domenica 16 dicembre - Aggiornato alle 23:50

Troppo grande il nostro contributo di sangue alle morti sul lavoro: l’appello dei sindacati

Nota unitaria dei sindacati edili di Cgil Cisl e Uil
Pubblichiamo integralmente

In Italia sino ad oggi sono 687 i morti sui luoghi di lavoro, ma aggiungendo le morti in itinere si supera quota 1300 in questo tragico bilancio. Un numero del tutto inaccettabile. E l’Umbria dà purtroppo il suo contributo di sangue a questo bilancio.

Sui morti sul lavoro siamo a 12 e se consideriamo, come è doveroso, quelli in itinere siamo a quota 20. E non ci sono solo gli infortuni mortali, anche il fenomeno delle malattie professionali si va allargando: siamo passati da 1.404 persone colpite da questo tipo di malattie nel 2017, a 1.532 nel 2018.

Come abbiamo denunciato più volte il nostro comparto, quello edile e delle costruzioni, è tra i più colpiti. Molti lavoratori subiscono cadute dall’alto, ribaltamento di mezzi meccanici, schiacciamenti. Le cause? La continua ‘deregulation’ del mondo del lavoro, l’aumento degli orari, il dilagare del lavoro nero e delle false partite Iva.

E non muoiono solo i lavoratori dipendenti, ma anche gli artigiani e i piccoli imprenditori, come testimoniano i 2 ultimi incidenti avvenuti a Città di Castello e a Todi. Bisogna bloccare questa tendenza inaccettabile. Intanto applicando il testo unico sulla sicurezza, dando un ruolo vero e forte ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e territoriali (Rlse Rlst). Inoltre occorre che il Governo torni ad investire sulla sicurezza e sulla prevenzione, ribaltando la tendenza in atto, che ha visto praticamente smantellato il sistema dei controlli pubblici.

In questo quadro è estremamente importante l ‘accordo sottoscritto, nei giorni scorsi da Cgil, Cisl e Uil con la Confindustria, che prevede un patto tra parti datoriali e sindacali finalizzato all’applicazione del Dl 81/2008 e a migliorare le tutele assicurative ed antinfortunistiche dell’Inail. Rafforzando il confronto e il riconoscimento reciproco tra sindacato dei lavoratori, datori di lavoro ed istituzioni pubbliche si può e si deve sconfiggere la piaga delle morti sul lavoro, anche in Umbria!

Bassetti su Strasburgo: ‘Vita uccisa per vendetta o fabbricata per profitto, c’è bisogno di Natale’

 

«Mai come in questo momento, quando un vile attentato ha portato la morte in un mercatino natalizio di Strasburgo, bisogna ricordare la santità della vita nascente che celebriamo nel Natale». Lo scrive il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel suo articolo dal titolo “La dolcezza del Natale”, pubblicato da Il Settimanale de «L’Osservatore Romano», in edicola venerdì 14 dicembre, già consultabile sul sito:  «Questa festa cristiana – prosegue il cardinale – è infatti un inno gioioso alla sacralità della vita. Una vita donata e accolta. Una vita povera e umile. Una vita che, per nessuna ragione, deve essere cancellata da mano d’uomo o, all’opposto, ridotta a un carrozzone consumistico».

Terrorismo e mercato della vita «L’attesa di Gesù, il salvatore – sottolinea il presule –, viene a dare un senso, oggi, a questo mondo ferito dalla follia perversa di un terrorismo che colpisce all’improvviso senza alcuna pietà verso il prossimo e dalla diffusione di un mercato della vita che pervade la nostra quotidianità mascherando con la pietà un’industria del desiderio. Si tratta di due fenomeni della società contemporanea molto diversi tra loro ma che sono accomunati da una stessa radice: la perdita del significato profondo della vita umana. Da un lato, infatti, la vita viene uccisa per vendetta; dall’altro lato, invece, viene fabbricata per profitto».

La gioia del Natale «Il Natale – ricorda Bassetti – è invece un inno alla vita da cantare su uno spartito in cui sono scritte tre parole: gioia, dono, umiltà. La gioia di un Dio che viene in mezzo agli uomini e nasce ultimo tra gli ultimi. “Egli viene – scrive don Mazzolari – e con Lui viene la gioia”. Una gioia che viene donata al mondo, scrive il parroco di Bozzolo, “attraverso un bambino che non ha niente”. Un bambino che non ha regali da elargire agli altri perché lui stesso è il vero dono di Dio all’umanità intera. Solo accogliendo veramente Gesù nella propria vita ogni persona può essere “un dono per gli altri”. Un dono gratuito che non lascia spazio al mercanteggiamento dei sentimenti e alle mode effimere più costose. Un dono che si può comprendere appieno solo con l’umiltà della fede. L’umiltà di quegli uomini e di quelle donne che sanno riconoscere il Signore della storia senza fare di se stessi degli idoli in carne e ossa».

Il presepe: semplicità evangelica «Il Papa ha esortato a prepararsi al Natale con il coraggio della fede e a celebrarlo non mondanamente. Con un’esortazione alla semplicità e all’essenzialità della festa. Festa che è da vivere in famiglia e nella comunità cristiana; per esempio, attorno a un simbolo di rara ricchezza culturale e spirituale: il presepe. Un simbolo antico che in Italia ha una storia speciale grazie alla felice intuizione del Poverello di Assisi. Tommaso da Celano, descrivendo la rappresentazione del presepio voluta da san Francesco a Greccio, restituisce il significato profondo di questo simbolo natalizio: “In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà”. Il presepe ancora oggi ha questo significato: semplicità evangelica, povertà, umiltà. E null’altro».

Le dispute sul presepe «Le odierne dispute sul presepe, perciò, stridono alle orecchie di chi è puro di cuore – conclude il cardinale Bassetti – e risultano enormemente distanti dalla commozione e dal giubilo raccontati da Tommaso da Celano. Bisogna allora avvicinarsi al Natale cercando di gustare questa dolcezza, e dunque lasciando da parte asprezze, maldicenze, divisioni. Ed è questa la dolcezza della vita, che è nata in una stalla di Betlemme e che ogni anno rinasce nei nostri cuori».

«Idee, competenze e capacità di unire sogno e concretezza: ecco perché voterò Gianpiero Bocci»

Domenica 16 in Umbria si terranno le primarie per la scelta del nuovo segretario regionale del Pd. A sfidarsi saranno Gianpiero Bocci e Walter Verini. Nei giorni scorsi Umbria24 ha pubblicato l’appello a favore del deputato firmato da Carlo Rossini, mentre oggi è la volta del sindaco di Corciano Cristian Betti che ha deciso di appoggiare l’ex sottosegretario all’Interno.

di Cristian Betti

«Solo coloro che hanno il coraggio di affrontare i grandi insuccessi possono ottenere grandi successi». Devo dire che queste parole di Bob Kennedy mi hanno aiutato molto nel gestire le fasi immediatamente successive alla batosta del 4 marzo, giorno nel quale il Partito democratico è stato sonoramente strapazzato dagli elettori. Queste, ma anche le telefonate di molte persone che mi hanno chiamato e mi hanno chiesto di poter dare una mano, partecipare alle riunioni, addirittura fare la tessera quando mai ne hanno avuta una. Sì, proprio così, nel momento più basso per il nostro partito molti hanno deciso di metterci la faccia, dimostrando che il rassegnarsi a una più o meno lunga fase di dissoluzione, di accuse reciproche fra leader, di cassandre e prefiche, non è proprio nell’animo e nel cuore di quella parte di Italia che non si riconosce nell’attuale Governo. Intendiamoci, i due partiti che attualmente rappresentano la maggioranza in Parlamento hanno vinto le elezioni e dunque legittimamente hanno l’onore e l’onere di governare; però c’è un’Italia che anela un’alternativa, che si riunisce nelle piazze in maniera spontanea, che discute e si interroga circa un’altra visione del paese.

«ECCO PERCHÉ VOTERÒ WALTER VERINI»

Ridare un’alternativa Noi non possiamo essere così egoisti da pensare di chiuderci al nostro interno, rimirandoci l’ombelico come abbiamo fatto per troppo tempo, e non uscire, dialogare, discutere, condividere con tutti coloro che hanno la volontà di costruirla, questa alternativa. E questo potremo farlo solo nel momento in cui avremo ricostruito dalle fondamenta il senso più profondo della nostra appartenenza a questa nostra comunità politica, la sua visione del mondo, la sua lettura dei fenomeni globali e locali, il rapporto con l’Europa e con le nazioni più povere della Terra così come con quelle più potenti e/o rampanti. Dovremo interrogarci sul rapporto pubblico/privato, sul rapporto fra generazioni, sul rapporto fra Stato ed Enti locali, sulle sempre maggiori diseguaglianze. E dopo che ci siamo interrogati, che abbiamo discusso, analizzato, valutato, andremo ovunque a proporre le nostre soluzioni. Dovremo quindi, continuando a parafrasare Bob Kennedy, essere visionari pragmatici. Unire concretezza e sogno. Intrecciarli indissolubilmente. Questa è Politica, che significa un’altra cosa rispetto a cavalcare le legittime paure e preoccupazioni della gente per un immediato quanto effimero successo elettorale. Questo significa davvero ridare un’alternativa.

LA BATTAGLIA DEI SEGGI: C’È UN RICORSO 

Alzare il tiro Credo che non facciamo un grande servizio al paese se continuiamo a sbeffeggiare le gaffe dei ministri e sottosegretari, se attendiamo che si compia qualche sciocchezza per poi portarla a pubblico ludibrio. Così non riconquisteremo nessuno. Così come non possiamo continuare con il continuo piagnisteo di chi si sente incompreso ingiustamente dai cittadini, ma fare quello che gli italiani sanno fare meglio, ovvero rimboccarsi le maniche e cambiare il mondo. Quindi, così come non mi ha mai appassionato in passato, mi appassiona ancora meno oggi interrogarmi su cosa farà questo o quel leader del Partito democratico. Credo che tutti noi, a partire dai territori, dovremo essere impegnati in un altro esercizio, ben più lungimirante e avido di futuro, che è quello di dare priorità ai diritti collettivi, senza aver paura di rompere schemi vetusti e preconcetti. Questo tipo di percorso quindi coinvolge necessariamente sia la dimensione interna alla collettività-partito, che va rianimata e ricostruita, sia all’esterno mettendo a disposizione di tutti la nostra visione del paese e del mondo. Anche noi, nella nostra Umbria, dovremo percorrere questo sentiero. Alzare il tiro ma al tempo stesso affrontare le problematiche che ci si pongono innanzi.

L’Umbria Disegnare il futuro della nostra regione coinvolgendo in maniera più incisiva tutti coloro che quotidianamente si battono nei territori per migliorare la vivibilità dei nostri centri urbani, per aumentare il numero dei bambini che possiamo ospitare nei nostri asili nido, per poter tendere una mano agli svantaggiati, per migliorare gli edifici scolastici, per mantenere e aumentare i servizi agli anziani, per creare occasioni di lavoro, per migliorare l’efficienza del ciclo dei rifiuti. Mi riferisco a tutti i sindaci, gli assessori, i consiglieri comunali, gli iscritti al partito, che in questi anni hanno compiuto miracoli per continuare a migliorare la qualità della vita delle proprie comunità nonostante i tagli disarmanti ai bilanci ed i vincoli imposti dai livelli centrali di governo, attuati spesso da chi non aveva la minima idea di come certe decisioni potessero poi incidere negativamente nella possibilità di dare risposte da parte di chi ha nel rapporto quotidiano con le persone la propria regione d’essere.

Perché Bocci Ho messo a disposizione del candidato alla segreteria regionale che sostengo, ovvero Gianpiero Bocci, queste mie riflessioni, che non vogliono essere la verità indiscutibile ma un mio modesto contributo che viene da un dialogo costante e appassionato con le persone. Ritengo infatti che Gianpiero, che conosce alla perfezione le problematiche e le potenzialità dei nostri territori, possa essere capace di mettere insieme quelle idee e quelle competenze di cui ha bisogno il nostro partito regionale, partendo proprio da chi in questo momento ha scelto legittimamente un altro percorso. E sono convinto che saprà essere un grande valore aggiunto sia per quelli che nel partito ci sono da anni e hanno contribuito a fondarlo, questo Pd, sia per coloro che si avvicineranno da ora in avanti e che daranno nuova linfa a tutti noi, se sapremo accoglierli con generosità. Chiudo citando sempre Bob Kennedy: «C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede: perché? Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo: perché no?». Sogno e concretezza, anche nella nostra Umbria.

«Congresso, voterò Verini perché anche in Umbria c’è bisogno di recuperare lo spirito del Pd»

Manca una settimana alle primarie del 16 dicembre, quando Walter Verini e Gianpiero Bocci si contenderanno la segreteria regionale del Partito democratico. Pubblichiamo l’appello dell’ex sindaco di Todi Carlo Rossini. Nei prossimi giorni Umbria24 pubblicherà un appello a favore di Bocci, interviste e approfondimenti. 

di Carlo Rossini

Il partito che non c’è (più). Finire così sulla copertina de L’Espresso, come accaduto la scorsa settimana, fa male. Per chi ancora spera in qualcosa di diverso per il nostro paese, qualcosa che vada oltre il governo gialloverde, oltre le crisi, è insopportabile dover leggere dalla penna del direttore dello stesso giornale che «l’opposizione del centrosinistra e del Pd è ferma, bloccata. E il congresso che si sta faticosamente mettendo in moto non sta aiutando a dissipare la nebulosa, anzi. Al vertice, il balletto delle candidature assomiglia agli antichi minuetti che accompagnarono la fine di gloriosi partiti come la Dc e il Partito socialista negli anni Novanta: pensavano di potersi ancora permettere il lusso di correnti, divisioni, guerre e riappacificazioni, invece era arrivata la Fine, la commedia lasciava il posto all’ombra indesiderata della morte, politica se non fisica».

Salvare l’Italia Il 14 ottobre 2007 in oltre tre milioni e mezzo partecipammo alle primarie per costruire il Pd, dentro una stagione certamente non facile. Il 25 ottobre 2008, al Circo Massimo, rispondemmo in centinaia di migliaia all’invito “Salva l’Italia” del nuovo partito e di Walter Veltroni. Forse bisogna ripartire da lì. Con l’ultima idea che abbiamo avuto: il Pd, appunto. Quello vero, nato con la partecipazione di tutti, con la voglia di stare insieme e salvare l’Italia. Salvare l’Italia. Ancora una volta. Salvarla dai nuovi populismi, dall’isolamento, dai nazionalismi, dai sovranismi, dall’intolleranza, dagli odi, dalle ricette economiche senza senso né respiro. Salvare l’Italia: è questo il punto. In questi anni il Pd, nonostante più di qualche buon risultato di governo, si è arroccato di giorno in giorno, senza coltivare una visione comune di domani, costretto a far accordi con il bilancino, su tutto.

Guerre interne Uno stillicidio quotidiano tra correnti, personalismi, rottamazioni. Un partito nato per far incontrare culture diverse e divenuto, invece, leaderistico, dentro una massacrante verticalizzazione, che ha tradito le attese iniziali, fino a portare al proprio interno la discussione sulla sua stessa sussistenza, tra traumatiche separazioni e possibili ulteriori scissioni. Ha isolato i propri amministratori, il Pd, lasciandoli schiacciare dalla morsa delle difficoltà e delle sempre minori risorse assegnate agli enti locali. Ha bruciato classe dirigente, quegli stessi amministratori ai quali veniva chiesto molte più volte da che parte stessero piuttosto che cosa si potesse fare per le comunità amministrate. Si sono perse dappertutto elezioni dentro le guerre interne e ci si è allontanati dai milioni di persone che oggi non ci credono più.

Scoppola e le ragioni del Pd Un anno fa il Pd delle primarie con milioni di persone ha celebrato il suo decennale, in un teatro, con mille presenti. Confesso di non aver resistito quel giorno e di aver scritto un messaggio whatsapp a un amico: oggi quel Pd chiuso in un teatro mi ha fatto pensare ancora alle parole di Pietro Scoppola a Orvieto, il 7 ottobre 2006. Dieci anni fa stavamo muovendo pezzi di popolo, oggi quel teatro mi ha fatto solo pensare ai pezzi di classe dirigente che non bastava ieri e non basta oggi unire. La relazione di Scoppola si intitolava: «Le ragioni del Partito democratico». Ragioni da ritrovare. Il compito è di nuovo quello: mettere insieme pezzi di popolo. Il popolo iperconnesso che si muove nel web, il popolo che si autoconvoca nelle piazze, che fa petizioni online, che organizza comitati, tinteggia scuole, pulisce strade e aree verdi. Il popolo da rassicurare, perché ha paura del diverso, teme il futuro, si sente insicuro. Quel popolo fatto di giovani dal domani incerto, di anziani appenati, di persone fragili e precarie, di famiglie affannate.

Riprendere il cammino E, a una settimana di distanza, arriva una seconda copertina de L’Espresso. «Noi ci siamo» si legge sotto il volto di una giovane che fa pensare a quanto sia grande il mondo a cui dobbiamo guardare. Sotto si legge: «Una nuova generazione in piazza. Chiede scuole migliori ma vuole anche fare politica. E dice no a Salvini. Voci di un movimento che nasce nel deserto dei partiti». Dobbiamo riprendere il cammino e portarci su questo passo. Servirà tempo, grande impegno e qualcuno che sappia ripartire dall’ultima idea coltivata a sinistra – il Pd di Spello, del Lingotto, nato dall’Ulivo -, che non abbia una corrente da mantenere sopra gli interessi generali, che coltivi valori condivisi, che ci chiami nuovamente a salvare l’Italia, pensando che questo sia più importante di salvare ognuno quel che rimane di se stesso.

Perché Verini In Umbria il Pd ha le stesse potenzialità, ma anche le stesse drammatiche ferite che ha nel paese. Possiamo, abbiamo il dovere di provare a curarlo, guarirlo, rilanciarlo. Ho condiviso queste riflessioni, qualche mese fa, d’estate, con lo stesso amico a cui avevo inviato il mio messaggio whatsapp, Walter Verini. L’ho esortato, in tempi non sospetti, a dare una mano in Umbria, perché è stato protagonista con Walter Veltroni della stagione di elaborazione e nascita del Pd; perché c’è bisogno di persone come lui che dichiarano apertamente di non doversi candidare più a nulla, ma di voler solo contribuire a una rinascita, mettendo in pista nuove forze; perché, quando sono stato chiamato a fare l’amministratore nella mia città, l’ho sentito sempre vicino senza il peso delle vecchie e nuove appartenenze. Credo ci sia bisogno di questo spirito e di tornare a parlare tutti insieme di come salvare l’Italia, senza attardarsi sulla strada di chi pensa, soprattutto nei territori, si possa giocare ancora a spaccare tutto. Vincendo piccole battaglie per se e perdendo, invece, tutto per tutti. Come avvenuto nella mia e in tante altre città.

«A Perugia lunedì tutti in piazza per i diritti. Non ci arrendiamo a questo clima di odio»

di Paolo Tamiazzo*

Ormai la criminalizzazione della solidarietà e il restringimento dello spazio per la società civile democratica è una delle priorità comuni alle forze oscurantiste e reazionarie in tutta Europa. Il Forum Civico Europeo, la rete di cento associazioni dell’Est e dell’Ovest europeo di cui l’Arci fa parte, sta coordinando il lavoro per una azione comune che si terrà il 10 dicembre, 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

L’obiettivo è che, in quel giorno, organizzazioni di società civile si rendano visibili insieme in tutta Europa, per difendere il valore democratico della loro esistenza e delle loro azioni, che rendono ogni giorno più accessibili i diritti umani a milioni di persone, e per protestare contro gli attacchi allo spazio pubblico e alla partecipazione.

L’Arci è stata una tra le prime organizzazioni europee alla quale è stato chiesto di aderire e in Italia è capofila della campagna, anche attraverso una lettera inviata dalla Presidente nazionale a tutto il mondo dell’associazionismo che illustrava la campagna e ne chiedeva l’adesione.

Anche a Perugia, grazie al lavoro e all’impegno di tante associazioni presenti nel territorio, il prossimo 10 dicembre sarà una giornata di festa, di riflessione, di impegno. Il titolo della manifestazione parla chiaro: «Camminiamo diritti». Diritti che credevamo consegnati alla storia di civiltà di questo paese, di questo continente, dell’umanità intera, e che mai come oggi diventano carta straccia in una pericolosa “vulgata” dove i diritti umani e i loro difensori sono descritti come un orpello inutile, radical-chic, pericoloso per la sicurezza. Non ci arrendiamo a questo clima di odio, la storia ci ha insegnato di cosa è foriero.

Vogliamo usare queste celebrazioni per ricordare a tutti il senso che ebbe questa Dichiarazione, pietra miliare di un’idea che un altro mondo era non solo possibile, ma assolutamente necessario, visto le recenti enormi ferite provocate dal secondo conflitto mondiale, finito da pochi mesi. Finalmente il detto latino “Si vis pacem, para bellum” perdeva il suo terribile senso a fronte di un detto: “Se vuoi la pace, prepara la pace, più compatibile con l’idea di quel “mondo nuovo” che doveva nascere sulle ceneri della seconda guerra mondiale. E nella città di Aldo Capitini l’obiettivo della manifestazione di lunedì non poteva che essere quello di far sentire «la propria voce in difesa dei diritti, che oggi sono negati e calpestati, mentre la solidarietà è considerata reato, l’aiuto viene tacciato di buonismo, l’odio per il diverso prevale sullo spirito di fratellanza, facilitando la diffusione di nuove forme di razzismo e fascismo, di una pericolosa deriva antidemocratica».

Siamo certi rappresentare ancora la maggioranza dei cittadini, una maggioranza sbigottita e ammutolita dal clima violento che respira giornalmente. La manifestazione di lunedì prossimo serve anche per dare voce a quel pezzo di cittadinanza che ne sarà pure la parte più impaurita, ma che senza dubbio ne rappresenta la parte migliore.

*Responsabile Pace ARCI Umbria

Ragazzo cade e batte la testa fuori dal Norman, “Fofo” Croce assolto dopo 7 anni: «Fu l’inizio dell’agonia»

di Fabrizio “Fofo” Croce

Fofo è innocente. L’imputato Norman assolto! Così ha sentenziato il Tribunale penale di Perugia dopo quasi 7 anni, per la precisione 78 mesi di attesa snervante per una vicenda tutta italiana in cui sono emerse limpide la malafede di alcune persone, la spregiudicatezza di un avvocato, le dinamiche farraginose della giustizia. Il fatto incriminato, pur grave, avvenne nell’inverno 2012 e rientrava in una casistica purtroppo non infrequente nel “mondo della notte”: un cittadino italiano di 27 anni era svenuto a tarda notte all’esterno di un locale ferendosi gravemente nella caduta; il suo ricovero era avvenuto in uno stato prossimo al coma etilico e successive analisi lo trovarono positivo a svariate sostanze stupefacenti. Il locale era regolarmente coperto da una assicurazione e, di prassi, la vicenda si sarebbe chiusa a seguito di regolare denuncia, in quanto le compagnie tendono a conciliare risarcendo il sinistro, al riscontro di una minima negligenza da parte del gestore, per evitare lunghe cause. La legge, però, non esclude che in alternativa a quella procedura si possa avviare un processo penale contro un legale rappresentante di un’attività, in forza dell’istituto della responsabilità oggettiva: costui poi, se condannato, potrà rivalersi sulla società di cui è responsabile.

IL DOCUMENTARIO SULLA STORIA DEL NORMAN

Il selciato sconnesso Tra le due opzioni la parte offesa ha preferito denunciare il sottoscritto, in qualità di Preposto, con la conseguente richiesta di un ingentissimo risarcimento danni per gravi lesioni colpose causate, secondo la perfida tesi accusatoria, da selciato sconnesso e scarsa illuminazione. Ebbene, al giudice sono serviti quasi 2.400 giorni per venire a capo di una vicenda che a chiunque pareva di chiara soluzione fin dal primo giorno e pronunciare l’agognata assoluzione: conosco i meccanismi della legge, da laureato in Giurisprudenza, e li rispetto senza polemica. Diversamente dal tribunale, invece, ai 4 quotidiani perugini dell’epoca (ai 3 attuali va aggiunto il defunto Giornale dell’Umbria) furono sufficienti meno di 48 ore per sentenziare in modo inequivocabile la loro verità e sbatterla in prima pagina senza possibilità di appello: “Picchiato selvaggiamente davanti ad un noto locale perugino il cui nome inizia con la N, situato nella zona X della periferia cittadina”. Una contestualizzazione del fatto è d’obbligo: Perugia viveva ancora i postumi del dopo Meredith, da tempo era al centro delle cronache nazionali per notizie di varia criminalità, Bruno Vespa le aveva dedicato ben due puntate di Porta a Porta eleggendola tristemente a “capitale italiana della droga” e pochi giorni prima in tv a La7 il sindaco Boccali era stato brutalmente messo all’angolo dal giornalista Nuzzi. In altre parole l’opinione pubblica reclamava sicurezza e, forse, aveva bisogno di capri espiatori da sacrificare, cosicché la vicenda fu immediatamente interpretata, anche a livello locale, in modo strumentale alla teoria del male imperante sulla città.

Più rispetto Quel titolo indelebile, però, macchiò di un nero intenso la storia orgogliosa di un locale di periferia che da quasi 25 anni era una inesauribile fonte di proposte, svolgendo una costante azione culturale senza aiuti pubblici, e che, anche per questo, avrebbe meritato maggior rispetto. Inoltre, collocato in un arco temporale di 2 anni in cui dal locale ci si era rivolti per 4 volte al 118, quel fatto indusse il nuovo questore, mandato in città a riportare l’ordine, alla decisione di imporne la chiusura forzata, così motivandola: “pur non riscontrando responsabilità diretta dei gestori, si deduce che l’atmosfera del locale è inquinata e si rende necessaria una sospensione della sua attività”. L’inattesa sosta per quasi un mese, nel periodo tra Carnevale e Pasqua che statisticamente rappresenta il momento clou della stagione, significava interrompere flussi, annullare o rinviare impegni artistici o economici, alimentando anche sospetti sulla solvibilità futura dei gestori. Fu lì che iniziò l’agonia di una struttura piccola e con le spalle strette: la fine del suo ciclo vitale era già iniziata, lo sapevamo da tempo, ma avremmo voluto chiudere quella storia uscendo a testa alta e preparandoci al distacco come si fa con le cose a cui si è voluto un gran bene. Così no, faceva male! Messi alla berlina, guardati con circospezione, senza attestati di solidarietà, addirittura denunciati e sotto processo.

La mia vita è cambiata Oggi è tutto un fiorire di rimpianti, elogi, celebrazioni alla memoria del Norman (anche un documentario) che non possono che inorgoglire; io stesso da quella esperienza mi sono creato un lavoro apprezzato in tutta la regione, ma allora, credetemi, fu dura: gli stessi giornali, che avevano sempre dato spazio a quella attività e pur a fronte dei riscontri degli inquirenti circa la accidentalità del fatto, negarono una rettifica. In quei mesi di vortice (una nemesi per quello raffigurato nel logo del Norman?) è cambiata la mia vita, ho perso tutti i sudati risparmi e anche qualcosa di più per chiudere il locale senza strascichi e sostenere la mia difesa legale. “All’inferno e ritorno”: come in un film. Non ho però rimpianti né nutro rancore e, pur potendo farlo, non mi interessa avviare una causa civile per danni. Sono sereno e sincero. Aspettavo da anni il momento giusto per rendere pubblica questa testimonianza: avere avuto un supporto dalla mia famiglia e una grande donna al mio fianco mi ha aiutato a uscirne integro, più maturo e consapevole. Ma altri al mio posto avrebbero avuto la stessa sorte? Oggi più che mai sostengo con forza la libertà di stampa e il diritto di fare informazione, ma penso con altrettanta convinzione che chi fa questo mestiere abbia il dovere di riscontrare la veridicità dei fatti: in mano si ha un’arma che potrebbe fare del male.

Export e turismo, l’Umbria ha ancora un deficit da colmare

di Elisabetta Tondini

Negli anni più cupi della crisi, l’esportazione è stata per il paese e per molte realtà regionali in particolare, l’unico sostegno per tamponare il crollo della domanda. La strategicità della componente esterna della domanda finale è stata ancora una volta suffragata dai fatti. Tuttavia la vendita all’estero dei prodotti manifatturieri, seppure resti un ingrediente fondamentale per un sistema economico, visti gli effetti propulsivi che riesce ad alimentare, non esaurisce la natura della domanda generata “dal di fuori”: c’è un altro pezzo importante, che ha a che fare con il turismo e con la sua potenziale enorme capacità di sollecitazione su una vasta gamma di servizi di varia natura e ormai non più soltanto tradizionali e, indirettamente, sull’industria della trasformazione. Le risorse del territorio e della cultura e le attività turistiche e il terziario a esse connesso costituiscono un importante fattore strategico nel sostegno o nel rilancio di economie profondamente segnate dalle conseguenze di una crisi pluriennale.

La Toscana In un contesto fortemente mutato, mentre una base produttiva industriale segnatamente ridimensionata aspetta di essere opportunamente ripotenziata, l’area dell’Italia di mezzo prova o continua a sfidare la nuova concorrenza utilizzando al meglio ciò di cui dispone. Tra le tre regioni spicca una Toscana con una risorsa turistica sapientemente valorizzata e che ha costituito un forte traino per alimentare la domanda regionale con il suo elevato potere attivante sull’intero sistema. La patria dei distretti becattiniani, pur non rinnegando certo la sua tradizione manifatturiera, ha da tempo trasformato il turismo in un prezioso meccanismo propulsore per la sua economia e il più elevato tasso di terziarizzazione riferito ai servizi di mercato che la caratterizza la fa convergere verso le regioni economicamente più forti del paese.

TURISMO, NEL 2018 CRESCONO CLIENTI E NOTTI

Marche e Umbria Sul fronte turismo, le Marche soffrono ancora del limite di un’alta stagionalità e di una bassa produttività del lavoro, manifestando in entrambi i versanti situazioni peggiori di quella riscontrabile in Umbria e sicuramente ben lontani dalle elevate performance della Toscana la quale intanto conferma la sua superiore capacità attrattiva rispetto alla media del paese: non è casuale la sua collocazione al primo posto, unica con giudizio ottimo, nella graduatoria dell’indice di brand costruito per le regioni italiane. Infine l’Umbria, quanto a capacità di intercettare flussi dall’esterno, risulta ancora deficitaria sia sul fronte export che sul fronte turismo, figurando più indietro rispetto a Toscana e Marche: è più indietro per una propensione a esportare strutturalmente molto inferiore a quella delle altre due regioni ma lo è anche considerando la risorsa turistica, rispetto alla quale non è ancora pienamente strutturata o non lo è in maniera tale da colmare almeno in parte i molti vuoti lasciati dall’industria. Certo, non bisogna dimenticare che, rispetto alle altre due, l’Umbria non ha il mare, una risorsa che molto rileva per l’attrattività di un territorio e che un lago – anche quando garantisca una valida alternativa di richiamo turistico – non può sostituire.

BANKITALIA: IN UMBRIA CALANO INVESTIMENTI

Fare rete In mancanza di ciò, va sottolineato l’impegno profuso negli anni più recenti nel fare leva su cultura e ambiente come fattori propulsori e le operazioni anche di marketing attuate in tal senso sembra stiano lavorando nella giusta direzione. Esistono tuttavia ancora ampi margini di manovra per strutturare una sempre più fitta rete tra settori e soggettività coinvolte più o meno direttamente nella gestione della risorsa culturale e per fare del turismo un efficace sostegno all’economia (anche) del territorio umbro. In effetti, un filo rosso corre lungo la fascia di terra racchiusa tra due mari, da est a ovest: la grande risorsa culturale e ambientale che ricopre l’Italia di mezzo. Considerare i luoghi umbro-marchigiani non più una propaggine della Toscana ma un’area ad essa assimilabile fino a configurarsi unitaria, identificabile anche in termini di capacità gestionale delle risorse e di accoglienza turistica, sarebbe auspicabile visto che tale operazione può costituire un valido sostegno all’economia di quei luoghi.

EDILIZIA, IN 10 ANNI PERSI 12 MILA OCCUPATI

Verso est Non vi è dubbio che un grande salto in avanti in termini di visione territoriale unitaria sia stato compiuto con il recente potenziamento delle direttrici che collegano l’area umbra alla costa marchigiana. L’imponente opera infrastrutturale che ha reso di fatto molto più vicine le due regioni limitrofe significherà certamente una maggiore apertura dell’Umbria verso est, probabilmente una riduzione delle sue aree marginali orientali e forse nuove gravitazioni territoriali; ciò che si auspica è comunque lo sviluppo di una rete di rapporti di interdipendenza bidirezionali e di complementarità funzionale tra i due territori. Più in generale, il potenziamento delle relazioni trasversali da una costa all’altra dell’Italia di mezzo potrebbe garantire una serie di vantaggi per le regioni coinvolte, a patto che non comporti, per quella “più di mezzo” delle altre, un’involuzione a territorio (solo o prevalentemente) di passaggio.

Accessibilità Considerazioni e dubbi, questi, che trovano naturalmente una loro ragion d’essere quando si ha a che fare con questioni afferenti alla sfera della economia materiale, per la quale l’aspetto legato ai luoghi, alle collocazioni territoriali, alle distanze fisiche, all’accessibilità costituiscono elementi cruciali. In un mondo sempre più digitalizzato, dove un’economia sempre più immateriale sta stravolgendo i modi e le forme del produrre cambiandone profondamente problematiche e fattori rilevanti, sottolineare la strategicità che può assumere la realizzazione di una strada ad alcuni potrebbe apparire anacronistico. Ma così non è. Non lo è per quella importante porzione di produzione che ancora con la dotazione viaria deve fare i conti; non lo è per la fruibilità di un territorio di cui si vogliano apprezzare le bellezze, per cui l’accessibilità diventa fattore imprescindibile; non lo è in modo specifico per l’Umbria, visto che la storia della sua dotazione infrastrutturale sembra ripercorrere lo stesso cammino del suo processo di industrializzazione, avviatosi cioè in ritardo rispetto alle realtà italiane similari, di piccola e media impresa.

Interrelazione Nell’ottica dell’affermazione di una visione strategica dello sviluppo e del governo di processi concepito su area vasta, che travalica i confini regionali, il rischio di marginalizzazioni (per tornare al punto di partenza) dovrebbe essere fugato: ciascun territorio, portatore di proprie peculiarità, sarà comunque centrale in nome del principio di complementarità, della esaltazione delle differenze e della maggiore efficacia di azioni derivanti dalla gestione di problematiche comuni. Del resto, la interrelazione territoriale in ambiti diversi, proprio perché necessità imposta dalla nuova declinazione dello sviluppo, è fortemente incoraggiata dall’Unione Europea, in funzione dell’innalzamento della competitività sistemica e dei vantaggi derivanti dalle economie di scala: ormai è chiaro che certe grandi questioni non possono più essere risolte entro la sfera d’azione del singolo territorio regionale, soprattutto se di piccole dimensioni.

Il cardinale Bassetti sul lavoro: «Giovani non vi arrendete»

«Il lavoro è qualcosa che fa parte della nostra persona». L’ha evidenziato il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel suo intervento al convegno “Dignità e lavoro” tenutosi a Perugia il 16 novembre, promosso dalla Caritas diocesana a cui hanno partecipato anche numerosi studenti. Il convegno è nato sulla scia del progetto “Sosteniamo il lavoro” finanziato dall’8xmille della Chiesa cattolica, che ha coinvolto diverse realtà produttive del territorio, offendo una prima opportunità occupazionale dignitosa a 16 giovani e adulti. Il progetto proseguirà per altri due anni dando la stessa opportunità a 40 persone. «I giovani in cerca di lavoro non devono arrendersi», ha detto il cardinale Bassetti nel raccontare che «non pochi di loro mi chiedono: ‘Vescovo aiutami a trovare un lavoro, perché io mi sto arrendendo…’. Un giovane non può arrendersi e la speranza che tutti portiamo nel cuore deve concretizzarsi con il sostegno delle istituzioni chiamate a fare la loro parte affinché nessuno si arrenda, perché a tutti deve stare a cuore il futuro di voi giovani. E questo “stare a cuore” è il grande messaggio che don Lorenzo Milani trasmetteva ai suoi ragazzi: «Tu mi premi perché prima di ogni cosa, della scuola, del lavoro, tu sei una persona che mi sta a cuore e il tuo bene diventa il mio bene. Lo Stato, la Chiesa non hanno altri beni se non quello di favorire la crescita umana e professionale di voi giovani per darvi una prospettiva nella vita».

Il cardinale Bassetti ha apprezzato molto la presenza al convegno di esperti, di rappresentanti del mondo imprenditoriale e sindacale nazionale ed umbro e soprattutto del governo con il sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle politiche sociali Claudio Cominardi. Sono intervenuti alla giornata perugina sul lavoro don Ivan Maffei, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e sottosegretario della Cei, il referente di Caritas italiana don Andrea La Reggina, l’assessore comunale di Perugia alle politiche sociali Edi Cicchi, il segretario confederale Cisl Andrea Cuccello, l’economista Leonardo Becchetti, ordinario presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, i manager di Umbragroup Spa e Gi Group Spa Carlo Odoardi e Antonio Bonardo, il direttore della Caritas di Perugia diacono Giancarlo Pecetti e due tirocinanti di “SoSteniamo il lavoro”, Camilla Bizzarri, presso l’azienda Agricolus, e Noura Koulali, presso la Conad di Castel del Piano (Pg).

Il sottosegretario di Stato Cominardi è intervenuto sul reddito di cittadinanza, sostenendo, in sintesi, che «il lavoro è un tema centrale, ma al centro va messa sempre la persona, perché sono decenni che si parla di disoccupazione e poco si fa per sostenere l’occupazione. Le Istituzioni europee lo chiedono attraverso una loro raccomandazione del 1992 rivolta agli Stati membri, quella di dotarsi di uno strumento di sostegno al reddito per contrastare le diseguaglianze, ma non è sufficiente perché bisogna investire nell’innovazione e nella formazione. Occorre dare delle ore del proprio tempo da mettere a disposizione delle comunità locali e dimostrare che sta cercando effettivamente lavoro. Oggi si è poveri facendo due o tre lavori e questo vuol dire che siamo sotto ricatto e quindi non si può per forza accettare qualsiasi lavoro ed è per questo che ribadisco che bisogna mettere al centro la persona».

Significative sono state le testimonianze delle due tirocinanti del progetto “Sosteniamo il lavoro”, frutto della collaborazione tra Caritas diocesana e gli Uffici diocesani per i problemi sociali e per la pastorale giovanile, con il sostegno di Gi Group Spa, Terzo sapere – Anspi. Nel caso delle due giovani si è concretizzato il tema del convegno “Dignità e lavoro”. «Siamo state scelte perché donne, mogli e madri – hanno detto – e questo ci ha dato molta dignità, forza e speranza nel nostro lavoro sostenendoci nella gestione delle nostre famiglie e di noi stesse. In questo progetto abbiamo incontrato delle persone che hanno ascoltato le nostre difficoltà aiutandoci a superarle dandoci il loro sostegno. Siamo passate da un futuro molto incerto alla realizzazione del nostro sogno, quello di essere autonome trovando un lavoro dignitoso».

«Abusivismo edilizio, dati Istat fuorvianti: intere case solo 200, gli altri piccoli interventi»

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che commenta i temi affrontati nell’articolo su rischio idrogeologico e abusivismo edilizio pubblicato lunedì 12 novembre su Umbria24

di Diego Zurli*

Gentile direttore, ho letto con attenzione l’articolo che affronta temi di notevole interesse e di grande attualità. Tuttavia, il tema del rischio idrogeologico e quello dell’abusivismo edilizio sottendono problematiche molto diverse che non hanno in buona sostanza alcuna correlazione tra di loro, almeno nella nostra regione.

Parti di città, anche storiche, si trovano infatti in zone a rischio idrogeologico semplicemente perché la classificazione operata dal PAI è avvenuta in tempi successivi e sono assolutamente legali. Nel contempo, la rappresentazione che, da parte di alcuni organi di informazione, si continua a dare dell’abusivismo in Umbria sulla scorta di dati ufficiali diffusi da organismi autorevoli come l’ISTAT è assai ingannevole e decisamente fuorviante. Testate nazionali come Il Corriere della Sera e La Repubblica hanno infatti recentemente pubblicato articoli in cui sostengono che una regione come l’Umbria avrebbe poco meno del 30% delle abitazioni abusive collocandosi al poco invidiabile ottavo posto tra le regioni italiane. Per nulla convinto della rappresentazione del problema dell’abusivismo così come risulterebbe dalla lettura del dato, ho scoperto che l’indicatore sulle abitazioni abusive, insieme a moltissimi altri, è stato estrapolato dal rapporto annuale dell’ISTAT denominato “BES – Benessere Equo e Sostenibile in Italia” che, per tutt’altri scopi, fornisce un quadro informativo ragionato dei principali fenomeni sociali, economici e ambientali del paese.

Mi sono chiesto pertanto quale strana malattia debba aver contagiato i miei corregionali negli ultimi due o tre anni per indurli ad assumere un comportamento così sconsiderato. Ho chiesto perciò chiarimenti alla qualificata società che, per conto dell’ISTAT, ha effettuato l’elaborazione sull’abusivismo la quale, grazie alla squisita cortesia suo direttore, mi ha prontamente fornito la chiave di lettura dell’arcano. Innanzitutto, mi ha confessato che l’attività edilizia abusiva è difficilmente misurabile e che pertanto ciò di cui si parla non è una rilevazione ma una stima basata su una nutrita serie di indicatori che sconta le lacune ed imperfezioni delle molteplici fonti impiegate. Questa stima indicherebbe in poco più di duecento le abitazioni “abusive“ in Umbria nel 2015, valore particolarmente contenuto in una regione che dispone di un patrimonio di 444.771 abitazioni, ovvero lo 0,048% dello stock. In altri termini, ogni anno si costruiscono abitazioni abusive pari a circa lo 0,05% del totale.

Inoltre, in presenza di attività edilizia molto bassa come quella che ha caratterizzato l’Umbria negli ultimi anni, anche un numero limitato di abusi edilizi o comunque definibili tali, può far schizzare verso l’alto il suo valore percentuale. Una spiegazione plausibile, indurrebbe a ritenere che tale abusivismo sia soprattutto espressione dei territori rurali e di operazioni di ristrutturazione con cambi di destinazione d’uso non autorizzati, o meglio, che diventano abusivi per la statistica nel momento in cui, all’occorrenza, necessitano di essere legalizzati attraverso il cosiddetto accertamento di conformità. Ed infatti, che non si tratti di nuovi volumi edilizi abusivi risulta indirettamente confermato dalla stima del consumo di suolo a livello regionale elaborata annualmente da ISPRA che assegna all’Umbria una percentuale di incremento dello 0,02%, il più basso tra le regioni italiane nell’arco temporale 2015-2016.

Concludendo, a dispetto del dato statisticamente ineccepibile ma potenzialmente ingannevole, la nostra non è una regione di incalliti cementificatori. Una lettura distorta del problema dell’abusivismo nel nostro paese, la stessa che porta ad attribuire la patente di legalità all’eco-mostro di Punta Perotti – demolito e poi indennizzato dallo Stato in quanto legittimato da pronunciamenti giudiziari – e considera un pericoloso cementificatore colui che cambia la destinazione di un vano al piano terreno per le mutate esigenze della propria famiglia, non aiuta a combattere una battaglia di civiltà come quella contro l’abusivismo che giornali come La Repubblica e il Corriere della Sera conducono meritoriamente da anni.

*Architetto, ex dirigente Regione Umbria

«Ho comprato pensando di aiutare Norcia invece sono stato ingannato»

Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione di un nostro lettore di Ravenna a proposito della vendita di prodotti norcini che lasciano intendere la provenienza da Norcia

Alla fiera “sapori d’autunno” a Mesola (FE) in data 03/11/18 ho acquistato presso una bancarella alimentare ad insegna “Da xxxx – Norcia – Umbria”: confesso di averlo fatto anche col nobile intento di aiutare un commerciante probabilmente vittima degli esiti del terremoto.

Una vera sorpresa la successiva lettura dello scontrino fiscale: io ravennate in gita a Mesola ho acquistato da una mia concittadina, tale xxxx iscritta alla CCIAA di Ravenna al numero xxxx. Davvero una sorpresa! Ho realizzato di essere il classico pollo caduto nelle maglie di una pubblicità ingannevole: quella esposta allo stand e quella riportata sui sacchetti di carta con cui mi è stata confezionata la merce, riportanti in calce il nome di Norcia, come se fosse la reale sede dell’azienda.

In realtà l’azienda è di Alfonsine, in provincia di RA, poi navigando in rete risulta la stessa xxxx avesse nel 2010 un banco al mercato storico di Modena con insegna “Il Cinghiale di xxxx – Specialità di Norcia”. Si tratta quindi – legittimamente – di una commerciante di prodotti norcini, che è cosa differente dall’essere (e dal pubblicizzarsi come) una commerciante norcina.
Allego alcune immagini che non lasciano dubbi, a mio parere.

La pubblicità ingannevole è fastidiosa: scopro grazie alle utilissime pagine web della CCIAA di Prato, che è anche normata legalmente nel D.Lgs. 74/1992 e successivi.

Saluti,
Enrico Bonfatti (Ravenna)