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giovedì 22 ottobre - Aggiornato alle 13:57

Terni, Ferranti: «Durante il consiglio serve maggiore rispetto delle istituzioni»

di Francesco Ferranti *

Il consiglio comunale ha approvato una riorganizzazione societaria che riguarda il S.I.I. e le quote che di questa società consortile a capitale di maggioranza pubblica sono detenute da Asm. Il servizio idrico integrato nasce da una scelta politica ormai ventennale compiuta dall’allora maggioranza di centrosinistra e in questi venti anni non ha fornito un servizio sociale efficiente, né ha avuto un equilibrio finanziario e una capacità di autofinanziare le opere. Da questa criticità sono scaturiti disservizi per cittadini e imprese e un accumularsi di perdite finanziarie sia per i Comuni proprietari della maggioranza che per il socio operatore Asm. L’attuale maggioranza ha compiuto una scelta per risolvere un annoso problema e solo il tempo dirà se la scelta è corretta o meno. Di certo non affrontare il problema come hanno fatto le ultime giunte di centrosinistra a Terni ha comportato un costante aggravarsi della situazione. Questa scelta e’ avvenuta all’ interno di un consiglio comunale che ha registrato una prova di grande compattezza delle forze politiche di maggioranza e un’opposizione dura ma corretta della gran parte delle minoranze.

Mi spiace registrare in questa occasione come in verità il comportamento di una forza politica di minoranza che svolge un’opposizione caratterizzata dalla totale mancanza di rispetto delle norme sancite dal regolamento della principale assise cittadina. Il parlare urlando senza averne avuto autorizzazione, l’intervenire di continuo interrompendo i colleghi o il pretendere cose non sancite da nessuna legge o l’utilizzo di termini non consoni a una riunione istituzionale, dimostrano uno scarso rispetto delle istituzioni e delle regole democratiche, una mancanza di rispetto verso chi ha ricevuto il mandato di governare e chiarisce una mancanza di rispetto verso i cittadini stessi. Questi comportamenti sono dannosi per l’immagine dell’istituzione nel suo complesso e incomprensibili dal momento che al consigliere in questione sono stati accordati anche passaggi non obbligatori come l’approfondire e votare gli emendamenti presentati in consiglio anche in sede di commissione, scelta questa fatta su sua richiesta al fine di garantire al massimo il dibattito e il confronto democratico oltre che approfondire al massimo un tema rilevante come quello trattato martedì 13 ottobre.

  • Presidente del consiglio comunale Terni 

Confartigianato Terni, richiamo al Comune: «Con nuovo Dpcm serve esenzione Tosap per i locali»

Confartigianato Terni

Non vorremmo che tra l’evidente insostenibilità economica di una nuova chiusura generalizzata e le
preoccupazioni per i nuovi contagi il Governo avesse scelto una norma più di facciata che utile, ma
ingiustamente dannosa per bar, ristoranti e organizzatori di eventi.

Il nuovo DPCM infatti prevede per bar, ristoranti, gelaterie e pasticcerie il divieto di consumo sul posto in
piedi fin dalle 21, consentendo solo il consumo ai tavoli o la vendita per asporto e una riduzione non oltre le
24 dell’orario di apertura. Inoltre pone il limite del tutto arbitrario e ingiustificato di 30 partecipanti nelle
feste di matrimonio, battesimi, ecc., che penalizza fortemente organizzatori di eventi e ristoranti che
operano nel settore dei matrimoni e simili che dispongono invece di spazi ampi e particolarmente idonei.
In questo modo si mettono a rischio imprese già fortemente penalizzate dalla prima chiusura e che
nonostante questo hanno investito per adeguarsi ai protocolli sanitari.

E’ facile prevedere che tale normativa lungi dal ridurre i flussi di persone in particolare nel centro città,
dalle 21 in poi potrebbe determinare assembramenti incontrollati per le vie cittadine di persone che non
potranno accedere ai pubblici esercizi, con il rischio di favorire consumi di bevande tramite altre modalità e situazioni di fatto meno idonee sia ai fini sanitari che di ordine pubblico.

Senza contare che questa normativa arreca un ulteriore danno allo svolgimento delle attività di bar,
ristoranti, gelaterie, pasticcerie e organizzatori di eventi, che deve trovare forme di indennizzo, e costituisce un ulteriore motivo di demoralizzazione di una categoria, quella dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, tra le meno protette socialmente in Italia in generale e in particolare nel periodo della
pandemia. Non norme punitive per le imprese, ma aumento dello sforzo di collaborazione tra pubblico e privato e sensibilizzazione delle persone per comportamenti spontanei di maggiore responsabilità possono dare risultati concreti, per questo Confartigianato Terni rinnova un appello ai cittadini e ai gestori dei pubblici esercizi affinché continuino a dimostrare responsabilità nella stretta osservanza delle norme sanitarie vigenti e contribuiscano così a migliorare la situazione sanitaria ed evitare l’aggravamento della crisi economica del territorio.

Confartigianato Terni sottolinea che la disponibilità di posti a sedere all’esterno dell’esercizio diventa ancora più importante per le imprese con questa normativa e quindi rinnova la richiesta al Comune di Terni perché proceda senza ritardi a prorogare l’utilizzazione degli spazi esterni in esenzione TOSAP anche a Terni dal 31/10 al 31/12, come previsto dal “Decreto Agosto” e perché metta allo studio ulteriori agevolazioni e facilitazioni burocratiche per sostenere le imprese nuovamente colpite.

Vendita Ast, Magliocchetti: «L’Europa distorce il regime di concorrenza che dovrebbe tutelare»

di Augusto Magliocchetti*

«Può sembrare paradossale e perfino cinico trovare analogie sia di ordine temporale che contenutistico tra la risposta della Commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager e la notizia di fonte Thyssenkrupp relativa all’ Advisor che seguirà la vendita dell’Ast ma provo a condividere alcune riflessioni. La Thyssenkrupp continua a considerare le sue scelte come atti meramente privatistici per i quali la Commissione comunitaria non debba esercitare alcun potere di preventivo controllo quasi che l’autorizzazione al riacquisto nel 2014 non contenesse vincoli o definisse gli assetti produttivi e distributivi cui l’acquirente doveva sottostare.

Il peso dell’Europa La Vestager si limita a ‘non rispondere’ all’interrogazione parlamentare posta dalla on Rondinelli liquidando la richiedente con due sostanziali affermazioni: è a conoscenza della vendita di Ast solo da notizie di stampa (sic); valuterà il da farsi solo dopo che si conoscerà il nome del potenziale acquirente. Ma la Vestager omette di ricordare che, nel 2014, fu una precisa scelta comunitaria quella di ‘creare’ un quarto global player europeo (cito testualmente: ‘la presenza di un quarto player sul mercato ristabilisce un equilibrio potenzialmente leso dal processo di fusione’) a cui conferire sia la realtà produttiva di Terni ma anche un network commerciale e distributivo rappresentato allora da una pluralità di Centri di Servizio.

L’Antitrust Chiunque rilegga le decisioni COMP M/6471 del 2013 e COMP M/ 7134 del 2014 (che la Commissaria dovrebbe ben conoscere) si renderebbe conto che l’allora processo decisorio non fu dettato dalla necessità di ristrutturare la siderurgia europea degli acciai inossidabili con un taglio della sovra-capacità in modo da incrementare il tasso di utilizzazione degli impianti. La ratio di fondo fu, invece, la preoccupazione che dalla fusione prima e dalla operazione di riacquisto di Ast dopo, non derivassero alterazioni quantitative nel processo di downstream della offerta tali da creare presupposti di posizioni dominanti e lesioni dei comportamenti nel mercato competitivo della Ue.

La questione del quarto player Se così fu (e se la Commissione presume sia ancora così) allora il cuore della risposta avrebbe dovuto avere riguardo ad una legittima domanda: è ancora valido il vincolo della presenza di un quarto player europeo per la tutela della concorrenza nel mercato comunitario e, perciò, può la Thysenkrupp decidere di vendere solo il processo produttivo tenendosi ben stretta la rete commerciale e distributiva ivi compresi quei Centri di Servizio che la stessa Istituzione comunitaria aveva sottratti alla Outokumpu per assegnarli all’Ast in quanto prerequisito per la presenza di un attore competitivo? Non affrontando tale argomento la Commissaria alla concorrenza tralascia un secondo rilevante aspetto.

Thyssenkrupp-Ast In questi 5 anni Thyssenkrupp ha sottratto alla realtà di Terni ogni funzione relativa sia alla mill allocation che alla vendita e distribuzione dei prodotti inox così come una parte significativa dei canali di approvvigionamento delle materie prime allocando tali funzioni sulla propria società commerciale Thyssenkrupp Material Service che nel progetto della Merz non passerà (come l’Ast) alla Multi-Track. Dal che ne discende che per – nove- dodici mesi è concreto il rischio che il futuro competitor (Tk Material Service) continuerà ad operare sostanzialmente come prima con la concreta probabilità che la realtà Ternana possa venir depauperata sia dal punto di vista dell’accesso ai mercati che degli strumenti di supporto.

Tutele per Acciai Speciali Terni Da questo punto di vista, al fine della tutela di un’area commerciale competitiva ed aperta, quali strumenti ritiene la Commissione debbano essere resi disponibili alla realtà ‘non in continuità, qual è quella di Terni, affinché canali finanziari, flussi di approvvigionamento, garanzie e libertà di gestione possano rendere possibile la presenza di un quarto player e la continuità nella competizione e nella presenza nei mercati di sbocco? Questo comportamento ondivago e tutt’altro che trasparente non è neanche una novità se si guarda a cosa è avvento per la Vdm anch’essa, a suo tempo, sottratta alla fusione Inoxum-Outokumpu. Riacquistata dalla Thyssenkrupp insieme all’Ast è stata poi venduta (questa almeno nella sua totalità) al fondo Lindsay Goldberg Vogel che a sua volta lo ha rivenduto, nel Settembre 2019, alla spagnola Acerinox uno dei principali attori del mercato degli acciai alto-legati.

L’atteggiamento della commissione Ue Una ulteriore vicenda utile a dimostrare quanti danni possa fare una autorità comunitaria per effetto delle sue decisioni quando queste concorrono a distorcere il regime di concorrenza che invece le delibere dell’Antitrust si presume dovrebbero difendere. La Vdm (come l’Ast) non poteva essere venduta alla Outokumpu perché avrebbe posto quest’ultima in una posizione dominante nel mercato europeo degli acciai speciali. Dopo cinque anni nessuna perplessità viene accampata per la vendita alla Acerinox ponendo questa in una posizione di significativo vantaggio nel mercato europeo e mondiale e con ciò consentendogli che si configuri, concretamente, quella stessa situazione che cinque anni prima si considerava dirimente per negarne la cessione ai Finlandesi.

La speranza Se c’è un insegnamento che possiamo trarne da queste esperienze è l’importanza di guardare a Bruxelles più che nei nostri confini e che lo sforzo del Governo dovrebbe privilegiare più le interlocuzioni comunitarie che i tavoli dove piangersi addosso. Dobbiamo sperare che il Ministro Amendola e il Commissario Gentiloni riescano dove nel 2014 l’on Tajani, nonostante la buona volontà, fallì».

*Responsabile Siderurgia Federmanager Terni

Covid 19, Chiavacci: «No chiusure anticipate, ma promuovere socialità responsabile»

di Francesca Chiavacci*

Noi – i circoli, le case del popolo, i lavoratori, i soci, i volontari Arci – siamo preoccupati e preoccupate da alcune ipotesi che circolano in merito alle nuove norme anti contagio da Covid-19 che saranno oggetto di confronto tra governo e regioni per poi essere recepite nel nuovo Dpcm. In particolare, a preoccuparci, sono i provvedimenti normativi su movida, assembramenti e chiusure anticipate di locali pubblici che potrebbero colpire anche gli spazi di socialità Arci.

Siamo ben consapevoli che l’emergenza epidemiologica non sia terminata, come dimostrano i dati sui contagi da giorni in continua crescita, e siamo consapevoli che la salute è un bene primario. Siamo da sempre consapevoli della responsabilità che occorre per affrontare questo momento storico. Non a caso, all’indomani dell’approvazione delle ‘Linee guida per la riapertura’ siamo stati fra le prime organizzazioni nazionali a promuovere momenti formativi sulle misure di prevenzione del contagio, convinti che – dopo la fase di lockdown – sia necessario promuovere una socialità responsabile.

E però i dati di cui disponiamo sono chiarissimi: ci dicono che gli assembramenti in strada e sui mezzi di trasporto sono quelli meno controllati e più pericolosi. Maggior fonte di rischio. E che il 75% dei contagi avviene all’interno delle relazioni familiari. Al contrario i posti pubblici organizzati sembrano quelli più sicuri e controllati, a partire dalle sale cinematografiche, teatrali e dai luoghi di socialità. È questa la prima importante distinzione da fare se si vuole affrontare il problema senza generalizzazioni e semplificazioni.

Tutto ciò lo conferma una recente indagine dell’AGIS, Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, svolta su tutto il territorio nazionale. Su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento, nel periodo che va dal 15 giugno ad inizio ottobre, si registra un solo caso di contagio da Covid 19. Una percentuale irrilevante, che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri.

Se è così i luoghi di socialità andrebbero riaperti tutti nel rispetto dei protocolli per dare spazi sicuri di vita. È necessario oggi più che mai offrire spazi di cultura nel rispetto dei protocolli certi, che noi più di altri abbiamo sempre rispettato. E anche i locali come ristoranti e bar, mantenendo regole e distanze, andrebbero lasciati aperti più a lungo per togliere gente dalle strade.

È necessario insomma favorire ciò che può essere organizzato in sicurezza, come ha sempre fatto l’Arci, nel rispetto delle norme a tutela della salute dei singoli e della collettività.

È necessario puntare ad una socialità che si svolga in luoghi “chiusi” dove le forme di controllo e di individuazione delle catene di contatti sono sicuramente più facili da mettere in atto. Abbiamo visto che nelle scuole e nei luoghi di lavoro si può fare. Il rischio, altrimenti, è quello di far riversare chi vuole – e deve – trovare momenti di socialità e svago per strade e luoghi aperti dove tutto diventa “movida” indifferenziata. È possibile insomma avere una socialità responsabile anche mantenendo la distanza fisica.

Una socialità responsabile per rispondere alla crisi legata alla pandemia, che ha colpito duramente anche l’associazionismo culturale e di promozione sociale diffuso nel territorio e prezioso per la tenuta della coesione sociale del nostro paese, è quella che promuoviamo all’interno dei nostri circoli ARCI.

Per questo riteniamo che in questa fase, dove le attività ricreative e culturali sono già fortemente limitate dai protocolli di prevenzione, non si possa procedere con chiusure indiscriminate. Chiudere senza alternative, se non si è obbligati a stare a casa, può essere più pericoloso di una normalità organizzata per il momento particolare che stiamo attraversando. E avrebbe conseguenze drammatiche, non solo per l’Arci.

Siamo impegnati quotidianamente, non senza sacrifici, ad offrire occasioni di aggregazione nel rispetto delle regole, con senso di responsabilità. Vogliamo continuare a farlo e chiediamo con forza che con il prossimo decreto e le successive ordinanze regionali non vengano approvate norme di dubbia efficacia come la chiusura anticipata dei locali.

*Presidente nazionale Arci

Servizi educativi, l’Usb: «Dal Comune di Terni nessun investimento»

Unione sindacale di base Pubblico Impiego Comune di Terni

L’anno scolastico che si è appena avviato ha visto aggiungersi le difficoltà derivanti dalla pandemia alla preoccupazione che ha accompagnato gli ultimi anni, nei quali i Servizi Educativi Comunali hanno funzionato principalmente grazie alla professionalità e allo spirito di appartenenza del personale educativo, insegnante e ausiliario che vi opera.

Pur nella innegabile necessità di riaprire i S.E.C. col nuovo anno scolastico, dopo il lockdown, si è ripartiti facendo affidamento ancora una volta sul personale tutto, che si è rimboccato le maniche, non solo in senso virtuale, per riorganizzare le modalità di lavoro e modificare gli spazi e la destinazione d’uso, senza potersi affidare ad indicazioni e procedure, in condizioni di disorientamento e di incertezza. Nel corso dell’incontro richiesto da USB P.I. di Terni, svoltosi il 29 settembre u.s., con l’Assessore alla Scuola, il Dirigente, il Funzionario ed i tecnici della Direzione, abbiamo evidenziato le principali criticità dei servizi educativi comunali, che in parte esistevano già e a cui la pandemia ha dato maggiore rilievo, frutto, in estrema sintesi, dei tagli lineari sia sulla spesa del personale educativo/insegnante, sia sulla ristrutturazione e manutenzione, oltre che della progressiva esternalizzazione del personale ausiliario. Il calendario scolastico, che peraltro si persevera a redigere senza alcuna collaborazione e condivisione con il personale, è stato inviato quando già tutti erano rientrati in servizio nelle proprie sedi. Neanche la modulistica “standard” (es. persone delegate a riprendere i minori) è stata fornita, nonostante le reiterate richieste da parte del personale. Dei Protocolli di sicurezza per il contenimento del Covid-19 nei nidi e nelle scuole
dell’infanzia, che erano stati perfino sottoposti alle OO.SS. per le osservazioni già mesi fa, si sono perse le tracce e il personale, di fatto, ha ricevuto le indicazioni per la riapertura e le procedure da seguire, in forma orale, in maniera frammentaria, a volte contraddittoria e, inevitabilmente, incompleta.

La formazione specifica, peraltro obbligatoria e conditio sine qua non per la riapertura, non è stata fatta e rimandata a data da destinarsi, sostituendola con una semplice “informazione” verbale, senza fornire alcun materiale scritto a cui fare riferimento. I DPI sono stati forniti in maniera incompleta, solo per l’attività quotidiana, senza prevedere le necessità di dispositivi aggiuntivi specifici per la gestione di eventuali casi con sintomi riconducibili al Covid-19. Il personale ausiliario, che pure ha visto un incremento importante, è insufficiente, soprattutto in alcune fasce orarie, nelle quali si sovrappongono, per una sola unità, vari compiti da svolgere contemporaneamente (senza volere considerare possibili “emergenze”), relativi all’accoglienza, alla pulizia/sanificazione, ecc. In un momento delicato come quello che stiamo attraversando non è stata approntata una procedura per la sostituzione immediata del personale educativo/insegnante assente (per malattia o altro): non è dato sapere cosa accadrà nel caso si verifichi l’assenza di un’insegnante/educatrice del turno di apertura del servizio. Da non sottovalutare anche l’estrema carenza di personale supplente disponibile per tali sostituzioni: più volte USB ha sollecitato l’indizione di un nuovo bando e, nel frattempo, il ricorso alle MAD. Le linee-guida nazionali forniscono indicazioni precise di mantenere inalterato, rispetto al passato, il tempo di apertura dei servizi e il numero di posti disponibili, ma è evidente che ciò si può fare solo con un incremento del personale, che sarebbe stato anche abbastanza contenuto, visto il rapporto numerico massimo adulto/bambini stabilito dalla legge regionale umbra. Il 10 settembre è anche arrivata ai Comuni l’autorizzazione a derogare al tetto di spesa per le assunzioni a tempo determinato nelle scuole e nei servizi educativi, ma è una opportunità che l’Amministrazione Comunale non ha voluto prendere in considerazione, una scelta, dunque, che porta ad una contrazione significativa (da 7,45 ore di apertura a 5,40) dell’orario delle scuole dell’infanzia e ad una diminuzione, fino anche ad un 30% circa, dei posti a disposizione nei servizi educativi.

Questi i temi principali oggetto della discussione nell’incontro con l’Amministrazione Comunale, al termine del quale l’unica certezza è la scelta, politica, di non imprimere un’inversione di tendenza rispetto al passato riguardo ai S.E.C., non ci sono investimenti volti a potenziare servizi così importanti per la città. Le sole risorse economiche utilizzate sono state quelle regionali, connesse alla sperimentazione del polo 0-6, peraltro con forte ritardo, soprattutto per quanto attiene alla realizzazione, ancora lontana, dei lavori necessari sia all’interno delle strutture, per la ristrutturazione e l’adattamento alla cosiddetta didattica “a bolle”, sia all’esterno, per consentire un maggiore utilizzo, ludico e didattico, degli spazi all’aperto. In attesa dei lavori, del protocollo di sicurezza, della formazione specifica, della fornitura completa dei DPI e del vestiario, della redazione della procedura per la sostituzione immediata del personale educativo e insegnante assente, l’anno scolastico comunque si è avviato, grazie al forte senso di responsabilità del personale tutto, che ha fatto e continua a fare fronte ai limiti istituzionali sopra evidenziati, con l’entusiasmo di ripartire, di accogliere i bambini e le bambine nei luoghi educativi di sempre.

 

Treofan Terni, dall’acquisizione di Jindal a un futuro di prospettiva: la ricetta Femca Cisl

di Fabrizio Framarini*

«Quando ormai qualche anno fa Treofan fu assorbita dal colosso indiano Jindal la sensazione che non sarebbe stata un acquisizione tranquilla fu subito chiara. Ad accaparrarsi le attività italiane, oltre Terni il sito di Battipaglia, fu infatti uno dei più agguerriti concorrenti sul mercato e questo non fece e non fa tuttora dormire sonni tranquilli. La società veniva da un lungo periodo dove, sotto la proprietà disinteressata dell’ingegner De Benedetti, non si parlò mai di investimenti e gli ottimi risultati avuti furono merito solo delle professionalità dei lavoratori che hanno fatto e stanno facendo tuttora miracoli».

Il futuro della Treofan di Terni «Tra le molte preoccupazioni dovute al passaggio da De Benedetti a Jindal c’era però anche la consapevolezza che in fatto di capacità finanziarie il gruppo indiano aveva ed ha, nonostante la crisi in atto, una buona potenza di fuoco a disposizione. Oggi purtroppo il gruppo si sta confrontando con una crisi, in parte minima addebitabile al mercato e per la gran parte imputabile a scelte manageriali discutibili; di questa crisi il sito ternano ne sta soffrendo molto di più rispetto agli altri siti italiani ed europei. Probabilmente Jindal quando ha acquisito Treofan, in particolare il sito umbro, non era e forse ancora non è, a conoscenza delle potenzialità che il polo chimico può offrire in termini di prospettiva. Il presente non proprio esaltante non dovrebbe però far perdere di vista la prospettiva di medio e lungo periodo».

Il futuro green della chimica «Temi quali la nuova attenzione per l’ambiente, per la sostenibilità, il recupero e il riciclo sono e saranno sempre di più al centro dell’attenzione. I fondi che un attenta Europa sta destinando a questi temi ci dicono ancor più chiaramente che la prospettiva è quella ed è irreversibile. Se quindi la direzione è tracciata, il gruppo Jindal ha una grossa e unica opportunità in termini di progettualità: oltre a mantenere quello che c’è, avviare a Terni in Umbria un progetto in joint venture con altre aziende del sito chimico, per fare un prodotto innovativo compostabile/riciclabile rivolto al mercato degli imballaggi che oggi riguarderebbe una nicchia di mercato ma che domani rappresenterebbe il futuro».

Polo chimico di Terni «Il tempo di compiere questa scelta è questo, senza ripensamenti. Nei prossimi mesi poi anche lo sblocco e la cessione delle aree ex Basell diventerà finalmente operativo; quale migliore occasione per avviare un progetto di simile portata? E quale migliore occasione per la Regione Umbria di rappresentare al meglio, nel ruolo di promotrice territoriale, questa opportunità, confermando la propria disponibilità non solo in termini economici, di contribuire attivamente a creare questo discorso di prospettiva industriale? I treni passati e persi nel passato sono lì a dimostrare che i tentennamenti non servono. Se si ha in mente questa visione, si chiami l’azienda al tavolo e si ragioni. In termini di prospettiva si intende».

*Segretario generale Femca Cisl Umbria

Vendita Ast, Lucchetti: «Acciaieria di Terni tormentata, prospettive zero»

di Simone Lucchetti *

«Esprimo grande preoccupazione per la situazione e per le vicende che stanno attraversando il sito industriale ternano rispetto alla vendita e alle dinamiche che oggi stanno travagliando Acciai Speciali Terni. Oggi con grande rammarico non si vede una visione industriale che possa dare prospettiva di sviluppo ancor che il mantenimento di quello che conosciamo con le sue produzioni e gli assetti industriali condivisi.

L’acciaio A maggior ragione se si inquadra la situazione ternana in quella nazionale si evidenzia una completa disattenzione nei confronti di un settore strategico per il paese, come la siderurgia. Il governo nazionale deve immediatamente prendere in mano la situazione di tale settore e farci capire se ha veramente le idee chiare sulla strategicità e sulle implicazioni negative che il depauperamento dello stesso provocherebbe, inserito in una crisi che il Paese sta attraversando, senza precedenti, con conseguenze drammatiche. La vicenda di Taranto è altamente indicativa di quanto occorra competenza, impegno e determinazione per sintetizzare le complesse e delicate problematicità di qualsiasi processo siderurgico implichi.

L’industria Oggi viene messa in discussione un intero sistema industriale e di conseguenza un modello di sviluppo consolidato, senza avere le idee chiare sulla coniugazione di produzione siderurgica, ambiente e salute. Quando si sente parlare di acciaio green occorrerebbe capire bene le articolazioni del progetto, considerando che abbiamo sempre creduto, come organizzazioni sindacali, che gli investimenti su un ambiente compatibile con le produzione siderurgica possono e debbano coesistere. Non è assolutamente possibile pensare di mantenere e rilanciare la siderurgia italiana con gli slogan».

*Coordinatore Regionale UILM Umbria

Caso Suarez, Bove: «Basta a processi mediatici che rischiano di travolgere un’istituzione»

di Mauro Bove*

Scoppia sui giornali il caso Suarez e la notizia suscita immediatamente grande impressione e scalpore. Gli ingredienti per una storia attraente ci sono tutti: talentuoso giocatore “straniero” che potrebbe rafforzare le potenzialità di una squadra di calcio già molto vincente e per questo amata e detestata da tanti, alti e potenti dirigenti sportivi sempre sotto i riflettori dell’opinione pubblica, professori e rettori di Università, rappresentanti di mondi visti dai più con senso di timore reverenziale, ma anche di grande sospetto, come se essi evocassero esoterismi esclusivi e inquietanti. A oggi la magistratura sta facendo il suo lavoro e noi tutti ne aspettiamo gli esiti, con tranquillità e fiducia, convinti del fatto che la giustizia, e quindi la verità, comunque avrà lo spazio che merita e che auspichiamo. Ma questo lavoro ha bisogno del suo tempo e ovviamente della serenità di coloro che vi si dedicano. Nell’attesa sarebbe auspicabile mantenere toni pacati e attenersi a fatti certi al momento, senza ingenerare impressioni, apparenze, insomma fomentare teoremi, non avendo la pazienza di attendere l’opera degli addetti ai lavori.

TUTTO SUL CASO SUAREZ

No a narrazioni a tema È molto facile trasformare una vicenda, che certamente andrà chiarita nelle sedi competenti, in una narrazione a tema, con chiavi di lettura precostituite. È molto facile mettere in moto macchine del fango che possono travolgere vite e destini del tutto a prescindere dalla realtà delle cose. Realtà che magari si riesce a conoscere solo successivamente, quando, però, quelle vite e quei destini sono ormai irrimediabilmente distrutti. È molto facile dare spazio a sentimenti, paure, immaginazioni per creare apparenze lontane dal vero, per dare sfogo a sentimenti non nobili, in un incessante ritorno di quel manzoniano “dalli all’untore”, che non fa onore né a chi vi indulge né a chi lo fomenta. Da cittadino, da professore dell’Università (statale) degli studi di Perugia, io voglio conoscere la verità intorno a questa brutta storia. E so che la conoscerò quando i tempi saranno maturi. Ciò che non voglio è assistere a processi mediatici o addirittura alla creazione di storie fantastiche create dalla penna di narratori immaginifici, che, evocando spettri, finiscono per dare sfogo a distruttività inutili e dannosi. Travolgendo persone prima del giudizio, ma travolgendo anche istituzioni di cui abbiamo terribilmente bisogno, come punti di riferimento forti in un’epoca di angosce e timori.

*professore di Diritto processuale civile all’Università di Perugia

Caso Suarez: ora conosciamo lo ‘Ius soldi’. E il sindaco di Perugia cosa pensa?

di Sarah Bistocchi

Ci sono vicende tanto di carattere nazionale, che scuotono le coscienze di un Paese, quanto in seno a una città e a una comunità, in grado di condizionarne il presente ma anche il futuro, e di scuoterne qualcosa di più profondo: l’identità.

La vicenda che in queste ore coinvolge l’Università per Stranieri di Perugia, al centro delle intercettazioni per aver falsificato il test di italiano sostenuto da un giovane calciatore uruguaiano, necessario per prendere la cittadinanza, è destinata purtroppo ad essere tra quelle vicende che influenzeranno gli anni a venire della nostra città. Parto da quello che è sulla bocca e sotto gli occhi di tutti.

La vicenda getta un secchio di ipocrisia sulle speranze dei “nuovi italiani”. Che sono nati in Italia, cresciuti nelle scuole, nei quartieri italiani, ma che devono ancora girare con il permesso di soggiorno su cui c’è scritto il nome di un Paese in cui spesso non sono mai stati. 

A Suarez “che coniuga i verbi all’infinito”, a Suarez la cui esigenza è ottenere un esame in lingua per vedersi riconosciuta poi la cittadinanza italiana, questo test va fatto fare di corsa, e magari facendogli studiare le domande prima. Mentre agli italiani che sono figli di cittadini extracomunitari bisogna mettere davanti barriere e paletti di ogni tipo, il grande eterno ostacolo della nostra burocrazia, che poi diventa un altro modo per violare la legge.

Se questi ragazzi e ragazze avessero avuto diritto allo ius soli, legge che il centrodestra ha colpevolmente e orgogliosamente sabotato, non avrebbero dovuto attendere il 18º anno di età per vedersi riconosciuto un diritto che invece avrebbero potuto acquisire dalla nascita. Mentre davanti ad un giovane ricco e famoso calciatore, grazie alla sua fama, si può chiudere un occhio. Un nuovo diritto fatto su misura, un diritto ad personam in un Paese in cui allo stato di diritto si sostituisce la legge del più forte. Il nuovo ius soli si chiama “ius soldi”.

Poi, c’è una riflessione che spetta solo a noi, alla città di Perugia.

Università per Stranieri di Perugia, ambasciatrice d’Italia nel mondo: così si legge nel sito. Un claim impegnativo. Frutto di tanti anni di storia, di relazioni internazionali costruite e maturate nel tempo che costituirono una rete di contatti con tutto il mondo dell’antifascismo italiano durante la dittatura in sinergia con la Società Dante Alighieri. Un centro di cultura e di riferimento per la Perugia che usciva dalla guerra e dall’autoritarismo fascista con un ruolo fondamentale di Aldo Capitini. Una istituzione culturale che è il vero e autentico biglietto da visita in tutto il mondo di una comunità, di una città: Perugia.

Da tutto il mondo si veniva a Perugia per studiare la lingua e la cultura italiana. Si veniva qui perché Perugia e la sua Università erano l’Italia. Un Paese dove apprendere non solo la lingua ma uno stile linguistico, una metodologia esportata ovunque che ha generato testi e formato docenti. Non c’è Istituto italiano di cultura in ogni parte del mondo che non abbia nelle sue stanze il manifesto della Università per Stranieri di Perugia, che non ospiti corsi, seminari o attività ad essa collegate. Un patrimonio che nessuna campagna pubblicitaria può lontanamente eguagliare.

Oggi, apprendiamo dalla stampa che il fatto si è evidenziato nelle pieghe delle intercettazioni telefoniche, per la gestione dell’Ateneo, e su questo saranno altri soggetti, la magistratura, a dover far luce. Oggi, siamo davanti ad un fatto che coinvolge l’etica di una istituzione, il suo bene più prezioso, quello che andrebbe tutelato sempre come risorsa primaria: la sua reputazione, la sua autorevolezza scientifica. Oggi, facciamo i conti con il peso di un danno di immagine incalcolabile per la città di Perugia.

Comune di Perugia e Regione Umbria hanno dei loro rappresentanti nel Consiglio di amministrazione della Università per Stranieri: sarebbe importante, di fronte ad una comunità in parte scossa e in parte ferita, sapere la loro posizione, il loro mandato in seno a questo organo, che non si esaurisce con qualche frase di circostanza snocciolato dentro una nota stampa imbarazzata e sbrigativa. Mai come in questo caso gli interessi generali della città coincidono con quelli di una delle sue istituzioni più prestigiose nel panorama internazionale. Chissà che ne pensa davvero chi (non) governa la città.

Caso Suarez e cittadinanza, in Italia una corsa a ostacoli che può durare anche otto anni

di Francesco di Pietro, delegato regionale dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

L’attuale legge sulla cittadinanza (la 91 del 1992) si basa sulla distinzione ius sanguinis/ius soli. Distinzione risalente al ‘900 e inadeguata a rispondere alle nuove esigenze connesse al fenomeno migratorio. Tutti i tentativi degli ultimi anni volti a modificare la normativa non hanno mai avuto esito positivo. Anzi, più di recente, con la legge 132 del 2018 (che ha convertito in legge il cosiddetto Decreto sicurezza) l’accesso alla cittadinanza italiana è stato ristretto ancor di più. Il più grande problema che incontrano i migranti che hanno presentato la relativa domanda è la durata del procedimento amministrativo. La citata legge 132 ne ha raddoppiato enormemente i tempi che passano da due a quattro anni. È il procedimento amministrativo più lungo tra tutti quelli previsti nel nostro ordinamento giuridico. Si tratta, tra l’altro, di termini ordinatori e non perentori: con il precedente termine di due anni, di fatto l’iter durava in moltissimi casi anche quattro o cinque anni. Adesso, con il nuovo termine di quattro anni, la decisione potrebbe giungere anche dopo otto anni, lasciando così il richiedente nella totale indeterminatezza.

UNISTRA, IL CONTESTO TRA POLITICA E SINDACATO

I neomaggiorenni Tali lungaggini incidono negativamente anche sulle poche norme di favore per le seconde generazioni. Infatti, al momento del giuramento da cittadino italiano diventano automaticamente cittadini anche i figli minori conviventi. Ma se, a causa dei ritardi della Pubblica amministrazione, tali figli sono nel frattempo diventati maggiorenni in corso di procedimento, perderanno un’importante occasione per diventare subito cittadini. Saranno quindi costretti a presentare un’autonoma domanda, provando i requisiti e attendendo tanti anni per l’esito. Criticità si riscontrano anche per altra norma di interesse per i migranti G2: la possibilità di chiedere la cittadinanza italiana al compimento della maggior età per i neomaggiorenni nati in Italia. È l’unica norma improntata, sia pur in modo limitato, sullo ius soli. Vi è stato modesto intervento legislativo (l’articolo 33 del decreto legge 69 del 2013) a sostegno dei neomaggiorenni nati in Italia: il Comune di loro residenza ha l’onere di informarli di tale facoltà. Ma la criticità che essi incontrano nella maggior parte dei casi è l’assenza della continuità di iscrizione anagrafica sino al diciottesimo anno di età per ragioni connesse alla regolarità del soggiorno dei genitori.

IL RINCULO DEL CASO PISTOLERO

COME NASCE L’INCHIESTA

Gli ostacoli Tornando al tema del procedimento amministrativo, gli ostacoli iniziano ancor prima della presentazione della domanda. Infatti, per la concessione della cittadinanza per residenza decennale in Italia (che costituisce il motivo più diffuso di domanda), è necessario provare il possesso di un reddito degli ultimi tre anni precedenti alla presentazione dell’istanza pari a 8.263,31 euro (in caso di richiedente senza coniuge e figli; diversamente sono previste soglie maggiori). Spesso molti migranti, sia pure ben integrati da anni in Italia, sono impossibilitati a provare tale requisito a causa di situazioni di lavoro nero e sommerso. Inoltre, vi sono particolari difficoltà per le donne migranti prive di reddito proprio: esse potranno presentare domanda facendo riferimento ai redditi del coniuge. In tal modo la legge priva la donna della sua autodeterminazione: potrà diventare italiana solo se lo vuole il marito. Il problema del reddito è poi acuito dalle lungaggini del procedimento di cui si è detto. A volte il Ministero dell’Interno (competente per le domande di cittadinanza per residenza) richiede la prova della presenza di tale requisito anche successivamente alla presentazione della domanda. Si assiste, quindi, a rigetti della domanda per disoccupazione sopravvenuta in corso di procedimento.

Discrezionalità Questo in quanto la Pubblica amministrazione ha ampia discrezionalità nel valutare tutti i fatti che siano di ostacolo all’ottenimento della cittadinanza per residenza. Ne consegue che in alcuni casi sono state considerate ostative delle mere e risalenti denunce o segnalazioni per reati di scarso allarme sociale. In altri casi, sono state considerate ostative le condanne in capo al coniuge o al figlio del richiedente (a discapito del principio della personalità della responsabilità penale). Non è agevole neanche procurarsi la documentazione da allegare alla domanda presso i competenti uffici in Italia. La legge 132 del 2018 ha infatti stabilito in sei mesi il termine massimo per il rilascio da parte degli uffici comunali dei certificati necessari: normalmente questo tipo di documenti vengono rilasciati subito allo sportello al momento della richiesta. Maggiori difficoltà si incontrano spesso nel reperire la documentazione proveniente dall’estero: certificato di nascita e certificato penale. In alcuni casi, si tratta di documentazione inesistente nel paese d’origine. In altri casi, i dati riportati sono differenti da quelli presenti sui documenti italiani. E l’elenco potrebbe continuare.

La lingua Qualsiasi richiesta di cittadinanza per residenza presuppone l’iscrizione anagrafica continuata sul territorio italiano (di dieci anni per la maggior parte dei casi). Ne consegue che in caso di interruzioni, anche brevi, nella continuità anagrafica, non sarà presente il detto requisito: il migrante dovrà iniziare da capo il conteggio dei dieci anni. E il migrante, che solitamente si sposta sul territorio nazionale per ragioni lavorative (si va a vivere nel comune dove c’è il lavoro), può incorrere nella cancellazione anagrafica per irreperibilità (succede spesso nell’anno in cui avviene il censimento). Infine, la citata legge 132 del 2018 ha previsto che sia la domanda di cittadinanza per residenza che quella per matrimonio con cittadino italiano è subordinata al possesso di un’adeguata conoscenza della lingua italiana, non inferiore al livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue (con l’esclusione degli stranieri che abbiano sottoscritto l’accordo di integrazione e dei titolari di permesso di lungo periodo). Su tale requisito, che sta occupando le cronache di questi giorni, mi sia consentito di chiudere con una divagazione letteraria: la poesia «Il giudice democratico» di Bertolt Brecht.

A Los Angeles, dinanzi al giudice che esamina
chi s’impegna per diventare cittadino degli Stati Uniti d’America,
si presentò anche un taverniere italiano. Dopo una seria preparazione,
ma purtroppo impedito dal non conoscere la nuova lingua,
durante l’esame, alla domanda:
Che cosa dice l’Ottavo Emendamento?, rispose esitante: 1492.
Poiché la Legge prescrive al candidato la conoscenza della lingua nazionale,
fu respinto. Si ripresentò
dopo tre mesi di ulteriori studi,
ma sempre impedito dal non conoscere la nuova lingua.
Stavolta gli fu posta questa domanda:
Chi fu il Generale che vinse la Guerra Civile? Rispose: 1492.
(A voce alta e cordialmente). Fu di nuovo respinto;
Quando si presentò la terza volta, rispose
a una terza domanda: Per quanti anni dura in carica il Presidente? Rispose ancora: 1492.
Insomma il giudice, al quale quell’uomo stava simpatico,
dovette riconoscere che non ce la faceva a imparare la nuova lingua.
E allora s’informò su come quell’uomo viveva,
e lo seppe: lavorando duramente.
Quando si ripresentò la quarta volta, il giudice gli chiese:
Quando fu scoperta l’America?
Rispose esattamente: 1492,
e ottenne la cittadinanza.