domenica 22 aprile - Aggiornato alle 08:44

25 Aprile, la denuncia dell’Anpi di Todi: «Comune ha tolto il patrocinio, non era mai successo»

di sezione Anpi «Carlo Barbieri»

Non era mai successo nella storia della città, nemmeno con la precedente Amministrazione Ruggiano che il Comune si dissociasse dall’A.N.P.I. per la celebrazione della Festa di Liberazione. L’imprevedibile e sconcertante presa di distanza inoltre avviene a soli cinque giorni dalla ricorrenza e lascia tutti senza parole. In data 27 marzo la sezione, come sempre, ha regolarmente protocollato un documento con richiesta di logo, patrocinio e degli spazi, in cui si riportava una bozza del programma, dal quale poi sono state solamente tolte delle cose. Subito dopo è stato contattato l’Assessore Ranchicchio per informarlo dello stesso protocollo e chiedere se si riteneva opportuno discutere insieme, anche di persona, il programma dell’intera giornata. Il 5 aprile la presidente di sezione, Camilla Todini, ha dunque incontrato il sindaco Antonino Ruggiano e l’assessore Claudio Ranchicchio in Comune. Durante l’incontro sono state descritte tutte le iniziative già riportate nel documento protocollato e nulla ha lasciato intendere che la condivisione della celebrazione fosse in qualche modo o per qualche motivo a rischio e, non essendosi mai verificato tale fatto, niente poteva farlo supporre. Anzi, il Sindaco aveva chiesto alla sua segretaria di occuparsi, come sempre fatto dalle Amministrazioni, dell’invito alle autorità per la cerimonia della mattina, del quale ci aveva chiesto di inviare una bozza. Cosa che è stata fatta sempre il 17 aprile.

Il documento, nel frattempo, dal protocollo è passato agli uffici e tutto ha continuato a muoversi come sempre. Martedì 17 sono stati affissi 20 manifesti e 15 locandine in città e nelle frazioni. L’Assessore sapeva che i manifesti stavano andando in stampa perché era stato contattato a proposito della banda/orchestra che il Sindaco, sempre alla stessa riunione, gli aveva proposto di coinvolgere per la commemorazione, e che avremmo voluto inserire con gli altri loghi. Non una parola, fino alle 19:51 di ieri, giovedì 19 aprile. “[…] la Amministrazione Comunale ha inteso predisporre un programma delle celebrazioni, che sia quanto più istituzionale possibile, evitando, quindi, di aderire a programmi e celebrazioni che abbiano una impostazione di parte” con questa motivazione la Giunta Comunale di Todi nega, per la prima volta, l’utilizzo del logo e il patrocinio, per la celebrazione della Festa di Liberazione, all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Troviamo questo fatto a dir poco grave, un attacco alla storia e alla memoria di questo Paese, un oltraggio alla Costituzione. Alla Giunta rispondiamo che si, certo, siamo di parte, siamo partigiani, siamo e saremo sempre dalla parte dell’antifascismo ma si può celebrare il 25 aprile stando da un’altra parte? L’A.N.P.I. dice NO ai fascismi ogni giorno e ancor più il 25 aprile, perciò anche in questa occasione sarà possibile firmare l’appello “Mai più fascismi”. Forse è questo che non è in linea con l’Amministrazione Comunale? Vorremmo ricordare che le Istituzioni devono essere pienamente antifasciste come chiesto dalla Costituzione italiana, una celebrazione istituzionale non può che essere pertanto antifascista anch’essa. Le stesse Istituzioni sono peraltro protagoniste delle iniziative del pomeriggio che vedono coinvolte le scuole, in continuità con la partecipazione alla mostra Primo Levi, i giorni e le opere, che il Sindaco inaugurò lo scorso novembre al nostro fianco. Il Preside, gli insegnanti e gli studenti del Liceo Jacopone da Todi condurranno infatti una parte degli interventi alla Sala del Consiglio. Sarà presente inoltre la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza che mutuerà il Se questo è un uomo di Levi nella riflessione sull’accoglienza Se questi sono ragazzi… Altro graditissimo ospite Angela Giallorenzi di Cidis Onlus, associazione senza fini di lucro che da più di trent’anni opera per promuovere una cultura dell’accoglienza e costruire integrazione.

Qual è dunque la “parte” da cui sta l’A.N.P.I. a cui l’Amministrazione Comunale non vuole aderire? Quella dell’antifascismo? Quella della Costituzione? Quella della Pace? Quella dell’uguaglianza? Queste sono le parole chiave che compaiono nei manifesti in tutta Italia, questa è la “parte” da cui sta l’A.N.P.I. dalla sua nascita. Considerarla la parte “sbagliata” e ritenere l’A.N.P.I. lontana dalle Istituzioni la dice lunga sulle idee dei nostri Amministratori. In conclusione vogliamo solo rammentare le parole della Presidente della Camera Boldrini rivolte ai Partigiani, invitati nell’Aula a Roma in occasione del 70° anniversario della Liberazione, “Voi non siete qui come ospiti ma siete qui come padroni di casa”. I Partigiani dunque non sono ospiti ma padroni di casa nelle Istituzioni e questa grande mancanza di rispetto verso l’A.N.P.I. è una mancanza di rispetto verso di loro. Noi comunque saremo come sempre in piazza, dove arriveremo dopo la VI Camminata della Liberazione, e il pomeriggio continueremo a celebrare con la serietà e la solennità che merita, questa data fondamentale per la storia del nostro Paese. Rimangono l’amarezza e lo sconcerto ma non smetteremo certo di resistere!

Non solo verde e francescana, l’Umbria deve puntare sull’essere culla dell’arte contemporanea

Pubblichiamo l’editoriale di Giuseppe Coco che aprirà il nuovo volume semestrale, di prossima pubblicazione, dell’Agenzia Umbria ricerche. Un’editoriale dedicato ai tanti «Volti dell’Umbria». Il volume si occuperà di altri temi legati all’economia, alla cultura, ai trasporti, all’infanzia, ai giovani imprenditori, al turismo, alle «donne tra talenti e opportunità», agli alimenti biologici consumati dagli umbri, a Facebook e non solo. Il semestrale si chiude con un pezzo dedicato a Terni di Renzo Massarelli, uno su Tullio Seppilli e, infine, con un’intervista al sindaco di Corciano Cristian Betti.

di Giuseppe Coco

I fotogrammi più noti su cui si poggia gran parte dell’immagine dell’Umbria sono principalmente quelli messi a fuoco dagli aggettivi verde e francescana. Due ritratti che hanno incuriosito, intrigato, affascinato e attratto le persone di tutto il mondo a conoscere e vivere queste terre, questi luoghi. Due narrazioni che si sono rivelate efficaci nel far conoscere la regione. Un esempio per tutti. Ad un umbro che si trova all’estero, per far capire da dove viene, è sufficiente nominare la terra di San Francesco. Bene, però la nostra è un’epoca dove si sono amplificati all’ennesima potenza i bisogni di nuovi gusti, di nuove tendenze, tanto da mettere a dura prova anche le certezze più solide. A livello internazionale ci troviamo di fronte ad un aumento dell’offerta di territori che cercano di attrarre verso di loro quanti più turisti, visitatori e ospiti di più o meno lungo periodo. La globalizzazione, con la sua iper-connessione di tutti con tutto, sta mettendo sotto stress le identità dei luoghi sia in termini di presente che di futuro. Le questioni sul tavolo stanno diventando meta-complesse, colme di variabili dipendenti ed indipendenti, per cui è sempre più difficile comprendere quali scelte fare per salvaguardare, difendere, e/o potenziare la propria essenza, il proprio curriculum, la propria carta d’identità. Oggi più che mai è importante raddrizzare le antenne e cercare di capire, leggere e interpretare le mutazioni.

Turbolenze Il volto dell’Umbria è sicuramente riconoscibile e riconosciuto. Ma questo non deve far pensare di essere immuni da turbolenze. Sotto un profilo anche di breve periodo sarebbe velleitario credere che le narrazioni che in questo momento funzionano possano senza problemi mantenere la loro efficacia anche in futuro. Le isterie del mondo globale impongono ai territori di lavorare senza soluzione di continuità sull’appeal della propria immagine per allontanare il grosso rischio di trasformarsi da protagonisti a comparse. Crogiolarsi sulle note di “fin che la barca va” non è mai opportuno. Al contrario, bisogna sempre lavorare, anche in tempi non sospetti, su possibili profili ulteriori in grado sia di consolidare che di difendere (se dovesse servire) la propria identità. Chi scrive è convinto che occorrerebbe investire molto di più sul volto dell’Umbria quale luogo tra i luoghi fondamentali per la nascita dell’arte contemporanea. Mi spiego meglio. Verso la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta alcuni artisti sconvolsero per sempre l’idea consolidata, canonica, tradizionale, di quadro, di dipinto. Si ebbe una svolta radicale, un vero e proprio salto di pagina, di paradigma, di linguaggio dove finanche gli stessi strumenti classici del pittore, come il pennello e la tavolozza dei colori, iniziarono a lasciare il passo ad un qualcosa di totalmente nuovo.

Burri Tra gli artisti protagonisti di questa rivoluzione nel mondo dell’arte c’era anche un umbro, nato a Città di Castello nel 1915: Alberto Burri il pittore dei sacchi, delle plastiche, dei cretti a cui negli anni sono state dedicate tantissime mostre personali nei più famosi musei internazionali come il Guggenheim di New York, il Grand Palais di Parigi, il Reina Sofia di Madrid, gli Uffizi di Firenze, ecc. Per capire la portata di questa rivoluzione nel mondo dell’arte invito a focalizzare l’attenzione, ad esempio, sul quadro dal titolo “Sacco 1950”. Dopo la prima occhiata è subito evidente che davanti a noi si palesa una nuova idea di quadro che rompe in modo netto col passato: la iuta, in questo caso, affrancandosi da se stessa diventa pittura. Da tradizionale supporto dell’immagine diventa l’immagine tra virgolette. In quello spazio – che fino ad allora aveva una dimensione sovrasensibile, spirituale – viene portato il reale effettuale della materia di cui il mondo è composto. Il valore dell’opera d’arte da quel momento inizia a risiedere nella sua materialità. Il dipinto che coi secoli avevamo imparato a pensare come una finestra da dove guardare il mondo (il santo, il cavallo, il fiore, ecc.) diventa mondo che si presenta e sconvolge il concetto di rappresentazione. Il cortocircuito è di portata eccezionale.

L’Umbria e Burri Però, va sottolineato anche un altro elemento: siamo di fronte ad una rivoluzione dove l’Umbria nella sua essenza più intima, sincera e solida, ha giocato un ruolo importantissimo andando ad influenzare e incidere direttamente sulla formazione dell’artista di Città di Castello. Non c’è bisogno di un illustre critico d’arte per capire che nel ciclo dei sacchi c’è molto di quel saio sdrucito di Francesco d’Assisi che Burri aveva visto da bambino quando insieme alla madre era andato a fare visita alla tomba del Santo. Le sfide che pone l’attuale mondo globale, lì pronto ad esaltare certi luoghi e a mandarne in oblio altri, sono tante e complesse. Però, bisogna ammettere che diventano più facili da affrontare se nella propria “squadra” si ha il vantaggio di poter avere fuori classe come Burri che, al pari di artisti come Lucio Fontana e Jakson Pollock, ha contribuito a reinventare i canoni dell’arte moderna. Quello che resiste alle pressioni del mondo non è quello che abbiamo nascosto al mondo ma quello che abbiamo aperto al mondo e lasciato che si trasformasse con esso. Il futuro è di chi è capace di sognare.

Sindaci Pd: «A un mese dalla sconfitta ancora tatticismi e rancori. Candidiamo figure credibili»

Dopo le elezioni dello scorso 4 marzo si è, nei fatti, aperta una nuova stagione politica che coinvolge non solo la sfera nazionale, ma altresì impone una forte presa di coscienza anche nei livelli istituzionali regionali e locali. A un mese dalla più pesante sconfitta, nel centro sinistra e nella sinistra nel suo complesso non si percepiscono segnali tangibili di inversione di tendenza, il tempo sembra essersi fermato e continuano a prevalere, purtroppo, tattica, rancori personali, divisioni, riposizionamenti più o meno evidenti, l’esatto contrario di ciò che con il voto gli elettori hanno voluto significarci. Da amministratori locali quotidianamente a contatto con i cittadini e con i loro problemi, sappiamo bene quanto certi modi di atteggiarsi e di fare siano distanti anni luce da quello che una volta da tanti (forse troppi) veniva definito il «nostro popolo».
Quel popolo oggi ci ha chiesto di invertire da subito la rotta, di tornare ad ascoltare, di valorizzare le cose che uniscono piuttosto che solo e sempre quelle che dividono e soprattutto ci ha chiesto a gran voce proposte forti e credibili per affrontare il disagio crescente, l’incertezza sul proprio futuro, l’impossibilità per troppi di costruirsi una vita familiare degna di tale nome.

Figure credibili Su questi temi già dalle prossime elezioni amministrative anche nei comuni umbri, dai più piccoli ai più grandi che andranno al voto dovremo essere capaci di proporre idee e figure credibili in grado di essere in sintonia coi bisogni e anche perché no coi sogni delle persone. Proposte concrete e candidati frutto del massimo della condivisione per costruire in tutti in territori programmi e coalizioni coraggiosi e di buonsenso dove prevalga il rispetto reciproco e la voglia di costruire e di mettersi in gioco, piuttosto che il rancore e il sospetto. Amministrare la cosa pubblica è una fatica quotidiana che abbisogna di grande competenza, passione e dedizione nei confronti della propria comunità, dal livello nazionale, passando da quello regionale, fino ad arrivare a quello comunale, tutte cose che sappiamo e possiamo continuare a fare iniziando a ricostruire insieme a tanti cittadini di buona volontà la casa comune di un nuovo riformismo radicale, perché le ragioni che ci uniscono sono di gran lunga più numerose e profonde di quelle che potrebbero dividerci, noi ci siamo e siamo pronti a dare, come sempre il nostro contributo.

Luciano Bacchetta (sindaco di Città di Castello)
Maurizio Terzino (sindaco di Fabro)
Nando Mismetti (sindaco di Foligno)
Massimiliano Presciutti (sindaco di Gualdo Tadino)
Filippo Stirati (sindaco di Gubbio)
Maria Pia Bruscolotti (sindaco di Massa Martana)

Cardinale a Pasqua: «Forse siamo troppo fermi come Chiesa: dovremmo essere comunità in corsa»

Il messaggio del cardinale di Perugia Gualtiero Bassetti in occasione della Pasqua. Lo proponiamo integralmente.

Di Gualtiero Bassetti

Carissimi, siamo arrivati a Pasqua dopo aver seguito Gesù nei suoi ultimi giorni di vita. Il Vangelo di Pasqua parte proprio da questo estremo limite, la notte buia. L’evangelista Giovanni dice che era “ancora buio” quando Maria di Magdala si recò al Sepolcro. Ma era buio anche nel cuore di quella donna. Il buio della tristezza, della paura, della delusione. Appena giunta al Sepolcro vede che la pietra posta sull’ingresso è stata ribaltata. Corre subito da Pietro e da Giovanni: ‘Hanno portato via il Signore!’. Poi aggiunge: ‘Non sappiamo dove l’hanno posto’. E’ lei, con il suo pianto dirotto, a far muovere Pietro e Giovanni. Essi corrono verso il Sepolcro vuoto. In questo correre c’é tutta l’ansia di chi cerca il Signore. Forse siamo troppo fermi come Chiesa: dovremmo essere comunità in corsa. La Pasqua è anche questa fretta, che è attenzione e premura verso il prossimo nell’esercizio delle Opere di Misericordia. Il primo a giungere al Sepolcro è Giovanni, il discepolo dell’amore, l’amore corre più veloce. Pietro entra per primo e osserva un ordine perfetto. Le bende sono al loro posto come svuotate del corpo di Gesù. Il sudario è avvolto in un luogo a parte. Quindi non c’é stata né manomissione né trafugamento. Gesù si era come liberato da solo. Non fu necessario per lui sciogliere le bende come per Lazzaro. Entrò anche Giovanni, che era giunto per primo, e i due ‘videro e credettero’. Davanti ai segni della Risurrezione si erano lasciati toccare il cuore.

Fratelli, in questo giorno di Pasqua, ci siamo riuniti numerosi per vedere anche noi con gli occhi della fede. Fino a quel momento, prosegue l’evangelista, non avevano ancora compreso le scritture, che cioè Egli doveva risorgere dai morti. Così è spesso la nostra vita: una vita senza risurrezione e senza Pasqua rassegnata di fronte ai dolori e ai drammi delle persone e del mondo.

Come non pensare in questo momento ai sedici morti e ai più di mille feriti della Striscia di Gaza? Il Signore ha vinto la morte e vive per sempre. Non possiamo più starcene chiusi come se il Vangelo della Risurrezione non fosse stato annunciato. Il Vangelo stesso é Risurrezione, vita nuova. Noi che crediamo siamo fortunati perché abbiamo un’altra legge, che si è inserita nelle nostre carni e che ci fa camminare in novità di vita. Questa legge é l’amore, la misericordia, il perdono. Essa non ci rende deboli, al contrario, ci fa costruttori di vita. Chi ama e perdona fa nascere la vita. Fare la Pasqua vuol dire cercare la pace del perdono di tutti. Senza perdono c’é la guerra. Sono proprio coloro che si sentono giusti a non perdonare e ad opprimere gli altri.

Fare Pasqua nella misericordia e nell’amore vuol dire avere compassione di quelli che hanno fame, di quelli che non sanno come finire la giornata, dei poveri, dei tanti bambini abbandonati, dei profughi, di tutti quelli che nel giorno di Pasqua vivono il dramma della solitudine e dell’abbandono. Solo chi ama può capire queste cose.

Fare Pasqua vuol dire costruire un ‘mondo nuovo’. Con tutto il mio cuore questo mondo nuovo lo auguro ai giovani senza lavoro, a coloro che lo hanno perso, a quei genitori, e non sono pochi, che non sanno come dire ai propri figli che la dispensa è vuota. Mi è capitato, in questi giorni, di ascoltare anche questo.

Fratelli, non perdete la speranza, mettete però ogni impegno perché nulla è impossibile a Dio e la sua grazia ci sostiene. Prendete il Vangelo, leggetelo, meditatelo! Non vi stancate di pregare, vi accorgerete che si può vivere in “novità di vita” anche nella nostra società, che è stufa delle cose ingiuste e delle parole senza senso, ed ha bisogno della nostra testimonianza di cristiani perché abbia vita e pace.

Come abbiamo letto nel Vangelo, la Pasqua è la liberazione dalla paura, il grido dell’ Angelo alle donne presso il Sepolcro è chiaro: non temete! Il Vangelo comincia con “non temere” e finisce con un “non temete”! Il Signore ci dia la grazia di fare Pasqua così. Giovedì Santo ho celebrato l’Eucaristia nel carcere femminile; avvertivo l’impotenza di un uomo, anche di un vescovo, davanti a quei drammi: che ci facciamo di fronte al male? Sentivo l’impotenza dell’uomo, ma pensavo alla potenza di Gesù Cristo (il Risorto!). Per questo avevo speranza.

Allora, fratelli, è importante che ritroviate Gesù Cristo, il Risorto, che lo ritroviate come Maria Maddalena, qualunque sia il vostro stato di vita. Con l’amore di Maddalena andiamo anche noi al Sepolcro di Gesù, sperando che non è morto, ma vive. Come lei ci sentiremo chiamati per nome e se gli risponderemo nella fede e ci lasceremo prendere dalla sua Pasqua, ritroveremo anche noi “la vita”. Questo è il mio augurio pieno di affetto per tutti voi e per la nostra Chiesa.

Frecciarossa Perugia-Milano, l’imprenditore: «Finalmente un collegamento ‘civile’»

di Maurizio Mariotti*

Giovedì avevo un appuntamento di lavoro a Milano. Alle 8.30, anche qualche minuto prima, ero alla Stazione Centrale. Sono sceso dal Frecciarossa Perugia-Milano domandandomi perché per così tanto tempo i cittadini umbri abbiano vissuto nel cuore dell’Italia senza un collegamento veloce, sicuro, comodo, puntuale, in una parola “civile”. Ora finalmente c’è. E riscuote un successo che spero sia fortemente utile a confermarlo anche dopo la fase di sperimentazione.

I NUMERI: 7 MILA PRENOTAZIONI IN UN MESE

Un primo collegamento carico di aspettative il cui utilizzo mostra quanto gli umbri siano dinamici e abbiano bisogno di muoversi per lavoro, per studio o per svago. Un altro segnale, dopo il completamento del tratto della Quadrilatero Foligno-Civitanova e con l’imminente avvio dei lavori di manutenzione della E45, che uscire dall’isolamento storico, strutturale, cronico della nostra regione è possibile. Ed è giusto, doveroso, bello, sicuro e utile allo sviluppo dell’economia, del turismo, a rendere il nostro territorio attrattivo per le imprese e per i viaggiatori, a favorire gli scambi tra persone e tra territori.

TARIFFE AGEVOLATE PER I PARCHEGGI

Una nuova idea di infrastrutture. Per tanti, troppi e lunghi anni abbiamo associato alla parola “infrastrutture” i più infimi aggettivi, attribuendo al loro sviluppo conseguenze nefaste sull’ambiente e sul paesaggio. Non è così, e i fatti lo dimostrano. Chi percorre, ad esempio, la Foligno-Civitanova o la Perugia-Ancona scopre scorci di paesaggio meravigliosi, l’impatto è minimo, spostarsi da una regione all’altra è agevole e sicuro. Le infrastrutture meritano oggi di essere ripensate con parole nuove, parole che guardano al futuro e rispondono a esigenze attuali come qualità della vita, sicurezza, benessere, valorizzazione del paesaggio.

Il collegamento veloce con Milano, la conclusione dei lavori su tutti i versanti della Quadrilatero e il prossimo avvio delle opere di manutenzione delle E45 sono, quindi, segnali positivi che denotano per la nostra regione una maggiore propensione agli investimenti strutturali in infrastrutture fondamentali per contribuire a ridare competitività al territorio.

Da cittadino umbro, da imprenditore, da delegato alle infrastrutture di Confindustria Umbria sono convinto che il collegamento ferroviario veloce Perugia-Milano sia un passo importante e simbolico. I dati di utilizzo sono molto confortanti e confido che la tratta sarà confermata anche dopo la fase di sperimentazione.

Tuttavia, da cittadino umbro, da imprenditore, da delegato alle infrastrutture di Confindustria Umbria non rinuncio a un pensiero più ambizioso che possa tradursi nella realizzazione della stazione Mediaetruria lungo la linea dell’Alta Velocità all’altezza di Rigutino o Farneta. Si tratterebbe di una soluzione stabile e definitiva che permetterebbe di poter usufruire di quattro-cinque coppie di treni ogni giorno consentendo collegamenti stabili anche verso il sud.

Confindustria Umbria si adopererà in modo costruttivo perché questo progetto, magari ritoccando qualche costo, possa diventare realtà in un tempo non troppo lungo. Abbiamo già chiesto alla Regione Umbria e alla Regione Toscana un nuovo studio di fattibilità per approfondire, attraverso analisi trasportistiche e commerciali, i dati e le variabili legate ai potenziali utilizzatori del servizio.

*Consigliere Delegato alle Infrastrutture di Confindustria Umbria

«Vi spiego perché la troppa serietà può essere un ostacolo per stabilire delle relazioni con il prossimo»

di Angelo Fanelli*

Uno degli aspetti interessanti del lavoro di coach di lingue è la possibilità di scoprire interessanti “strategie di attacco alla lingua” sviluppate dai clienti che si incontrano di volta in volta. Giovanna è la proprietaria di un agriturismo di lusso nei dintorni di Perugia. Mamma di quattro figli ormai grandi, ha deciso di migliorare il suo inglese e mi ha contattato per mettere in piedi un “piano d’attacco” che gli consenta non tanto di interagire con i clienti esteri che frequentano la sua struttura (cosa che sa già fare col suo buon livello di inglese) quanto piuttosto di riuscire a “intessere delle conversazioni più in profondità con quelle persone molto interessanti che di tanto in tanto vengono a risiedere presso l’agriturismo”. Dopo pochi minuti di conversazione mi sono reso conto che se il caso di Giovanna è tipico dal punto di vista del suo livello pre-esistente d’inglese, non lo è se guardo al tipo di obiettivo che Giovanna ha stabilito (riuscire a portare avanti delle “conversazioni in profondità con persone interessanti”) né dal punto di vista delle frecce che Giovanna porta nella sua faretra.

Rispetto alla maggioranza dei miei clienti, infatti, Giovanna ha un vantaggio notevole, raro: non prova vergogna nell’ascoltarsi parlare in una lingua diversa dalla sua. Tipicamente associate al sentire la propria bocca pronunciare dei suoni diversi da quelli della propria lingua madre, vergogna e timidezza costituiscono infatti gli ostacoli principali per chiunque voglia migliorare il proprio inglese o francese – e, come coach di lingue, ho sviluppato un metodo per eliminare questo problema fin dai primi incontri, per mettere il cliente nella condizione di non vergognarsi, di “giocare a pronunciare suoni strani e a posizionare i muscoli della faccia un modo inconsueto” e, alla fine, a sentirsi a proprio agio. Con Giovanna questo ostacolo è assente, così potremo iniziare il lavoro da un punto molto più avanzato della media dei miei clienti. Incuriosito, cerco di capire per quale ragione Giovanna non prova vergogna, e scopro che, da buona “ostessa” ha afferrato molto bene un fenomeno diffuso globalmente: il fatto che gran parte di noi trova piacevole, se non divertente, sentire una persona non-nativa parlare la nostra lingua. Quando ci troviamo di fronte qualcuno che non parla la nostra lingua, ma che tuttavia si sforza di utilizzarla, la reazione “istintiva” è quella di provare simpatia, o comunque un affetto positivo nei confronti dell’interlocutore.

E Giovanna questo lo ha capito molto bene: il suo inglese “imperfetto”, fatto degli inevitabili piccoli errori e accenti “italianizzati”, non solo non è un problema per i suoi clienti, ma spesso risulta loro addirittura piacevole – e Giovanna a sua volta trae piacere dal fatto di poter utilizzare questo “difetto” per stabilire una relazione amichevole, di familiarità, coi propri clienti, e magari scherzarci sopra in maniera auto-ironica. Nessuna vergogna, quindi, ma un bel punto di partenza per affinare il proprio inglese così da entrare in un territorio nuovo, più stimolante: quello di relazioni più significative, più approfondite con i suoi clienti esteri, tra i quali trova frequentemente “persone di spessore” con le quali condurre conversazioni che vadano al di là delle semplici formalità di rito – magari che le consentano non solo di fare dell’auto-ironia, ma anche di arrivare a quel punto considerato da tutti come il segno di un livello elevato di “fluency” nell’inglese, la capacità di comprendere l’ironia altrui e l’umorismo. Molto spesso, infatti, una “conversazione in profondità” con una persona che non parla la nostra lingua può avvenire se entrambe le parti sono in grado di trasmettere e interpretare in maniera corretta i giochi di parole, le battute, e in generale l’umorismo. Questa “prova del nove” della competenza linguistica richiede infatti la capacità di catturare “lo spirito” dell’umorismo di una lingua e renderlo in maniera corretta in un’altra, di afferrare le sottigliezze linguistiche di una lingua e i significati impliciti, nascosti, nel discorso altrui. Da domani, per Giovanna e il sottoscritto, inizia una nuova sfida.

*Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, AngeloFanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse” (ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Il suo ultimo libro uscito nel settembre 2017 si intitola “A Casa dello Yogi. Esperienze di yoga nell’ashram italiano” (ed. liberopensatore.it). Professionalmente, Angelo (www.communicationskill.it) lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

Aumentano i disoccupati e diminuisce la popolazione: i 6 ‘assi’ della Cgil

di Filippo Ciavaglia
segretario Cgil Perugia

All’emergenza economica e sociale che attanaglia da tempo l’Umbria si è ormai aggiunta quella demografica. Nel 2017 la nostra regione ha perso circa 5mila abitanti, con punte particolarmente rilevanti in alcune aree della regione, come la fascia appenninica. Continua intanto ad allargarsi il numero delle vertenze aperte, con un aumento consistente dei disoccupati (da 37mila nel 2016 a 42mila nel 2017 in Umbria, di cui 30mila in provincia di Perugia) e con un tasso di disoccupazione a Perugia del 10,1% nel 2017 rispetto al 9,5% nel 2016. Dato preoccupante in sé, ma che va sommato a quello sulla dilagante precarietà dei nuovi contratti di lavoro.

Aggredire tale situazione è la priorità assoluta cui far fronte, partendo innanzitutto da una consapevolezza comune che non si ravvisa nel Defr, approvato dalla Regione dell’Umbria.
Crediamo che le risorse a disposizione debbano avere una finalità mirata: crescita del lavoro stabile e contrasto alla povertà.

La Cgil indica 6 assi di intervento principali: aree interne – sisma; politiche industriali- turismo; sanità – welfare; pubblica amministrazione; relazioni sindacali (anche alla luce del nuovo accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria); osservatorio demografico. Una nuova qualità dello sviluppo che affronti la crisi e insieme la sfida rappresentata da industria 4.0 e dalla tutela dell’ambiente rappresenta la conditio sine qua non per costruire la ripresa dentro una nuova qualità sociale e occupazionale.

Visione e condivisione: dal Turreno agli arconi, il silenzio su Perugia

Associazione culturale St.Art

Non vogliamo entrare nel merito burocratico – istituzionale del recente scambio di battute tra la presidente della Regione Marini e il Comune di Perugia. Quello che preme alla cittadinanza non è conoscere l’iter, le dinamiche tecniche o i cavilli tutti interni alle amministrazioni. Quello che la cittadinanza rivendica a gran voce ormai da tempo è che siano resi noti i progetti, i soggetti responsabili, il destino concreto di spazi quali il Turreno, la biblioteca degli Arconi, il Mercato coperto, essenziali non in modo fine a se stesso o come baluardi di una Perugia che fu, ma per la vita di un centro storico partecipato nel presente e proteso verso il futuro.

Prendiamo quindi le parole che la Presidente Marini rivolge al Comune sotto una prospettiva più ampia: le parole riportano l’attenzione sul silenzio dell’amministrazione cittadina che, pur replicando prontamente e puntualmente attraverso un profilo Facebook, continua a non pronunciarsi in modo ufficiale e organico su quella “visione” della città su cui tante volte gli abitanti l’hanno interpellata. E si protrae il silenzio, questo non solo simbolico ma oggettivo, del sindaco. Gentilezza ed educazione sono qualità indubbie, ma vorremmo finalmente sapere come la vede il sindaco, questa Perugia del nuovo Turreno, del nuovo Mercato coperto, degli spazi strategici, della nuova agorà. Nel delineare il progetto sul Turreno, stando alle sporadiche comunicazioni che trapelano dai palazzi, sembra che la capienza sia stata ridotta rispetto ai numeri di cui la cittadinanza aveva discusso. Nuovi elementi architettonici si aggiungono al cantiere della biblioteca degli Arconi, dopo assemblee pubbliche e sottoscrizioni. Si apprende in questi giorni che i lavori sul Mercato coperto saranno pronti entro luglio e ne siamo contenti, se non fosse per la drammatica scarsità di informazioni sul progetto, sullo sviluppo e sull’esito futuro di questi stessi lavori. La cittadinanza si muove, si incontra, discute su strutture e spazi destinati a trasformare il volto di Perugia: non mettiamo in dubbio che l’amministrazione comunale lavori, ma di questo lavoro si sa ben poco.

Rivendichiamo una condivisione che non sia solo quella dei post: è molto triste che il dibattito politico su questioni centrali quali l’assetto di Perugia sia confinato al portierato digitale dell’uso più immediato dei social network. La modernità è straordinaria, ma è l’uso che se ne fa a determinarne la fisionomia. Non torniamo sul Turreno come pretesto per una vuota e sterile polemica, accodandoci allo scambio tra amministratori. Torniamo sul Turreno perché, nel confrontarsi sul tema degli spazi pubblici, la città si aggrega e riscopre una vocazione alla costruzione condivisa del proprio futuro senza trovare però, da parte di chi amministra, una visione della città a cui fare riferimento.

Sequestro Centro Boeri a Norcia, Margaritelli: «Voglio essere perseguito per istigazione a delinquere»

di Andrea Margaritelli
presidente Fondazione Giordano

«L’equità, in diritto è un criterio di giudizio talvolta ammesso dalla legge. Consente al giudice o all’arbitratore, una decisione svincolata dall’applicazione di una norma astratta, ed elaborata invece nella sua coscienza, nel cosiddetto giudizio secondo equità, in latino giuridico, ex aequo et bono». Così recita il nostro Codice, ricordando l’esistenza del senso di giustizia in affiancamento alla doverosa applicazione delle leggi e della giustizia.

Sarebbe stata una gran bella notizia non aver dovuto ricevere notizia dell’apertura di un procedimento di indagine attorno al centro polivalente di Norcia.
Conosco l’iniziativa per averla seguita con vicinanza dall’origine. Si tratta di una bella e agile costruzione in legno e vetro che ha una serie di motivi per essere amata. Il primo è il fatto di esistere nella realtà e non nei sogni. Progettata e realizzata a tempo di record grazie alla generosità d’animo di un’immensa rete di persone, oggi offre alla popolazione di Norcia un luogo di ritrovo, il segno tangibile di una solidarietà non espressa solo a parole e di una speranza di ricostruzione possibile e ravvicinata.

La flessibilità costruttiva della prefabbricazione in legno – di cui dovrebbe essere nota a tutti l’agevole reversibilità, oltre che tutte le doti che ne hanno consolidato ormai il ruolo di protagonista degli interventi in zona sismica – ha consentito il miracolo. Poi è funzionale, garbata e fatta bene. Si proprio così: fatta bene. Creata per rispondere all’emergenza di una calamità naturale, temporanea, ma progettata e fatta bene. Posso capire tutto il disagio psicologico per chi non è ancora abituato al principio. Del resto siamo ormai talmente esposti nel costruito permanente al «fatto come viene», tanto per usare un educato eufemismo, che occorre probabilmente tempo per elaborare l’idea che possa esistere anche un’architettura temporanea degna di questo nome.

Ma non finisce qui. La struttura oggetto di tanto sospetto è confortevole, il che non guasta in un luogo che vive escursioni termiche tra le più ampie rilevabili nel nostro Paese, e sicura. Già, sicura. Sicura di offrire riparo sicuro a persone per tutto il tempo necessario, freddi inverni e calde estati, che separeranno Norcia dal giorno in cui, nel luogo più appropriato, si costruirà il centro di aggregazione che archivierà l’attuale costruzione tra i ricordi. Tra i bellissimi ricordi. Dei tanti privati cittadini che hanno generosamente aperto il portafoglio in tempo di crisi per testimoniare la loro vicinanza, del Corriere della Sera e del Tg La 7 che hanno promosso e sostenuto l’iniziativa, delle tante aziende accorse da ogni parte d’Italia per offrire il proprio supporto tecnico lottando contro il tempo.

Ma certamente anche di Stefano Boeri e di tutto il suo staff, che ha generosamente progettato e seguito i lavori con la stessa amorevole cura che un padre può dedicare a un figlio, dei tanti amministratori e funzionari pubblici che hanno contribuito all’opera ricercando soluzioni anziché problemi. Gli uni e gli altri sono ora, altrettanto generosamente, sotto indagine per aver fatto, a quanto pare, troppo bene.

Il giorno dell’inaugurazione ero presente, insieme a tanti comuni cittadini, amministratori, rappresentati delle istituzioni e personaggi pubblici, per testimoniare ammirazione e gratitudine per quanto realizzato. Ma se quello compiuto si configura come un reato, anziché uno straordinario miracolo, mi sento corresponsabile pur non avendone avuto alcun merito.

Ho infatti applaudito vigorosamente e con tutto il trasporto che mi è stato possibile. Se la Giustizia ha smarrito in Umbria il senso di giustizia insieme al buon senso, bisogna che persegua tutti i corresponsabili. Il mio applauso di allora, che oggi confermo rafforzato, applicando la stessa coerenza dovrebbe essere perseguito come istigazione a delinquere. Desidero dunque essere punito insieme a Stefano Boeri, al sindaco di Norcia e a tutti coloro che in Italia commettono ancora il crimine di assumersi qualche responsabilità per perseguire il buon senso e il fatto bene, anziché immobilizzare il tutto. E che per questo fatto sono a loro volta perseguiti.

Lavoro, Flamini: «In Umbria situazione drammatica, occorre una svolta. Serve alternativa di sinistra»

di Enrico Flamini*

I recenti dati Istat sul lavoro, incrociati con quelli dell’Inps, certificano l’aumento della disoccupazione in Umbria, un aumento che interessa soprattutto donne e giovani. I numeri, se confrontati poi con quelli di altre regioni del centro, sono impietosi. Come diciamo da anni la priorità vera per la nostra regione è il lavoro. La crisi economica e sociale dell’Umbria è oramai strutturale. La deindustrializzazione in atto con i casi emblematici di Ast e Perugina, l’incapacità di dare prospettiva ai nuovi lavori e ai tanti che per lavorare devono aprire la partita Iva, il dramma vissuto da giovani e meno giovani che, quando va bene, si vedono contratti poveri e precari rinnovati settimana per settimana, sono le condizioni reali in cui è stata gettata l’Umbria. Dentro la crisi italiana c’è una specificità della nostra regione, una regione in cui il Jobs Act targato Pd ha peggiorato ulteriormente le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.

Serve alternativa di sinistra Del resto il governo regionale monocolore Pd non è riuscito a proporre né una politica industriale, né un cambio del modello di sviluppo e, rinunciando a investire davvero sui centri per l’impiego, il cui ruolo principale oggi non è più quello di trovare lavoro, ma di assistenza per richiedere l’indennità di disoccupazione, ha di fatto affidato il lavoro alle agenzie interinali, facendo così precipitare tante e tanti precari nel vortice del lavoro servile. Non solo.  Si è dimostrato più attento alle esigenze di Confindustria che a quelle delle lavoratrici e dei lavoratori di questa regione sempre più ostaggi di un lavoro sottopagato e senza diritti. Ecco,  per tutti questi motivi, le responsabilità del governo regionale, guidato tra l’altro da una presidente che in direzione nazionale del Pd ha votato a favore del Jobs Act, sono enormi. Serve un’alternativa, un’alternativa popolare e di sinistra che metta al centro della sua proposta politica il lavoro e lo stato sociale.

Segretario regionale Prc Umbria