venerdì 22 febbraio - Aggiornato alle 18:09

La storia della E45, dal progetto al sequestro: ecco perché recuperare è meglio che costruire Grandi opere

di Diego Zurli*

Si narra che, una sera, Walter Benjamin raccontò ad Eric Bloch: ”Un rabbino disse una volta: per istaurare il regno della pace, non è necessario distruggere tutto e dare inizio a un mondo completamente nuovo; basta spostare solo un pochino questa tazza o quell’arboscello o quella pietra e così tutte le cose. Ma questo pochino è così difficile da realizzare e la sua misura così difficile da trovare che, per quanto riguarda il mondo, gli uomini non ce la fanno ed è necessario che arrivi il messia”.

L’aura quasi mitologica che circonda uno dei più prestigiosi intellettuali del secolo scorso, rende sempre molto stimolanti le sue riflessioni e il suo racconto può essere simbolicamente preso a riferimento per sottolineare la necessità di affrontare con continuità, attraverso un insieme di politiche e di azioni coordinate fatte anche di interventi minimi e senza dover ricorrere a grandi e costosi progetti, la spinosa ed intricata questione della gestione della rete viaria nazionale. Ed allora, rileggendo questo illuminante aforisma, ho pensato quanto sia stato difficile da trovare “la misura” giusta per mettere un po’ d’ordine ad una vicenda – quella della SS E45 che alcuni dei meno giovani si ostinano ancora a chiamare E7 – la quale ha visto succedersi negli anni iniziative tra le più disparate. Solo che, questa volta “il Messia” si è presentato con l’insolita veste dell’Autorità Giudiziaria la quale, come la cronaca di questi giorni racconta, ha apposto implacabilmente i suoi sigilli determinando una situazione abbastanza complicata che confligge con le molteplici esigenze del territorio e delle sue comunità.

Per riepilogare a sommi capi la lunga vicenda, bisogna risalire addirittura agli anni cinquanta con la Convenzione di Ginevra sulle strade europee, ove fu previsto un collegamento tra Cesena e Roma chiamato appunto E7. Contrariamente a quanto accadrebbe oggi dove i conflitti si instaurano per bloccare le grandi opere pubbliche, a quel tempo scesero in campo le principali forze politiche accanto al mondo del lavoro per intravedere finalmente la prospettiva della sua effettiva realizzazione nella convinzione che quella infrastruttura avrebbe almeno in parte fatto uscire l’Umbria e gli altri territori attraversati dal loro tradizionale isolamento.

La costruzione della strada, che nel frattempo aveva assunto la denominazione di E45 dal nome dell’itinerario europeo di quasi 5.000 chilometri che si sviluppa dal confine tra Svezia e Finlandia fino alla Sicilia, passando per Danimarca, Germania e Austria, è avvenuta in tempi e in fasi diverse a partire dai primi anni sessanta fino alla metà degli ottanta. Gli standard costruttivi che ispirarono la realizzazione delle opere d’arte, della larghezza delle carreggiate, i raggi di curvatura, ecc. non erano certamente quelli utilizzati adesso e questo spiega alcune delle criticità che oggi ne rendono piuttosto difficile la gestione da parte di Anas. A ciò si deve aggiungere che la costruzione di talune parti – ad esempio i rilevati stradali – non fu probabilmente effettuata a perfetta regola d’arte e ciò ha determinato continue e crescenti esigenze di manutenzione del corpo stradale alle quali è molto difficile riuscire a far fronte.

Spostandoci in tempi a noi più prossimi, “il Messia” tanto sospirato, ad un certo punto, è sembrato materializzarsi nella figura di Vito Bonsignore – noto personaggio della prima repubblica ed esponente prima della Democrazia Cristiana e dopo di Forza Italia – il quale, risolto il contenzioso per l’affidamento in qualità di soggetto promotore con una cordata concorrente capeggiata dai Benetton, avanza una proposta di “project financing” che prevedeva il sostanziale rifacimento della intera Orte -Mestre adeguandone il tracciato e le opere d’arte nella parte già realizzata, e sostituendo ex novo l’attuale tracciato della Strada Statale 309 Romea.

L’idea in sé, a molti sembrò valida e fu infatti inizialmente ampiamente condivisa da tutte le amministrazioni interessate: l’intervento sul tratto umbro risultava infatti poco invasivo in quanto, salvo rari spostamenti di tracciato, veniva interamente realizzato in sede; inoltre permetteva di completare l’itinerario della Orte-Mestre sostituendo con una strada a quattro corsie l’attuale tracciato della SS 309 Romea, oggi praticamente impercorribile soprattutto nella stagione turistico-balneare e da ultimo – certo non per importanza – avrebbe finalmente permesso di affrontare la delicata situazione del cosiddetto “Nodo di Perugia”, almeno nella tratta Collestrada-Madonna del Piano.

Risolvere grazie alla iniziativa di un privato la gran parte dei problemi e delle criticità di questa grande opera sembrò in quel momento un buon affare ma, di li a poco, ci si rese conto che, dati di traffico alla mano che mostrano come la gran parte degli spostamenti sono interni alla regione, i costi della realizzazione si sarebbero in buona parte scaricati sui cittadini e sulle imprese umbre. Infatti, i primi interventi ad essere completati per la loro rapidità e facilità di esecuzione sarebbero stati proprio quelli del tratto umbro che, attraverso il pagamento di pedaggi non proprio economici, avrebbe reso possibile finanziare e realizzare la tratta mancante.

Scartata ogni ipotesi di escludere dal pedaggio il traffico locale ed esclusa la possibilità di introdurre varchi a pagamento solo per quello di attraversamento come richiesto dalle amministrazioni territoriali, il progetto, dopo essere stato approvato dal Cipe, ha perso progressivamente di interesse ed è rimasto temporaneamente confinato in una specie di terra di nessuno. C’è voluta l’intelligenza e il pragmatismo del Ministro Graziano Delrio – decisamente il migliore tra quelli che ho avuto l’occasione di conoscere – per ritrovare finalmente “la misura” accantonando il progetto e inserendo nel Contratto di Programma tra Mit e Anas un grande programma di manutenzione straordinaria e di messa in sicurezza dell’intero tracciato esistente per circa 1,6 miliardi di euro attualmente in via di esecuzione. Una soluzione razionale e ispirata da criteri di buon senso che, entro qualche anno, ci restituirà l’asse viario in condizioni di transitabilità più che accettabili.

Il resto è cronaca dei giorni nostri. E’ difficile capire se e come sarà possibile scrivere la parola fine – e soprattutto a quali costi – per un iniziativa nata sotto il segno nefasto della cosiddetta “Legge Obiettivo”; la stessa che ha determinato la situazione incresciosa che sono costrette a subire molte imprese coinvolte nella realizzazione del Progetto Quadrilatero le quali vantano importanti crediti non saldati nei confronti delle imprese affidatarie scelte, senza alcuna gara, dai General Contractor. Non è da escludere l’eventualità che un altro Messia possa prima o poi tirare fuori nuovamente dal cassetto il progetto per riproporlo, in tutto o in parte.

La vicenda presenta tuttavia alcune peculiarità che possono servire da insegnamento per il futuro. L’Italia è piena di progetti sospesi che si trascinano nel tempo dove, la mancanza di chiarezza nelle decisioni, conduce a situazioni paradossali che ad un certo punto esplodono in tutta la loro criticità: la vicenda della Torino – Lione o quella della Gronda di Genova resa improvvisamente attuale dal crollo del Ponte Morandi, sono solo alcuni esempi. Il Paese ha un grande bisogno di infrastrutture ma talvolta un robusto e sistematico programma di interventi a carattere manutentivo su ciò che già esiste – anche se non consente di tagliare nastri – può risultare premiante nel lungo periodo, anche sul piano della formazione del consenso, rispetto a grandi opere che probabilmente non vedranno mai la luce. Ciò che una persona concreta come Delrio ha subito compreso e messo in atto con il programma di messa in sicurezza e manutenzione della E45, si poteva fare anche prima.

La seconda, ha a che fare con il concetto di ridondanza. Nell’ingegneria, tale concetto presuppone l’esistenza di più mezzi per svolgere una determinata funzione, per far sì che un interruzione della funzionalità di un elemento del sistema possa essere compensata da un altro aumentandone l’affidabilità. Questo concetto è ormai applicato in molti campi quali ad esempio quello delle reti informatiche o dell’ingegneria strutturale in modo da assicurare la sicurezza globale di un’opera anche in caso di crisi da parte di un elemento resistente, per mezzo della ridistribuzione dei carichi. Un approccio analogo, andrebbe applicato anche alla rete della viabilità laddove quando un segmento della rete entra in crisi, un altro deve assicurarne in qualche modo la funzionalità. L’aver abbandonato il vecchio tracciato della SS 3bis Tiberina in un area dove non esistono alternative attribuendone la gestione ad un piccolo comune è stato un errore da correggere immediatamente. Ciò che Anas si accinge oggi finalmente a mettere in atto si poteva prevedere con largo anticipo così come, ricordando le enormi difficoltà incontrate nella gestione dell’emergenza sismica determinata dall’interruzione della Strada Statale 685 delle Tre Valli Umbre, si dovrebbe ragionare su come garantire la comunicazione in aree morfologicamente complesse connotate da rischi naturali.

Si tratta indubbiamente di un deciso cambio di mentalità che, occorre riconoscerlo, comincia finalmente ad affermarsi: in tale direzione, per fare solo qualche esempio, va la riacquisizione da parte di Anas della Strada Provinciale 169 di Pantano che rappresenta una valida alternativa di tracciato che allevia la congestione del nodo di Perugia per il traffico proveniente da nord o ancora il completamento della SS E78 in direzione ovest in fase di progettazione che consentirebbe un agevole collegamento trasversale tra i due mari grazie alla realizzazione delle due direttrici esistenti – la Perugia-Ancona e la Foligno-Civitanova – senza impegnare il nodo stesso.

Concludendo con le parole del racconto dal quale siamo partiti, “per istaurare il regno della pace, non è necessario distruggere tutto e dare inizio a un mondo completamente nuovo”. Concepire un nuovo paradigma nel modo di affrontare i bisogni delle comunità, senza demonizzare le grandi opere di cui il Paese ha assoluta necessità ma, al tempo stesso, mettendo in campo un metodo che ponga al centro delle politiche pubbliche il grande tema della manutenzione e del continuo miglioramento di ciò che già esiste, può senz’altro costituire una piccola ma significativa svolta nel modo di concepire l’azione amministrativa.

*Architetto

«Abruzzo chiama Perugia: per fermare la Lega serve una sinistra d’alternativa»

di Fabio Barcaioli*

L’analisi del flusso dei voti delle regionali abruzzesi, in particolare delle Province di Teramo e Pescara, svolto dall’Istituto Cattaneo, porta a fare delle considerazioni politiche alle quali si dovrà tener conto anche in vista delle comunali perugine e delle prossime regionali umbre. Elettoralmente è finita un’epoca politica, cioè quel periodo che si caratterizzava per l’emorragia di voti che, dai “vecchi” partiti, confluivano verso il M5S. Questo flusso unidirezionale sembra essersi arrestato. Rispetto alle politiche del 4 marzo 2018, in Abruzzo, i grillini perdono 184.719 voti, passando dal 39,8% del 2018 (303.006) al 19,7% del 2019 (118.287). È vero che, essendo per il Movimento le elezioni politiche un terreno di battaglia più congeniale rispetto alle amministrative, si poteva immaginare un ridimensionamento rispetto al voto del 4 marzo, ma che quasi 4 elettori su 10, in 11 mesi, non confermassero il voto al movimento, non può essere spiegato solamente dalla differente competizione elettorale.

C’è di più, c’è una disaffezione politica. Sembra quindi iniziata una nuova fase elettorale, che si caratterizzerà dalla fuoriuscita dei voti dal Movimento. Dall’analisi fatta dall’Istituto Cattaneo si evince che dei 303.006 voti presi dal M5S alle politiche 2018, solo il 33,5% ha confermato il suo voto alle Regionali 2019 (38% a Pescara, 29% a Teramo). Mentre i 184.719 elettori che non hanno confermato il loro voto ai grillini, si sono cosi suddivisi: poco più del 16% hanno votato centrosinistra (12% a Pescara, 20% a Teramo), il 28% centrodestra (22% Pescara, 34% Teramo) e il 22,5% (28% Pescara, 17% Teramo) non sono andati a votare. Anche la Lega ha un flusso di voti, tra le ultime due competizioni elettorali, degno di analisi. Fagocita quasi tutto il trasbordo di elettori che dal M5S va verso il centrodestra e guadagna 60 mila voti rispetto alle politiche, passando da 104.952 (13,8%) a 165.008 (27,5%). Diventa primo partito e poteva letteralmente sfondare se non fosse per un considerevole flusso in uscita (38% Pescara, 21% Teramo) e tutto verso il non voto. Cioè, in questo quadro politico, chi in passato ha votato Lega, come segno di protesta, o continua a
votare Lega o non vota.

Significativo notare come il flusso elettorale che dal M5S va verso l’astensione è inversamente proporzionale al flusso verso la Lega. Dove è minore la percentuale di persone che dal Movimento scelgono il non voto (Teramo 17%) è maggiore il passaggio alla Lega (Teramo 34%); dove è maggiore il non voto (Pescara 28%) e minore il voto alla Lega (Pescara 22%). Per quanto riguarda il quadro politico, alle regionali abruzzesi spicca la mancanza di una lista a sinistra del Pd. LeU, in coalizione, perde 3.000 voti, ma cresce in percentuale (dal 2,6% al 2,8%) grazie a una maggiore astensione. Le regionali abruzzesi ci danno degli ottimi spunti da poter guardare anche in ottica delle prossime amministrative perugine. In primo luogo si può notare come non esista più una consistente uscita di voti dal centrosinistra o dal centrodestra. I partiti, che fino a qualche anno fa erano i più grandi, come Forza Italia e Pd, continuano a perdere voti ma a scapito degli alleati, liste civiche (che portano poco o niente) o partiti, e nei confronti dell’astensione.
Astensione che è anche l’emorragia più consistente dei due partiti di protesta: Lega e Movimento 5 stelle. Infatti, il centrodestra a trazione Lega, per ottenere la maggioranza assoluta, sembra avere un unico grande ostacolo: la poca affezione del proprio corpo elettorale, che sfocia nel non voto.

Tale problema è ben mascherato da una Lega che attrae praticamente tutto il voto “liquido” in uscita dai 5 Stelle verso il centrodestra e anche quello in uscita dai propri alleati. A tale forza attrattiva fa da contraltare l’incapacità del centrosinistra di andare a intercettare voti in uscita dagli altri schieramenti. Cosa che vale sia per il Pd che per le liste di coalizione, siano esse di natura civica che di partito. Se trasferiamo l’analisi del voto abruzzese al contesto perugino, si evince che solamente una proposta alternativa, civica, autonoma e di sinistra, può fermare l’emorragia dei voti in uscita dal M5S in direzione Lega e da quest’ultimi all’astensionismo. Paradossalmente, una seria alternativa a sinistra, sembra essere anche l’unica possibilità, per il Pd perugino, di arrivare al ballottaggio e andarsi a contendere la poltrona di sindaco con un centrodestra a trazione leghista. Infatti dall’analisi dei flussi si evidenzia la mancanza di un movimento di sinistra e popolare capace di intercettare parte dei delusi dei 5 Stelle, ma anche capace di dare un’alternativa al non voto. Un movimento in grado di riappropriarsi dei temi storici della sinistra, ormai propagandisticamente utilizzati dal M5S.

Economia circolare, stop al consumo di suolo, ritorno alla gestione pubblica delle municipalizzate, mobilità sostenibile, ad esempio, sono alcuni temi “forti” da riproporre alle prossime elezioni comunali perugine. Tutte tematiche che, se sposate, ci costringerebbero a fare un’analisi profondamente critica sull’aministrazione susseguitesi negli ultimi 25 anni. Cosa che, come è ovvio, né il Pd né i suoi alleati, civici o di partito, hanno nessuna intenzione di fare.

*Segreteria Provinciale di Sinistra Italiana – “Perugia in Comune”

Corciano, il M5s alla maggioranza dem: «Sui tagli ai fondi bisogna ristabilire la verità dei fatti»

di Chiara Fioroni*

Con il comunicato stampa del capogruppo Pd in consiglio comunale di Corciano, nonché segretario comunale dello stesso partito, nel quale il M5s di Corciano viene accusato di non aver scelto di stare con il proprio territorio e i cittadini di Corciano e viene richiamato a un maggior senso di responsabilità, per non aver votato, nel Consiglio comunale del 28 gennaio, a favore di un ordine del giorno presentato dalla maggioranza del Pd in merito al Fondo di ristoro Imu-Tasi, al Fondo crediti dubbia esigibilità e al Fondo di solidarietà, in relazione ai quali, secondo la maggioranza pd mancherebbero all’appello del bilancio del Comune dai 520 ai 570 mila euro, è doveroso, al fine di ripristinare la verità dei fatti e fare chiarezza in merito, precisare la motivazione con cui il M5s di Corciano non ha votato a favore di tale ordine del giorno. Il M5s di Corciano ha infatti dato atto in Consiglio comunale di non votare a favore, in quanto, in primo luogo con il decreto semplificazioni (dl 135/2018 che sarà convertito in legge entro il 12 febbraio) il Fondo di ristoro Imu-Tasi per il 2019 viene ripristinato a complessivi 300 milioni di euro (la stessa cifra del 2018), in linea con le richieste dei Comuni avanzate da Anci. Tant’è che lo stesso presidente Anci Decaro in un comunicato stampa del 18 gennaio ringraziava il sottosegretario M5s Laura Castelli «per l’impegno profuso nel centrare questo obiettivo». Pertanto non è il M5s di Corciano a chiedere di ringraziare il Governo ma il presidente Decaro ad aver ringraziato il sottosegretario Castelli.

In secondo luogo in quanto l’articolo 11-bis del dl semplificazioni al comma 16 ha previsto l’abrogazione del comma 895 della manovra finanziaria che imponeva di dover certificare l’utilizzo del fondo alla voce «contributo investimenti» nella banca dati delle amministrazioni pubbliche. I 300 milioni dunque, che sicuramente potranno essere utilizzati per la manutenzione di strade, scuole e altre strutture di proprietà comunale, potranno a quanto pare essere impiegati anche per spesa corrente. Quanto al fondo crediti dubbia esigibilità, questo si basa sul principio per cui nel bilancio degli enti locali sono accertate per intero anche le entrate di dubbia e difficile esazione, per le quali non è certa la riscossione integrale, quali le sanzioni amministrative al codice della strada e i proventi derivanti dalla lotta all’evasione. A fronte di tale accertamento in entrata, nella voce di spesa viene inserito il Fondo crediti di dubbia esigibilità (Fcde). L’ente locale è libero di individuare quali siano le entrate di dubbia esigibilità, in relazione alle quali quantificare il fondo, distinguendole da quelle certe. Il calcolo del Fcde deve essere effettuato considerando la media delle riscossioni con riferimento al quinquennio precedente. La normativa, tuttavia, riconosce la possibilità di non accantonare integralmente nel fondo l’intero importo determinato con la media quinquennale, ma una percentuale dello stesso. Tale percentuale è stata per il 2017 pari al 70%, per il 2018 pari al 75% ed era fissata per il 2019 dalla legge di bilancio 2018 all’85%. La manovra finanziaria 2019 ha invece già ridotto la prevista percentuale dall’85% all’80%.

Conseguentemente, pur condividendo che gli Enti locali e in particolar modo i Comuni dal 2011 a oggi hanno pagato il prezzo più alto della spending review in termini di riduzione dei trasferimenti dallo stato centrale, i conti fatti dalla maggioranza rispetto al presunto taglio operato dalla manovra finanziaria 2019 al bilancio del Comune di Corciano non ci trovano, per le motivazione dette e spiegate in Consiglio, d’accordo. Oltre a voler ricordare che il dl Milleproroghe ha previsto lo sblocco dell’avanzo di amministrazione per i Comuni virtuosi, ciò comporta 1 miliardo di maggiori fondi dal 2018 al 2021 e autorizza i Comuni virtuosi a spendere soldi che erano stati bloccati dal Patto di stabilità interno. La solidità dei bilanci comunali si tradurrà in salvaguardia degli interessi dei cittadini, che avranno maggiore tutela nel controllo della spesa pubblica e quindi nel contenimento delle tasse.

D’altro canto, riflettendo sul fatto che il presunto taglio su cui insiste la maggioranza, rappresenterebbe, rispetto a un bilancio comunale complessivo che si avvicina ai 40 milioni (di euro di cui 20 milioni circa di parte corrente) neanche l’1%, con lo stesso senso di responsabilità cui si appella la maggioranza, in uno spirito di assoluta collaborazione invitiamo tutti i componenti della commissione consiliare bilancio a voler verificare nei prossimi mesi insieme a noi la solidità e le eventuali criticità del bilancio comunale di Corciano. Né vorremmo, ricordando l’antico proverbio che dice il lupo perde il pelo ma non il vizio, pensare che questo insistere sui presunti tagli operati dalla manovra finanziaria 2019 possa servire a giustificare prossimi aumenti della pressione fiscale delle tasse locali da parte dell’Amministrazione comunale, rispetto eventualmente ai quali nel merito e nelle motivazioni andremo a vigilare.

*Capogruppo M5S Corciano

Valnestore, i sindaci di Piegaro e Panicale: «Enel e governo lavorino per la transizione»

di Giulio Cherubini e Roberto Ferricelli*

Per quanto riguarda il processo di riqualificazione dell’area di Pietrafitta i sindaci di Piegaro e Panicale invitano il Governo e Enel a fare ora ciascuno la propria parte. Dopo l’ultimo incontro di pochi giorni fa, il dato di gran lunga più rilevante è ora infatti rappresentato dall’impegno della Regione Umbria per riconoscere il territorio della Valnestore come area di crisi non complessa. Ciò significa la certificazione di importanti risorse economiche per la transizione delle aree dismesse in nuove attività d’impresa, proprio nel momento in cui i comuni stanno supportando i progetti presentati da vari imprenditori del territorio. Un passaggio, quello dell’area di crisi non complessa, fortemente sostenuto, da anni, dalle due amministrazioni locali, e che ora sta per vedere finalmente il riconoscimento grazie al lavoro svolto, per la Regione, dal vicepresidente e assessore allo sviluppo economico Fabio Paparelli.

La Valnestore e il museo Nel frattempo, in questi ultimi quattro anni, le due amministrazioni locali sono riuscite a mettere in sicurezza una difficile situazione finanziaria della partecipata Valnestore Sviluppo, trovata con un debito molto significativo. La messa in liquidazione volontaria, inspiegabilmente osteggiata dalle opposizioni locali, ha consentito di pagare le spettanze dei fornitori locali, la rendicontazione di finanziamenti europei e il pagamento, a saldo e stralcio, di debiti che gravavano sul Museo Paleontologico per oltre ottocentomila euro. Ora il sito del Museo è libero da pesi e gravami e, grazie al provvedimento di acquisto del Ministero per beni culturali ottenuto nel dicembre 2017 con il precedente governo, i comuni sono pronti a dare il via al trasferimento dell’importante attrattore culturale e al suo inserimento nella rete museale intercomunale, che vedrà a breve l’allargamento ad altri comuni oltre a quelli del Trasimeno Sud.

Dossier ambientale Anche l’altra partecipata, ConsenergiaGreen, proprietaria del solo parco fotovoltaico, nel 2014 si trovava con un bilancio in perdita. Oggi invece produce utili importanti e questo consentirà, il mese prossimo, la pubblicazione dei primi bandi per il sostegno alle iniziative d’impresa locale. Il lavoro costante delle istituzioni locali, e il recente risultato ottenuto con l’impegno della Regione, inducono i sindaci di Piegaro e Panicale a chiedere ora una attenzione doverosa del Governo, soprattutto sul versante ambientale, per la definizione di quella transizione a una nuova realtà, innovativa e fruibile, con potenzialità occupazionali importanti, per il sito di Pietrafitta. Lo stesso deve valere per Enel. I comuni hanno apprezzato che finalmente ci sia stata l’apertura per la procedura di vendita dei siti dismessi, che servirà all’insediamento dei progetti d’impresa che si aggiudicheranno la procedura selettiva pubblica.

Il protocollo Ma questo non può essere sufficiente, se si considera il ruolo e le interconnessioni ambientali che hanno qualificato il lungo rapporto tra Enel e la Valnestore. Per una sottoscrizione comune del protocollo attuativo servono sforzi ulteriori per la riqualificazione delle aree a valenza paesaggistica e turistico-ricreativa e un maggior coinvolgimento nel sostegno a tutti i progetti che vorranno partecipare alla procedura di evidenza pubblica che Enel si è impegnata a sottoscrivere nelle prossime due settimane. E in tal senso serve fissare paletti ben precisi sulle finalità d’impresa che si potranno insediare, con gli accenti sull’innovazione tecnologica, sull’economia circolare, sul recupero di suolo disponibile.

*Sindaci di Panicale e Piegaro

«Con la manovra del governo a Corciano mezzo milione di euro in meno»

di Franco Baldelli*

Con la manovra del Governo al Comune di Corciano mancheranno tra i 520.000 e i 570.000 euro. Il Movimento 5 Stelle ha votato contro il nostro ordine del giorno: non ha scelto di stare con il territorio e i cittadini corcianesi.

Ridondante…. con questa parola il Movimento 5 Stelle ha motivato il voto contrario all’ordine del giorno con il quale chiedevamo a sindaco e giunta comunale: 1) di verificare insieme ad Anci che il Fondo Imu Tasi venisse ripristinato nella sua interezza e per la parte corrente (vale a dire che potesse essere speso, come e’ stato fino ad ora, per finanziare servizi). 2) a sostenere le legittime richieste Anci relative al Fondo Crediti Dubbia Esigibilità e al Fondo di Solidarietà.

Secondo i cinque stelle non c’era affatto bisogno di votarlo perché la sottosegretario Castelli aveva promesso di soddisfare le richieste Anci, e che quindi il Governo andava ringraziato. Stando agli sviluppi, invece, l’ordine del giorno è ancora più importante. Pare, infatti, che il Fondo Imu Tasi verrà si ripristinato, ma non per finanziare la spesa corrente, aspetto per cui era stato introdotto. Ed allora traduciamo con qualche numero quanto pesa sul bilancio del nostro Comune la manovra governativa: mancato ripristino integrale del Fondo Imu Tasi per la parte corrente: euro 240.000; mancata riduzione della percentuale di accantonamento al Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità: euro 100/150.000; mancato ripristino del Fondo di Solidarietà Comunale: euro 183.000. In sintesi, perché i numeri appaiono drammatici nella loro evidenza, al territorio ed ai servizi del Comune di Corciano mancheranno tra i 520.000 ed i 570.000 euro.

Ed in questo momento difficilissimo l’unica forza politica che ha scelto, anzi non ha scelto di stare in primis con il suo territorio ed i cittadini di Corciano e’ purtroppo stato il Movimento 5 Stelle. Confidiamo per il futuro in un maggior senso di responsabilità e capacità di distinguere tra livello nazionale e livello locale, tra interessi più o meno reali della politica ed esigenze reali, pratiche e concrete dei cittadini. Noi lo abbiamo sempre fatto, anche quando c’era da opporsi a scelte sbagliate di Governi a noi politicamente più affini. Lo abbiamo fatto per Corciano.

*Capogruppo Pd Corciano

Agriturismi, Cia: «Finalmente regole che favoriscono i prodotti locali e costruisce ‘rete’»

Riceviamo e pubblichiamo la nota della Confederazione italiana agricoltura a commento del nuovo regolamento regionale sugli agriturismi

di Matteo Bartolini*

I prodotti del territorio indiscussi protagonisti, insieme alle bellezze paesaggistiche, per chi sceglie l’Umbria. È il punto centrale del nuovo regolamento regionale per gli agriturismi che arriva oggi dopo un’attesa di circa 4 anni. Dopo questi anni di incertezze oggi abbiamo finalmente il nuovo regolamento che disciplina il comparto degli agriturismi in Umbria. Una legge in cui rientrano le fattorie sociali, quelle didattiche e le attività ricettive, e che arriva appena in tempo per dare nuovo impulso al comparto, dopo la difficile ripresa post terremoto. Un regolamento che integra bene territorio e agricoltura, e considera il soggiorno in un agriturismo della nostra regione un’esperienza completa da offrire al turista-cliente, assegnando ai titolari delle strutture il ruolo di ambasciatori di ciò che mi piace definire ‘agri-cultura’.

MEDIALAB: I NUMERI DEGLI AGRITURISMI UMBRI

I punti di forza Si introduce, in modo chiaro, l’obbligo per chi fa ristorazione di servire esclusivamente prodotti locali, preparati da aziende agricole regionali che devono essere “espressione e valorizzazione delle produzioni agricole aziendali, del territorio regionale, delle tradizioni enogastronomiche tipiche locali e della cultura alimentare dell’Umbria”, come scritto nel nuovo regolamento. E più chiaramente, la nuova regolamentazione introduce “il divieto di proporre prodotti tipici e bevande di altre regioni o di Stati esteri salvo quelli legati agli usi locali ove presenti, ovvero nei territori di confine, se tipici di comuni extra regionali confinanti”.

Non solo, la degustazione dei prodotti agroalimentari in azienda può riguardare non esclusivamente il cibo direttamente prodotto dall’agriturismo, ma anche l’assaggio delle prelibatezze di altre imprese agricole regionali, nell’ottica di un nuova alleanza che punti ad incrementare gli introiti e a dare la giusta visibilità alle vere tipicità regionali: si pensi all’olio, alla fagiolina del lago, alle lenticchie, al tartufo.

Rientrano, da oggi, nella categoria di strutture ricettive anche quelle aziende che non offrono il pernottamento ma solamente la degustazione di alimenti tipicamente regionali da loro coltivati e/o trasformati, espressione della ricchezza e della biodiversità dell’Umbria. Una scelta giusta che, secondo Cia Umbra, riconosce a quei piccoli produttori il ruolo di promotori di un’importante azione di recupero di alcuni territori marginali. Troppo spesso si parla di ‘rete’ senza centrare l’obiettivo: in questo caso la strada è quella giusta.

Su tutte queste novità, la Cia Umbria è soddisfatta del lavoro svolto dalla Regione in quanto ha dato uniformità e chiarezza a livello regionale su tutti gli adempimenti burocratici da seguire, oltre a facilitare la creazione di una rete imprenditoriale interprofessionale, a livello turistico, che intercetta al meglio le esigenze di una nuova tipologia di turista/cliente, non più solo il turista italiano mordi e fuggi, ma anche lo straniero che decide di fermarsi in Umbria per un mese e godere, a 360 gradi, di ciò che la nostra terra può e deve offrire.

Unico neo ‘agrocatering’ Unico neo del nuovo regolamento è, per Cia Umbra, la mancata introduzione di ciò che avevamo definito “agrocatering”, vale a dire la possibilità per gli agriturismi che non fanno ristorazione di poter avviare delle collaborazioni per l’organizzazione di un evento – compleanno, festa di laurea, matrimonio, cena aziendale o altro – senza rivolgersi esclusivamente alle aziende di catering , ma coinvolgendo invece quei produttori di eccellenza locali dotati di idonea attrezzatura per la preparazione e la cucina del cibo. Di fatto, la nostra proposta ha incontrato i dubbi di altri settori. Ma una soluzione che non scontenti nessuno ci sarebbe: fare in modo che l’azienda di catering si rifornisca dei prodotti tipici delle aziende regionali. Un passo ulteriore per creare alleanze. Ci auguriamo che ci sia presto la possibilità di trovare dei luoghi di incontro per discutere insieme della proposta.

*Presidente Cia Umbria

In Umbria meno laureati rispetto alla media europea: come affrontare le sfide della contemporaneità?

di Mauro Casavecchia

Se camminate per le strade di una qualunque città europea, la probabilità di imbattervi in un giovane laureato del posto è quasi doppia rispetto a quanto potrebbe capitarvi qui dalle nostre parti. Un’evidenza, questa, che di certo non costituisce il miglior punto di partenza per le nostre prospettive di progresso economico e sociale. Come si spiega questa rarefazione? Innanzitutto, da noi le giovani generazioni sono meno presenti che altrove. L’Italia registra la più bassa incidenza di giovani sul totale della popolazione di tutta Europa. Il peso crescente della componente anziana sulla struttura demografica, legato all’allungamento della sopravvivenza e al persistente calo della natalità, ha ormai collocato il nostro Paese tra i più vecchi al mondo, con un indice di vecchiaia (vale a dire il numero di persone con 65 anni e oltre ogni 100 giovani) pari a 169. In Umbria il fenomeno si presenta già oggi in misura più accentuata e sembra destinato ad acuirsi ulteriormente negli scenari demografici futuri: l’indice di vecchiaia, attualmente pari a 199, con l’ingresso delle generazioni dei baby boomers nell’età anziana salirà fino a 251 tra dieci anni e addirittura a 300 tra venti anni, quando un umbro su tre avrà 65 anni e oltre.

L’Umbria e i laureati La popolazione giovane è notevolmente diminuita negli ultimi venti anni: se nel 1998 erano presenti nella regione quasi 190 mila giovani tra i 18 e i 34 anni (un umbro su quattro), oggi, pur a fronte di un aumento complessivo di circa 67 mila residenti, in questa fascia di età troviamo meno di 150 mila individui (un umbro su sei). Ad aggravare il quadro, i nostri giovani sono anche relativamente meno istruiti dei loro coetanei europei. A dire il vero, il ritardo italiano nei livelli di istruzione non riguarda solo la componente più giovane: tra i 25-64enni si riscontra solo il 18,7% di laureati, una delle quote più basse non solo in Europa ma tra tutti i paesi sviluppati, anche se l’Umbria, con il suo 21,2%, si contraddistingue positivamente e primeggia tra le regioni italiane. Prima di trarre eccessivi compiacimenti per questa buona posizione relativa, occorre tuttavia ricordare che, come recentemente certificato da Eurostat, alla fine dello scorso anno l’Unione europea ha raggiunto anticipatamente l’obiettivo che si era data di avere almeno il 40% di laureati tra i giovani fino a 34 anni entro il 2020.

Capitale umano A questo importante risultato, però, l’Italia non ha dato un contribuito molto consistente: negli ultimi anni la percentuale dei giovani laureati è cresciuta anche da noi, è vero, ma con ritmi molto più lenti. Tant’è che, oggi, la quota di 26,9 laureati su 100 giovani pone l’Italia al penultimo posto della graduatoria europea, superata in peggio solo dalla Romania. Insomma, non solo intorno a noi contiamo sempre meno giovani ma, tra di essi, la diffusione di elevati livelli di qualificazione stenta a tenere il passo dei paesi più avanzati. La somma di queste due debolezze fa sì che oggi i giovani laureati rappresentino una risorsa davvero scarsa, con un peso sulla popolazione complessiva inferiore di oltre il 40% rispetto alla media europea. Un dato di fatto che pone pressanti interrogativi, per il presente ma soprattutto in prospettiva, sulla effettiva possibilità di affrontare con successo le sfide della contemporaneità e in particolare quei processi di sviluppo percorribili solo facendo leva su una estesa disponibilità di capitale umano.

Io, Leo e quei chilometri corsi insieme: «Intitoliamogli il Percorso Verde di Perugia»

di Ivano Porfiri

Erano caldi giorni di agosto del 2016. Io stavo preparando da solo la mia prima (e finora unica) maratona. Correvo la mattina presto. La prima volta facevo un “lungo” di 28 chilometri che, per me, significava girare per tre ore come un ‘criceto’ cercando stille di energia. A un certo punto, dietro una curva spuntò Leo. Lo chiamai, mi si avvicinò subito. Iniziammo a correre insieme, lui – anche se al quarto anno di convivenza con un tumore maligno – aveva un passo molto migliore del mio. Aveva l’esperienza di un plurimaratoneta e si era rimesso in pista perché aveva davanti a sé il sogno di una vita: correre, il novembre successivo, la sua prima maratona di New York.

CORDOGLIO DA TUTTA L’UMBRIA

Gli dissi: «Grazie Leo, ma tu va al tuo passo». Lui non ci pensò neppure: «Ne devi fare 28? Facciamone una decina insieme». Corremmo, parlammo molto, sudammo fianco a fianco. Mi riempì di consigli che solo in parte sono stato capace di mettere in pratica. Mi restarono impresse alcune sue frasi: «Corro la mattina perché da queste piante esce ossigeno, senti che bel fresco?». Già, quelle piante lui le conosceva una per una. È proprio lì, su quei viali sterrati, su e giù, che si era innamorato della corsa. I primi allenamenti, le gioie, le fatiche, i dolori. Mi raccontò col suo candore, capace di cancellare ogni nota si autocommiserazione, di quando iniziò a sentire la fatica, in quell’estate del 2012. Preparava la maratona di New York, gli diagnosticarono il cancro.

VIDEO: LA SUA CAPOSALA LO RICORDA

Il secondo incontro, qualche giorno dopo, stesso copione. Alcuni chilometri insieme, poi si è dovuto fermare per un bisogno fisiologico. Quel giorno era un po’ amareggiato. Qualcuno sui social lo aveva accusato di essersi inventato tutto per farsi pubblicità, di non avere veramente il cancro. Per un cuore limpido come quello di Leo, che viveva di empatia, era la peggiore delle coltellate. Aveva reso pubblici gli esami clinici, messo in parallelo le sue foto durante la prima chemio e quelle recenti. Gli dissi di non badare agli stupidi, di ascoltare le migliaia di persone che gli volevano bene. Ci corse su, come fanno i runner, lasciandoseli tutti alle spalle.

Il suo spirito, il suo messaggio di ottimismo e di lotta, i suoi innumerevoli gesti benefici li conoscono tutti. Ne è diventato simbolo vivente. Ma quei momenti intimi, quelle parole di chi sa mettersi sempre sul piano del suo interlocutore, le porterò sempre nel cuore. Come me, tanti. E le centinaia di messaggi arrivati in queste ore in redazione o sui social ne sono testimonianza. Tanti chiedono che la città debba trovare un modo per imprimerlo nella sua memoria, come fece con Renato Curi. Un nostro lettore, Pierluca Proietti, appena saputa la triste notizia della sua morte ha scritto: «Mi permetto molto sommessamente di proporre una cosa: il Percorso Verde di Perugia dovrebbe essergli intitolato». Forse lo conosceva bene, forse no, ma la facciamo nostra. Io credo che sarebbe, per lui, l’omaggio più bello. Il sindaco Andrea Romizi ha manifestato, a caldo, «la volontà di intitolare nel più breve tempo possibile alla memoria di Leonardo una strada, una via, una piazza o comunque un luogo simbolo di Perugia». Gli lanciamo questa idea, di certo una tra tante. Perché chiunque vada lì – lento o veloce, di corsa o camminando col proprio bambino – conosca la storia di un perugino che non si è arreso davanti a niente e che lì si è allenato per vincere la gara più difficile: quella di diventare uomo.

Adhd, appello dell’Aifa ai consiglieri regionali umbri: «Approvate la legge»

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento della presidente dell’Aifa sulla proposta di legge di Leonelli e Casciari (Pd) che arriverà presto al voto in consiglio regionale, oggetto delle polemiche dei giorni scorsi

di Patrizia Stacconi*

L’iter di approvazione della proposta legge sull’ADHD nella regione Umbria ha subito in questi giorni una incomprensibile frenata nella terza Commissione consiliare sanità e servizi sociali, che rischia di tradire le attese di cura appropriata delle persone che soffrono di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Difficile da comprendere risulta l’astensione del consigliere regionale e presidente della terza Commissione on. Attilio Solinas che nell’ottobre scorso invitato al convegno regionale di AIFA Onlus, aveva pubblicamente auspicato una legge specifica sul disturbo.

Dopo oltre un anno di discussione, di consultazioni, di confronto e di approvazione di 12 sui 13 articoli dell’impianto normativo, l’astensione del presidente sulla norma finanziaria, ha contribuito al mancato pieno licenziamento della proposta di legge da parte della Commissione verso l’approvazione in aula. Improvvisamente contraddicendo le sue precedenti dichiarazioni di appena 3 mesi fa, il presidente Solinas in questi ultimi giorni ha annunciato insieme ad altri 2 consiglieri l’intenzione di voler presentare una proposta legge sul “neurosviluppo e autismo”, come se i disturbi dello spettro autistico non fossero già compresi tra i disturbi del neurosviluppo e regolamentati per la presa in carico terapeutica da normative nazionali che le Regioni italiane dovrebbero già aver recepito.

L’ADHD è di fatto l’unico tra i disturbi del neurosviluppo a non rientrare specificamente in una normativa nazionale che indichi e tuteli, all’interno dei livelli essenziali di assistenza, l’appropriatezza della presa in carico terapeutica del disturbo secondo la letteratura scientifica. Infatti, in considerazione delle stime di prevalenza del DSM 5 in Umbria sarebbero circa 4.700 i minori e circa 14.000 gli adulti affetti da ADHD senza una normativa che tuteli in modo adeguato i diritti di cura. AIFA Onlus, come associazione di familiari e di pazienti, fa appello al buonsenso e alla responsabilità di ciascun componente dell’Assemblea regionale dell’Umbria affinché la legge possa essere al più presto approvata dall’aula e successivamente inclusa in un’eventuale legge quadro sui disturbi del neurosviluppo.

*Presidente nazionale di AIFA Onlus

«Lino Banfi, messaggio che emerge è che competenza e sacrifici non valgono niente»

di Giacomo Leonelli*

Sono il primo che ha scherzato su Lino Banfi all’Unesco, invocando l’intitolazione almeno di una scuola di alta formazione al compianto Bombolo. Però ripensandoci bene, a mente fredda, mi è venuta molta amarezza. Non mi ritengo uno “studioso”, il mio percorso scolastico è stato rivolto prevalentemente ad evitare bocciature, mentre le cose sono andate meglio all’Università, con una laurea in Giurisprudenza portata a casa con un buon voto. Non ho fatto master o dottorati, sono diventato avvocato superando un esame non semplice ma dove oltre alla preparazione serve notoriamente anche un pizzico di fortuna.

Ne ho conosciuti tanti di ragazzi più studiosi di me e anche più preparati e tanti ne trovo oggi pure nella mia professione. Ho conosciuto ragazzi e ragazze che hanno anteposto la loro preparazione a molto altro, che magari avrebbero voluto divertirsi un po’ di più, ma sentivano il senso di responsabilità di scommettere sul loro futuro. Anche perché dietro molti di loro c’erano famiglie di lavoratori, il cui figlio o la cui figlia sarebbero stati i primi laureati di casa; famiglie che con i sacrifici veri hanno cresciuto quei ragazzi o quelle ragazze con l’aspettativa di una vita migliore rispetto alla loro, confidando in una società dove la competenza e la preparazione sarebbero state le uniche carte a loro disposizione. E quanti di quei ragazzi e di quelle ragazze, magari per aiutare la propria famiglia, durante il percorso di studi hanno lavato piatti, servito a tavola, consegnato pizze, perché comunque erano sicuri che alla fine ne sarebbe valsa la pena?

Ora, il punto è: il messaggio che ha mandato Lino Banfi, che con i suoi film ha fatto ridere molti di noi, me compreso, dicendo “basta con i plurilaureati, vado io all’Unesco”, quale è? La certificazione che lo studio, la preparazione, la competenza non servano a nulla? Che anziché passare il tempo a studiare avrebbero fatto meglio a stare alle macchinette del bar? Che i loro genitori sono stati solo dei poveri fessi a fare sacrifici e a caricarsi di belle aspettative?

È pensabile che un Governo piuttosto che provare a invertire una rotta che vede già purtroppo tanti sogni frustrati dalla globalizzazione e dalla crisi, di fatto derida questi ragazzi e queste famiglie? È accettabile che una retorica che mira scientemente a confondere competenza con “elite” e ignoranza con “popolo” in una logica elettorale volutamente oppositiva, perché è evidente che i secondi saranno sempre più dei primi, la faccia da padrona?

Io non credo.

Si è spesso detto che la sinistra ha smesso di farsi capire dagli ultimi. È vero, concordo. Chi sono però gli ultimi? I precari, i disoccupati, i pensionati con la minima, gli sfruttati, le partite iva che non ce la fanno oppure quelli che mia nonna chiamava i “perdigiorno”? Perché se sono i primi, allora facciamo tutti i mea culpa del mondo.
Ma se sono i secondi, un tempo marginalizzati da tutti e che oggi trovano in qualche politico una sorta di sdoganamento quasi a dire “meglio ignorante che competente”, allora come avrebbero detto loro fino a qualche tempo fa: “serve la rivoluzione”.

E sia. Ma che sia la rivoluzione del merito, di chi ha le competenze, di chi conosce il valore del sacrificio volto a migliorare il futuro proprio e della comunità. Perché se è vero che la sinistra deve pensare agli ultimi, è altrettanto vero che chi ha le chance per arrivare tra i primi, a cominciare proprio da quelli che partono più indietro, deve potercela fare.

Nel mio piccolo porterò avanti la mozione per il riconoscimento del titolo di dottorato nei concorsi regionali. Un primo passo che può, insieme a tanti altri, contribuire a non rassegnarci a una società dove preparazione e competenza siano né un handicap, né tantomeno una perdita di tempo.

*Consigliere regionale Pd