sabato 29 febbraio - Aggiornato alle 07:42

Coronavirus, Cucinelli: «E’ solo temporaneo. Un breve tempo ricuce l’incertezza»

I segnali negativi che sono stati registrati in borsa per i titoli della ‘Brunello Cucinelli’ non scoraggiano il ‘custode di Solomeo’. In una lettera, la seconda dalla crisi non soltanto economica determinata dal coronavirus, esprime ottimismo e parla di tempi brevi.

La lettera Anche questa volta sceglie Instagram e, tra le altre cose, dice: «Tempo fa scrissi a un ideale amico cinese, perché come persona umana in leggera difficoltà volevo fargli sentire la mia vicinanza. Ma oggi ecco, nella bella Shanghai, in diverse città cinesi, la gente comincia a tornare per le strade; quanto causò timore solo un mese fa ha già iniziato il declino, il senso positivo della persona umana prevale, le preoccupazioni scivolano via, torna la vita di sempre». E aggiunge: «Personalmente rimango certo che una naturale preoccupazione è ben diversa da un’insidiosa apprensione. La prima è umana, la seconda non so. Gli scienziati in diverse parti del mondo concordano, hanno accertato la misura governabile del virus, si sono espressi in tal senso alcuni dei più grandi di essi. I governi dei diversi paesi hanno saputo provvedere con proprietà e autorità in accordo tra loro. Perché dovremmo aver paura? Siamo ad un passo dal saper gestire quanto è temuto forse più del reale». E ricorda quanto già accaduto: «Non molto tempo fa, nel 2008, c’è stata una crisi economica piuttosto severa, e nessuno sapeva come sarebbe finita. Ma quanto accade oggi non ha nulla in comune con quella crisi, perché fino a un mese fa l’economia mondiale andava bene, e perché quella crisi fu strutturale, mentre quella di oggi è congiunturale. Forse quello che sta accadendo può destabilizzare un po’, ma è solo temporaneo. Basterà il tempo, un tempo breve, a ricucire l’incertezza, e vedremo di nuovo le frontiere aperte, le mani stringersi, vedremo i sorrisi; riprenderemo spontaneamente quell’uniformità di pensiero che porta alla tranquillità, sospinti verso l’armonia del Creato per un futuro radioso che ci attende».

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Lettera ad una persona umana Letter to a human being @corriere – 28/02/2020

Un post condiviso da Brunello Cucinelli (@brunellocucinelli) in data:

«Telecamere in asili e ospizi, ecco perché potrebbero complicare il lavoro di chi indaga»

Riceviamo e pubblichiamo in merito alla mozione della consigliera regionale Alessandrini sulle telecamere in asili e ospizi

di Leonardo Malà

La consigliera leghista Alessandrini, candidata del centrodestra alle elezioni suppletive, sta per portare al dibattito dell’Assemblea regionale una mozione per introdurre le telecamere all’interno degli asili, delle elementari, degli ospizi e degli istituti per disabili in Umbria. E’ un tributo a una delle svariate campagne del leader della Lega Salvini che sul tema riscuote molti consensi e che più volte ha sostenuto questa battaglia in nome dei suoi bambini. Da domani, dunque, i sempre più numerosi soggetti psicolabili che sfogano la propria rabbia sui deboli e gli indifesi non potranno più nuocere, inchiodati dall’occhio elettronico in ogni loro movimento, ogni reazione inconsulta, ogni malefatta.

Questo su Giove. Sulla terra, quella calpestata in egual modo dai figli di Salvini e dai piccoli profughi (se ce la fanno), soggetti così pericolosi, braccati dalle telecamere, saranno ancora più compressi e insidiosi. Non potendo trasformare un bidello in un regista di Sky o un asilo nella casa del Grande Fratello, il meno che potrà accadere è che, gonfi di rabbia, questi individui trascineranno il pupo o l’anziano in bagno o in un angolo non coperto dall’inquadratura, sfogandosi a dovere. Oppure acquieteranno il loro sadismo in modo più infido, con pizzichi, puntine da disegno, un bel pestone, mentre apparentemente consolano il piccolo dall’inspiegabile accesso di pianto. Se invece di indossare le felpe della polizia si ascoltasse chi le felpe le indossa, basterebbe chiedere se è più efficace un’intercettazione ambientale occulta o una palese. Perché così si rischia di pregiudicare anche il lavoro investigativo delle forze dell’Ordine che invece qualche buon risultato lo porta.

La cosa più grave è che si passerà dagli odiosi maltrattamenti alle vere e proprie torture, perché nessuna telecamera può spegnere il fuoco che divampa dentro a menti così disturbate, sortendo invece l’effetto opposto. Se da un maltrattamento ci si può riprendere, da una tortura ingiustificata, consumata perfino col sorriso, si resta segnati a vita. E di questo potremmo ringraziare Salvini e il suo sentimento paterno.

Questa piccola e disgustosa vicenda, che tra l’altro scatenerà la fantasia ossessiva di quei genitori e parenti paranoici a danno della stragrande maggioranza di operatori coscienziosi, è paradigmatica di come oggi si legiferi a slogan, del fatto che andare a sostenere l’operato degli educatori non è buonismo ma un’azione a salvaguardia dei nostri figli e dei nostri nonni, che il susseguirsi di questi orribili eventi deve suscitare riflessioni ulteriori lo scandalo generale, perché quando l’episodio è isolato è un conto ma quando i maltrattamenti si ripetono regolarmente è necessario intervenire in modo sistematico, preparando a dovere queste persone, mettendole alla prova, spiegando loro come gestire le reazioni più violente, facendo un’adeguata selezione. E invece, pensa tu, l’asilo te lo ritrovi nelle aule legislative.

Monteluce, storia di un grande progetto tra crisi ed errori: ora va difeso l’interesse pubblico

di Diego Zurli*

Le travagliate vicende che hanno accompagnato la realizzazione del quartiere della nuova Monteluce – il più ambizioso progetto di trasformazione urbanistica tentato a Perugia negli ultimi anni – meriterebbero una ben più ampia e approfondita discussione. Le ricostruzioni sommarie che si leggono in questi giorni, infatti, non offrono elementi sufficienti per districarsi all’interno di una complessa operazione avviata alcuni anni fa la quale, fatto salvo un breve periodo iniziale relativamente tranquillo, ha cominciato quasi subito a manifestare notevoli criticità.

La nascita del fondo comune d’investimento immobiliare di tipo chiuso denominato Fondo Umbria da parte di BNP Paribas Real Estate, avviene infatti nel 2005 ma, solo nel 2009 dopo gli esiti del concorso internazionale e le necessarie procedure urbanistico-edilizie, iniziarono i lavori. In quel periodo, si era già manifestata in tutta la sua evidenza la crisi del mercato immobiliare che tuttora fa sentire i suoi effetti: tale congiuntura, ha condizionato fin dall’inizio l’esito dell’intera operazione costringendo i titolari delle quote del fondo, in primis quelli pubblici, a correre ai ripari per evitarne il default. Ciò che oggi la Regione e gli altri investitori cercano di mettere in atto, altro non è se non l’ultima delle iniziative intraprese nei confronti di vari soggetti, ed in primis del pool di banche finanziatore, per portare a compimento l’operazione altrimenti destinata all’insuccesso. La progressiva riduzione del valore netto delle quote, determinata della difficoltà di collocamento delle stesse per la mancanza di una adeguata risposta del mercato immobiliare, ad esempio, costrinse nel 2008 la Regione a riacquistarne una parte dalla banca d’affari Nomura che avrebbe dovuto collocarle.

Ciò che oggi si renderà necessario compiere, ricalcherà una linea di condotta già sperimentata determinando una sempre maggiore presenza della mano pubblica in luogo del privato che, in base alle iniziali intenzioni, avrebbe dovuto acquistare o prendere in locazione gli immobili. Purtroppo, tale linea di azione non sembra presentare alternative salvo quella della assai poco auspicabile della liquidazione del fondo che comporterebbe la pressoché totale perdita del patrimonio. Oggi, alla luce di quanto accaduto, si può senz’altro discutere se lo strumento del fondo immobiliare utilizzato dai soggetti pubblici promotori fosse quello più adatto per affrontare, nel contesto dato, una operazione di tale difficoltà; in quel momento, tuttavia, quella fu la scelta compiuta in quanto ritenuta la più efficace e vantaggiosa per valorizzare al massimo le proprietà pubbliche con l’intento, non secondario, di assicurare alla collettività la rendita differenziale derivante dal mutamento d’uso dell’intera area da reinvestire nella realizzazione dell’imponente programma di rinnovo delle strutture ospedaliere poi portato a compimento. Operazioni similari sono state peraltro messe in atto ovunque, anche dallo Stato con esiti più o meno felici, attraverso l’istituzione di fondi immobiliari a basso rischio destinati principalmente all’housing sociale prevedendo la partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti.

In attesa di capire quali saranno le soluzioni che verranno studiate nella convinzione che, come accaduto in passato, si lavorerà con il massimo impegno alla individuazione delle scelte più appropriate per massimizzare l’interesse pubblico, la vicenda suggerisce tuttavia alcune semplici riflessioni. La principale, di natura squisitamente urbanistica, ha per oggetto la città di Perugia. La rigenerazione di Monteluce ha rappresentato e rappresenta innegabilmente una operazione di importanza strategica e di grande valore urbanistico ed architettonico. Alla sua buona riuscita erano inestricabilmente connesse questioni di assoluta rilevanza che travalicano gli stessi confini del capoluogo regionale. Non è possibile, ad esempio, separare la riqualificazione dell’ampia area un tempo occupata dall’ex policlinico dall’ambizioso programma di sviluppo dell’Ateneo perugino legato alla riconversione di parte del proprio patrimonio immobiliare con lo spostamento di interi dipartimenti e la realizzazione di strutture di servizio quali le segreterie e gli studentati come quello localizzato (in verità in modo assai poco felice) in prossimità della chiesa di San Bevignate su cui di recente il Consiglio di Stato ha scritto definitivamente la parola fine. Anche quest’ultimo programma, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la dura realtà: l’Ateneo ha infatti perso quasi un terzo dei propri iscritti, complice una sciagurata campagna politico-mediatica che ha dipinto la città di Perugia alla stregua della celebre Gotham City di Batman.

La stessa realizzazione della seconda linea del Minimetro di collegamento con Monteluce, che si spiega solo in relazione a questo complesso progetto di rigenerazione urbana, almeno per il momento è accantonata. Si potrebbe continuare con altri esempi ma si deve purtroppo convenire che, le circostanze sfavorevoli e alcuni errori di valutazione, non hanno favorito la realizzazione di un disegno indubbiamente ambizioso che parte del mondo ambientalista criticò in modo aperto in quanto caratterizzato, a suo giudizio, da un idea di sviluppo fondata su mattone e cemento. I fatti – ammonisce un celebre detto – hanno la testa dura e occorre prendere atto dei risultati deludenti di un piano incompiuto che, ove compiutamente realizzato, avrebbe probabilmente cambiato in meglio non solo il volto di Perugia, ma avrebbe rappresentato una importante opportunità di sviluppo per tutto ciò che, più o meno direttamente, ruotava attorno a questo progetto.

Tuttavia, bisognerà almeno convenire che, con tutti i suoi limiti e gli insuccessi conclamati, almeno quello era frutto di una qualche idea di futuro e di città; come si suol dire, di una visione. Perché, tramontata ogni velleità, oggi si fa molta fatica ad intravederne un’altra in grado di farci uscire dalla morta gora in cui oggi, nostro malgrado, siamo precipitati: a Perugia, in Umbria e, purtroppo, in Italia. Discuterne in modo aperto, senza infingimenti e ipocrisie, potrebbe rappresentare un primo passo per provare ad invertire la rotta.

*Architetto

«Bene la Carducci-Purgotti ma a tre anni dal sisma pronte solo tre scuole: ecco perché»

di Diego Zurli*

L’inaugurazione di un nuovo complesso scolastico rappresenta sempre un momento di grande soddisfazione. I più esigenti (non senza qualche ragione) hanno eccepito circa la qualità architettonica non memorabile a causa degli strettissimi vincoli imposti dal sito ma la Carducci offre tutte le migliori soluzioni tecnologiche e funzionali in grado di ospitare le attività didattiche rispondendo al bisogno di sicurezza dei cittadini grazie alle sue ottime caratteristiche antisismiche. Occorre perciò dare atto del massimo impegno profuso da quanti, politici e tecnici appartenenti a diverse istituzioni – Regione, Provincia, Università e Comune in particolare – si sono prodigati in ogni modo per realizzare quest’opera affrontando non poche difficoltà.

INAUGURAZIONE DELLA CARDUCCI-PURGOTTI

Dopodiché, finita la festa e spente le luci, bisognerà che qualcuno cominci a riflettere, a bocce ferme, su come sono andate le cose interrogandosi sulle ragioni che hanno fatto sì che, a distanza di oltre tre anni, si sia riusciti a completare solo tre delle venticinque strutture che erano state previste. Sorprende, a tale proposito, quanto dichiarato dal Commissario Farabollini il quale, relativamente alla ricostruzione pubblica, lamenta la scarsa organizzazione dei Comuni e l’inadeguatezza del personale a loro disposizione; come se ciò risultasse frutto di una loro autonoma scelta e non di quelle del Governo. In base al programma straordinario, infatti, le scuole avrebbero dovute essere ricostruite entro nove mesi, ma nonostante l’impegno encomiabile e l’ottimismo sparso a piene mani dal Commissario Errani, le cose hanno preso tutt’altra piega perché, rispetto alle previsioni, di anni ne sono serviti almeno due in più.

FOTO: LA NUOVA SCUOLA

La soddisfazione, velata da un pizzico di amarezza, espressa dall’ex assessore Antonio Bartolini nel suo laconico commento consegnato ai social è così pienamente giustificata: ‘se ci vogliono tre anni per inaugurare una scuola, con le semplificazioni specifiche per il terremoto abbiamo una risposta per le cause delle tante incompiute e per i 130 miliardi di lavori bloccati’. Non si può negare che le difficoltà della ricostruzione pubblica e le norme sugli appalti siano in parte legate, ma non è solo questa la chiave per comprendere cosa è successo. La ragione principale dei ritardi, non solo per le scuole, è innanzitutto quella di aver adottato un modello che, alla prova dei fatti, si è dimostrato inadeguato. Infatti, invece di riproporre quello che aveva funzionato per l’Emilia, ovvero la rapida messa in opera di moduli temporanei in affitto in cui ospitare l’attività didattica prendendosi tutto il tempo necessario per sviluppare le soluzioni definitive attraverso progetti di qualità, il Governo ha optato per una terza soluzione a cavallo tra le due: quella di impiegare tecnologie a secco per riuscire a conciliare rapidità e qualità. Ma, purtroppo, non è stato così.

Eppure, lo aveva sottolineato con parole chiare l’ex Ministro Fabrizio Barca in una nota intervista raccontando la sua esperienza Aquilana nel distinguere l’operazione in due fasi: una a carattere temporaneo e una definitiva con lo scopo di evitare di trasferire anche un solo bambino da territori appenninici soggetti a spopolamento con il rischio di allontanarne per sempre la famiglia. Fortunatamente, a differenza delle Marche, questo problema in Umbria non sembra aver prodotto identiche conseguenze perché l’impegno delle istituzioni e del mondo scolastico hanno reso possibile l’individuazione di soluzioni alternative; ma, purtroppo, ad oltre tre anni dal sisma, di scuole realizzate in Umbria oggi ce ne sono solo tre, nessuna delle quali, peraltro, nell’area appenninica maggiormente colpita. La causa di tutto questo è certamente riconducibile ad una serie di scelte iniziali poco felici, quali quelle derivanti dal presumibile diktat di ANAC di non avvallare l’utilizzo dell’appalto integrato – salvo poi ammetterne nuovamente il ricorso attraverso la correzione della norma – come la stessa Regione aveva auspicato con l’intento di replicare il modello emiliano che aveva funzionato a dovere.

Nel cammino, una serie di infinite complicazioni e contorsioni burocratiche quali il ricorso a convenzioni con alcuni Dipartimenti Universitari per superare il problema dei tempi lunghi dell’affidamento della progettazione; la rielaborazione dei progetti iniziali ad opera di alcune società di ingegneria per renderne possibile l’appaltabilitá; il ricorso ad Invitalia quale unica centrale di committenza con finalità anticorruttive ampliandone il numero quando è apparso chiaro che la stessa, operante in tutt’altro mestiere, sarebbe diventata un ulteriore collo di bottiglia; infine, le prime gare andate deserte per via della impostazione del bando che obbligava tutte le imprese di dotarsi di progetti esecutivi prima dell’affidamento. Si potrebbe continuare con altri esempi, ma questi possono già bastare per spiegare le ragioni che, nonostante l’impegno, hanno portato a questo stato di cose generando tra l’altro l’insoddisfazione di imprese e professionisti. Aggiungete le infinite difficoltà connesse all’applicazione del Codice dei lavori pubblici che, nonostante le deroghe, si è dimostrato poco efficace e che nessuno finora è stato in grado di correggere per far ripartire le numerose opere pubbliche bloccate.

Ma c’è una ragione di carattere generale, profonda e perfino inconfessabile, che continuerà a produrre situazioni paradossali ed inefficienze: quella di una Pubblica Amministrazione impegnata principalmente a difendersi da se stessa più di quanto non faccia per garantire l’efficacia del proprio operato: un atteggiamento mosso dalla comprensibile esigenza di contrastare corruzione e malcostume ma che alimenta la cultura del sospetto e la burocrazia difensiva al proprio interno. Purtroppo, così stanno le cose e fino a quando la politica non ne prenderà atto cambiando rotta, situazioni come queste torneranno puntualmente a riproporsi. Discuterne senza reticenze, sarebbe un primo importante passo in avanti perché la sfida più importante non è semplicemente quella di ricostruire quanto è stato danneggiato dal recente terremoto, ma quella di attrezzarsi per farsi trovare pronti e ben organizzati quando il prossimo tornerà a colpirci: perché, come la storia sismica ci insegna, questa è l’unica cosa di cui possiamo essere assolutamente certi.

*Architetto

Giorno della memoria, rettore: «Incoraggiare dissenso anche quando è scomodo da gestire»

In occasione del Giorno della Memoria pubblichiamo l’intervento del rettore dell’Università di Perugia, Maurizio Oliviero

GLI APPUNTAMENTI

Oggi più che mai, con la preoccupante riemersione di ideologie violente e la diffusione sempre più capillare della filosofia del pensiero breve, spetta in primis alle massime istituzioni culturali del nostro Paese ergersi a baluardo di civiltà, tolleranza e dialogo. Ritengo doveroso ribadire con forza la responsabilità di un impegno attivo, affinché la memoria dei tragici errori passati venga preservata a beneficio delle generazioni future. Abbiamo l’obbligo di incoraggiare la capacità di dissenso anche quando quest’ultimo diventa scomodo da gestire. In opposizione alle ingiustizie e qualsiasi forma di violenza, anche quando sembra non riguardarci direttamente, le Università devono offrire uno spazio libero di confronto, di partecipazione e di condivisione, non solo della conoscenza ma anche degli strumenti necessari alla piena capacità critica dell’individuo.

Anniek Cojean, in “Les mémoires de la Shoah”, pubblicato in ‘Le Monde’ del 29 aprile 1995, racconta che un preside di liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, ad ogni inizio di anno scolastico, una lettera ai suoi insegnanti. Si tratta di un testo che mi ha colpito molto, perché sottolinea l’importanza di un’educazione che renda più umani. Mai come oggi abbiamo bisogno di recuperare il valore del tempo, unico custode della memoria. Ecco perché vi invito a rallentare qualche secondo, a leggere e riflettere insieme.

«Caro Professore,

sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università. Diffido – quindi – dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».

Pd, Bettarelli: «Serve congresso a tesi. Verini decida se vuol essere parte della soluzione»

di Michele Bettarelli*

Il risultato elettorale del 27 ottobre non è stato un caso ma la logica conseguenza di una serie di atti e di scelte compiute dal Pd umbro. Il nostro elettorato si è mostrato più illuminato del gruppo dirigente e di fronte a tentativi gattopardeschi ha scelto di dare un segnale di netta e decisa discontinuità. Ora è necessario ricostruire il rapporto tra il Partito democratico e la società umbra. Per fare ciò è fondamentale costruire un percorso congressuale che possa consentire un confronto vero sulle idee e sull’identità prima che sulle persone, superando quello che è il problema dei problemi: una visione del partito personalistica che vede nel consenso alla cordata di turno l’unico vero obiettivo strategico dell’azione politica. Così facendo negli anni si è persa di vista la funzione primaria del partito: una comunità valoriale capace di esprimere visioni prospettiche della società umbra. Dal 12 aprile il Pd non è riuscito a trovare il modo di discutere e ragionare su quanto accaduto. La gestione del commissario è stata solo la prosecuzione delle logiche che hanno caratterizzato il congresso del dicembre 2018, con il limite oggettivo che a guidare quelle logiche è stato l’espressione massima di chi quel congresso lo ha perso.

PD, IL PERCORSO VERSO IL CONGRESSO

Verini Il commissario deve decidere se vuol essere parte della soluzione o vuole continuare a essere parte del problema. Tentare di spiegare il risultato elettorale del 27 ottobre solo come logica conseguenza delle vicende giudiziarie può essere utile alle coscienze personali ma non aiuta a comprendere le ragioni profonde di un sconfitta epocale dalle cui responsabilità nessuno è immune. Spero che si metta una parola definitiva alla logica delle riunioni in cui “amici degli amici” decidono il futuro di una comunità di donne e di uomini che hanno determinato la storia di crescita civile e materiale della società umbra. C’è bisogno di lavorare per costruire un percorso congressuale che possa vedere al centro della discussione la proposta che il Pd vuole avanzare all’Umbria, magari in un congresso per tesi che possa distinguere in maniera netta la discussione sul cosa fare da quella sui gruppi dirigenti.

*Consigliere regionale Pd

Terni Città Smart, infrastrutture e sociale: ecco le idee di ‘Agire con responsabilità’

di Yari Lupattelli *

Dopo aver ascoltato la conferenza stampa di bilancio del 2019 dell’amministrazione comunale ed i programmi di quest’ultima per il 2020, ‘Agire con responsabilità – Impresa’ sociale prende atto delle idee e dei progetti messi in cantiere o già partiti a questo scopo, auspicando che l’anno appena cominciato sia davvero quello nel quale la città possa finalmente segnare una svolta ed iniziare la rinascita. Un percorso certamente lungo e difficile, al quale, crediamo, abbiano il dovere di contribuire tutti coloro che hanno a cuore il bene di Terni.

‘Agire con responsabilità – Impresa’ sociale intende fare la propria parte offrendo, nell’ambito di una condivisione con i soggetti istituzionali e non solo, alcuni spunti di riflessione relativamente alle strategie per il rilancio di Terni. Non possiamo non guardare con grande interesse al progetto dello sviluppo di una città smart ed ecosostenibile, che possa coniugare la crescita e la capacità attrattiva e l’attenzione alle tematiche ambientali, non ultime quelle relative ai fumi dell’Ast. Una Terni moderna ed europea, deve saper conciliare questi due aspetti, entrambi fondamentali, con politiche adeguate. Una Terni che esca dal guscio di periferia di Roma, ma anche dell’Umbria e si proponga come riferimento per l’area del centro Italia non può prescindere da una rapida accelerazione sul tema delle infrastrutture: non solo quelle prettamente locali ma anche e soprattutto quelle di collegamento. Mi riferisco in particolare alla necessità di una fermata in città del treno Frecciarossa ed al completamento della Terni-Orte-Civitavecchia, entrambe cruciali perché consentirebbero alla città di essere facilmente raggiungibile e collegata con Roma ma anche con l’interporto di Orte, snodi focali per la nostra economia. Lo sviluppo e la crescita di Terni passano poi anche da un investimento forte sulla formazione specialistica e sull’Università. In questo senso, ritengo importante guardare anche al di là del rapporto privilegiato con l’ateneo di Perugia, aprendo un dialogo con le Università e l’azienda ospedaliera di Roma: anche alla luce delle ultime importanti novità sviluppate a Terni nell’ambito della neurochirurgia, è fondamentale lavorare per fare del nostro nosocomio un centro d’eccellenza, che possa attrarre ancora più pazienti da tutta Italia ed incentivare i professionisti a restare ad operare nella struttura cittadina.

Per quanto concerne l’aspetto del sociale, torno a ribadire, come ho già fatto in altre occasioni, la necessità di mettersi attorno ad un tavolino e lavorare ad una proposta che possa essere da stimolo per una modifica della Legge 328/2000 che consentirebbe agli enti locali di tutta Italia di poter risparmiare in maniera equa senza che il disabile venga abbandonato, consentendo allo stesso tempo di aumentare le opportunità di lavoro nelle comunità e nei luoghi attinenti alle varie tipologie di disabilità. Occorre un intervento deciso ed importante che tenga conto del contesto e della situazione attuali.

* Presidente di Agire con Responsabiltà-Impresa sociale

Io, la scrittura e la sclerosi multipla: «Il mio 2020? Continuare ad aver voglia di vivere»

Laura è una giornalista perugina, amica di Umbria24, che si trova a combattere con un coraggio da leonessa – insieme al marito Stefano – la sclerosi multipla progressiva. Qui traccia un bilancio per i suoi 45 anni e la lotta con la sua malattia che racconta nel blog La Vita Possibile

di Laura Santi

Oggi compio 45 anni, il 13 gennaio scorso lanciavo questo blog e la pagina Facebook omonima. Dice che in questi casi tocca fare il bilancio e allora facciamolo.

Non mi piace scrivere così poco sul blog, non per mancanza di idee – fosse per quelle, starei sulla tastiera assai più spesso – ma per la fatica, che sta prendendo sempre più spazio nell’arco delle mie giornate (ovvio che dei momenti liberi li ho, ma confesso che in quei momenti preferisco uscire, muovermi un po’, vivere). Ci sta che il blog è personale e libero, ma un post ogni mese (almeno) è troppo poco, e mi dispiace. Soprattutto quando leggo i riscontri dei pochi ma buoni che mi seguono, quando vedo dalle Google analytics che i lettori stanno in media 3 minuti e rotti a leggersi i miei post… Insomma non vorrei sprecarla quest’abilità, che è utile a me come cura, ma anche ad arrivare alle persone. Non mi piace essere irrimediabilmente… “1.0” e sfruttare poco gli strumenti multimediali e le potenzialità di engagement della pagina Facebook. Nonostante il lavoro che facevo e un marito iper-tecnologico, sono un’”anziana” attaccata ai vecchi metodi. I lettori abbiano pietà e si accontentino… A cazziarmi perché potrei fare molto di più, ci pensa Stefano.

Cosa mi piace invece, e mi stimola a continuare? I feedback delle persone che non solo apprezzano, ma si rispecchiano, sono scossi, si commuovono pure. Le persone con cui discuto serratamente sui temi forti (eutanasia legalecannabis…) ma che continuano a seguirmi pur pensandola diversamente. Mi piace sentirmi, anche se per pochissimo tempo rispetto a quanto la malattia mi tiene ferma, almeno un po’ attiva ed efficace. Cioè viva. La vita possibile, appunto.

Sono spesso dura, racconto una realtà senza filtri, una patologia che può essere crudele. Ero spaventata dall’idea di creare rigetto nelle persone che la malattia la vivono. E invece, molte persone con una SM diversa – più lieve, se vogliamo – mi dicono addirittura (sic!) che trasmetto loro energia. Non sanno che regalo mi fanno.

“Desiderata” per il 2020: schiodare questa condanna della fatica, e provare a scrivere di più non tanto sui vari social quanto qui sul blog; interagire più, essere più social (mmh…). Uscire sempre più dall’ambito ristretto ‘sclerosi multipla’ e incazzarmi sui problemi che coinvolgono tutte le persone con disabilità, vivaddio quanti ne continuo a scoprire ogni giorno. La rabbia è vitale: è quella quotidianità faticosa e spesso pure feroce ma presente, che ti strappa per forza di cose al vivere in un ricordo (un lutto) continuo. Viva il presente, comunque esso sia.

E personalmente, cosa mi auguro?
Di non peggiorare troppo e fronteggiare la progressione, di cercare di uscire più di casa (sintomi e fatica permettendo); di rivedere almeno alcuni dei luoghi che amavo e che per me – questo sì, un lutto – son diventati inaccessibili; di mantenermi attiva, perlomeno al livello attuale.

Di continuare, sempre e comunque, ad avere voglia di vivere.

Pd a congresso, Chiodini: «Non mi candido. Si riparta da merito e bisogni, basta correntismo»

di Giacomo Chiodini *

Fare il segretario regionale del Partito democratico oggi, dopo il recente ribaltone politico, è tutta un’altra cosa rispetto al passato. Dalla nascita del regionalismo in poi Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria erano rimaste saldamente in mano alla sinistra social-comunista prima e al centrosinistra in seguito, fino alla vittoria – proprio qui – del centrodestra di Donatella Tesei. Quello di oggi è quindi un contesto completamente nuovo e inesplorato, dove il segretario regionale del Pd svolgerà un compito tutto da inventare.

Malgrado qualche lusinghiera indiscrezione abbia citato anche il mio nome tra i “papabili”, posso ribadire con serenità che non mi candiderò alla segreteria. Mi sento però di offrire qualche idea che possa essere utile al dibattito.

a) Merito e bisogni – La nuova fase è una grande opportunità per il centrosinistra. Per tornare tra la gente senza il peso dell’esercizio ininterrotto del potere. Ma anche per rilanciare un programma fondato sul riconoscimento del merito in tutti i settori e sul rafforzamento di una rete di protezione sociale efficiente e inclusiva. Meritocrazia e lotta alle diseguaglianze, due principi che – se coniugati assieme – possono dare vita a una società più equa e giusta, ma anche più dinamica, efficiente e sostenibile. Queste parole emergano senza timidezza.
b) Esempio e autenticità – Il segretario sia di esempio alla comunità tutta, ispirandosi a principi di sobrietà e rettitudine. Magari ricordandosi di figure leggendarie – all’origine dei partiti di massa – come ad esempio Andrea Costa. Il primo deputato socialista d’Italia che nel 1882 entrò in un Parlamento composto esclusivamente da nobili e ricchi. Costa, uomo comune e privo di mezzi, riusciva a recarsi a Roma grazie alle collette dei braccianti e degli operai di Imola. Tratti di autenticità che gli elettori si attendono in una forza politica di matrice popolare.
c) Opposizione costruttiva – Un ex partito di governo, anche se rappresentato da figure nuove, non sarebbe credibile come opposizione “vociante”: il segretario dovrebbe indirizzare la minoranza in Regione e il centrosinistra dei municipi verso una proposta di governo alternativa alla maggioranza ma comunque capace di assicurare la serietà di un’azione costruttiva per il territorio.
d) Nessuna sete di poltrone – Anche come opposizione il Pd avrà i suoi “strapuntini”: chi si candida, dovrebbe dire con chiarezza che non correrà alle prossime elezioni parlamentari. Magari la volta successiva, ma non subito. Adesso c’è un grande bisogno di generosità.
e) Lontano dal correntismo – Preso atto che di correnti umbre nel Pd ce ne sono state fin troppe, ma che al momento sono estinte o comunque poco influenti, il segretario dovrebbe evitare sudditanze psicologiche di qualsivoglia natura e soprattutto – ancor peggio – dovrebbe scongiurare la tentazione di egemonizzare il partito con una propria corrente. Il partito sia aperto e plurale.
f) Centralità dei sindaci – Figure imprescindibili per una ripresa politica del centrosinistra umbro, vanno coinvolti in tutti gli aspetti decisionali. Il loro protagonismo andrà però dosato con intelligenza, sapendo scegliere al meglio i tempi e le modalità di un loro impegno, senza comprometterne l’immagine istituzionale.
i) L’organizzazione non si improvvisa – Un partito non è un comitato elettorale, il segretario dovrebbe avere il giusto tempo a disposizione per dimostrare che c’è ancora la possibilità di fare una politica di appartenenza e radicamento. Il tesseramento sia trasparente e conti davvero: un territorio che ha mantenuto iscritti (e voti) dovrà essere valorizzato; stimolerà le altre realtà a fare di meglio. No quindi a “invenzioni” e “catapultati”. Gli aspetti della comunicazione, interna ed esterna, abbiano la massima rilevanza.

*Sindaco di Magione

«Minimetrò, vendere le azioni di proprietà pubblica è un grave errore»

di Stefano Vinti*

L’affidamento dell’incarico, deciso dalla Giunta comunale di Perugia, a un professionista per valutare il 70 per cento delle azioni di Minimetrò Spa, che sono di proprietà municipale, allo scopo di venderle è un errore molto grave. Cedere la quota maggioritaria pubblica significa che il governo cittadino intende privarsi di uno strumento fondamentale per la regolazione e riduzione del traffico privato, per la salvaguardia dell’ambiente e dell’aria, e quindi per migliorare la qualità della vita in città. Inoltre voglio ricordare che la parte pubblica di Minimetrò Spa è di proprietà dei perugini tutti, e che prima di disfarsi di un bene comune cittadino occorre sentire il parere dei legittimi proprietari. Spero che la città, le sue organizzazioni, i consiglieri comunali ovunque collocati, facciano sentire la loro voce.

*associazione culturale UmbriaLeft