvocato Di Pietro per chiarire cosa dice la legge

Una veduta del centro di Perugia (©Fabrizio Troccoli)

di Francesco Di Pietro, avvocato

Il recente caso riportato da Umbria24 dello studente palestinese che vive a Perugia cui è stata rifiutata la locazione di una stanza, in ragione della sua nazionalità (caso che si aggiunge a diversi altri di cui ho avuto notizia negli ultimi anni) richiede un breve approfondimento degli aspetti giuridici. Ciò al fine di dare una risposta alla domanda: è possibile scegliere a chi locare il proprio immobile e preferire gli italiani?

Cosa hanno detto i giudici.

Tribunale di Bologna, 22.2.2001. Sul sito web “Banca Casa” (gestito dalla società “2003 s.r.l.”), contente una banca dati di annunci di immobili in locazione, erano indicati come criteri per la ricerca, oltre a “coppia con o senza figli”, “single uomo”, “single donna”, anche la categoria “extracomunitario”. Impostando tale criterio di ricerca, nessun alloggio risultava disponibile, in quanto nessuno dei proprietari che si era rivolto alla detta società immobiliare era disposto a locare a stranieri. Secondo il giudice, tale comportamento è “lesivo e ostativo al riconoscimento di pari opportunità”: il semplice fatto di aver inserito il descritto criterio di ricerca è sufficiente ad affermare l’esistenza di una discriminazione razziale. Il Tribunale quindi ordina la cessazione della stessa mediante l’eliminazione dal sito “Banca Casa” del criterio di selezione “extracomunitario”. Inoltre accoglie la richiesta di pubblicare la decisione sul detto sito web e, a spese del convenuto, sul quotidiano “La Repubblica”. Infine, condanna al risarcimento del danno di 10milioni di lire.

Tribunale di Milano, 30.3.2000. La “Immobiliare Bonomelli s.r.l.” aveva manifestato l’impossibilità a concludere contratti di locazione con extracomunitari di colore. I testimoni sentiti dal giudice (membri di un’associazione che assiste, anche dal punto di vista legale, soggetti extracomunitari) hanno riferito “di aver telefonato alla società resistente, per avere informazioni sulla disponibilità di alloggi in locazione e di aver avuto come risposta il rifiuto di procedere nelle trattative, dopo aver comunicato la nazionalità (Costa d’Avorio) della persona interessata”. Esattamente un testimone ha dichiarato: “Mi è stato risposto che vi erano delle difficoltà per concedere una locazione con persone straniere perché i proprietari non avevano intenzione di affittare ad extracomunitari”. L’altro testimone aveva effettuato un’analoga richiesta telefonica ed aveva fatto presente che gli interessati alla locazione erano due persone di colore. Anche a questi la medesima risposta: “Mi è stato risposto a quel punto che l’appuntamento era annullato perché loro non avevano intenzione di affittare a stranieri”. Tali testimonianze, ritenute attendibili dal giudice, sono prova della discriminazione. Il giudice ne ordina quindi la cessazione e, considerato il disagio subito dalla ricorrente, condanna al pagamento della somma di un milione di lire a titolo di danno patrimoniale.

Cosa dice la legge

Il privato (proprietario o agenzia immobiliare) non può escludere o non preferire gli stranieri nell’offerta di locazione di alloggi. Infatti, secondo l’art. 43 d.lgs 286/1998, costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una esclusione o preferenza basata sull’origine nazionale.
La norma precisa che compie discriminazione “chiunque” (quindi anche un privato) illegittimamente imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire l’accesso all’alloggio allo straniero regolarmente soggiornante in Italia, soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità. In tutti i casi in cui il privato (proprietario o agenzia immobiliare) si rifiuti di locare a stranieri, preferisca gli italiani, imponga condizioni più svantaggiose in ragione del dato della cittadinanza, etnia, religione, è possibile chiedere al giudice la cessazione del comportamento e la rimozione degli effetti (es. eliminare dall’annuncio il riferimento agli stranieri). La prova della discriminazione può essere fornita tramite testimoni (come nel caso del Tribunale di Milano). In altri paesi è fornita anche tramite i cd. “test situazionali”. Questi sono utilizzati nella giurisprudenza statunitense (es. Corte Suprema, caso Havens del 1982, relativo ad una compagnia immobiliare che affittava appartamenti in un quartiere di Richmond praticando discriminazioni nei confronti di persone di colore) e consistono nell’organizzare un gruppo di persone (alcune bianche, altre di colore; alcune di una nazionalità, altre di altra nazionalità) con il compito di rivolgersi all’agenzia immobiliare per chiedere informazioni sulla disponibilità alla locazione degli appartamenti, quindi registrare i differenti atteggiamenti riscontrati a seconda del colore della pelle o della nazionalità.

La proprietà privata non è sacra ed inviolabile

In conclusione, per dare una risposta alla domanda iniziale, la libertà di un proprietario di mettere sul mercato ed offrire in locazione il proprio immobile non può arrivare a ledere l’altrui personalità.
Quando questi decide di mettere in locazione un immobile tramite offerta al pubblico (annuncio su giornale o sito web, cartello affisso sulla facciata, ecc.), anziché tramite un’offerta individualizzata, vi sarà un limite nella libertà di scelta dell’altro contraente. Non si potrà escludere quest’ultimo sul dato della nazionalità, religione, razza. L’autonomia contrattuale (libertà di stipulare un contratto, di stabilirne il contenuto, di scegliere l’altra parte contraente) è uno strumento di libertà e di manifestazione della personalità del contraente. Ma quest’ultima trova un limite nella altrui personalità, quella dell’altro contraente. Le norme antidiscriminatorie non sono quindi in antitesi con la libertà contrattuale. Diversamente, tali norme costituiscono una disciplina della stessa, unitamente alle norme sulla concorrenza, sulla tutela del consumatore, sull’informazione.
A differenza di quanto stabilito nello Statuto Albertino del 1948, per la Costituzione repubblicana la proprietà privata non è sacra e inviolabile. L’art. 42 Cost. stabilisce che la legge può determinare i limiti della stessa al fine di assicurarne la funzione sociale.
Il proprietario che decide di mettere in locazione il proprio immobile tramite offerta al pubblico non avrà una libertà assoluta di scegliere il contraente. Sarà limitato dalle norme antidiscriminatorie che trovano fondamento nel citato art. 42.
Analogamente, la Costituzione pone dei limiti alla libertà di iniziativa economica privata. Questa, secondo l’art. 41, non può svolgersi in contrasto con la sicurezza, la libertà e la dignità umana.
Quindi, l’agenzia immobiliare non può ledere l’altrui dignità escludendo gli stranieri dall’accesso all’alloggio, solo in quanto stranieri.

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