martedì 26 marzo - Aggiornato alle 15:22

Nell’Umbria che invecchia quello dei giovani non è un problema individuale ma collettivo

di Elisabetta Tondini
Una popolazione che si priva del naturale ricambio generazionale si fa sempre più vecchia e i giovani diventano una risorsa sempre più scarsa. Ciò che sta succedendo in Italia – e ancor più in Umbria – segna la vera grande divisione sociale attuale, basata sull’età. Mai come oggi il divario tra le generazioni dei giovani e dei più anziani è stato così grande: l’esclusione dei primi dal lavoro, inaspritasi nell’ultimo decennio e la competizione sulle risorse scarse del welfare hanno generato a livello pubblico una profonda cesura che rischia di degenerare in una vera e propria scissione generazionale. Una scissione che poggia le basi su un importante divario economico, nella ripartizione del reddito e della ricchezza, riflettendosi sul piano sociale e influendo sull’approccio alla vita e sul sistema di valori. Mentre oggi gli over 65 detengono gran parte del reddito nazionale, i nati dopo la metà degli anni Ottanta sono la generazione con il reddito pro capite più basso e la più povera della storia italiana: su un valore medio nazionale pari a 100, il livello degli over 65 sale a 116, quello dei giovani maggiorenni fino a 34 anni scende a 91. Ancora più forte è lo sbilanciamento in termini di ricchezza.
Rischio povertà Così, la generazione dei giovani, quella più istruita e preparata della storia italiana, per la prima volta si trova ad affrontare prospettive economiche peggiori di quelle dei propri genitori. E per la prima volta la povertà, che in Italia e in Umbria aveva caratterizzato storicamente i più anziani, incide maggiormente tra i più giovani. Alti tassi di disoccupazione ma anche la bassa remunerazione dei lavori in ingresso, per lo più intermittenti e precari, rendono il rischio di cadere in povertà sempre in agguato. Proroghe nell’ingresso nel mercato del lavoro e situazioni lavorative che non garantiscono autonomia sufficiente e duratura costringono i giovani a rimanere nel nucleo familiare d’origine, a rinviare pianificazioni di vita, a procrastinare la genitorialità, alimentando l’invecchiamento demografico e sociale.
L’ombrello della famiglia Il ritardo economico dei giovani spiegherebbe la loro elevata tendenza all’isolazionismo: in un contesto italiano caratterizzato da elevata incomunicabilità tra generazioni, i giovani risultano i più chiusi, preferendo avere contatti solo con i coetanei. Pochi e sempre di meno, reagiscono alla marginalità lavorativa, economica e sociale legittimandosi a vicenda. All’opposto, la grande apertura all’intergenerazionalità da parte degli anziani spiega una solidarietà senza precedenti che ha attivato un importantissimo meccanismo di tutela, a sua volta alimentato dalla maggiore tenuta del loro reddito. Soprattutto le famiglie a bassa intensità lavorativa trovano nelle pensioni dei nonni una risorsa fondamentale di welfare. E in tal modo l’Italia, ancor più l’Umbria, utilizza i forti legami familiari come naturale, irrinunciabile ombrello di protezione sociale. Ancora per la prima volta, questa solidarietà dai nonni verso i nipoti procede in senso opposto rispetto a quella degli anni Settanta, quando erano i figli che, con il loro reddito, assicuravano la vecchiaia ai padri. In questo tentativo di riequilibrio, profonda rimane la cesura culturale ed esperienziale tra giovani e anziani.
I primi, portatori di una diversità che parte dal loro essere rapidi e sintetici, sperimentano il presente e immaginano il futuro all’insegna della mobilità: mobilità dentro e fuori la famiglia di origine, mobilità geografica e mobilità lavorativa, indotta ma a volte voluta, mossa dal desiderio di sperimentare altro. Sopra ogni cosa, valutano il lavoro non solo in base alla retribuzione economica, ma anche alla gratificazione personale: una grande differenza rispetto alle logiche unidirezionali che incentivavano le generazioni del passato. Un vero e proprio cambiamento valoriale. È stato scritto che le generazioni non si succedono l’una all’altra ma coesistono interagendo tra loro. È fuorviante ragionare come se ogni generazione cominciasse quando tramonta quella immediatamente precedente, perché la vita dei più giovani dipende dal destino che viene loro assegnato da chi oggi, proprio oggi, sta decidendo per loro. Pertanto, il fatto che un paese releghi i più giovani ai margini del mercato del lavoro, lasciando che diventino la categoria sociale più povera e non si curi se molti di loro se ne vanno all’estero e se sono numericamente sempre di meno, è il risultato di un approccio che sottovaluta l’importanza di uno sviluppo equilibrato, equo, sostenibile. Perché quello dei giovani di oggi non è solo un problema individuale. È prima di tutto un problema collettivo, di una società che, proprio nel fare a meno di loro, perde la grande opportunità di crescita e sviluppo.

Tra leggi ‘sblocca cantieri’ e norme anticorruzione, intanto le imprese edili chiudono

di Diego Zurli

Le proteste del settore delle costruzioni, culminate con la grande manifestazione nazionale di Roma, le incertezze del Governo sulla Torino-Lione, il corteo a passo d’uomo degli autotreni lungo la Perugia-Ancona, le innumerevoli opere pubbliche bloccate in tutta Italia con gli infiniti tempi di pagamento della p.a. o la ricostruzione post-sismica che stenta a mettersi in moto, mostrano impietosamente le molteplici difficoltà di un comparto che, nonostante la crisi, incide ancora oggi per circa il 5% del Pil del paese.

Secondo alcune recenti stime, con la crescita di importanza che le città avranno in futuro nella guida dei processi economici globali, l’incidenza del settore delle costruzioni passerà nel 2020 dal 13,5 al 15% del Pil mondiale e dal 7 all’8,5% della forza lavoro. Considerato impropriamente in passato, una sorta di volano economico per contrastare la stagnazione, questo settore conserverà anche per il futuro una sua centralità per le ricadute occupazionali e per la capacità di mobilitare altri settori produttivi. Per queste ed altre ragioni, si imporrebbe una attenta e scrupolosa riflessione per comprendere le cause che hanno determinato la situazione attuale la quale, secondo stime sindacali, ha portato nella sola Umbria alla perdita in pochi anni di circa 20.000 occupati.

Iniziamo dalla singolare vicenda del Quadrilatero Umbria-Marche. Occorre riconoscere che senza quella felice intuizione che portò alla istituzione della società di progetto, e alle “convergenze parallele” della strana coppia Baldassarri-Lorenzetti che decise di sostenere la ripresa dei territori colpiti dal sisma 1997 con quell’ambizioso progetto, la Perugia-Ancona e la Foligno-Civitanova oggi non esisterebbero. A determinarne le contrastate vicende, fu in gran parte la scelta iniziale di affidarne la realizzazione ad un General Contractor. Sono gli anni in cui muove i primi passi la cosiddetta “legge obiettivo”, la mostruosa creatura del secondo governo Berlusconi-Bossi-Fini la quale, grazie agli amplissimi margini di discrezionalità concessi all’affidatario, avrebbe dovuto garantire una rapida ed efficiente realizzazione delle infrastrutture strategiche. Così non è stato: nel solo Maxilotto 2 si sono avvicendati ben tre General Contractor, l’ultimo dei quali, controllato dalla società Astaldi in regime di concordato.

L’elenco di imprese, grandi e piccole, che hanno chiuso i battenti o hanno subito pesanti perdite è assai lungo: la possibilità offerta dalla legge di sottrarre dagli ordinari dispositivi di garanzia i contratti stipulati a valle dell’affidamento principale e soprattutto l’anomalia tutta italiana di consentire allo stesso General Contractor di eseguire direttamente le opere appaltate, hanno generato ovunque situazioni incresciose alle quali oggi si cerca di porre rimedio. Il palese conflitto di interessi che si viene a creare nel momento in cui il raggruppamento contraente, possedendo la quasi totalità del pacchetto azionario, affida a se stesso le opere da realizzare, in caso di mancato rispetto del contratto fa sì che non si produca alcuna conseguenza o sanzione. A farne le spese, sono così i sub-affidatari o gli stessi fornitori deprivati di quelle tutele normative che garantiscono gli appalti pubblici. Procedere alla revoca dell’affidamento per inadempienza contrattuale, da parte della stazione appaltante, costituisce infatti un arma spuntata che può essere solo minacciata ma quasi mai usata poiché comporterebbe tempi biblici per la revisione del progetto, per la sua approvazione, per un nuovo appalto con i maggiori costi da sostenere e i lunghi ed incerti contenziosi da gestire. Purtroppo, occorre riconoscere che le cose non hanno funzionato al meglio nemmeno in regime ordinario.

Nel corso della mia ultra-trentennale esperienza nel campo dei lavori pubblici, partendo da quella originaria, ho assistito a ben tre complete riscritture delle normativa. Ciascuna delle quali ha subito centinaia di modifiche anche per effetto di provvedimenti straordinari “sblocca-cantieri” che, generalmente, non hanno mai sbloccato alcunché. Ho iniziato con il Regio Decreto n. 350/1895, 120 articoli di immediata lettura ed applicazione, che hanno accompagnato la ricostruzione post-bellica e consentito di realizzare in soli 8 anni grandi opere come l’Autostrada del Sole. Nei primi anni ottanta, sulla spinta emozionale di Tangentopoli e delle inchieste di Mani Pulite, si decide di riscrivere interamente la norma per adeguarla ad alcuni principi comunitari.

Nasce la legge quadro in materia di lavori pubblici, la legge 109/1994 di soli 38 articoli a cui segue il regolamento di attuazione, il DPR n. 554/1994 che di articoli ne contiene 232, più svariati allegati. Qui si cominciò a generare un grosso equivoco laddove maturò la convinzione che la corruzione dilagante potesse essere sconfitta appesantendo ed irrigidendo i meccanismi che disciplinano gli appalti. Cambiano le maggioranze, si decide di riscrivere nuovamente la norma, con il D.Lgs n. 163/2006, affidandone la regia ad un magistrato amministrativo, un boiardo di Stato di lunga militanza come Pasquale de Lise: 256 articoli, più 363 articoli di regolamento e 14 allegati. Cambiano ancora le maggioranze e cambia ancora la legge. E’ di nuovo il turno del centro-sinistra, si riscrive nuovamente il codice approvando il D.Lgs n. 50/2016, 220 articoli, nove corposi allegati oltre a non so quante linee guida, indicazioni operative, bandi tipo, contratti tipo, elaborati dall’Anac sotto la guida di un altro autorevole magistrato. Piercamillo Davigo, il celebre esponente del Pool Mani-Pulite – che non è certo il mio riferimento – ha definito l’Anac “un’arma di distrazione di massa” così commentando il codice: «Fantascienza, un film di Star Trek. Nel mondo reale più le gare sono truccate e corrono le tangenti, più le pratiche sono ineccepibili». «Da anni» – aggiunge Davigo – si scrivono normative sugli appalti «con regole sempre più stringenti che danno fastidio alle aziende perbene e non fanno né caldo né freddo a quelle delinquenziali».

L’equivoco di fondo che sta alla base di questo delirio di norme, regolamenti, linee guida, varate nel tempo per combattere la corruzione è che, fatta la legge, si è sempre trovato l’inganno perdendo di vista il vero obiettivo di ogni buona legge sui lavori pubblici che è o dovrebbe essere quello di realizzare opere pubbliche, ad un giusto costo, in tempi ragionevoli e garantendo una equa remunerazione del lavoro e delle imprese. Ciò non basta a spiegare la crisi profonda del comparto che, per essere affrontata, richiederebbe anche altro e soprattutto maggiori investimenti; ma la politica potrebbe intanto cominciare a riflettere sui risultati non proprio esaltanti ottenuti, recuperando in pieno la propria autonomia, lasciando ai magistrati il compito di combattere la corruzione con le indagini e i processi, evitando di gravarli di compiti che hanno purtroppo dimostrato di non saper svolgere. Ora tocca al nuovo governo. A quanto si conosce, si tratterà dell’ennesimo “sblocca-cantieri” che speriamo condurrà ad esiti migliori di quelli precedenti: “Vasto programma” avrebbe commentato il generale Charles De Gaulle. Un banco di prova davvero molto impegnativo per Salvini e Di Maio. Buona fortuna!

*Architetto

Capitale verde d’Europa, il candidato sindaco Mandarini: «Dalla giunta solo propaganda»

di Marco Mandarini*

Apprendiamo, non senza stupore, dal sindaco Romizi e dal vice sindaco Barelli che Perugia sarebbe candidata al titolo di “Capitale verde d’Europa” per il 2022. Se non si trattasse di una mera propaganda politico-elettorale ci sarebbe da preoccuparsi per il buon nome della città. Non si capisce come Perugia possa candidarsi a Capitale verde quando, nella classifica generale redatta da Legambiente nel rapporto Ecosistema Urbano 2018, ricopre la 28° posizione (su 104 Comuni capoluogo) perdendo 3 posti rispetto all’analogo rapporto del 2015. Scendendo nel dettaglio di alcuni indicatori della ricerca condotta da Legambiente si può notare che Perugia è in 100° posizione per numero di automobili circolanti rispetto alla popolazione; in 84° posizione per capacità di depurazione delle acque; in 73° posizione per perdite di acqua potabile in rete (viene disperso il 45,8% dell’acqua immessa in rete); in 73° posizione per produzione rifiuti pro-capite; in 53° posizione per uso efficiente del suolo; in 52° posizione per presenza nell’aria di ozono O3; in 42° posizione per raccolta differenziata; in 41° posizione per concentrazione di PM10; in 8° posizione per numero di alberi per abitante (n° 29 quando Modena ne ha 108, Brescia 64, Arezzo 40, Pesaro 35, Milano 34 e Rimini 33).

Insomma se Perugia ha le carte in regola per partecipare al titolo di Capitale verde d’Europa, la città di Mantova, 1° classificata nell’indagine di Legambiente, può tranquillamente aspirare a diventare Capitale verde del globo terracqueo. Dai dati che emergono dal rapporto Ecosistema urbano, Perugia, più che Capitale in Europa, ne esce, purtroppo, tratteggiata come periferia verde d’Italia. Negli articoli pubblicati nei giorni scorsi sulla stampa locale il sindaco Romizi e il suo vice Barelli, dopo aver spalancato le porte del centro storico alle automobili e consentito la sosta selvaggia persino in Corso Vannucci e in Piazza IV Novembre, dichiarano di voler contrastare l’uso dell’auto privata a vantaggio di un sistema non ben identificato di Metrobus che i suddetti amministratori hanno creduto bene di inserire nel Piano urbano di mobilità sostenibile in via di definita approvazione senza tenere in debita considerazione progetti di trasporto urbano più ecologici, innovativi, sostenibili, flessibili, privi di impatto ambientale già in via di sperimentazione in Italia e all’estero.

Appare curiosa, ai limiti del sospetto, la proliferazione di idee, proposte e progetti che si rincorrono nella fase finale della consiliatura quando gli attuali amministratori hanno avuto 5 anni di tempo per realizzare le loro vane promesse, peraltro mai mantenute. A tale proposito, con particolare riferimento alla questione dei rifiuti, nel programma di Romizi del 2014 si legge testualmente “…A tal scopo e nella ricerca di un maggior decoro per le nostre strade, intendiamo utilizzare in seno alla nostra acropoli, al posto dei “sacchetti volanti” -ben poco estetici- i cassonetti interrati…”. Ma si sa, in campagna elettorale si spera sempre che i cittadini abbiano memoria corta e ormai si vive in un clima di perenne propaganda evitando accuratamente di informare i cittadini sulla reale portata dei problemi. Ed in questo panorama i nostri attuali amministratori comunali non si distinguono, certamente, dalla massa.

Perugia partecipata porta nel proprio nome il significato di una nuova politica fondata sull’ascolto, sull’informazione e sulla partecipazione dei cittadini. Fondiamo le nostre proposte sui dati reali e sui risultati con particolare attenzione alle problematiche ambientali. Sulla questione ambientale non si può più scherzare. Per dirla con le parole del presidente Mattarella: siamo sull’orlo di una crisi globale. Il sindaco Romizi e il suo vice Barelli piuttosto che fare propaganda elettorale farebbero meglio a riconoscere i propri errori per aver peggiorato le condizioni ambientali della città senza illudere i cittadini su percorsi e obiettivi attualmente irraggiungibili. Purtroppo, durante il loro mandato il capoluogo del Cuore verde d’Italia è diventato un po’ meno verde.

*Candidato sindaco «Perugia partecipata»

«Pecorelli deve morire»: la storia nera dell’Italia e l’uomo senza giustizia

di Valter Biscotti*

È il 20 marzo 1979 quando Carmine Pecorelli, detto Mino, viene freddato in via Orazio, a Roma, mentre sta mettendo in moto la sua macchina per tornare a casa. Quattro colpi. Uno in bocca, tre nella schiena. Un’esecuzione fulminea e brutale. Sin dal primo istante le indagini si frantumano in mille piste, alcune meritevoli di essere approfondite, la maggior parte effimere. Gli investigatori si ritrovano tra le mani una storia più grande di loro o forse non hanno interesse ad andare a fondo nella vicenda, lasciando che sia la figura della vittima stessa a depistare, sviare e confondere in primis l’opinione pubblica e poi anche loro.
Il caso Pecorelli – come già accaduto in altre occasioni – diventa ben presto una galassia costellata di buchi neri, che a loro volta rimandano a universi paralleli. Troppi i moventi, troppi gli attori coinvolti a vario titolo per capirci qualcosa. E infatti nel giro di pochi anni il caso si sgonfia. L’Italia di quel periodo è l’Italia del terrorismo rosso e nero, dei Nar, delle Brigate Rosse, di Prima Linea. L’Italia delle bombe sui treni, di Ustica e di Bologna; l’Italia delle guerre di mafia e di camorra, della Banda della Magliana.
L’attenzione sembra riaccendersi negli anni Novanta, quando la sua morte viene attribuita a una decisione presa in alto. Molto in alto. Ma – anche in questo caso – Pecorelli è l’asso da calare quando serve e una volta tirato resta sul tavolo. Inerte. Parlare di Pecorelli implica sempre parlare di qualcos’altro, o meglio, di qualcun altro, quasi che lui – la vittima – non abbia la dignità di essere trattata come tale. O almeno, questa è la mia impressione, che ho illustrato nel libro ‘Pecorelli deve morire’ (in tutte le librerie dal 21 marzo, ed. Baldini+Castoldi, l’inchiesta giornalistica è stata realizzata da Raffaella Fanelli).
Avendo partecipato a quello che le cronache dell’epoca definirono «il processo del secolo», ho avuto modo di avvicinarmi a questa figura sfuggente, di osservarla da vicino. E – al di là degli stereotipi e delle forzature che ne hanno incrinato il profilo – quello che è apparso davanti ai miei occhi è un uomo. Un uomo che non ha avuto giustizia.
Per sempre? Mi auguro di no. Di certo oggi il suo è, a tutti gli effetti, un cold case – che si potrebbe tradurre (rischiando però di perdere fascino) con «delitto irrisolto» –, una vicenda che, forse proprio perché legata a doppio filo con molte altre, è rimasta fatalmente sullo sfondo, come se capire chi ha ucciso Pecorelli non sia mai stata la priorità.
Venticinque anni fa furono le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, pentito di mafia a sua volta venuto a conoscenza dei fatti da boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, a far riaprire il caso. È a questo punto che la mia vicenda personale di uomo – e di avvocato – s’incrocia con quella di Pecorelli.
Nel corso della mia professione, infatti, ho partecipato a molti processi per omicidio, e so che sono incentrati sul dettaglio, sul fatto, sull’analisi concreta, sul perché una cosa è poggiata in un certo modo o sul perché di una lettera, di una telefonata, di una visita. Il processo penale per omicidio è volto sì alla ricerca del movente, ma il dettaglio e l’analisi di tutte le componenti del fatto in sé diventano essenziali per scoprire l’assassino. Ecco, questo nel processi Pecorelli si è perso. Durante la prima istruttoria, grazie alle indagini, è stato fatto solo un tentativo, e la seconda attività di indagine svolta dalla Procura di Perugia, si è rivelato un racconto di tutte le malefatte di questo Paese dagli anni Sessanta in poi. Tutto quello di cui si è discusso non è servito però per arrivare al colpevole. Forse l’ultimo omaggio che Mino ha fatto al suo Paese durante il processo, a venti anni dalla sua morte, è stato mettere in piazza un potere marcio attraverso tutti i suoi servizi giornalistici. Però per lui non è stato il processo giusto.
Nessuno ne ha colpa. I pm Fausto Cardella e Alessandro Cannevale sono stati straordinari, così come le difese che li hanno contrastati, ma è mancato qualcosa. Nello scrivere la storia e le impressioni personali che ho raccolto durante il processo, che ha segnato profondamente la storia di questo Paese, un processo in cui Pecorelli è stato usato, un processo che non è servito a cercare il suo assassino, un processo dove il movente è diventato l’anima centrale, abbandonando di fatto la vittima, credo sia ancora possibile arrivare a capire cosa sia davvero successo la sera del 20 marzo 1979.
Raccontare Pecorelli oggi è dunque un atto dovuto alle comunità giudiziarie, politiche e giornalistiche, ma anche ai comuni cittadini. Le pagine che seguono, dense di nomi, avvenimenti, carte giudiziarie, foto inedite e aneddoti vissuti in prima persona dall’interno, vogliono essere in parte una testimonianza diretta della complessità di una pagina indelebile della nostra storia repubblicana, ma soprattutto un omaggio a lui, l’uomo Mino Pecorelli.

*avvocato e scrittore

Umbria prima regione per quota di occupati sovraistruiti: le figure high skilled hanno pochi sbocchi

di Mauro Casavecchia

I giovani umbri sono un po’ più istruiti dei coetanei italiani ma molto meno di quelli europei. Molti fattori, di natura culturale o sociale, determinano questi bassi livelli d’istruzione terziaria, tra cui non ultimo una scarsa mobilità sociale che fa sì che a laurearsi, in sostanza, siano i figli dei laureati, mentre i figli dei diplomati spesso si fermano al diploma. Ma alle origini della più attenuata spinta a studiare a lungo figura certamente anche il minor rendimento del titolo di laurea in Italia. Gli anni dell’università richiedono – oltre naturalmente all’impegno personale dello studente – anche un cospicuo investimento economico, sia per la spesa diretta in istruzione sia in termini di mancato introito per il bilancio familiare a fronte di un eventuale ingresso immediato nel mercato del lavoro dopo il diploma. Al netto degli indubbi benefici culturali derivanti, per il singolo e per la collettività, da qualsivoglia percorso di studio, è ragionevole dunque misurare l’appetibilità di questo investimento sulla base del presumibile ritorno economico. Per stimare questo rendimento occorre chiedersi se avere una laurea rende più facile trovare un impiego e ottenere retribuzioni più elevate.

I numeri In generale, è vero che al crescere dei livelli di istruzione le prospettive occupazionali migliorano, di quasi 10 punti nel passaggio dal titolo secondario superiore a quello terziario (e di 19 punti nel confronto tra scuola dell’obbligo e diploma). Tuttavia questo vantaggio, diversamente da quanto accade in Europa, si rivela quasi inesistente sotto i trenta anni e tende a irrobustirsi solo in età più avanzate: tra i 25-29enni europei, un laureato ha difatti una occupabilità significativamente più alta, dell’ordine di 10 punti, rispetto alla media, mentre per i nostri giovani il possesso di una laurea agevola l’ingresso nel mercato del lavoro in modo molto più attenuato. Quanto al vantaggio retributivo legato al livello d’istruzione, secondo recenti stime ogni anno di studio in più determina un aumento del reddito da lavoro dipendente nell’ordine dell’8%, crescente nel tempo. Ma, anche in questo caso, il differenziale tra laureati e diplomati in Italia è molto inferiore rispetto a quanto accade altrove: da noi, infatti, si calcola che i laureati guadagnino mediamente il 41% in più rispetto a chi si è fermato alla scuola secondaria superiore, mentre in Europa tale differenziale balza al 77% e addirittura al 98% tra i paesi Ocse.

Sovraistruiti È un altro dei numerosi paradossi italiani. Normalmente, esiste una relazione inversa tra la quota di popolazione con istruzione terziaria e il vantaggio retributivo per i laureati: dove questi ultimi scarseggiano, di solito vengono contesi sul mercato del lavoro e riescono a ottenere retribuzioni migliori. Invece in Italia questa relazione ha un andamento anomalo, registrando sia una bassa presenza di titoli di livello universitario, sia retribuzioni comparativamente modeste per i laureati. Ciò accade anche perché il disallineamento tra le competenze acquisite tramite il percorso formativo e quelle richieste per svolgere il lavoro continua a essere un fenomeno molto diffuso, in modo particolare in Umbria, prima regione per quota di occupati sovraistruiti (quasi un terzo del totale). Evidentemente, la domanda di lavoro qualificato è ancora più scarsa dell’offerta, per quanto esigua essa sia. Probabilmente anche per effetto di una organizzazione produttiva basata prevalentemente su piccole imprese a basso contenuto di innovazione e dunque meno capace di dare sbocchi professionali adeguati alle figure high skilled.

Violenza sulle donne, il vero antidoto è la stima di sé che permette di riconoscerla prima che si compia

di Alessandra Bocchetti*

Se si chiedono lumi a una femminista sulle radici storiche della violenza contro le donne, la prima risposta che si avrà al novantanove per cento è: “Perché non chiederlo a un uomo?”. Si pensa che la violenza che colpisce nei modi più disparati le donne, sia qualcosa che riguardi solo loro, che sia un problema loro. È in realtà un grave problema che investe tutta la società, minacciandola proprio nel suo cuore, nelle relazioni che la costituiscono. Ed è un problema degli uomini, della loro particolare sessualità così coniugata strettamente al potere, con l’idea del possesso, di padronanza, di supremazia. Ma non dobbiamo pensare che la violenza abbia un andamento episodico e che tanti di questi episodi diano vita ad un fenomeno. La violenza non è un fenomeno. La violenza è uno dei principali ordinatori della società, è parte strutturale della cultura a cui apparteniamo. Anticamente aveva addirittura funzione fondativa. Pensiamo alla fondazione di Roma, a Romolo e Remo, è un fratricidio che fonda la città.

Possiamo porre tanti rimedi alla violenza ma per disfarsene veramente è necessario un cambio di civiltà, è necessario cambiare i principi ordinatori della società; ma questi, a tutt’oggi, sono la forza, il potere, il denaro. Se guardiamo alla storia e ai suoi disastri, se guardiamo al tempo presente così difficile e il futuro così poco rassicurante, sarebbe bene cominciare a lavorare intensamente per questo cambio, sapendo che certo non basteranno due o tre generazioni a smantellare una struttura che va avanti da secoli. La violenza che colpisce noi donne fa parte di questa struttura, diciamo di questo antichissimo progetto. Questa violenza limita la libertà di tutte, tutti i giorni. Perché la violenza non è solo in ciò che accade, ma è anche in quello che potrebbe accadere, non sta solo nelle botte, nei lividi, nel sangue, sta anche nella nostra prudenza, nella nostra paura. Rebecca Solnit nel suo bellissimo libro, Gli uomini mi spiegano le cose, dice: “chissà quante belle cose noi donne potremmo fare se non fossimo così occupate a difenderci”. Ogni cultura distribuisce i ruoli. Quando camminiamo per strada e ci capita di vedere un fiocco azzurro o un fiocco rosa attaccato ad un portone, il gioco dei ruoli sessuali è già fatto. Il fiocco azzurro annuncia un insieme di significati, il fiocco rosa altri. Da un uomo ci si aspetta che sia forte, coraggioso e intraprendente, dalla donna ci si aspetta dolcezza, accoglienza e cura.

Tutto questo poi non ha niente a che vedere con la realtà materiale naturalmente, tutte noi abbiamo esperienza della debolezza e della fragilità maschile, come abbiamo esperienza della forza delle donne, del loro coraggio. Diciamo quindi che ci sono due piani, il primo è quello che ha la pretesa di dirci come dobbiamo essere in quanto uomini e donne, per essere normali. Bisogna dire che questo piano ha una grandissima potenza performativa, ha la forza di farci per davvero uomini e donne, non nel corpo perché lo siamo già uomini e donne, ma nei comportamenti e nei pensieri. Bisogna essere una grande forza per disattendere queste forme nelle quali dobbiamo entrare da subito, appena nati. C’è sempre una sofferenza a staccarsi da questo piano. È una sofferenza per un uomo piangere, è una sofferenza per una donna dire “no” quando tutti si aspettano un suo “sì”. Questo piano, la teoria femminista lo chiama piano simbolico di rappresentazione. Qui ci sono le prescrizioni e le aspettative che riguardano i due sessi. Poi c’è il piano della realtà, quello della vita vissuta, e tra i due piani c’è una sorta di corpo a corpo. Da una parte ci sono le prescrizioni e dall’altra ci sono gli eventi più o meno casuali della vita, i desideri non previsti, gli incontri inaspettati.

Quando la Costituzione, le leggi e la cultura non rispettano l’essere donna

Tra le prescrizioni della nostra società con cui dobbiamo fare i conti, la più importante è quella che dice che l’uomo è più della donna. Un tempo, di questa prescrizione non se ne faceva un segreto, era palese, oggi fa una certa vergogna sostenerla apertamente e questo è già un passo avanti. Tuttavia, è bene non cantare vittoria perché questa prescrizione è ancora profondamente attiva, nella coscienza dei più. L’uomo vale di più e la donna vale meno; è per questo che la cultura a cui apparteniamo pretende di mettere le donne al servizio degli uomini, al loro seguito, sotto la loro tutela, come sotto le loro prepotenze, soprusi e violenze. Perché questo sentire è ancora così presente. Non c’è più legge che lo dica? La verità è che le leggi si possono cambiare, ma cambiare una mentalità è molto difficile. Ci vuole tanto tempo e tanto lavoro. Dobbiamo ricordarci che nonostante l’articolo 3 della nostra Costituzione, fino al 1956 vigeva lo ius corrigendi, una legge che autorizzava il marito a picchiare la moglie, qualora, a suo esclusivo giudizio, il comportamento di lei doveva essere corretto. Il bello (eufemismo) è che in questa legge non veniva detto fino a che punto la punizione corporale potesse arrivare, quale era il limite, quanti giorni di ospedale erano consentiti. Questa è storia recente, troppo recente. La scena, il set dei femminicidi è ancora questo.

Mi sono sposata nel 1967, e al matrimonio civile mi sono state lette le regole dello stare insieme tra marito e moglie. Una di queste diceva che qualora mio marito avesse cambiato residenza, in Italia o all’estero, io avrei dovuto seguirlo, se non l’avessi fatto sarei stata passibile di denuncia penale. La mia vita, i miei interessi dovevano essere i suoi, il mio lavoro era secondario, veniva dopo il suo. Ero al suo seguito. Questa legge non c’è più fortunatamente, è sparita con il nuovo diritto di famiglia del 1975. A consegnarmi al suo servizio, invece c’era l’articolo 37 della Costituzione, articolo che è ancora lì. L’articolo 37 parla di lavoro e dice che la donna può fare tutti i lavori che vuole, fatta salva la sua funzione essenziale della cura della famiglia. La funzione essenziale della donna, quindi è la cura della famiglia e famiglia significa marito, figli, casa. Ma nessuno è venuto al mondo con una funzione essenziale, nessuno è venuto al mondo per servire. Mettere sulle spalle di un essere umano una “funzione essenziale” è un atto di schiavismo. L’articolo 37 della Costituzione è uno scandalo a cui al più presto si deve porre rimedio. Altro che Costituzione più bella del mondo, per noi donne non lo è davvero. Per lungo tempo la servitù delle donne, la loro sottomissione, il loro essere meno, è stato percepito come cosa naturale. Gli uomini ci hanno creduto e le donne pure, il che significa che il potere diventa invisibile, è stato digerito e fatto proprio. Quando il potere non si vede ma c’è, si deve parlare di dominio. Intendiamoci, le donne erano di fatto meno in tante cose, erano meno istruite, tenute nell’ignoranza, erano più povere, il loro giudizio non contava, la loro parola non aveva valore, ma non erano meno in sé, non erano meno come esseri umani. Eppure si pensava proprio così. E così pensavano anche le grandi intelligenze, lo credeva Kant.

Ricordiamo tutti la frase: “Il cielo stellato sopra di noi, la legge morale dentro di noi”. Ricordo il mio entusiasmo quando al liceo la sentii per la prima volta. Eppure quella frase non era scritta per me, Kant pensava che le donne non avessero coscienza morale. E quanto ci ha entusiasmato Rousseau con il suo “Discorso sulle origini e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini” un vero contratto sociale deve trovare fondamento non sulla forza ma sul diritto. Sentivo quasi quasi che era detto per me. Invece in quel contratto non solo le donne non erano previste come contraenti, ma neanche come testimoni, in quel contratto le donne entravano solo come oggetto. Di questo non una parola alle giovani allieve. Abbiamo studiato tutto questo con diligenza, alle più brave venivano riconosciuti grandi meriti. Cosa eravamo, mi chiedo oggi, private completamente di pensiero critico, ripetendo con gioia ciò che ci escludeva da tutto. Diligenti, ubbidienti, remissive portavoci. Sapete, io per violenza, non intendo solo occhi neri e maltrattamenti, metto in conto anche questo: la storia e il pensiero raccontati da una voce sola. Ancora oggi si insegna alle ragazze che il codice napoleonico è un passo avanti verso la democrazia e il senso compiuto della cittadinanza, e loro così ripetono, e non le si racconta la perdita secca di libertà delle donne che in questo codice era prescritta, l’asservimento al padre e poi al marito, l’impossibilità di gestire i propri beni, l’impossibilità di firmare un contratto. Ignorare la storia delle donne, non raccontare il loro cammino faticosissimo verso la libertà, verso la coscienza di sé, verso finalmente la possibilità di pensare con la propria testa è un errore. Una delle cause certe della violenza che le donne subiscono è il loro fragile amore di sé, ma non ci si può amare fuori dalla propria storia. Questa è ancora la scuola di oggi, una scuola ottocentesca, dove le ragazze fanno da spettatrici volenterose, ospiti più che dirette interessate. E dove ai ragazzi si insegna, anche non volendo, che il mondo è loro, a grave danno di entrambi e per la società tutta. Le nostre ragazze escono da scuola colte ma non nutrite e questo certo non le ripara dalla violenza.

La lotta contro il dominio sulle donne

Bisogna imparare a vedere la violenza anche dove non sembra esserci. Quando il potere non si vede ma c’è si deve parlare di dominio. Cosa è il dominio? Il dominio è il potere che non si vede, è quando chi è dominato condivide pensiero e ragioni del dominante. Il luogo del dominio non è in prima battuta il corpo, è la mente. Potremmo dire che questo non è più così. Certo non è più così per quelle donne che hanno preso coscienza di sé, ma sono ancora troppe poche. Noi che lottiamo contro la violenza dobbiamo imparare a riconoscere il dominio che resta ancora e che viene agito e agisce contro di noi. Il potere si nasconde ovunque: pensate alla scena del matrimonio tradizionale. Il padre accompagna la figlia all’altare e la consegna al giovane uomo che sarà suo marito, assistiamo ad una perfetta rappresentazione del potere patriarcale. Dove è il dominio, dove si annida. Si annida nella gioia della sposa, inconsapevole del portato simbolico della scena, e si annida nella gioia della madre della sposa, che si trova tra gli spettatori, esclusa dal rito. La sua opera, quella di mettere al mondo e di crescere una creatura, non ha significanti nel rito. Mettere al mondo, crescere ed educare non è un servizio, non è un lavoro, è un’opera, una grande opera, che viene ignorata con l’estromissione della madre dal rito del matrimonio. Domanda: perché le donne si fanno fare questo? Si accorgono del senso della loro remissività? Il rito del matrimonio va cambiato. Come, non dimentichiamocene, va cambiata la cancellazione della madre nel nome dei figli. Ancor oggi i nostri figli portano solo il nome del padre. Il nostro nome dovrebbe raccontare nella sua completezza da dove si proviene, l’intreccio, l’incontro, che ci ha generato, invece ancora oggi un solo nome racconta a chi si appartiene. Questa è ancora violenza. I femminicidi simbolici aprono le porte ai femminicidi in carne e ossa.

Cosa è stato il femminismo. È stata una lotta proprio contro il dominio. Le donne lo sono andate a cercare nel profondo di se stesse. Hanno rivolto a se stesse la paradossale domanda “cosa è una donna?” e sono andate alla ricerca di desideri autentici. Quando mi sento bene? Quando e dove sono a mio agio? Cosa non mi piace? Cosa amo veramente? Cosa mi fa soffrire? È stato un lavoro durissimo e bellissimo, è stato come nascere una seconda volta. Parlavamo più di desideri che di ingiustizie e così ci siamo rimesse al mondo l’una con l’altra. Abbiamo trovato insieme il punto da cui guardare il mondo e da questo punto, finalmente nostro, abbiamo opposto al soggetto Uomo figlio della filosofia occidentale, quello con la U maiuscola, quello che dovrebbe essere tutti, abbiamo opposto un soggetto carnale, vero, vulnerabile, generato dalle relazioni umane. Questo soggetto è quello che permette alle donne il pensiero, pensare se stesse, gli altri, il mondo, una donna non poteva pensare senza corpo. Questo è stato il passo necessario per essere veramente libere. Oggi molte donne pensano, molte donne viaggiano, studiano, lavorano. Siamo cittadine, votiamo, paghiamo le tasse, scegliamo, giudichiamo. Oggi possiamo pronunciare una frase che è in sé la prova che siamo fuori ormai dal patriarcato. Oggi possiamo dire “sarò madre quando lo voglio io”. Attenzione però, molte donne sono libere, ma tutti gli uomini sono impreparati alla loro libertà.

Le donne sono state da sempre oggetto di violenza, ma il senso della violenza che colpisce le donne oggi è la loro libertà, libertà nel giudizio, nello spazio, nel cuore.
Sempre ci coglie un dolore speciale alla notizia di una donna uccisa o maltrattata. Questo dolore speciale non lo prova nessun altro, nessun uomo, né un uomo lo prova alla notizia di un altro uomo ucciso. Dobbiamo quindi lavorare su questo nostro dolore speciale, capirne il senso, un senso fatto di storia, di umiliazioni, ma anche di rinascita. Dobbiamo sentire che un “no” di una donna all’infelicità, a difesa della sua dignità, è detto per tutte noi. È questo il perché del nostro dolore speciale. Ma quando è cominciata questa nostra libertà? Delle volte mi diverto a pensare chi sarà stata la prima donna che si è chiesta “ma chi ha fatto queste regole? Chi ha deciso chi è più e chi è meno? Chissà dove viveva a Nord o a Sud. Era laica? Era religiosa? Sì forse era religiosa e si sarà detta: “Dio che è buono e giusto e amabile non può aver messo metà delle sue creature a servire l’altra metà”. L’avranno uccisa? Probabilmente sarà andata così. Quando sento parlare dei morti delle torri gemelle, 2.974, e vedo il culto e l’affetto vivo di cui sono oggetto, mi viene da pensare ai milioni e milioni di donne uccise. Marina Terragni nel suo ultimo libro dice: “verrà un momento nella storia in cui ci si volterà indietro e si vedrà con chiarezza la strage delle donne, il loro supplizio, il loro martirio. E ci si chiederà come sia stato possibile e per un tempo così lungo”. Sono spesso invitata a corsi di preparazione per il personale delle case di accoglienza per donne maltrattate. Vi devo confessare che non dico sempre di sì perché la violenza è un tema così pesante e così triste, ma le volte che ho accettato non ho mai tralasciato di dare un consiglio che penso importante. Ho raccomandato alle future operatrici una particolare e attenta cura di sé, perché si sarebbero trovate di fronte a tanto dolore e il dolore è transitivo, dovevano prepararsi ad accoglierlo ma non a farsene contaminare. È un lavoro molto difficile, credo che non ne sarei capace e a loro va tutta la mia ammirazione e gratitudine.

La stima di sé come antidoto alla violenza

A questo punto voglio dire una cosa che spesso risulta sgradita, ma è il mio pensiero. Mettere riparo alla violenza è una grandissima opera, ma facciamo molta attenzione al fatto che nel dolore non si costruisce: essere vittima non costruisce nessuna soggettività. Le lacrime e i lamenti delle donne non trasmettono forza, rassicurano invece chi teme la loro libertà. E non si costruisce nemmeno sulla rabbia. In questo periodo, sento molto parlare della rabbia delle donne, quasi come fosse una categoria politica. Sento dire “bisogna far leva sulla rabbia delle donne”. Ma io non credo a questa rabbia, se le donne fossero capaci davvero di un sentimento così violento e distruttivo penso che sulla Terra non ci sarebbe più neanche un filo d’erba. Il tema della violenza non è un tema politico, anzi meglio direi la violenza è un tema killer della politica delle donne. L’unico vero antidoto alla violenza è la stima di sé delle donne, che ci permette di riconoscere la violenza prima che si compia, che ci aiuta a dire di no quando da noi si aspetta un sì, che ci dà la forza di sottrarci a ciò che sentiamo non giusto per noi. Bisogna crescere le ragazze raccontando loro la storia luminosa delle donne, trasmettendo loro stima e rispetto per le donne che le hanno precedute, per la loro grande opera, per la loro battaglia quotidiana, lungo tutto il corso della storia, contro lo sporco, il disordine, il freddo, la fame, opera che ha permesso all’umanità di sopravvivere a immani disastri, non decisi da loro; e poi raccontare le paladine che hanno saputo fare di più di quello che si aspettava da loro: le grandi scrittrici, le grandi poetesse, le grandi pensatrici, le guerriere che hanno conquistato i diritti di cui oggi godiamo. Questo è il vero antidoto alla violenza.

Chiudo con una bellissima frase di Alda Merini: “dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere abbastanza”. Stampiamocela nel cuore questa frase.
Devo confessare che penso che le donne non solo siano abbastanza, ma possono essere molto di più. È da loro che mi aspetto un cambio di civiltà, principi ordinatori nuovi, da loro che stanno portando avanti una rivoluzione difficilissima senza sangue, senza morti. Non vedo altri soggetti per questo cambiamento necessario perché siamo arrivati al limite, al limite di tutto, al limite dei rapporti disumani, al limite dell’aria respirabile, del mare inquinato e di tutti quei disastri che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.
Io scommetto sulle donne per una semplice ragione: le donne non hanno mai pensato di conquistare il mondo ma solo di abitarlo.

*Teorica politica del pensiero della differenza

Terni e il Palazzetto dello sport: «Priorità assoluta per il rilancio della città»

del professor Andrea Fabi*

Come cittadino ternano ho ritenuto di fare delle considerazioni sulla prevista realizzazione di un palazzetto dello sport per la città di Terni dove svolgere attività agonistiche, spettacoli, manifestazioni culturali, attività scolastiche di interesse. Sono circa trenta anni che la città è in spasmodica attesa di un tale impianto. Il capoluogo di regione ne è dotato da oltre 35 anni e proprio in questi giorni l’amministrazione Romizi sta deliberando un’operazione di restyling per rendere la struttura sempre più adeguata alle esigenze del territorio perugino, con una spesa programmata di oltre 1,6 milioni di euro. Anche questo settore Terni è stata sempre cenerentola per ragioni di sudditanza politico istituzionale, ma anche per assenza di una visione complessiva delle esigenze vere di una città di oltre 110mila abitanti.
In queste settimane, dopo l’avvento della nuova amministrazione che governa la città, il tema palasport è ritornato prepotentemente all’ordine del giorno con la concreta possibilità di rendere possibile, in tempi relativamente brevi, questa struttura attraverso la conclusione di un bando di gara, predisposto dalla precedente amministrazione, che prevede la realizzazione della struttura nell’area del foro boario nei pressi dello stadio Libero Liberati. Avendo passato la mia intera vita nel mondo dello sport come praticante ed insegnate ho letto queste notizie con l’entusiasmo di chi può finalmente vedere realizzata un’opera fondamentale nell’interesse di tutti i cittadini. In queste settimane mi sono confrontato con tante persone che, come me, hanno vissuto e vivono il mondo dello sport sia a livello agonistico e che amatoriale e tutti condividono l’opportunità storica che la città si trovava davanti, realizzare una struttura che il mondo dello sport ha chiesto per decenni e che per vari motivi non era stata mai realizzata.
In questi gironi ho appreso che all’interno dell’amministrazione Latini è in atto una riflessione e un approfondimento tematico relativamente al progetto, al luogo di realizzazione e ad altro. Fra le tante ipotesi, pare, che alcuni abbiano proposto come sito il terreno della ex polveriera immediatamente vicino all’istituto penitenziario di Sabbione. Parliamo di un luogo sicuramente decentrato rispetto alla città e soprattutto sottoposto, da quanto risulta, a un vincolo da parte della sovraintendenza oltre ad essere di proprietà del ministero della difesa. Tutto questo considerando i tempi per la concessione, la bonifica, il superamento del vincolo, gli studi fattibilità, la preparazione di un nuovo bando europeo dovremmo aspettare almeno altri venti anni.
Abbiamo assistito pochi giorni indietro a Teleterni un’intervista all’assessore allo sport del Comune di dott.ssa Caterina Proietti la quale, fra le altre cose, ha parlato di palazzetto. A precisa domanda rispetto al progetto realizzativo del Palazzetto dello sport ha manifestato in maniera chiara la propria contrarietà al progetto esistente, ritenendo che il foro boario fosse più adatto per realizzare una grande pista di atletica leggera utile a grandi eventi. Oltre alla genericità della definizione “grandi eventi”, non posso non evidenziare come la città di Terni sia già dotata del glorioso campo scuola Casagrande, che ormai da decenni è abbandonato e che avrebbe bisogno di forte operazione di ristrutturazione per dare una risposta seria al movimento ternano legato all’atletica leggera amatoriale e competitiva. In questo contesto non posso esimermi di valutare la collocazione progettuale al Foro Boario. Una soluzione che offre dei vantaggi oggettivi per la vicinanza al centro cittadino, facilmente raggiungibile dagli atleti delle società sportive, dagli alunni delle scuole, che per molti cittadini che potrebbero recarsi al palazzetto anche senza l’uso di mezzi di trasporto. Meno parcheggi, meno
traffico, meno inquinamento. Altro aspetto non secondario della realizzazione al Foro boario è che quest’opera darebbe una concreta risposta urbanistica rivalutando una delle zone più degradate del centro cittadino creando una serie di servizi collaterali che potrebbero essere di grande utilità alla città e facendo uscire quel contesto dalla zona franca che è oggi in particolar modo nelle ore notturne diventa centro di spaccio della droga e della prostituzione.
Da cittadino chiedo un confronto serio all’interno dell’amministrazione con il Sindaco che deve essere terminale concreto del contesto decisionale nella consapevolezza del ruolo che la nuova amministrazione deve svolgere per il rilancio della città. Questo confronto potrebbe essere coordinato coinvolgendo le forze attive della città per arrivare in tempi rapidi alla definizione del progetto, tenendo anche conto che la Fondazione Carit ha manifesto in maniera chiara la propria disponibilità a sostenere economicamente il progetto più strutturato in questo momento. Terni non può più permettersi di perdere treni in corsa in tutti i settori, compreso quello infrastrutturale dove nostra città è in gravissimo ritardo anche nei confronti delle città limitrofe. Se esistono le condizioni legali e progettuali è necessario procedere rapidamente alla realizzazione del progetto che permetterà alla città di avere il suo palazzetto dello sport. Perdere ulteriore tempo nella genericità delle posizioni sarebbe un colpo mortale ad una città ormai agonizzante.

*docente ternano di Educazione fisica

Proteggi Italia, la beffa all’Umbria sui fondi ha radici nel passato

di Diego Zurli*

Un interessante libro pubblicato in formato digitale qualche anno fa scritto da Giovanni Menduni, uno dei più brillanti e autorevoli studiosi del dissesto idrogeologico, racconta circa vent’anni di storia della difesa del suolo in Italia. Una narrazione caratterizzata da grandi slanci in avanti e altrettante retromarce nel tentativo, tuttora irrisolto, di offrire un quadro di riferimento istituzionale e normativo stabile ed efficace per poter affrontare la gestione dei rischi naturali e più in generale il governo del territorio di un paese come il nostro bello ma, purtroppo, assai fragile. Ho riaperto le pagine del libro dopo aver appreso con sconcerto l’inspiegabile scippo ai danni dell’Umbria in occasione del recente riparto operato dal Governo gialloverde che destina nel prossimo triennio la miserabile cifra di circa tre milioni di euro, a fronte di una disponibilità in oltre 10 miliardi. In attesa di capire un po’ meglio i contenuti del piano per la mitigazione del rischio idrogeologico ‘Proteggi Italia’ presentato dal Governo che lo definisce enfaticamente ‘il più grande piano contro il dissesto del territorio mai fatto’, è senz’altro utile riepilogare a sommi capi il travagliato percorso che ha reso possibile l’esito di una vicenda altrimenti incomprensibile.

La nostra regione, per le sue caratteristiche morfologiche, è infatti una di quelle maggiormente interessate da eventi a carattere idro-geologico; basta dare un occhiata alle carte elaborate da Ispra, per capire l’estrema vulnerabilità che caratterizza il territorio regionale da cui discende la necessità di una costante attenzione ai problemi del dissesto e la continua cura che occorrerebbe riservargli. L’intreccio secolare tra natura e cultura, che ha reso possibile la sedimentazione di insediamenti e paesaggi di straordinario valore, costituisce il carattere riconoscibile e insostituibile dell’identità dell’Umbria. In un recente saggio ho riassunto il lungo ed impegnativo lavoro compiuto negli anni da una regione come l’Umbria, da tutti considerata virtuosa, nell’affrontare attraverso un originale approccio denominato “multirischio” il grande tema della prevenzione e della previsione dei rischi naturali. Nel corso degli anni sono stati inoltre predisposti numerosi programmi di intervento alcuni dei quali, come quello che portò anni fa alla approvazione delle leggi speciali per Todi ed Orvieto, sono tuttora considerati in ambito nazionale un esempio di buone pratiche. Anche per questo motivo, la decisione di escludere l’Umbria dal piano assume connotati beffardi e, almeno per quanto mi riguarda, insopportabili. L’arte del fare e del disfare ha sempre caratterizzato un paese come l’Italia, e riassumere in poche parole le vicissitudini della infinita Tela di Penelope che ha visto cambiare indirizzi ed assetti al mutare degli orientamenti politici, è cosa piuttosto ardua.

Si può senz’altro iniziare partendo da una buona legge, la 183 del 1989, che a tutti gli addetti ai lavori sembrò rappresentare un punto di equilibrio assai avanzato per fronteggiare la fragilità idrogeologica del paese. Occorre ammettere che il testo fu il frutto di un lungo lavoro di indagine compiuto da un grande professore di idraulica del Politecnico di Milano, Giulio De Marchi e, al tempo stesso, figlio di una cultura politica di marca riformista impersonata da un brillante Ministro dell’Ambiente come Giorgio Ruffolo che ebbe il merito di concludere il lunghissimo iter della legge. Le idee-forza che ne caratterizzarono l’impianto furono la necessità di mantenere strettamente legate la tutela della risorsa idrica dalla sua gestione: il “mondo del troppo da quello del poco” come ebbe a definirlo Giovanni Menduni, la pianificazione in forma unitaria in tutti i suoi risvolti territoriali, sociali ed economici, l’ambito di riferimento rappresentato dal bacino idrografico e la presenza di una regia e di una governance unitaria nella quale concorressero con pressoché pari dignità lo Stato e le Regioni.

Nascono così le Autorità di Bacino – nazionali, interregionali e regionali – che cominciano a muovere i primi difficili passi. Quasi subito, con il dibattito sul federalismo, cominciarono i primi conflitti istituzionali sulla ripartizione delle competenze tra centro e periferia ma, nel suo insieme, la legge resse abbastanza bene. Dopo un decennio circa, sulla scia dell’emozione provocata dagli eventi di Sarno, un provvedimento a carattere straordinario cominciò a scardinare l’impianto generale della legge accusata di una attuazione troppo lenta e farraginosa. L’idea di fondo – quella di una pianificazione omogenea e interdisciplinare – comincia progressivamente a vacillare per effetto di provvedimenti a carattere straordinario tra i quali, il più importante, fu quello che impose l’immediata adozione di Piani Stralcio “per l’assetto idrogeologico”. In questo frangente si incrina l’asse Stato-Regioni che fino ad allora aveva tenuto abbastanza e i Piani Stralcio vengono redatti in tempi ravvicinati seguendo una logica che oggi definiremmo di tipo commissariale, non senza fortissimi conflitti. Alla fine, tuttavia, i piani furono redatti pur con evidenti limiti ed anche con qualche palese errore. Ma, finalmente, furono fatti.

Facciamo un brusco salto in avanti di qualche anno. Nel frattempo succedono altri disastri e si struttura il Servizio nazionale di Protezione Civile che introduce la categoria del “tempo reale”, proprio della gestione dell’emergenza, distinto da quello del “tempo differito” proprio della pianificazione di bacino che necessita di tempi lunghi. Si riconosce l’importanza e il concorso di una pluralità di soggetti nello svolgimento delle attività del Servizio secondo una architettura di rete e nascono i Centri Funzionali ristabilendo una sorta di tregua tra governo e regioni: una sorta di “compromesso storico” – come lo definisce Menduni – o meglio di “convergenze parallele” tra pezzi dello Stato che, almeno per un po’, cessano di guardarsi in cagnesco. La tregua dura poco: ai conflitti latenti tra centro e periferia si aggiungono quelli interni all’apparato dello Stato con il trasferimento dei poteri in materia di difesa del suolo da Porta Pia a via Cristoforo Colombo, dal Mit al Mattm. Le tendenze iper-stataliste prendono definitivamente il sopravvento in particolare nell’allocazione delle risorse ormai totalmente svincolate da ogni logica di programmazione.

La rottura definitiva di un modello basato sulle “convergenze parallele” però avviene con la legge delega al Governo Berlusconi per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della legislazione in materia ambientale, la Legge 15 dicembre 2004, n. 308 alla quale fa seguito Il decreto legislativo n. 152 recante “Norme in materia ambientale”. E’ la definitiva pietra tombale sopra la legge 183/1989 – la migliore mai scritta – purtroppo rimasta in gran parte inattuata.

Il resto è cronaca di questi anni. Le Autorità di Bacino vengono soppresse e vengono sostituite da quelle di Distretto, salvo rimanere tuttora di fatto operanti, a distanza di tredici anni, in attesa dei provvedimenti attuativi. Compiti e funzioni delle Regioni, afflitte da una sorta di Sindrome di Stoccolma che le ha viste compiacenti subire senza alcuna reazione ogni decisione ai propri danni, praticamente si azzerano in virtù della materia ambientale di competenza esclusiva dello Stato, rimanendo tuttavia operanti e pienamente attive perché non è ovviamente possibile prescindere dalla conoscenza del territorio e dal rapporto con le comunità locali. Non sono mancate iniziative di diverso segno che hanno fatto in parte rientrare dalla finestra ciò che si era fatto uscire dalla porta come gli accordi di programma per la mitigazione del rischio idrogeologico con il Ministero dell’ambiente, l’istituzione di “Italia Sicura” subito abortita o la micidiale piattaforma ReNDiS che, per le sue atrocità operative e gestionali, sembra uscita dalla diabolica mente dei Casaleggio. Ma il dato che colpisce è innanzitutto quello di una grande confusione nell’assetto dei poteri verificatosi nella più totale assenza di idee quando non anche del completo disinteresse della politica.

Concludendo, ciò che è avvenuto oggi, è il frutto avvelenato di quanto è successo ieri. Se si ammette e si riconosce la possibilità di finanziare interventi al di fuori di ogni logica di programmazione e pianificazione, se si accetta che ogni decisione possa essere presa in assenza di un diretto coinvolgimento dei territori rappresentati dalle loro istituzioni senza rimettere ordine ad un equilibrato e leale rapporto tra centro e periferia improntato al principio di pari dignità tra Stato e Regioni; se si ritiene che i processi decisionali possano essere a meccanismi di carattere ingegneristico prescindendo dal ruolo attivo delle comunità o peggio ancora agli algoritmi demenziali di una piattaforma digitale; in estrema sintesi, se si pensa di governare il territorio, prevenire e prevedere i rischi naturali, affrontare la ricostruzione assieme a tante altre cose che in questi anni abbiamo visto funzionare non al meglio direttamente dalle stanze di Palazzo Chigi, i risultati alla fine sono questi. Non c’è proprio di che stupirsi.

I buoni propositi e i tanti progetti faticosamente elaborati in anni di duro lavoro sull’asta del Tevere, su quella del Nera, del Paglia accanto ai numerosissimi dissesti che punteggiano le carte di Ispra in tutto il territorio regionale, per il momento, possono tranquillamente attendere.

*Architetto

Maestro di Foligno, il pianista Guidi: «Quella classe di bambini adulti che non è rimasta zitta»

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta del pianista folignate Giovanni Guidi sulla vicenda del maestro di Foligno che avrebbe costretto un alunno di colore a girarsi verso la finestra perché «brutto»

di Giovanni Guidi

Molte persone mi scrivono per sapere cosa accade a Foligno in questi giorni. Perché io sono di Foligno e perché mi conoscono come persona che si interessa molto alle cose che sono accadute e che hanno fatto tornare la mia città sotto i riflettori.

Non lo so se è vero che me ne interesso, ma quando nella vita ti trovi di fronte alle difficoltà e agli spettri devi ricorrere ai ricordi di un bambino. Quindi è vero, mi sto occupando molto di ciò che non ricordavo, ciò che ho rimosso e ciò che accadeva quando ero bambino.

Ero amico di Gabriele e del suo mondo. Non l’ho mai saputo se lui si sia interessato al mio. O se l’abbia riconosciuto.

Ma se volevamo una cosa, avevamo la stessa insistenza, ero cattivo come sanno essere cattivi i bambini e un’ora a settimana uscivo dalla classe durante l’ora di religione. Non avrei mai scelto di rimanere, ma neanche di uscire.

A volte aspettavo dopo la campanella, a volte sapevo tutto quello che gli altri imparavano molti anni dopo ed ero colto.

Per lo stesso motivo. Quando ti devi occupare di te, da adulto, devi scavare molto in fondo e trovare quella volta che non hai detto. Quella volta che hai taciuto. Quella volta che hai guardato altrove. Quella volta che hai sentito e hai finto di non capire. Quelle parole che non hai saputo dire.

A Foligno abbiamo una scuola meravigliosa, una scuola che si prende cura di menti raffinate e sottili. Una scuola dove i bambini hanno saputo dire che piangevano senza vergognarsi, dove una sorella aspetta un fratello, e scientificamente sa distinguere un tentativo maldestro da una consuetudine inadeguata.

A Foligno c’è una classe, che per se stessa esige il massimo dell’insegnamento e che si prende cura dell’essere classe. C’è una classe di bambini adulti. Questi bambini già conoscono la complessità delle relazioni. Relazioni tra fratello e sorella, tra figli e genitori, tra figli di tanti genitori, e tra figli di genitori che non sono nati a Foligno. Conoscono quale deve essere la relazione tra studente e insegnante.

A Foligno è accaduta una storia bella. C’è il dolore di due fratelli, che però non avranno un giorno quella cosa che non hanno detto. C’è lo sgomento di altri bambini, che non avranno mai però il senso di colpa dell’essere stati omertosi. C’è l’inesperienza e l’incompetenza di un uomo a cui è stato permesso di non andare oltre. E’ stato tutelato. Ci sono genitori che devono proteggere i loro figli, ma che hanno scoperto di essere in una comunità di genitori.

A Foligno ancora non si è soli. C’è la legge Italiana che è stata più forte del silenzio. Dei giorni che sono passati. Chi vuole restare uguale a se stesso, chi invece vuole ancora il silenzio, chi questa storia la vuole raccontare dal punto di vista dei bambini senza avere l’audacia dei bambini, chi non garantisce un insegnante che non ha saputo fare il suo lavoro, chi è stanco e i bambini non li sa neanche più seguire, per favore resti in silenzio, lasci i colori ai bambini e li lasci liberi di essere spregiudicati. Chi non è più bambino nell’anima e nelle azioni da così tanto tempo da non capirne le parole, si metta alla finestra da oggi. La apra e guardi la Bellezza di una città, che è non si mai voluta guardare veramente. Bella, Bellissima.

C’è la città che della saggezza dei bambini si fida. E’ stata una storia di vita, una storia di formazione, di formazione come i romanzi che dopo che li hai letti ti lasciano diverso.

L’insegnante bravo è quello che alcune volte dalla finestra, ti ci lascia sognare.

Treni, l’Umbria va avvicinata a Roma e Firenze ma serve uno sforzo congiunto

di Giuseppe Coco

L’Umbria e i treni non sono mai apparsi un matrimonio molto felice. Certamente negli ultimi anni dei miglioramenti ci sono stati. Faccio qualche esempio. Si è avuta l’opportunità di utilizzare convogli atti a percorrere le linee veloci: Perugia è servita dal 2018 da un ETR 500 che parte alle 5.13 per Milano e ritorna la sera. È stato attivato il servizio «Freccialink» – autobus più treno – per favorire la connessione tra Assisi-Perugia e i Frecciarossa per Bologna, Milano, Venezia, ecc.. Recentemente (luglio 2018) è stato siglato anche un nuovo contratto di servizio tra Regione Umbria e Trenitalia che prevede, cito: «investimenti per oltre 236 milioni di euro per il trasporto regionale per il rinnovo della flotta e ulteriore miglioramento delle performance di qualità a vantaggio dei pendolari».

I tempi Tutto Bene. Però, all’oggi i tempi di percorrenza da Perugia per Roma o da Terni per Firenze, giusto per fare due esempi, non sono proprio entusiasmanti. E per rendersene facilmente conto ognuno può fare la sua piccola simulazione di viaggio. Quella scelta da chi scrive è la seguente: se in un giorno lavorativo il signor Francesco, che vive a Perugia, e la signora Chiara, che vive a Terni, dovessero recarsi per un impegno rispettivamente a Roma e Firenze, entro le 15, su quali opzioni di viaggio potrebbero contare? Le tabelle 1 e 2 ci dicono le possibili alternative.

Serve velocizzare Francamente, con certe tempistiche, non è irragionevole pensare che ci sarebbe bisogno di una velocizzazione dei tempi di percorrenza in grado di “avvicinare” – sottolineo avvicinare – l’Umbria a Roma e Firenze. E non certamente per uno sfizio di chi scrive. La capitale d’Italia e quella toscana sono due città importantissime alle quali – utilitaristicamente parlando – converrebbe avvicinarcisi il più possibile mediante collegamenti veloci. Questo, fra l’altro, potrebbe favorire anche ricadute positive sullo sviluppo socio-economico e demografico di una regione che non manca di arrancare rispetto a certi indicatori importanti. In Umbria, con la crisi economica, il Pil procapite reale è passato dai 26.717 euro del 2008 ai 22.570 del 2017, segnando una erosione mensile da 2.226 a 1.881 euro. I dati demografici ci dicono che gli abitanti al 31 dicembre 2010 erano 906 mila, mentre sette anni dopo il dato si attesta a 884 mila. In pratica, sono scomparse circa 18.000 persone: come se una cittadina del calibro di Marsciano si fosse trasferita da qualche altra parte del mondo.

Pil e popolazione In una situazione di questo tipo non è molto consigliabile stare a guardarsi l’ombelico nella speranza che la felicità esca dal monte Subasio. Andrebbero pensate e realizzate determinate azioni e velocizzare il servizio ferroviario sarebbe una di queste. Inoltre, ciò potrebbe tornare molto utile anche per provare a erodere proprio a città come Roma e Firenze popolazione e attività economiche. Morale inferenziale. Mettendo sul piatto, oltre alla proverbiale qualità della vita che può offrire l’Umbria, collegamenti ferroviari decisamente più fast, si potrebbero ottenere risultati interessanti in chiave di aumento di Pil e popolazione. D’altronde, la storia recente dell’alta velocità del paese ci dovrebbe insegnare qualche cosa, ovviamente a patto di essere disposti a vederle queste cose.

Uno sforzo comune Il concetto di velocità degli spostamenti è vitale per qualsiasi regione che voglia avere un futuro economico, culturale e relazionale attivo. La contemporaneità ci impone di essere collegati agli altri, in modo veloce e con mezzi moderni. Da questo non si scappa e con questo bisogna fare i conti. Il rischio da evitare è rimanere un luogo raggiungibile a fatica e, quindi, marginale. Il pericolo da scongiurare è configurarsi come un sistema chiuso in se stesso. L’Umbria senza dubbio eredita un gap che arriva dal passato e che non si può superare con un semplice schiocco di dita. Inoltre è anche chiaro che la singola buona volontà di un solo ente, la Regione anziché il Comune di Perugia o quello di Terni, non può bastare. Sicuramente ci sarebbe bisogno di una convergenza di intenti tra tutti gli attori locali (pubblici e privati) e il governo del paese. Ma, prima ancora, ci sarebbe bisogno di essere consapevoli che il sommarsi di certe dinamiche economiche e demografiche, tutt’altro che positive, alla lunga possono mandare in default un territorio. Per Dietrich Bonhoeffer: «Se sei salito a bordo del treno sbagliato, non ti serve a molto correre lungo il corridoio nella direzione opposta».