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venerdì 24 settembre - Aggiornato alle 17:53

Scale mobili chiuse: passeggini volanti e turisti con i trolley in spalla. È questo il ‘benvenuto’ di Perugia?

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ha inviato al nostro giornale David Brunelli, noto avvocato e Professore di Diritto Penale all’Università di Perugia, a proposito di una questione riguardante le scale mobili di piazza Partigiani.

di David Brunelli
La via pedonale di accesso alla città di Perugia largamente più frequentata dai turisti è senz’altro il corridoio che collega il parcheggio di Piazza Partigiani al percorso delle scale mobili della Rocca Paolina. Non per niente il corridoio è tappezzato dal messaggio di «benvenuto» al visitatore scritto in tutte le lingue. Purtroppo però da un paio di anni il messaggio è contraddetto dallo sbarramento che circonda la prima rampa di scala mobile in salita e che costringe l’incupito visitatore a inerpicarsi lungo la parallela scala pedonale concepita per la sola discesa.

Trolley e passeggini È ricorrente per chi, come me, si trova a passare più volte al giorno in quel pertugio imbattersi in viaggiatori che debbono imbracciare pesanti trolley per affrontare le scale in salita, o in genitori affannati che, stando anche ben attenti al traffico di pedoni in discesa, sono costretti a collaborare per afferrare il passeggino del figlioletto dal davanti e dal di dietro e condurre entrambi (passeggino e figlioletto) al piano strada. E questo per i più fortunati. Perché se invece i figlioletti sono due o il genitore solo uno l’affare si complica e la collaborazione va chiesta al passante occasionale.

Commenti pesanti Capita poi anche di ascoltare i commenti pesanti che inevitabilmente sfuggono ai malcapitati. Non so di chi sia la responsabilità di questa sconcezza, che da tempo tradisce vistosamente il «benvenuto» e deturpa sin da subito l’immagine della città. So però che è irresponsabile non darsi da fare per superare senza ulteriore indugio qualunque ostacolo burocratico si frapponga al ripristino del funzionamento della infrastruttura. Come diceva una bella canzone di qualche anno fa, è da questi particolari – che poi tanto particolari non sono – che si giudica un’amministrazione.

Marcia Perugia-Assisi, il Pd umbro lancia l’«Agorà nazionale sulla pace»

di Tommaso Bori*

Per i 60 anni dalla prima Marcia il Pd Umbria lancia l’Agorà nazionale sulla pace. Quest’anno la PerugiAssisi assume un forte valore simbolico: esattamente 60 anni fa Aldo Capitini, insieme a donne e uomini animati dagli ideali della non violenza, ispirati dai valori del pacifismo e decisi a difendere i diritti umani si misero, per la prima volta, in marcia. Oggi, in un momento storico di cambiamenti epocali e segnato dai conflitti, anche sociali ed economici, i loro obiettivi rappresentano non solo un patrimonio condiviso ma anche un’aspirazione che ci richiama all’impegno, alla partecipazione e alla urgente riaffermazione di quei valori universali. Per fermare le pandemie e il cambiamento climatico.

Per affermare i diritti. Per impedire nuove guerre. Per uscire dalla crisi sociale ed economica, ma anche e soprattutto culturale. Per effettuare la transizione ecologica. Per democratizzare la rivoluzione digitale. Per prevenire e gestire nuove grandi migrazioni. E, in questo senso, ‘ricominciare a lavorare per la pace’, come chiedono gli organizzatori, è anche porsi l’obiettivo di sviluppare una mentalità e una cultura del ‘prendersi cura’ capace di sconfiggere l’indifferenza, lo scarto e la rivalità: cura delle giovani generazioni, cura della scuola, cura degli altri, cura del pianeta, cura del bene comune e dei beni comuni, cura dei lavori di cura, cura della città, cura dei diritti umani, cura della democrazia.

Sono temi che rappresentano un bagaglio di valori e di ideali pienamente in sintonia con il patrimonio e l’identità del Partito democratico. Per questo ho lanciato dall’Umbria, terra di Aldo Capitini e simbolo di pace, la proposta di un’Agorà nazionale, ‘60 anni in Marcia’, e di una partecipazione diffusa e organizzata del Pd all’appuntamento del 10 ottobre. Ho scritto ai segretari nazionale e regionali, ai capigruppo di Camera, Senato e Consigli regionali, per condividere spunti e organizzazione dell’Agorà come appuntamento aperto e inclusivo per la nostra comunità e per riaffermare la centralità del Partito democratico e dei suoi rappresentanti su questi temi.

*Segretario regionale Partito democratico

Stagione venatoria al via, Arci Caccia: «In Umbria un calendario al riparo da inutili ricorsi»

di Emanuele Bennati*

Tra tante polemiche e false aspettative, il 19 settembre inizia la nuova stagione venatoria, sicuramente una stagione con l’amaro in bocca per la mancanza della tortora in pre-apertura, colpa di certo da attribuire al Governo e al ministero competente e non certo alle associazioni venatorie o all’assessore, il quale ha licenziato un calendario venatorio al riparo da inutili ricorsi. Tutto ciò mentre alcuni politici di maggioranza, in barba alle responsabilità di governo, insieme ad alcune associazioni venatorie hanno gridato forzando la mano su questioni che avrebbero di certo portato il calendario verso la sospensione, come accaduto in tutte le regioni italiane, le quali hanno visto falcidiati dai tribunali amministrativi i calendari venatori. Nelle altre regioni le associazioni animaliste e ambientaliste non hanno depositato i ricorsi solo perché le Regioni sono corse ai ripari togliendo la tortora dalle specie cacciabili, venendo meno la certezza del diritto. Tutte le Regioni e le associazioni venatorie erano informate da tempo che, in mancanza del piano di gestione, la tortora non poteva essere inserita tra le specie cacciabili; tutti abbiamo sperato fino all’ultimo che la Conferenza Stato-Regioni licenziasse il piano di gestione, ma così non è stato in quanto mai stato calendarizzato dal Ministero.

CACCIA, IN RETE FALSO COMUNICATO DI REGIONI E ASSOCIAZIONI

Nelle altre regioni Per quanto riguarda il colombaccio la scelta era o in pre-apertura con chiusura anticipata a gennaio, oppure dal 19 settembre fino al 31 gennaio. A nostro avviso, non valeva la pena sacrificare dieci giornate di caccia per consentire una giornata e mezzo in pre-apertura. Questa è la situazione dei calendari venatori delle regioni del Centro Italia riguardo le pre-aperture. Nelle Marche sulla tortora c’è stata la sospensione del Tar, il colombaccio è cacciabile cinque giornate in pre-apertura, poi dal 2 ottobre al 31 gennaio; in Emilia Romagna tortora non cacciabile in pre-apertura, colombaccio cacciabile sei giornate in pre-apertura e chiusura il 13 gennaio; in Toscana tortora non cacciabile in pre-apertura per la modifica del calendario da parte della Regione, colombaccio dal 19 settembre al 31 gennaio, sospeso il prelievo di pavoncella e moriglione da parte del Tar per mancanza piano di gestione; in Abruzzo sospensione da parte del Tar della pre-apertura per tortora, quaglia, ghiandaia, gazza, cornacchia grigia; nel Lazio tortora non cacciabile in pre-apertura, colombaccio dal 2 ottobre al 10 febbraio; la Puglia è invece l’unica regione ad aver effettuato la pre-apertura alla tortora, in quanto il Tar ha ritenuto di non concedere la sospensiva, ma occorrerà attendere la discussione nel merito; in Veneto sospesa la pre-apertura per riscorso al Tar, in Calabria sospesa la caccia a tortora e quaglia nel periodo che va dal 19 al 22 settembre, data in cui si terrà l’udienza camerale; in Sicilia, infine, sospesa la pre-apertura per ricorso al Tar.

IL CALENDARIO VENATORIO E LO STOP ALLA TORTORA

Piani di gestione La delusione per non aver potuto prelevare la tortora in pre-apertura rimane, ma la nota della Commissione europea in risposta alla nota di Arci Caccia nazionale ha ribadito ancora una volta la mancanza del Ministero non solo per non aver approvato il piano di gestione della tortora, ma anche per quello relativo pavoncella e moriglione. Tutto ciò impone che le associazioni venatorie nazionali da subito chiedano l’approvazione dei piani di gestione, non solo per consentirne il prelievo ma anche per garantire che le specie migratici in declino vengano salvaguardate nell’interesse di tutta la comunità. Queste situazioni vanno ricordate a chi, nel 2009, ha sostenuto la modifica della legge 157, promettendo più tempi e più specie; modifica che ha però prodotto l’esatto contrario. La politica venatoria seria, non quella basata sulla propaganda, dovrà avere il coraggio di far emergere le contraddizioni del mondo animalista che, da una parte, fa ricorso alla giustizia amministrativa per tutelare le specie in declino, e dall’altra non si adopera per l’approvazione dei piani di gestione delle specie considerate in declino, a testimonianza che poco importa lo stato di salute della fauna selvatica: l’importante è che ci sia un nemico da combattere. Arci Caccia augura a tutti in bocca al lupo per la stagione venatoria ormai alle porte, con la speranza che anche in Umbria si possa aprire una nuova stagione di confronto per il bene della caccia.

*presidente Arci caccia Umbria

Sicurezza a Fontivegge, residente dopo la rissa: «Sono arrivati vicini ai bimbi che giocavano nel parco»

«Siamo schiavi di chi ha preso possesso del nostro quartiere». Lo racconta a Umbria24 una lettrice residente in via del Macello, nella zona di Fontivegge a Perugia, dopo la rissa del 2 settembre scorso che ha spinto il questore a disporre la chiusura per 30 giorni di un negozio etnico e a rafforzare i controlli nell’area.

VIDEO: LA RISSA

Lo sfogo di una residente dopo la rissa La mamma racconta che quel giorno, quando almeno una dozzina di persone, non ancora identificate dalle autorità, si sono affrontate a sassate e bottigliate, l’episodio violento si è consumato «a pochissimi metri da alcuni bambini che, con le loro famiglie, si stavano godendo le ultime ore di luce nel parco». La rissa, secondo la residente, è durata «una decina di minuti, dalle 19.40, quando abbiamo iniziato a sentire urla, tonfi e imprecazioni, fino alle 19.50 quando si avvertono sirene e tutti scappano, ma le pattuglie non erano dirette da noi, dove sono arrivate intorno alle 20.30».

«Violenza vicino ai bimbi che giocavano nel parco» Nel racconto della donna c’è tutta la rabbia di chi «non è più libero di uscire serenamente dopo un certo orario, per portare fuori i bambini nello spazio verde, che è trattato come una latrina, puzza di urina e di escrementi, ci sono siringhe, residui di cibo, bottiglie fatte a pezzi e fazzoletti insanguinati». Per la donna ormai chi vive in zona Fontivegge «è schiavo di chi ha preso possesso del quartiere» e «quando qualcuno parla di riqualificazione, sento di doverlo ringraziare, ma ormai non basta più dipingere le panchine o piantare gli alberi. Mi permetto – conclude – di parlare a nome di chi, come me, non ne può più: chiediamo che vengano effettuati più controlli, chiediamo che ci venga restituita la nostra libertà, chiediamo di sentirci più sicuri a casa nostra e di poterci godere il nostro quartiere».

Umbria penultima in Italia nel vaccino ai giovani: intervenire prima che si richiudano le classi

di Nicola Preiti
coordinatore di Italia Viva Perugia

Ci separano solo 10 giorni dall’apertura delle scuole, e c’è una criticità sulla campagna vaccinale che la Regione Umbria deve affrontare subito per evitare nuove chiusure di classi o plessi scolastici e conseguente nuova Dad.
La scuola in presenza è una priorità, e va garantita ad ogni costo.

I numeri della Dashboard nazionale dicono che l’Umbria è la penultima regione nella campagna vaccinale nelle fasce d’età tra 12-19 anni, solo il 21,9% sono stati vaccinati con ciclo completo; e tra 20-29 anni dove è vaccinata solo il 49,6% della popolazione (la regione Lazio, prima regione, sta al 71%). Altri dati positivi della campagna vaccinale della regione non possono nascondere questi punti critici che in questo momento vanno affrontati.

Inoltre nelle indicazioni date alle regioni dall’Istituto Superiore di Sanità il 1 settembre, è delegata alle Regioni la responsabilità della definizione delle procedure con le quali i Dipartimenti di prevenzione dovranno gestire la quarantena in caso di soggetti postivi in ambito scolastico. Questo combinato disposto: scarsa copertura vaccinale e quarantena, è evidente che esponga la scuola a forti rischi e disagi.

Partendo dalla constatazione del flop degli open day, con centri vaccinali aperti ma poco frequentati è necessario intraprendere una fitta campagna di informazione e sensibilizzazione ad hoc, attraverso i mezzi di informazione, i social, le Usl, i pediatri, i medici di medicina generale. Facilitare l’adesione vaccinale avvicinando l’offerta ai punti di aggregazione dei giovani o anche organizzando open day nei locali delle scuole nei primissimi giorni.

Speriamo infine che alla crescita della copertura vaccinale si aggiunga l’esenzione dalla quarantena per i vaccinati, secondo una proposta nazionale di Italia Viva, consentendo alle classi di proseguire in presenza anche nell’ipotesi di soggetto positivo. Fare di tutto insomma, ma garantire che le scuole aprano e rimangano aperte, con la didattica in presenza e in sicurezza

Acciaieria di Terni, Uilm: «No passerelle e stop guerra fredda tra ministeri»

di Simone Lucchetti*

La riacutizzazione della vicenda AST in relazione alla procedura di vendita e del modello di garanzie nelle procedure di appalto necessita sicuramente di un’approfondita riflessione che faccia scaturire atti concreti, e non ulteriori discussioni retoriche e passerelle elettorali di non troppo antica memoria. Le nostra esperienze passate ci forniscono un vademecum cristallino a cui fare riferimento rispetto alle cose da fare e contemporaneamente a quelle, ‘assolutamente da non fare’.

Ast Il perenne supporto che i lavoratori ci hanno fornito in questi ultimi anni , nonostante le enormi difficoltà della vertenza del 2014,ci hanno insegnato la prima cosa da non fare: cadere nella trappola di forze politiche locali e nazionali, che adoperano l’assoluta rilevanza del sito Industriale di Terni per fare propaganda e conseguentemente battaglia politica. Non riguarda i lavoratori di Ast, o quelli di Ilserv , la guerra fredda che coinvolge i vari Ministeri di questo Governo di ‘fantomatica’ unità nazionale. Non credo ci sia piu’ predisposizione da parte di nessuno, a dare credito a portatori di istanze che non sono ambasciatori ma direttamente coinvolti nel governo del Paese. La questione dell’Ast ha bisogno di atti concreti, di volontà reali e non di enunciazioni che possano dare solo l’immagine di una politica che crede di fare ma che realmente è distante dalle esigenze di un sistema debole e perennemente in difficoltà. Oggi si registrano solo dichiarazioni di volontà e in maniera confusionaria elementi di discussione, guarda le dichiarazioni sulla siderurgia che non partono, che rimangono lettera morta mai concretamente affrontate. Capire oggi il ruolo della politica su un sistema fragile ed indebitato come quello del modello industriale italiano rimane complicato e autoreferenziale come del resto l’immagine di un settore che in Italia stenta a ripartire. Un esempio di tutela e garanzia delle produzioni nazionali potrebbe essere la soluzione dell’annoso conflitto tra lo sfruttamento dei territori da parte delle multinazionali ed una legislazione adeguata che garantisca le produzioni ed livelli occupazionali.

Siderurgia Thyssen in questo ultimo ventennio è stato un interlocutore difficile ma complessivamente affidabile sotto il profilo dei numerosi piani industriali succedutisi nelle alterne fasi di mercato dell’acciaio che ,gli addetti ai lavori conoscono bene. C’è dunque bisogno che chi dice di avere a cuore i destini di AST garantisca un acquirente di pari livello, perché ai lavoratori di Astoccorre ‘solo’ di poter
continuare a fornire la propria prestazione con serietà, correttezza, professionalità e grande responsabilità. Basta con gli auspici e si percorra una strada di concretezza.

*Coordinatore Regionale Uilm

Treno a idrogeno, l’esperto: ‘Vi spiego perché è un progetto inutilmente costoso’

Il progetto di un treno a idrogeno che dalla Toscana arriva in Abruzzo, attraversando l’Umbria e che vede coinvolti colossi economici per la sua realizzazione non vede tutti d’accordo. Tra questi c’è Alessio Trecchiodi, pilota di aeronautica militare, attualmente in pensione, esperto di trasporti ed esponente umbro dell’associazione Italia Nostra.

IL PROGETTO

La critica Il progetto, va ricordato, ha già percorso diverse tappe: lo studio di fattibilità della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, i pareri di ministero dei Trasporti e Commissione europea, il tavolo tecnico del Mise (ministero dell’Economia e delle finanze) e vede coinvolti due colossi economici Iberdrola e Aecom, la prima leader mondiale nell’energia rinnovabile, la seconda nelle infrastrutture in 150 Paesi del mondo. Il nuovo treno della tratta Appenninica Sansepolcro-Sulmona, per il tratto umbro, dovrebbe viaggiare lungo la linea Fcu (Ferrovia centrale umbra). «Le elettromotrici a trazione a idrogeno – spiega Trecchiodi – sono sostanzialmente delle elettromotrici che non captano la corrente elettrica dalla catenaria, ma se la producono a bordo. Ovviamente per fare questo, hanno bisogno di un serbatoio nel quale viene contenuto l’idrogeno allo stato liquido ad elevata compressione, oltre a una sofisticata apparecchiatura per ottenere, dalla materia prima, l’elettricità necessaria ai motori di trazione. Si intuisce subito – aggiunge Trecchiodi – che piuttosto di ovviare all’installazione della catenaria elettrica, andiamo a mettere sui binari un mezzo più costoso sicuramente, ma anche più pesante della classica elettromotrice». Trecchiodi sostiene quindi che sarebbe stato meglio elettrificare, «come tra l’altro previsto», il tratto attualmente non elettrificato, e consentire alla locomotiva di viaggiare a energia elettrica prodotta dalla catenaria (il cavo a cui è agganciato il treno) piuttosto che realizzare un treno a idrogeno «più costoso e meno efficiente».

Le domande «La direttrice ferroviaria tosco/umbro/abruzzese – spiega ancora Trecchiodi – ha una lunghezza di circa 314 chilometri, di cui 150 già elettrificati. La mancanza della catenaria riguarda la tratta Terni-Rieti-l’Aquila-Sulmona che è di 164 km, la cui elettrificazione risulta essere già nei piani Rfi. Non ha quindi nessun senso – conclude Trecchiodi – proporre la trazione ad idrogeno in un simile scenario». Infine una domanda: se prossimamente quindi, da Perugia a Pescara via Assisi-Foligno, come da Sansepolcro, via Todi, la linea sarà completamente elettrificata, per quale ragione si pensa a un progetto alternativo? Chi ha interesse di interrompere il processo della completa elettrificazione? Ma la politica, con Melasecche in testa, cosa fa?»

Fasci littori al Mercato coperto, Bori: «Ha più valore storico la malta con cui furono ricoperti»

di Tommaso Bori*

La rimozione dell’intonaco posato a copertura del fascio littorio del Mercato coperto di Perugia, merita, a mio avviso, qualche riflessione in più rispetto a quanto si è detto e scritto in queste settimane agostane. Un gesto sbagliato, che non solo ha riportato alla luce il simbolo di un’epoca infausta, quella della dittatura fascista, ma, soprattutto, che ha determinato la rimozione di quel velo di malta che i perugini, dopo la liberazione, avevano consapevolmente deciso di apporci, al fine di coprire la vergogna di ciò che rappresentava. Il valore storico e politico di quella calce, impastata, al tempo, con sacrificio e orgoglio, grazie ai valori democratici e antifascisti, oltre che in forza di un vecchio decreto luogotenenziale di rimozione degli elementi fascisti o filofascisti dalla pubblica amministrazione, non è stato debitamente valutato. Un grave errore: perché quell’intonaco vecchio di oltre mezzo secolo meritava, senza dubbio, più rispetto, perché attraverso di esso un’intera città, aveva deciso di destinare all’oblio un simbolo della prevaricazione fascista, a cui Perugia si era ribellata.

ROMIZI: «NON SONO OSTAGGIO DI REAZIONARI»

Non spetta a me giudicare le ragioni di questa scelta. Prendo atto che una mattonella dipinta in epoca fascista con un simbolo seriale, nel 2021, torna ad assumere un valore artistico e culturale, e merita di essere riscoperta e mantenuta nel tempo; mentre quell’intonaco, simbolo del riscatto civile della città e della fine delle prevaricazioni fasciste, ha finito per farsi in mille pezzi, gettati chissà dove. Questo è ciò che mi indigna di più e ritengo inaccettabile. In questi giorni ho letto molte prese di posizioni sulla vicenda. Non ultima quella del sindaco Andrea Romizi. Comprendo il suo imbarazzo a dover intervenire su una vicenda che tira in ballo la storia e la memoria della città, diverse istituzioni, ma soprattutto rischia di essere controproducente per l’immagine di Perugia e per il futuro del nuovo Mercato coperto. Peraltro, dopo cinque anni dall’inizio dei lavori di restauro, quella struttura continua a rimanere chiusa faticando a trovare investitori e un’identità ben precisa. Ritrovarsi adesso anche un grande fascio littorio come insegna che campeggia all’ingresso, non è certo un bel biglietto da visita per l’immagine di quello spazio commerciale, né, tanto meno per la sua capacità di essere maggiormente attrattivo.

Al contrario, musealizzare quel manufatto, anche a seguito di un restauro conservativo, sarebbe stata la cosa migliore per tutti. Qualcuno, però, ha evidentemente voluto e potuto dare un segnale, e ora la città ne paga le conseguenze. Un restauro che ha il sapore della restaurazione non può certo che creare ancora imbarazzi nel prossimo futuro. Le ipotesi, più o meno accettabili, di contestualizzare e storicizzare quel manufatto, rappresentano un estremo tentativo per riparare a una scelta sbagliata che, come tale, andrebbe corretta e non certo edulcorata. La verità, è che la malta di cemento e sabbia con cui era stato ricoperto quel simbolo fascista ha un valore nettamente più alto rispetto al simbolo stesso e per questo non andava semplicemente rimossa. A oggi, abbiamo ancora la possibilità di fare la scelta giusta, ora manca solo la volontà del Sindaco e della sua amministrazione.

*segretario Pd Umbria

Romizi rompe il silenzio sui fasci littori: «Non sono ostaggio di reazionari. Pronti a discutere»

Il sindaco di Perugia Andrea Romizi con un lungo post su Facebook rompe il silenzio sul caso dei fasci littori riportati alla luce al Mercato coperto di Perugia. I simboli del regime fascista, coperti subito dopo la liberazione, sono stati restaurati nell’ambito della riqualificazione della struttura inaugurata nel 1932 dal regime. Una scelta intorno alla quale si è molto discusso nelle ultime settimane.

di Andrea Romizi

Ho ascoltato e letto con attenzione e interesse i diversi contributi offerti sulla vicenda dei dipinti murali raffiguranti due fasci littori, riemersi a seguito dei lavori del Mercato coperto. E mi dispiace che in parte la discussione sia scaduta in immaginifiche ricostruzioni viziate dal pregiudizio e dalla strumentalizzazione. Da queste mi corre l’obbligo di partire prima di entrare nel merito della questione. Va anzitutto sgomberato il campo da considerazioni che, pur se suggestive e funzionali ad una certa narrazione, sono del tutto infondate e artatamente inventate ed in quanto tali gravemente ingiuste e quindi da rigettare con fermezza. A cosa e chi mi riferisco? A chi vuole dipingere il sindaco quale prigioniero di un manipolo di reazionari nostalgici, prevaricatori e sovvertitori dell’ordine democratico: “𝑖 𝑠𝑢 𝑎𝑚𝑖𝑐ℎ𝑖 𝑙’ℎ𝑜𝑛 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑒 𝑗𝑒 𝑓𝑜̀𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑖̀: 𝐴𝑙𝑎𝑙𝑎̀!” scrive qualcuno con i panni del poro Bartoccio.

Sullo stesso filone altre fantasiose congetture che arrivano ad attribuire la paternità o maternità della scelta di lasciare in vista i fasci a quella forza politica piuttosto che a quell’assessore, che, tra l’altro, neanche era assessore al momento dei fatti. Scrive un nostro concittadino su Facebook: “𝐴 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑜, 𝑝𝑟𝑜𝑏𝑎𝑏𝑖𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙’𝑎𝑠𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒 𝑖 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑖, 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒, 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖… 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑑𝑒 𝑑𝑖 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑢𝑟𝑎𝑟𝑙𝑖 𝑒 𝑠𝑖 𝑓𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑟𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑜𝑝𝑟𝑖𝑛𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎…”. È una cosa non vera! Quale è il rispetto per le persone che spinge ad inventare simili allusive circostanze? Nessuno. Alla evocata Forza dei Simboli andrebbe affiancata la Forza del Rispetto. C’è chi poi, nella simpatica vignetta che riporto, mi raffigura ammirare il fascio con nelle mani un randello e una bottiglia di olio di ricino. Per carità, è satira e la satira deve essere libera e irriverente altrimenti non sarebbe tale; ma di norma, anche se in maniera caricaturale, un appiglio con la realtà lo si dovrebbe mantenere. Quale esso sia nel caso di specie questo appiglio mi sfugge. Ad ogni modo viva la satira e viva la libertà, sempre!

Ciò che invece è più difficile da accettare è uno strisciante pregiudizio, il mal pensiero di professione, la pretestuosa maldicenza, figli di un senso di superiorità morale di coloro che da sempre ritengono di potersi ergere a difensori della democrazia e di una repubblica, che è anche la mia Repubblica. Vero, in Italia c’è una destra che deve ancora fare i conti con il ventennio e sono il primo a dolermene. Ma è altrettanto vero che c’è una sinistra che continua a coltivare l’assurda e pericolosa pretesa di essere essa l’esclusiva depositaria dei valori democratici e dei principi costituzionali. C’è una sinistra che coltiva presunzioni assolute e guarda l’altro con circospezione e sospetto. In un caso e nell’altro non si onorano quanti, uomini e donne, militari e civili, di molteplici e talora opposti orientamenti politici, o apartitici come il comandante Bisagno, si sono spesi con un impegno unitario per la Liberazione dell’Italia dalla dittatura nazifascista e per la costituzione di una Repubblica democratica. Paradigmatico di questo atteggiamento un commento ad un post sui fasci del mercato: “𝑃𝑒𝑟𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎, 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑖𝑔𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎̀, 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑚𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑖 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑎𝑐𝑐𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑖 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑒𝑠𝑒𝑐𝑟𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒!”.

Ma che tristezza questa affermazione e quanto è povero il pensiero che porta con sé. Cara amica di Facebook, nella Repubblica e nella sua Costituzione e nei valori che essa incarna è fortemente radicato il mio essere cittadino. Questi sono i miei simboli: la Repubblica e la Costituzione. Ancora più difficile da accettare è quando queste insinuazioni vengono rivolte alla tua famiglia. Ricordo come fosse ieri che, alcuni anni fa, in occasione della giornata della memoria, un tale scrisse sui social che ero nipote di un fascista. È bene allora sapere che la nonna Luciana e il nonno Renato, per molti mesi e fino allo sbarco di Anzio, nascosero in casa Giorgio, Eva e la loro bambina Marina, una giovane famiglia ebrea. Come scrisse in quell’occasione mio fratello Francesco, comprensibilmente indignato, “𝑖 𝑛𝑜𝑛𝑛𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑠𝑐𝑖𝑠𝑡𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑠𝑡𝑖, 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑈𝑚𝑎𝑛𝑖”. Che è successo allora a Perugia in quel del Mercato Coperto? Davvero il tentativo di una restaurazione con il pretesto del restauro? A Perugia è successo un fatto che sarebbe potuto capitare – come effettivamente è accaduto – ad ogni latitudine del nostro Paese. Di certo non c’è stata nessuna regia politica, nemmeno occulta. Né ho mai registrato per il disvelamento dei fasci manifestazioni di compiacimento, o peggio di eccitamento e gaudio, in alcun membro dell’Amministrazione. L’allora soprintendente ha spiegato bene essersi trattato di una scelta tecnica: “𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑠𝑖 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑡𝑖𝑝𝑜 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑜”.

Si è valutato di ripristinare i segni del ventennio, tipici di un’opera realizzata nel 1932, semplicemente come testimonianza storica. Averli riportati alla luce non intacca in alcun modo l’adesione ai principi della nostra Carta costituzionale, al valore indiscusso della libertà, al ripudio della dittatura, della violenza e del razzismo. Per quanto la scelta non sia stata politica, nulla osta alla possibilità, alla necessità di un dibattito. Non ritengo però accettabili speculazioni di parte. Anche perché ad assecondare un simile prurito verrebbe agevole ribaltare dette speculazioni, solo a considerare che l’amministrazione competente ha quale massima espressione politica il ministro Dario Franceschini del Partito Democratico. E, ai fini di un’utile disamina, si consideri anche che le valutazioni operate dalla soprintendenza perugina non sono isolate, ma coerenti e in linea con quanto attuato diffusamente dalle soprintendenze di tutta Italia. Un caso su tutti, tra i più recenti: i fasci littori rispuntati dal fango alla Darsena di Milano, al tempo del Sindaco Pisapia, non proprio un “fascistone”.

Massimo Duranti ha poi ricordato l’affresco di Sironi presso l’aula magna della Sapienza: non in un mercato – e lo dico con l’affetto che da perugino nutro per il nostro mercato coperto -, ma nel cuore di una delle più grandi istituzioni universitarie italiane ed europee. Addirittura il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha presenziato alla cerimonia di presentazione del restauro filologico dell’imponente murale in cui sono stati recuperati i simboli fascisti in ossequio al dettato normativo di tutela dell’integrità dell’opera. Mi hanno colpito le parole utilizzate per l’occasione dallo storico Paolo Simoncelli apparse sull’Avvenire del 23 novembre 2017, che riporto fedelmente: “𝑈𝑛 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖 𝑣𝑎𝑙𝑜𝑟𝑖, 𝑎𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖 𝑚𝑖𝑡𝑖, 𝑎𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑒𝑝𝑜𝑠, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑖𝑐𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜, 𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜 𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑙𝑡𝑎𝑡𝑖: 𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎 𝑎 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑜 𝑒 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑛𝑧𝑖𝑐ℎ𝑒́ 𝑒𝑠𝑎𝑢𝑟𝑖𝑡𝑜. 𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑖𝑧𝑧𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑟𝑙𝑜; 𝑙’𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑖𝑐𝑜-𝑓𝑖𝑔𝑢𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑜𝑡𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀ 𝑑’𝑒𝑠𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑎 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑢𝑛’𝑖𝑛𝑑𝑖𝑠𝑡𝑖𝑛𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟𝑖𝑒. 𝑂𝑣𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑛𝑎𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑖𝑛 𝑠𝑒́ 𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑒́ 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑙𝑒𝑔𝑖𝑡𝑡𝑖𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑐𝑙𝑎𝑠𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑎𝑛𝑧𝑒 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜. 𝐿𝑎 𝑆𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 ℎ𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑜; 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑙 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑜, 𝑔𝑖𝑢𝑟𝑖𝑑𝑖𝑐𝑜 𝑒 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙𝑒”.
Chiaramente non sfugge neanche al sottoscritto che i fasci del mercato non sono opere d’arte alla stregua dell’affresco di Mario Sironi. Queste parole, però, irrobustiscono in me il convincimento circa la complessità del tema affrontato. Un tema di cui si potrà continuare a discutere, e manifesto la disponibilità mia e dell’Amministrazione comunale al riguardo, ma, sento di suggerire, di farlo tutti con onestà intellettuale, rigore e con un respiro alto, insieme a cittadini, associazioni, storici, esponenti del mondo della cultura e soprintendenza.

Già il dibattito fin qui condotto, al di là delle asprezze, non è stato né inutile né infruttuoso. Personalmente mi convince quanto proposto dal professor Alberto Grohmann: alla base dei due fregi si potrebbe applicare un pannello con l’indicazione e la spiegazione storica che ponga in luce perché quella decorazione fu posta in un edificio pubblico del 1932. E, in un luogo così evocativo, quella spiegazione dovrebbe raccontare ciò che ha significato anche nella nostra città il fascismo, con il suo portato di privazioni, persecuzioni e dolore. C’è chi chiosa minacciando di non entrare in un luogo effigiato con fasci littori. È chiaramente libero di farlo. Io invece, portando i miei bimbi al mercato spiegherò loro in quale epoca è stato costruito il mercato, in quale Italia e sotto quale dittatura, pregandoli di non dimenticare quella pagina sofferta ed il tanto sangue versato per riconquistare una libertà che non dobbiamo mai dare per scontata. Questo è lo stesso spirito, ne sono convinto, con cui le tante migliaia di studenti della Sapienza passeranno per la loro aula magna affrescata da Sironi. Perché la storia non si cancella, si studia e si affronta. La memoria è il nostro patrimonio più grande. Ed è nella memoria che si compie ogni processo storico.

Tortora e pre apertura, Arci caccia: «Populismo venatorio non ci interessa. Serve certezza del diritto»

di Emanuele Bennati*

Replico alle associazioni venatorie che mi accusano di essere contro i cacciatori, ricordando a loro che si ergono a paladini della caccia, che le stesse nelle consulte faunistiche hanno acconsentito che in assenza del piano di gestione nazionale della tortora non era opportuno procedere con la pre apertura per non mettere a rischio il calendario venatorio. Allora mi chiedo se ha senso strumentalizzare certe questioni: Arci Caccia si è sempre resa disponibile al confronto, se poi non ci siamo trovati in accordo è perché, evidentemente, il populismo venatorio non ci interessa. Noi abbiamo cercato di spiegare correttamente ai cacciatori, fin dal mese di marzo quale era lo stato dell’arte, dicendo chiaramente che eravamo d’accordo a inserire la tortora in pre apertura se prima dell’approvazione fosse stato emanato il piano di gestione nazionale, come dimostrano anche i documenti inviati alla Regione, ma che in assenza del piano nazionale non sarebbe stato opportuno esporre il calendario venatorio a eventuali ricorsi che sicuramente avremmo perso. Chiedere una stagione venatoria che abbia solide certezze non credo che significhi avere posizioni contro i cacciatori, anzi a noi interessa che i cacciatori abbiano la certezza del diritto e non l’incertezza.

IL CALENDARIO VENATORIO 2021/2022

Non è certo Arci Caccia che intende togliere la possibilità di prelevare la tortora ai cacciatori umbri: noi crediamo che la caccia si difenda con scelte concrete e non strumentali. La tortora per essere cacciata, come tutte le altre specie cacciabili, ha bisogno di una corretta gestione che dovrebbe essere la base di partenza, per far sì che il prelievo possa proseguire anche nei prossimi anni. Sappiamo benissimo tutti che le indicazioni della cabina di regia nazionale non trovano applicazione uniforme in tutte le Regioni: in Umbria non esistono ripristini ambientali, in quanto non si è mai dato seguito all’applicazione del Piano faunistico venatorio regionale 2019-2023. Con l’abolizione delle Province è scomparsa la vigilanza venatoria e sicuramente per mancanza della Regione non abbiamo le letture dei tesserini venatori per stabilire il contingente prelevabile; la presenza di questi tre requisiti avrebbe consentito l’inserimento della tortora in pre apertura per mezza giornata, e di fronte a tutto questo chi si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di inserire la tortora nel calendario venatorio? Il ruolo delle associazioni venatorie, in questo caso mi riferisco ai rispettivi comitati nazionali, dovrebbe essere quello fare pressione verso il Ministero della Transizione ecologica per l’approvazione dei piani di gestione delle specie in declino  (oltre alla tortora ci sono anche pavoncella e moriglione) e una volta emanati vigilare per la loro corretta applicazione; ne abbiamo bisogno come mondo venatorio e non solo, non certo della vendita della tessera associativa sottocosto se provieni da un’altra associazione.

Ricordo ai presidenti delle associazioni venatorie che nel lontano 2015, ci siamo opposti al regolamento che prevedeva il pagamento dei danni causati dai cinghiali ai cacciatori iscritti alle squadre. Ci siamo opposti al commissariamento degli Atc perché la questione era puramente strumentale: in quell’occasione avremmo dovuto agire nei confronti della Regione, per giungere alla modifica del regolamento numero 5, non certo nei confronti dell’Atc, i quali per delega regionale si ritrovano a dover applicare un regolamento sciagurato. Capisco che le promesse ricevute in campagna elettorale e non mantenute dal politico di turno, più volte richiamate anche durante le consulte faunistiche da alcuni dirigenti, hanno portato scontento nelle stesse associazioni che oggi si trovano smarrite. Circa la questione dei valichi montani, i presidenti hanno la memoria corta, perché ho sottoscritto la lettera insieme a loro, concordando che era inopportuno inserire i valichi montani solo nella parte umbra. Riguardo la mia ammissione riportata nella nota stampa, è vero non ero al corrente che la Regione negli anni 2011-2017 aveva realizzato il monitoraggio dei valichi montani come previsto dalla Legge 157/92, mi sembra evidente che sia sfuggito anche ai miei attentissimi colleghi, in quanto lo studio è riportato nel Piano faunistico approvato nel 2019 e non mi risulta che siano state presentate osservazioni in merito se non al momento in cui la Regione ha dato attuazione al Piano faunistico. Credo che non sia qualificante per certi dirigenti venatori motivare l’opposizione ai valichi montani dicendo che “non potrà più mangiare salsicce in quei luoghi”: è questo il modo in cui si intende difendere la caccia? È questo il modo di difendere i cacciatori?

Così le associazioni venatorie che mi accusano vogliono recuperare il loro ruolo? Chiedo per un amico. Se la nota è stata recepita come una provocazione, significa che ha sortito l’effetto sperato. Auspicando che la stessa sia recepita come l’inizio di un percorso costruttivo, abbandonando i populismi e aprendo una stagione di riforme che servano realmente alla caccia e ai cacciatori: così riaffermeremo anche il ruolo politico che ci spetta. Continuiamo a essere disponibili al dialogo con l’idea che la caccia di domani sia sostenibile e compatibile con le esigenze di conservazione della fauna selvatica e che la stessa venga percepita dalla società come una attività utile al paese, in grado di salvaguardare la fauna e l’ambiente.

*Presidente Arci caccia Umbria