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lunedì 30 novembre - Aggiornato alle 11:42

Riforma dello Sport, Repace scrive ai presidenti umbri

Il presidente del comitato regionale umbro della Federcalcio, Luigi Repace, con una lettera aperta inviata ai presidenti delle società dilettantistiche umbre, fa il punto della situazione in merito a delicate questioni come vincolo sportivo.

Caro Presidente,
è di ieri la notizia della proposta da parte del Ministro per le Politiche Giovanili e lo Sport, Vincenzo Spadafora, della modifica di cinque decreti legislativi di riforma dell’ordinamento sportivo, in attuazione di altrettanti articoli della legge delega 8 agosto 2019, n. 86, in materia di lavoro sportivo e di semplificazioni e sicurezza in materia di sport. Una notizia che scuote il mondo dilettantistico, già fortemente colpito e danneggiato dagli effetti dell’emergenza sanitaria e della conseguente contrazione economica dettata dall’evolvere della pandemia da COVID-19 e dal ripristino delle misure restrittive. La cosiddetta “Riforma dello Sport” prevede infatti, tra le altre misure, la modifica del vincolo sportivo da 25 a 18 anni, oltre all’introduzione della figura del lavoratore sportivo, ancora inesistente nell’ ordinamento italiano. In quest’ottica, la Lega Nazionale Dilettanti, rappresentante di circa 12.000 Società dilettantistiche sull’intero territorio nazionale, si dichiara con forza contraria a qualsiasi variazione alle norme attualmente in vigore in materia.

Partiamo dal Vincolo Sportivo E’ inaccettabile anche solo ipotizzarne la modifica con abbassamento del limite di età a 18 anni.
Nessuna Società potrebbe sopravvivere a tale ipotesi. Significherebbe la morte del calcio dilettantistico in Italia.
Quale sarebbe la ratio, per qualsiasi Società, nell’avviare un Settore Giovanile, se consapevole che un tale investimento non potrebbe garantire nemmeno una programmazione lungimirante della propria attività, volta a fidelizzare i propri tesserati ed assicurare così la continuazione negli anni di un progetto calcistico?
Infatti, il mantenimento del vincolo a 25 anni rappresenta la garanzia per il proseguimento dell’attività delle nostre Società.
Se la centralità delle Società, che hanno contribuito con la loro attività a sviluppare benefici anche per il cittadino, in termini di salute, di cultura, di aggregazione e crescita per i nostri giovani, non c’è più, qualcuno ci dovrà spiegare quali saranno i nuovi modelli che potranno garantire lo sviluppo dello sport e del settore giovanile.
E non potrà di certo costituire un’attenuante il riconoscimento di un premio di formazione tecnica in favore dell’ultima società sportiva dilettantistica presso la quale l’atleta ha svolto attività amatoriale o giovanile, che non potrà di certo ripagare le nostre Associate degli sforzi compiuti per crescere tecnicamente ed umanamente i nostri giovani.

Lavoratore sportivo E ancora, Il decreto, in attuazione dell’articolo 5 della legge delega, introduce una revisione organica della definizione del “lavoratore sportivo”.
Ritengo sia assolutamente impensabile, ancor più nell’attuale momento storico che tutti Noi stiamo affrontando, già ricco di difficoltà economiche, anche solo ipotizzare di addossare sulle spalle delle Società ulteriori costi e incombenze, derivanti dalla gestione dei rapporti di lavoro.
Forse qualcuno dimentica il ruolo che lo sport, e specificatamente il calcio a livello dilettantistico, riveste. Ci si dimentica degli sforzi compiuti quotidianamente da tutti i Presidenti e Dirigenti di Società, che profondono il proprio impegno in nome di valori sani, quali il divertimento, il rispetto, il fair play, investendo risorse e tempo per la crescita calcistica, ma principalmente personale dei nostri giovani.
E tutto questo lo fanno non per meri scopi lucrativi, ma esclusivamente per una amore spassionato per il nostro calcio.
Mi chiedo allora come si possa pensare di sobbarcare su questi stessi Presidenti e Dirigenti il peso di normative in tema di lavoro, che trasformerebbe il calcio dilettantistico in qualcosa che assomiglia molto più al professionismo, costringendoli a considerare i loro calciatori non più come “figli” da crescere, ma come veri e propri lavoratori dipendenti, in totale contrasto con quelle che sono le norme F.I.G.C. attualmente in vigore.
Non solo, nella legge di bilancio, in corso di approvazione in Parlamento, è prevista l’abolizione della norma recata dall’art. 4 del DPRE n. 633/72 che stabilisce l’esonero dall’IVA delle attività rese dalle associazioni sportive nei confronti dei soci, tesserati e partecipanti. Dette attività, finora considerate non commerciali, con la norma che si sta introducendo con la legge di bilancio, verrebbero ricondotte nel campo IVA con obblighi di fatturazione e registrazione che renderanno sempre più difficile la vita dell’associazionismo sportivo.

Sono qui, pertanto, per assicurare a tutti Voi Presidenti il mio impegno totale e quello della Lega Nazionale Dilettanti a battersi per scongiurare le ipotesi prospettate dalle proposte del Ministero dello Sport, che determinerebbero non solo l’estinzione di migliaia di Società, incapaci di sottostare alle normative previste, ma soprattutto dell’essenza più profonda del nostro movimento calcistico: il dilettantismo. Lasciamo che il calcio dilettantistico rimanga tale e che venga preservato in ogni modo il suo carattere di Purezza e Divertimento.

Luigi Repace

«Cultura, turismo e spettacolo: le Istituzioni non dimentichino il settore»

di Matteo Ragnacci*

Siamo preoccupati dal progressivo aumento dei contagi e dei decessi nella nostra regione e dalle connesse misure restrittive per fronteggiare la pandemia Sars-CoV-2 che mettono in forte crisi il settore della cultura, del turismo, dello spettacolo e dello sport. Musei, cinema, teatri, ristoranti, piscine, scuole circo, spettacoli dal vivo e palazzetti sportivi che in Umbria associano oltre 200 cooperatrici e cooperatori in forma cooperativa e circa 1000 lavoratori compresi gli stagionali e gli intermittenti dello spettacolo, stanno subendo una crisi senza precedenti.

Nel periodo post lockdown ci siamo adoperati insieme alle cooperative associate per dare un contributo fattivo agli sforzi che tutto il paese doveva sostenere. Abbiamo innovato il nostro modo di lavorare, mettendo la sicurezza al primo posto e ci siamo resi disponibili a essere parte attiva della ripresa. Ora abbiamo bisogno di certezze e di strategie serie e condivise in grado di far sopravvivere il settore.

La regione si adoperi subito per dare sostegno immediato alle tante aziende della cultura, dello spettacolo e del turismo che stanno rischiando di chiudere definitivamente i battenti. Una regione che fa del patrimonio artistico e culturale il suo fiore all’occhiello, non può e non deve lasciare questo settore alla deriva, senza provare ad attivare la dovuta liquidità da sommare alle compensazioni previste dal Decreto Ristori e Ristori Bis. Chiediamo nuovamente di svincolare le risorse accantonate per i grandi eventi non realizzati e di metterle subito a disposizione e di reperire altri e più duraturi sostegni finanziari.

Non possiamo permetterci di far collassare un tessuto sociale ed economico legato alla filiera della cultura e del turismo perché produrremo un danno irreparabile all’identità stessa della Regione Umbria.

 

*Culturmedia Legacoop Umbria

CulTurMedia è il settore Cultura Turismo Comunicazione di Legacoop. Intende valorizzare e dare voce all’insieme delle esperienze cooperative che operano nei settori dei Beni culturali e Spettacolo, nei diversi comparti dell’attività nel Turismo e tutte le aree dell’informazione e della Comunicazione. Un’area settoriale in Legacoop che nasce dalla necessità di dare valore, insieme alle specificità oggettive e fondamentali di ogni comparto, alla trasversalità di relazioni e progettualità che accompagna le cooperative rispetto ai mercati e ai comparti di riferimento.

Io, Stefano e la quarantena a vita dell’essere caregiver: «Lui c’è sempre ma chi governa nemmeno lo considera»

Post tratto dal blog La vita possibile. A scrivere è Laura Santi, giornalista perugina affetta da sclerosi multipla

di Laura Santi

Quando intervistano mio marito Stefano su che cosa significhi essere caregiver e in particolare, che cosa abbia significato e stia significando in questi mesi di pandemia, lui risponde serafico. “Guardate che per me, per noi, non c’è alcuna differenza tra un prima e un dopo. Fase uno, due, tre? Roba astratta. Noi siamo in quarantena a vita“. In genere hanno il coraggio, quei giornalisti attenti, di riportare il suo racconto senza edulcorarlo. Quello che Stefano, con amore e rispetto, evita di dire, è che più che una quarantena questa vita è un carcere. E il vero carcerato non sono io con la malattia, è lui. Mi decido dopo molto a scrivere di Stefano perché è un tema lacerante, e ho sempre temuto ‘come sarei arrivata’ a fine post. Ma stamattina mi sono decisa.

Mi sono decisa dopo l’ennesima sua notte insonne. Dopo gli strappi muscolari per sollevarmi, dopo le infiammazioni ai tendini per spostarmi, girarmi, piegarmi. E sarebbe domenica, oggi! Ma per noi non esistono domeniche. Per noi non esistono feriali o weekend. Per lui, non esistono turni di riposo. Le mie due alzate notturne causa pipì non sono più autonome da mesi, nonostante riabilitazione, caparbietà, manovre apprese per i trasferimenti. E ogni benedetta volta, lo devo svegliare e chiamare. Dalla sua risposta “… Arrivo.”, da quanto è immediata e di voce già fresca, capisco quanto stesse dormendo o meno. Confesso: quando lo sento già sveglio sono egoisticamente ‘contenta’: almeno non sono stata io a svegliarlo. Quando però lo sento ancora sveglio alla seconda alzata – per me è passato un secondo sonno; per lui, magari, tre ore di veglia – mi sento morire. Ogni singola notte. Disclaimer su ogni possibile obiezione dei lettori (perché non usi il pannolone così stai a letto, perché non metti il catetere fisso, perché non ti giri dall’altra parte e non ci pensi, etc.). Sono tutti metodi ampiamente provati e non adatti al mio caso di vescica neurologica. Stendo un velo sul capitolo, è solo per far capire la crudeltà di questa malattia, in cui le gambe sono paralizzate ma la vescica lo è tutt’altro.

Stamattina insomma mi arriva con i consueti occhi pesti, più nuove infiammazioni ai muscoli. Hai dormito bene amore? Tu piuttosto, Stefano, come hai dormito! Non me lo chiedere. Senti, ma vattene via due, tre notti… Chiamo una delle assistenti a nero, ti prendi un hotel, te lo pago io, o vai da tuo fratello o da un amico…Ma dove vado. E non posso neanche prendere un farmaco, se no non ti sentirei quando mi chiami. Mi spiace tanto. Basta eh, non ricominciamo, già sto male. Magari nel pomeriggio recuperi… Anche nel pomeriggio devo aiutarti a letto, quando sei in fatica, ricordi? Questa è una nostra conversazione-tipo mattutina.

Poi partiamo con la routine giornaliera. Fissa, immutabile, incessante. Colazione, aiutami ché ho le mani e le braccia ancora spastiche, se no rovescio tutto. Hai preso la cannabis? Te la porto io. Okay, ora devo andare al bagno, di corsa, immediatamente…Arrivo! Ora lasciami da sola. Poi quando inizio il bidet ti chiamo (al mattino ho le gambe serrate dalla spasticità e pure con la doccina-bidet non sono autonoma, ndr). Bidet assistito, alzata in piedi, mi alzo, no non mi alzo, due passi, quattro, okay sto già al limite, puoi vestirmi? Vestizione. Chi viene, delle tue ragazze (solo se siamo in un feriale, ndr)? Eleonora, ti libero per tre ore. Bene, allora approfitto per quell’appuntamento di lavoro, o per fare la spesa, o il bucato. Già perché Stefano, oltre che caregiver, è anche amministratore di tutte le faccende domestiche, e la sapete una cosa? Se gli libero una di queste incombenze, magari con l’assistente privata (alcune ore extra a settimana con un bando INPS) si imbestialisce. All’inizio non capivo. Poi ho capito. Sono i suoi attimi di libertà da me.

Pomeriggio assistito, sempre, in ogni singolo gesto (si è allestito una regia in casa per non lasciarmi, sera, un film, quattro risate, due coccole, la complicità per fortuna immutata, e questo ci salva. Ma questa routine è 24 ore al dì, per 7 giorni, per 12 mesi. Non esiste vacanza, non esiste pausa: se non, paradossalmente, nelle sue trasferte di lavoro – oggi scomparse, causa pandemia – trasferte che sono comunque causa di stress organizzativo per reperire tutte le assistenti che servono, o ufficiali, o in nero (il nero come ho già scritto ci salva la vita, ma nessuno Stato lo rimborsa. E no, nessun familiare anziano, nessuna amica può gestirmi. Il rischio probabile sarebbe di finire sul pavimento e farmi male).

Tutto questo è un banale scorcio di una ordinaria domenica mattina. Ma può essere anche lunedì, martedì. Io sono pensionata da anni, lui tuttora lavora (lavorerebbe: è produttore video e video maker, lascio immaginare l’oggi). È difficile mettersi nei panni di una persona disabile grave per la continuità h24 della sua condizione. Ciò che è ancora più difficile, però, è mettersi nei panni di un caregiver. Sono loro, i veri fantasmi. Sono fantasmi, ma devono esserci sempre. Stefano è libero professionista e non ha la 104, e per fortuna, ci capita di commentare: che ci faremmo con qualche giorno al mese di permesso, con lui in ufficio e vincolato da un orario? Quanto può farci incazzare quindi il discorso del premier di turno, quando annuncia “saremo vicini alle famiglie dei disabili, cioè aumenteremo i giorni di 104“? Quanta ignoranza, o menefreghismo, dietro questi proclami? (e quanta invidia malcelata in chi ti dice, ‘beato te che hai la 104?‘). Dietro le fattispecie arcaiche di leggi quasi trentennali c’è una realtà diversa, feroce. Si chiama “bisogno di assistenza continua”, migliaia di coppie o famiglie la provano sulla propria pelle, sostituendosi allo Stato e pagando un prezzo in termini di salute mentale. Possibile che venga ignorato, a tutti i livelli?

Mio marito non ha alcun sostegno al reddito, sgravio contributivo, o che dico, un banale – neppure troppo – supporto psicologico. E sì che ne avrebbe bisogno. Non sempre la nostra complicità è immutata. Logorio, discussioni, toni alterati, lasciami almeno mezz’ora, lacrime (mie), sforzi supremi per mantenere il sangue freddo (suoi). Poi, di nuovo, tutto si allenta e riapprodiamo a quelle isole di amore e relax. Ma sono momenti. Dopodiché si ricomincia, il giorno e la notte. Ultimamente a Ste è capitato di svegliarsi da solo nel cuore della notte, col batticuore. Entra di soprassalto in camera, mi sveglia. Amore, gridavi aiuto?… Dormivi Ste, era un incubo, torna a letto.

I momenti di “lucida disperazione”di cui già parlai, quelli in cui spero di poter morire, sono quelli in cui non esiste un attimo di tregua, in cui le cose pesano ora per ora e progrediscono, in cui vedo che son diventata la sua carceriera: e non solo non c’è sostegno, ma neppure uno straccio di riconoscimento legale. Non fermerebbe l’avanzare della malattia, certo, ma aiuterebbe a non fare due malati da uno solo.

Come mi dice spesso Ste, apparentemente freddo e compassato, difronte ai miei scleri: “io devo restare razionale… Devo ‘allontanarmi’ un po’ da te. Se no, neanche ti servo. Se no, da un malato ne tiriamo fuori due“.

Dieci anni insieme a Umbria24: testimoni di bellezza e avversità in una terra che si rialza sempre

di Ivano Porfiri

Non ce l’eravamo immaginato così il nostro decimo compleanno, questo è sicuro. Una non festa in zona arancione, distanziati, con mascherina e senza poter andare al di là di una pacca sulla spalla. Ma questo è il nostro tempo e un giornale non deve solo raccontarlo, deve esserci profondamente immerso. Sempre. Altrimenti rischia un distacco dalla realtà che non può permettersi e i lettori lo percepiscono velocemente.

Sono volati, questi dieci anni. Di certo non ci hanno lasciato il tempo per annoiarci. Il secondo decennio del terzo millennio è stato un tempo adatto a stomaci forti. Ci è toccato raccontare terremoti veri e politici, crisi economica, sociale e demografica, episodi efferati che hanno scalfito l’immagine di una terra tranquilla, onesta, fiera e riservata. Isolata sì, anche se qualche strada in più è stata aperta, ma che forse anche per quello ha saputo custodire i suoi pregi che occorre ricercare con un po’ di ostinazione, ma poi si fa fatica ad abbandonare.

Sulle nostre pagine, però, abbiamo raccontato anche storie belle, di resistenza e riscatto, di gente che non si piega alle avversità e ricostruisce le proprie case mattone dopo mattone, lavoratori che prendono in mano l’azienda fallita e ripartono, prof che fanno lezione nei container. E tanta bellezza, naturale, artistica, valoriale.

Lo abbiamo fatto puntando sull’onestà e il rigore. Magari un minuto dopo, ma con una verifica in più. Sbagliando, certo, inutile negarlo. Ma senza mai nascondersi, ammettendolo e cercando di non perdere mai il filo del dialogo con la nostra comunità di lettori, il bene più prezioso, anche quando abbiamo dovuto prenderci più insulti che lodi.

La nostra scelta è stata di fare un giornale di cronaca più che di commento, di fatti più che di opinioni. Perché se si racconta ciò che si vede in modo onesto, poi ognuno può costruirsi il suo punto di vista. E se abbiamo potuto farlo con grande libertà un grazie non di maniera lo dobbiamo al nostro editore, l’Arci e il suo presidente Franco Calzini in particolare, che hanno scommesso su un progetto che, agli albori, aveva appena la forma embrionale di una scommessa. Oggi possiamo dire vinta, senza falso pudore.

È stata una maratona fatta di lunghe giornate (e nottate) di lavoro, sudore e risate, momenti duri, sconforto e gioie. Inutile che citi chi c’è fin dal primo istante, le firme sono sul giornale tutti i giorni e anche chi non firma è un tutt’uno con l’immagine del giornale e la sua reputazione. Se siamo ancora qui, non è solo perché sono tra i migliori talenti della loro generazione, ma ci hanno messo anche un buon livello di ostinazione. E io sono stato fortunato a dirigerli.

Da soli, tuttavia, non ci saremmo mai arrivati. Nel decennale, mi preme dedicare un pensiero a tutti quelli che hanno contribuito a far crescere Umbria24 con una sola riga o fiumi di parole, con una fotografia o gestendo il marketing, costruendo la community social, acquistando uno spazio commerciale o anche solo portando una pizza nelle notti elettorali. Non faccio nomi neppure qui: chi c’è stato lo sa e deve sentirsene orgoglioso, sono stati tutti importanti.

Ora, però, è già tempo di affacciarsi al prossimo decennio. Siamo pronti. Con la stessa voglia di scommettere su di noi, sul nostro lavoro. Con la stessa voglia di tenere le radici ben salde, ma anche di innovare, sperimentare nuovi strumenti e tecnologie, aprirci alle nuove generazioni di giornalisti, ma soprattutto di lettori, dobbiamo essere noi a saper parlare la loro lingua.

Buon compleanno da semi lockdown, dunque, Umbria24. Magari più avanti avremo voglia di fare festa, di stare insieme anche fisicamente. Tornerà quel momento e ci lasceremo alle spalle anche il Covid. Non la voglia di raccontare, quella non ce la toglie nemmeno la pandemia.

L’appello alle doppiette di Arci caccia Umbria: «Basta con le polemiche, non è il momento dell’egoismo»

di Emanuele Bennati*

Amici cacciatori il momento che stiamo vivendo è difficile, ci ha cambiato il modo vivere, di vivere la nostra passione, di rapportarci con i propri cari e con gli amici. Da mercoledì l’Umbria è diventata zona arancione ed è di nuovo cambiato il modo vivere: da un accenno di normalità che abbiamo assaporato da maggio in poi, stiamo per tornare ai momenti bui che tutti abbiamo visto in primavera. Molti si chiedono se si può andare a caccia o se possiamo farlo fuori dal comune di residenza quando i nostri figli e nipoti sono a casa perché le scuole sono chiuse, non possono esercitare attività sportive o altro perché sospese; e noi ci preoccupiamo in modo egoistico se si può o non si può andare a caccia.
Le polemiche continue sui social fanno sembrare il nostro mondo fine a se stesso, come se il dramma della pandemia fosse una punizione verso la caccia e i cacciatori.

In primis siamo cittadini Penso che prima di essere cacciatori siamo cittadini di una comunità che vive problemi ben più gravi della caccia. Nella vita ci sono delle priorità, che oggi sono la salute e la lotta per limitare la diffusione del virus. Tutti abbiamo voglia di normalità e di tornare a vivere normalmente e di esercitare la nostra passione in tutta tranquillità e con la massima libertà,  al momento non preclusa ma sicuramente limitata. Purtroppo quello che stiamo vivendo nessuno di noi lo avrebbe mai immaginato, perciò smettiamo di fare polemiche inutili: verrà il tempo anche per quelle, per discutere di tutto con serenità; adesso è il momento di stringerci intorno alla nostra comunità che sta lottando per uscire da un periodo buio. Questo non è il momento dell’io ma del noi, smettiamo di lagnarci e di cercare finti colpevoli o risposte di comodo provando ad aggirare le regole: queste non sono certo azioni responsabili.

Rispettiamo le regole In questo momento non possiamo fare altro che rispettare le regole che ci vengono date per tornare più velocemente possibile alla normalità. Quando saremo fuori da tutto questo allora vivremo meglio anche la nostra passione e torneremo a gioire insieme per una bella azione dei nostri cani, a ridere e scherzare insieme senza mascherine sulla padella fatta dal compagno di caccia. Confido sul vostro senso di responsabilità e sul cuore grande dei cacciatori per uscire tutti insieme da questo momento difficile. Diamo anche noi il nostro contributo.

*Presidente Arci caccia Umbria

Ospedale Narni, Lucci della Cgil: «Non basta garantire terapie oncologiche»

Giorgio Lucci*

Se, come dice il commissario straordinario Massimo De Fino, in sole 48 ore i contagi sono quasi raddoppiati, la prima domanda da porsi è se l‘attuale collocazione della nostra regione in “zona gialla” sia giusta e, di conseguenza, se le misure restrittive a cui siamo sottoposti siano sufficienti a rallentare la corsa del virus.
Perché è del tutto evidente che se la situazione peggiorerà ancora rischiamo il caos totale: ieri la Regione ha dato l‘input di sospendere tutte le attività chirurgiche programmate e, se è relativamente facile contare i contagi e i decessi per Covid, sarà molto più complicato calcolare i danni prodotti da una forte riduzione di tutte le altre attività diagnostiche e chirurgiche.

A Narni, ad esempio, oltre ad assistere i malati oncologici, venivano somministrate le cure palliative per il dolore, un servizio garantito dai medici anestesisti. Siamo sicuri che questi ultimi, tra i più pressati nell’emergenza Covid, potranno garantire nel corso del tempo la stessa assistenza?

Ed ancora: è noto che Narni ha sempre garantito l‘assistenza ginecologica tramite screening, così come le interruzioni volontarie di gravidanza, facendosi carico, in questa fase, anche del servizio interrotto a Terni. Ci chiediamo cosa succederà a questo punto: c’è il rischio che il diritto all’Ivg per le donne non sia più garantito nell’intera provincia?

Insomma, è chiaro che aver minimizzato e sottovalutato i rischi della pandemia da parte di chi oggi governa la Regione, seguendo le posizioni dei leader nazionali di riferimento, sta determinando una corsa ad inseguire il virus, senza una reale programmazione dei fabbisogni, delle strutture e delle emergenze.
La decisione presa dal commissario straordinario della Usl Umbria 2, senza un confronto approfondito con i sindaci e senza un minimo di informativa alle organizzazioni sindacali, testimonia la gravità della situazione. È del tutto evidente che la mancanza di programmazione fa ricadere sul personale sanitario tutte le responsabilità, spesso senza la dovuta formazione, con una richiesta continua di sacrifici, come il raddoppio dei turni, il blocco delle ferie e l’erogazione di prestazioni aggiuntive.

* Segretario Generale Fp Cgil Terni

Ex Grocco di Perugia struttura Covid, l’appello di una madre: «Tesei e Coletto ci ripensino»

Pubblichiamo la lettera di Stefania Zucchini, madre di un bambino seguito dal Servizio di Neuropsichiatria – Riabilitazione età evolutiva del Centro Servizi Ex Grocco di Perugia. Il Seppilli, situato nello stesso stabile, secondo i piani della Regione dovrebbe essere trasformato in struttura Covid, ipotesi contro la quale da giorni si sono schierati i sindacati, secondo i quali la struttura è inadeguata con tutto ciò che comporta in termini di rischi per pazienti e operatori. Mercoledì Cgil, Cisl e Uil hanno tenuto un presidio in via della Pallotta e, nel corso della giornata, la direzione si è impegnata a non avviare la conversione prima dell’arrivo di personale aggiuntivo dedicato.

di Stefania Zucchini

È notizia di questi giorni l’intenzione della Regione di adibire l’Rsa «Seppilli» a struttura Covid, dopo aver trasferito altrove gli attuali ospiti. Forse si è pensato che spostando i degenti altrove non si corresse il rischio delle Rsa lombarde, ma non è così semplice. Il «Seppilli» occupa il primo piano di in un grande centro servizi della Usl1, l’ex Grocco, che ospita altre nove strutture sociosanitarie della Usl1, comprese la Neuropsichiatria e riabilitazione dell’età evolutiva (al piano terra) e la Neuropsichiatria e psicologia clinica dell’età evolutiva (al -1). Parliamo di servizi destinati a bambini fragili, non di rado affetti da più patologie, che frequentano l’ex Grocco per terapie e riabilitazioni lunghe e complesse, che solo lì possono essere fatte. Parliamo dei nonni di questi bambini, che spesso li accompagnano alle sedute di riabilitazione al posto dei genitori, impegnati al lavoro. E parliamo di dottoresse, fisioterapiste e logopediste (parlo al femminile perché si tratta nella maggior parte dei casi di donne) che già ora sono in numero assai ridotto rispetto alle esigenze del territorio.

RSA, IN UMBRIA 159 ANZIANI POSITIVI

Troppo incosciente, troppo rischioso Come si potrà garantire la sicurezza di questi bambini fragili, dei loro genitori, dei loro nonni e di tutto il personale medico che di loro quotidianamente si occupa? Come si può pensare che ingressi e percorsi separati siano sufficienti a evitare la contaminazione degli spazi e il rischio di infezione? Parliamo di famiglie, come la mia, per le quali questo tipo di servizio è fondamentale e già ora subisce fortissime limitazioni derivate dall’emergenza sanitaria: visite e operazioni rimandate o annullate, incontri diradati… Anche la struttura Covid nello stesso stabile mi sembra davvero troppo. Troppo incosciente, troppo rischioso. Davvero vogliamo che anche in Umbria tra qualche mese si apra un’inchiesta per appurare le responsabilità? Mi rivolgo direttamente alla presidente Donatella Tesei e all’assessore alla Sanità Luca Coletto: siete ancora in tempo per trovare altre soluzioni. Sono consapevole che il momento è drammatico, ma aggravare la situazione non è una soluzione.

Emergenza Covid-19, Cgil di Terni: «Fase critica, no a strumentalizzazioni che dividono»

di Cgil Terni
«Oggi essendo in gioco la vita delle persone dobbiamo tutti impegnarci per evitare il dilagare del virus impedendo che l’emergenza si diffonda e si arrivi a saturazione della ricettività ospedaliera, rischio che già si sta correndo, non potendo garantire a tutti il diritto di cura. La Cgil di Terni ritiene che questo momento straordinario e difficile debba essere affrontato con il massimo della responsabilità e con la piena consapevolezza che stiamo attraversando un’emergenza sanitaria di cui nessuno ha memoria. In questo momento ci sono scelte complicate da compiere che devono rispondere ad un’unica priorità: quella della tutela al diritto fondamentale della salute per tutti i cittadini. Ribadiamo, come più volte detto, che i sacrifici necessari di questa fase non devono ricadere sulle già difficili condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori e sugli anziani, e per queste ragioni abbiamo già chiesto impegni precisi al Governo.
Il Covid-19 in Umbria L’emergenza sanitaria sta da mesi generando anche una emergenza economica e sociale che va affrontata, oltre che con responsabilità, con strumenti straordinari, immediatamente fruibili, che Governo e Istituzioni hanno l’obbligo di prevedere in questo particolare periodo storico. Per queste ragioni continuiamo a denunciare e criticare la Regione Umbria che, in questi mesi, non ha affrontato l’emergenza sanitaria come avrebbe dovuto e oggi tutti rischiamo di pagarne le conseguenze. La Cgil di Terni non condivide le politiche regionali che si stanno mettendo in atto tutte tese ad indebolire la sanità pubblica, ridurre presidi territoriali e tagliare servizi, a discapito dei cittadini e del principio universale di tutela alla salute. È necessario supportare, con atteggiamenti quotidiani responsabili, le lavoratrici e dei lavoratori che operano in sanità insieme a tutti gli altri dei “servizi essenziali” che stanno facendo uno sforzo straordinario garantendo universalità dei diritti, beni e servizi. Crediamo che il lavoro vada difeso tutto, compreso quello autonomo.

Il nuovo Dpcm Poco utili sono distingui e separazioni. Mai come oggi occorre unità e solidarietà perché soltanto insieme e non da soli, potremo salvaguardare gli interessi generali della comunità. Come Cgil proseguiremo, nel rispetto delle direttive contenute nel Dpcm, ad esercitare il nostro ruolo contrattuale di tutela collettiva ed individuale di tutte le lavoratrici e lavoratori ritenendo, in questa fase, immaturo alimentare il malcontento delle persone per semplici speculazioni politiche».

Terni tra Covid-19 e nuovo Dpcm, Gentiletti: «Censimento attività colpite e ufficio comunale dedicato»

di Alessandro Gentiletti*

Le misure adottate dal governo possono essere condivise o meno ma la città ha bisogno di essere sostenuta da tutti nel sopportarne le conseguenze. Non ci sto al gioco di dividerci per squadre fra chi sostiene quelle misure e chi ne è contrario, solo per tornaconto politico. È diritto dei cittadini dissentire, ma gli amministratori locali devono mettere avanti a tutto la città e la sua unità.

L’appello al primo cittadino In questo momento difficile la città, tante lavoratrici e tanti lavoratori angosciati per il loro futuro e tante associazioni, hanno bisogno che tutti noi facciamo quanto è in nostro potere per affrontare il momento che ci attende. Non devono sentire soltanto la nostra solidarietà ma sapere che tutte le nostre energie sono per loro. Per questo chiedo al sindaco di Terni di non restare in silenzio, di non limitarsi a lanciare appelli generici alla responsabilità dei ternani, che già ne hanno dimostrata molta e di lasciare stare per qualche giorno le foto delle strade asfaltate, prendendo finalmente in mano la responsabilità che i cittadini gli hanno attribuito. Nessuno lo invidia per il momento in cui è stato eletto ma nessuno può comunque accettare che continui a far finta di niente.

La disoccupazione Chiedo per questo di avviare immediatamente una cabina di regia locale per arginare le conseguenze che con la chiusura delle loro attività subiranno in tanti commercianti ternani. Di avviare immediatamente un censimento fra le realtà più colpite e destinare a ciò un ufficio comunale. Di mettere in campo tutta la rete sociale della nostra città e in sinergia tutte le associazioni del territorio, perché il tempo che ci attende è davvero difficile. In un contesto come quello locale, già provato da salari con potere d’acquisto bassissimo, da disoccupazione soprattutto giovanile crescente, da inverno demografico, va evitato che quanto accadrà nelle prossime ore crei conseguenze non più riparabili. In una comunità già provata dal punto di vista economico e sociale occorre dare delle certezze dal punto di vista sanitario. Per questo chiedo al sindaco di Terni di svestire i panni dell’uomo di partito e di iniziare a battere i pugni sui tavoli anche della Regione, difendendo il nostro presidio ospedaliero, perché riceva le risorse necessarie a cui ha diritto.

*Consigliere comunale Terni, capogruppo Senso civico

Covid 19, appello dei medici d’emergenza: «Non congestionate ospedali e rispettate prescrizioni»

di Comitato direttivo regionale Simeu*

Cari cittadini umbri,

come sezione regionale umbra della Società italiana di medicina d’emergenza urgenza (Simeu) la primavera scorsa ci siamo rivolti direttamente a voi con una lettera aperta, ringraziandovi per il senso di responsabilità dimostrato nell’accesso alle cure ospedaliere durante la prima ondata pandemica. Ora siamo di fronte ad un altro momento critico per il nostro sistema sanitario, in Umbria
probabilmente peggiore rispetto a quello appena passato.

Ci confrontiamo nuovamente con la congestione dei Pronto Soccorso regionali e del servizio di 118 per la coincidenza della recrudescenza vertiginosa dei contagi da SARS-Cov-2 con il flusso ordinario degli altri pazienti. Questa condizione sta sovraccaricando il sistema dell’emergenza-urgenza con il rischio di non poter garantire nelle prossime settimane l’assistenza adeguata a tutti i pazienti.

Un tale scenario si potrà ancora evitare realizzando due condizioni: riduzione dell’accesso ai servizi ospedalieri per tutte quelle patologie non urgenti che possono essere risolte dalla rete assistenziale territoriale (medici di medicina generale e servizio di continuità assistenziale-ex guardia medica); attuazione di tutte le misure necessarie per la prevenzione dei contagi coi tre cardini rappresentati da distanziamento fisico, utilizzo della mascherina, corretto lavaggio delle mani) e astensione dalle attività sociali non essenziali.

* Società italiana di medicina d’emergenza urgenza, presidente regionale Maria Rita Taliani