martedì 26 marzo - Aggiornato alle 15:49

A 40 anni dalla legge Basaglia che ha chiuso i manicomi: Perugia come allora torni protagonista

Negli ultimi decenni i diritti sono diventati bisogni, il welfare un mercato sociale, oggi maggio 2018 dobbiamo tornare a parlare di diritti

I manicomi. Immagini archivio.

di Andrea Bernardoni

Il 13 maggio del 1978, quarant’anni fa, entrò in vigore la legge180, comunemente detta legge Basaglia, ricordata come la legge che ha ‘chiuso i manicomi’. L’approvazione della legge 180 è stato il punto di arrivo di un lungo cammino iniziato da Franco Basaglia nel 1961, nell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Negli anni Sessanta era ancora in vigore la legge del 1904 applicando la quale venivano internate le persone ‘affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose’. In quegli anni l’internamento negli ospedali psichiatrici era una punizione piuttosto che una cura, le persone erano recluse anziché ricoverate, il disagio psichico era una colpa da nascondere più che un normale malattia. Sino al 1978 il malato di mente non era un cittadino, era privato di qualsiasi diritto, per lui la Costituzione non era validata, gli internati non avevano voce rispetto alle cure e non potevano decidere nulla della loro vita. La legge 180 restituisce libertà, diritti e dignità ai malati di mente, li riconosce come cittadini e come tali gli riconosce il diritto alla casa, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto ad avere una famiglia e degli affetti. La riforma della psichiatria inizia negli ospedali psichiatrici ma dispiega i sui effetti nella società, generando innovazione anche sul fronte imprenditoriale, dalla chiusura dei manicomi sono infatti nate le prime cooperative sociali, imprese che non perseguono la massimizzazione del profitto dei soci ma l’interesse generale della comunità.

Il movimento che ha portato all’approvazione della legge 180 e ha sostenuto il processo di riforma della psichiatria ha una forte dimensione politica che si sintetizza nella battaglia combattuta da migliaia di uomini e donne per dare diritti a chi diritti non ne ha. Una battaglia che ha coinvolto intere comunità, non solo medici ma anche giovani, che entravano come volontari negli ospedali, artisti, che realizzavano installazioni e organizzavano laboratori nei padiglioni manicomiali, giornalisti e scrittori, che narravano i processi di deistituzionalizzazione, sindacati e partiti politici, che accompagnavano le fasi più cruciali della riforma.

In questo movimento Perugia è stata un’avanguardia, al pari di Trieste, tanto che lo storico britannico John Foot nel libro ‘La repubblica dei matti’ dedica un capitolo a Perugia definendolo l’esempio perfetto ricordando che nel 1965 ‘fu sede di un movimento per la riforma della sanità mentale tra i più efficaci in Italia, e forse nel mondo’. Un movimento formato da amministratori, infermieri, pazienti, cittadini e psichiatri che riuscì a riformare il gigantesco manicomio della città ed a costruire una rete di servizi alternativi sull’intero territorio regionale. Un movimento con grande dimensione politica e partecipativa che coinvolse l’intera comunità a cui l’allora neo presidente della provincia Ilvano Rasimelli mostrò in un’assemblea pubblica molto partecipata le condizioni disumane in cui erano costretti a vivere i malati di mente nell’ospedale psichiatrico della città, togliendo il velo sulla realtà manicomiale.

A quarant’anni dall’approvazione della legge 180 è necessario recuperare la dimensione politica, la forza di trasformazione e cambiamento della società che hanno caratterizzato quegli anni, è necessario costruire un nuovo patto comunitario per la salute mentale. La sfida che abbiamo davanti è rimettere al centro del dibattito pubblico il tema dei diritti. Negli ultimi decenni i diritti sono diventati bisogni, il welfare un mercato sociale, oggi maggio 2018 dobbiamo tornare a parlare di diritti. Perché le parole sono importanti.

*Responsabile imprese sociali, cooperative sociali e cooperative di comunità ‘Legacoop Umbria’

4 risposte a “A 40 anni dalla legge Basaglia che ha chiuso i manicomi: Perugia come allora torni protagonista”

  1. Claudioa Tardioli ha detto:

    Ci sono malati di mente che non possono essere curati a casa e famiglie disperate, i CIM non sono in grado di gestire al meglio queste drammatiche situazioni, lasciando il posto a volte anche al menefreghismo!!
    È anche vero che i manicomi di 40 anni fa erano orribili, ma ora che si è più responsabili, ci deve essere il rispetto. Fare dei centri di cura per queste patologie non significa togliere la dignità come in passato.
    C’è bisogno che le famiglie di questi malati non siano lasciate da sole!
    come spesso accade. Ci vogliono fatti e non parole!!

    • Andrea bernardoni ha detto:

      Condivido l’importanza di supportare le famiglie e la necessità di “non lasciarle sole” e credo che per migliorare il livello di risposta dei servizi psichiatrici sia importante rimettere questo tema al centro di un confronto pubblico, un confronto aperto e plurale.

  2. Adamo Sollevanti ha detto:

    Il periodo trascorso come operatore psichiatrico a Perugia, dal 1965 al 1974, mi ha trasformato sul piano: umano, sociale e politico. Presi coscienza che le condizioni in cui si trovavano i pazienti ricoverati rispecchiavano le condizioni di vita e di lavoro di molti cittadini. La lotta che abbiamo portato avanti non si limitava solo alla liberazione del paziente psichiatrico ma rientrava in un disegno generale di trasformazione sociale generale.Oggi si parla in modo generico di cambiammento senza soatanziare in azioni di trasformazione reale.L’ospedale psichiatrico provinciale oltre a Perugia aveva delle sedi distaccate a Foligno, Spoleto e Città di Castello, per un totale di 1200 ricoverati. Il 5o-60% il loro ricovero non derivava dalla malattia ma da ragioni sociali e personali; a questo proposito voglio farvi un esempio: il primo Perugino che ha acquistato l’automobile, era un conte, è finito manicomioperchè tutti parenti si coalizzarono e, con la complicità di un medico, scrissero la famosa frase “PERICOLOSO A SE E AGLI ALTRI”. Con questo certificato il paziente perdeva tutti i diritti: economici, politici e sociali.Non voglio annoiarvi oltre voglio solo farvi presente che le esigenze delle famiglie, abbandonate a se stesse, deriva dalla continua depauperazione dei centri di Igiene Mentali. Nel territorio sono diminuiti gli operatori: medici, psicologi,infermieri che per un lungo periodo sono stati di suppurto alla famiglia. Un ospedale più piccolo, più bello è sempre escludente.

  3. Rita Garofoli ha detto:

    Bisogna mantenere alto il livello della trasformazione avvenuta quaranta anni fa, anzi migliorare sempre per dare diritti ai pazienti e non toglierli. Bisogna dare alle famiglie la possibilità di sopravvivere, perchè quando c’è un malato mentale in casa si ammala tutta la famiglia. C’è necessità di personale specializzato ma non sappia solo di medicina, sappia agire al momento giusto con sensibilità e amore che agisca nel momento giusto in modo appropriato.Tutto questo dipende soprattatto dai mezzi messi a disposizione dagli Enti preposti. Una Nazione è civile quando si occupa dei suoi cittadini

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