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venerdì 12 agosto - Aggiornato alle 18:55

Bus, per la Regione la gara in 4 lotti non è una scelta obbligata. Da dove arrivano i 13 milioni di risparmi?

di Diego Zurli*

Le polemiche di questi giorni, culminate con le proteste di alcuni sindaci e delle associazioni sindacali sulle ipotesi avanzate circa l’articolazione della gara per l’affidamento dei servizi di Tpl su gomma e sui tagli alle percorrenze, suggerisce qualche riflessione. Chi scrive, ne conosce abbastanza bene le criticità e le insidie: il settore del trasporto pubblico locale, la seconda voce per importanza dei bilanci regionali, è stato interessato nel tempo da tagli che ne hanno ridotto drasticamente la consistenza – a partire da quelli compiuti dalle “spending review” del ministro Giulio Tremonti, fino ai cambiamenti introdotti nel meccanismo di finanziamento del Tpl con l’istituzione del Fondo nazionale trasporti durante il Governo Monti – e che hanno reso la vita piuttosto difficile alle Regioni a statuto ordinario, in particolare a quelle più piccole caratterizzate da insediamenti a carattere sparso e bassa densità di popolazione da cui conseguono modesti ricavi da traffico.

Meno risorse È indispensabile, pertanto, cercare di mettere in campo nuove idee e proposte in grado di rendere più efficiente e razionale un sistema che stenta a mantenere un equilibrio accettabile tra il diritto costituzionalmente garantito alla mobilità dei cittadini e un quadro finanziario inadeguato. Le regioni più grandi e più ricche, nel corso degli anni, hanno fatto fronte con risorse proprie ai tagli operati dai Governi; la stessa cosa non è stata possibile per l’Umbria, se non in modo occasionale e saltuario, trovandosi in notevole difficoltà a mantenere intatti i livelli di servizio a parità di risorse o a fronte della loro riduzione. Per fare solo un esempio, il Fondo nazionale in origine copriva pressoché per intero i fabbisogni storici derivanti dalla copertura dei contratti dei servizio di Tpl. Con l’istituzione del «Fondo per il concorso finanziario dello Stato», componenti di costo rilevanti quale l’incremento delle retribuzioni derivante dall’applicazione dei contratti collettivi nazionali che prima veniva assicurato dallo Stato, non trovavano più sufficiente capienza. Anche per tali ragioni, è stata senz’altro giusta la scelta operata dalla Regione di far fronte con propri fondi di bilancio ai maggiori oneri derivanti dalle obbligazioni relative ai contratti di servizio sottoscritti da Province e Comuni (quelli di competenza regionale sono sempre stati onorati) per mantenere per quanto possibile inalterati gli stessi livelli di servizio.

Il caso Toscana Oggi, però, si può aprire una fase del tutto nuova. L’avvio della gara per l’affidamento dei servizi di Tpl su gomma rappresenta infatti l’occasione per riordinare e rendere più efficiente un settore che dispone di risorse palesemente insufficienti e la cui gestione, come l’esperienza insegna, può riservare spiacevoli sorprese e qualche rischio non trascurabile. Valga per tutte ricordare l’esperienza della gara unica regionale del Tpl della Toscana: bandita nel 2012 e aggiudicata in via provvisoria nel 2015, è stata seguita da una lunga serie di contenziosi in sede civile, penale e amministrativa, che hanno spostato l’aggiudicazione definitiva a fine 2019, peraltro con alcune pendenze giudiziarie ancora da definire.

Quattro lotti La recente proposta di suddividere in quattro lotti la gara in luogo dell’unico lotto inizialmente previsto, tuttavia, ha suscitato pesanti critiche: una ipotesi che, a detta della Regione, potrebbe comportare notevoli economie nella gestione (a quanto si è capito, dell’ordine di circa 13 milioni di euro, comprensivi dei risparmi dell’Iva ottenibili con l’avvio dell’Agenzia unica per la mobilità). Non conoscendo gli atti predisposti per la gara, non disponiamo di elementi sufficienti per confutare una siffatta ipotesi. Possiamo solo ipotizzare che, prevedibilmente, oltre a adottare programmi di esercizio più rispondenti alle caratteristiche del territorio regionale (ad esempio ricorrendo maggiormente a servizi a chiamata e di terza rete meno costosi per le aree a bassa densità di popolazione), la sua formulazione derivi dall’applicazione di una serie di dispositivi normativi e regolamentari che si sono accumulati nel corso degli anni.

Le norme Certamente deve aver influito l’orientamento assunto dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato – quello di richiedere l’articolazione del bacino unico regionale in più lotti – maturato in occasione della cessione di un ramo d’azienda di Umbria mobilità a Busitalia; tale decisione – va ricordato – fu accettata obtorto collo dalla Regione in una fase molto delicata in cui non era certo il caso di frapporre intralci alla cessione stessa, per scongiurare gli inevitabili ritardi che sarebbero derivati dall’avvio di indagini istruttorie conoscitive fondate sul presupposto – a nostro giudizio inconsistente – dell’esistenza di ostacoli all’operare della concorrenza. Tale orientamento era infatti abbastanza incomprensibile in quegli anni, vista la gara in corso della Regione Toscana articolata su un unico bacino regionale di ben altre dimensioni e rilevanza economica. Nel frattempo si sono aggiunti ulteriori atti normativi e regolamentari concepiti con lo scopo di garantire la più ampia partecipazione alle gare per il Tpl: tra questi, si ricorda l’articolo 48 del decreto legge 50/2017, la delibera dell’Autorità di regolazione dei trasporti 48/2017 e infine il decreto ministeriale 157 del 28 marzo 2018 che istituisce i costi standard, quest’ultimo tuttavia finalizzato essenzialmente al riparto dei fondi tra Stato e Regioni. Questa, a grandi linee, è la più probabile ricostruzione dei fatti su cui poco o nulla si può eccepire a eccezione di due ordini di argomentazioni.

Discrezionalità Il primo ordine, attiene ad aspetti di carattere generale. Come è solito ripetere un maestro del diritto come Sabino Cassese, nel nostro paese si è ormai progressivamente affermata la pratica di «amministrare per legge» laddove da un terzo a due terzi del contenuto delle stesse è la traduzione in norma di un dettato amministrativo generando un sistema che svilisce la natura stessa dell’azione amministrativa che «è sostanzialmente discrezionalità, adattamento continuo dell’amministrare alla realtà, non meccanica applicazione di norme». L’esercizio di tale discrezionalità, è per sua natura possibilità di scelta fra più comportamenti giuridicamente leciti e di comparazione ponderata di tutti gli interessi in gioco. Ma se a decidere tutto sono il Governo o il Parlamento attraverso le leggi o i regolamenti, a cosa serve la Regione o l’Ente locale (che rappresentano l’interfaccia dello Stato nei confronti dei cittadini)? A cosa serve la stessa politica se gli Enti territoriali non sono sufficientemente liberi di scegliere ciò che ritengono più opportuno nell’interesse delle proprie comunità, perché lo Stato decide per loro, tramite – ad esempio – l’applicazione di cervellotici algoritmi di calcolo? Problema non da poco su cui occorrerebbe attentamente meditare.

I risparmi Il secondo ordine di argomenti, attiene all’oggetto e alle modalità dell’affidamento: da una sommaria lettura dell’insieme delle norme e dei regolamenti cui si è fatto cenno, la prevista suddivisione in quattro lotti del bacino unico regionale non risulterebbe una scelta obbligata. Può essere ispirata da esigenze di efficientamento e di risparmio economico e non disponiamo di argomenti per poter dubitare che, a tale proposito, l’Agenzia regionale e i propri advisor abbiano compiuto un ottimo lavoro. Tuttavia, per poter sostenere la previsione che da tale operazione deriverebbe un risparmio così consistente, sarebbe utile fornire qualche elemento in più in grado di dimostrarne la fondatezza. Infatti, quali voci di costo – fisso o variabile – (quelle del personale, degli investimenti, delle imposte o delle tasse, i costi cosiddetti di “rotolamento” come il gasolio da autotrazione, le gomme, la manutenzione e così via), verrebbero drasticamente a ridursi nella ipotesi profilata di un articolazione in quattro lotti – in luogo dei due imposti dallo “spacchettamento” richiesto dall’Agcm (tutto porterebbe a farla, perciò non è detto che si faccia) – per ottenere un simile risparmio?

Servono numeri Si ricorderà che, quando fu deciso dalla Provincia e dal Comune di Perugia – al tempo soci di controllo di Atam e Asp – di accorpare le due aziende in Apm, uno degli argomenti più efficaci portati a sostegno dell’operazione fu quello del risparmio sul costo del personale derivante dalla integrazione dei rispettivi «nastri orari giornalieri» che consentiva alle aziende stesse di ridurre il ricorso a personale avventizio o a prestazioni straordinarie. Analoghe argomentazioni furono alla base dell’incorporazione del Servizio provinciale di navigazione in Apm per via delle «stagionalità incrociate» del servizio scolastico su gomma e quelle turistiche della navigazione. Entrambe le scelte confermarono in pieno le iniziali previsioni di risparmio. Oggi, a quanto è stato annunciato, si tornerebbe a suddividere l’urbano dall’extraurbano nel bacino di Perugia. È assai improbabile, a giudizio di molti, che una siffatta operazione di ritorno al passato possa generare apprezzabili risparmi di gestione. Un chiarimento, a tale riguardo sarebbe quanto mai utile e necessario per dimostrare, numeri alla mano, la validità della scelta.

Ritorno al passato? Infine un’ultima preoccupazione: abbassare drasticamente l’asticella, abbattendo le barriere dei requisiti all’entrata spingendo al massimo livello la concorrenza in base alla articolazione in quattro lotti e alla separazione dei servizi urbani da quelli extraurbani, non potrebbe forse determinare l’effetto indesiderato di spalancare la porta a operatori inadeguati o addirittura improvvisati? Esempi assai poco commendevoli non mancano: valga per tutti quello ben noto ai Comuni del trasporto scolastico. Concludendo, il percorso di integrazione che portò alla nascita dell’azienda unica che ricomprendesse gomma, ferro, navigazione e mobilità alternativa, al tempo operante su tre distinti bacini, è stato accompagnato da alcune scelte dimostratesi assai infelici ma anche da aspetti largamente positivi. Oggi si apre una fase nuova nella quale, accanto agli indispensabili cambiamenti, occorrerebbe tuttavia cercare di non buttare via a ogni costo il bambino con l’acqua sporca immaginando che un ritorno al passato possa di per sé garantire risultati migliori.

*Architetto, componente del gruppo redazionale del Piano regionale dei trasporti

Morto il giornalista Adriano Paniccia: è stato caporedattore dell’edizione umbra di Paese Sera

di Walter Verini

Dopo una lunga malattia, ci ha lasciato a Roma – la sua città – Adriano Paniccia. È giusto ricordarlo qui perché Adriano ha avuto, per un tempo non breve e in anni cruciali, un rapporto molto bello e intenso con l’Umbria. È stato un giornalista importante. È stato infatti per alcuni anni il caporedattore della edizione umbra di Paese Sera, che con quattro pagine regionali uscì dal 1973 al 1977 e per altri due con una edizione ridotta, coordinata da Lucia Baroncini con Flavia Marchionni. Quegli anni, quella redazione non furono banali. Come del resto era per altre edizioni umbre di giornali come La Nazione e Il Messaggero, guidati da cavalli di razza come Bruno Brunori e Marcello Monacelli e con giovani di allora che ancora oggi sono punti di riferimento nell’informazione regionale. Erano anni di grande fermento quelli. Stavano nascendo le prime Tv e radio “libere”. Il mio vissuto mi porta a ricordare testate care come Umbria TV, Radio Galileo e Radio Perugia 1. C’erano riviste che si rivitalizzarono, come Cronache Umbre guidata da uno dei più bravi giornalisti umbri, Renzo Massarelli, poi firma di diamante dello stesso Paese Sera in Umbria e successivamente a Roma.

Paese Sera era un giornale un pò “irregolare” vicinissimo al Pci, con una sua autonomia. E con grandi giornalisti. Dopo la sua chiusura, per dire, tanti di questi vennero “catturati” da Eugenio Scalfari e per anni rappresentarono parte fondamentale della spina dorsale e dell’anima di Repubblica. La redazione umbra di Paese Sera ha fatto crescere e conosciuto l’impegno di ragazzi degli anni Settanta che sono diventati giornalisti di grande valore. Adriano Paniccia è stato una guida professionale, fraterna, umanamente intensa. Era a sua volta stato “allevato” nella mitica sede romana di Paese Sera a Via dei Taurini a San Lorenzo, nello stesso palazzo che ospitava l’Unità e dove si sentiva l’odore del piombo della tipografia che negli scantinati stampava i due giornali. Adriano venne mandato a Perugia, a dirigere la redazione dopo che nei primi anni a guidarla erano stati altri colleghi romani e la “firma” politica era quella del perugino Mario Pistellini. Adriano si trovò giornalisti già autorevoli come Renzo Massarelli, ragazzi di importante futuro come Giuliano Giubilei e Alvaro Fiorucci e la redazione venne rafforzata trasferendo lì due corrispondenti locali: il sottoscritto che veniva da Cittá di Castello, e uno spilungone con una testa piena di capelli che era stato il corrispondente da Foligno, Lamberto Sposini. Già allora Lamberto si dimostrava il più brillante, fantasioso, creativo della nidiata.

C’erano anche diversi altri che hanno continuato l’attività giornalistica in tante testate locali e nazionali (per esempio Marinella Rossi al Giorno, Roberto Renga a Paese Sera e al Messaggero, Enzo D’Orsi al Corriere dello Sport). Qualche libro e saggio lo ha già fatto, ma i nomi di tutti i “ragazzi”, in tutta l’Umbria (a Terni cominciava a sgranchire i tasti anche Paolo Raffaelli) di quel Paese Sera erano davvero tanti. A fotografare tutti e tutto c’era già allora un giovanissimo Giancarlo Belfiore. Noi volevamo molto bene ad Adriano Paniccia. Oltre che essere un grande uomo-macchina di giornale aveva una bella scrittura nutrita anche da ideali e principi e una solida cultura umanistica e politica. Chiusa l’esperienza umbra, se ne tornò nella Capitale e dopo la fine di Paese Sera fondò e diresse con passione e grande esperienza l’Agenzia Dire, ancora oggi viva e vitale nel panorama dell’informazione. Credeva nel buon giornalismo e nella buona politica Adriano Paniccia e lo ha dimostrato in tutta la sua vita. Anche in quegli anni a Perugia, nella sede di Paese Sera, in Piazza della Repubblica.

Lettere a Barbara Corvi, la sorella Irene: «La tua anima è qui con noi ogni giorno»

di Irene Corvi*

Cara Barbara,
il mese scorso ci siamo riunit* il giorno del tuo compleanno per ricordarti di nuovo e per dedicarti una canzone, che racconta molto di te, di come sei e del percorso che si sta facendo da quando non ci sei più, per cercare la Verità … e proprio in questa giornata mi sono resa conto di quanto è grande la tua forza. Io ho sempre saputo quanto sei tosta e quanta forza trasmettevi e trasmetti, perché in tutti questi anni in cui sei mancata, sono riuscita a fare cose che non immaginavo solo grazie alla tua forza. In ogni situazione difficile, pensando a te e a come mi avresti aiutata e spronata, ho agito e vissuto, ma la cosa che mi ha lasciato a bocca aperta, un mese fa, è come sei arrivata dentro a tutte le persone che lottano per te, e che tu nemmeno conosci. Ho sentito e visto in tutte queste persone la tua testardaggine e determinazione … sei arrivata dentro di loro! Te ne sei andata fisicamente, ma la tua anima è qui con noi ogni giorno e nessuno riuscirà a mandarla via … ‘io ti sento dentro al vento, non sei andata via’ come dice la canzone che racconta di te e della tua storia, scritta da una persona a te sconosciuta … ma tu sei arrivata anche a lei!!! Grazie per la forza che ci dai ogni giorno nel continuare a gridare ‘DOVE SEI BARBARA?’
Tua sorella Irene.

*Sorella di Barbara (la donna scomparsa da Montecampano di Amelia nell’ottobre del 2009

ALTRI SEI MESI DI INDAGINI A CARICO DI ROBERTO LO GIUDICE

L’iniziativa ‘Lettere per Barbara Corvi’ nasce in seno all’Osservatorio Regionale sulle Infiltrazioni e l’illegalità della regione Umbria. L’idea, che ha radici nella storia del movimento antindrangheta, si inquadra nel più ampio lavoro di accompagnamento, supporto e proposta a partire dalla storia della scomparsa di Barbara Corvi. Il progetto ‘lettere per Barbara Corvi’ prevede la pubblicazione mensile – ogni 27 del mese a partire dal 27 giugno 2022- di una lettera scritta da persone significative appartenenti alla società civile impegnata nella ricerca della verità e nel costruire memoria e pubblicata sulle testate giornalistiche umbre e calabresi. In tal senso, l’obiettivo generale della proposta è rendere la memoria di Barbara Corvi una prassi condivisa coinvolgendo persone e associazioni nel territorio umbro e non solo. Si intende
così favorire la consapevolezza pubblica e la conoscenza sulla storia di Barbara Corvi affiancando la famiglia Corvi, le associazioni e la società civile rivolgendo insistentemente la domanda ‘dov’è barbara?’

 

Incendio Guardea, il sindaco: «Rischiata la catastrofe, centinaia di animali morti»

di Giampiero Lattanzi*
«La furia delle fiamme sembra essersi definitivamente placata. Resta nell’aria, speriamo per poco, l’odore acre di fumo che da qualche giorno caratterizza il risveglio nel nostro paese. Nella storia recente di Guardea, almeno di questo secolo e di quello trascorso, alcuno, a memoria d’uomo, ricorda un incendio di siffatte dimensioni e soprattutto che abbia minacciato seriamente, così da vicino il paese e l’abitato diffuso.
Nella giornata di mercoledì abbiamo rischiato l’evacuazione dapprima di Via della Mola e poi del rione Fossato. Se il fuoco fosse arrivato alle prime case, con presenza di bomboloni del gas, cataste di legna ecc… sarebbe stata una catastrofe. Ed é stata evitata solo a pochi metri. Solo il sangue freddo ai limiti dell’ incoscienza di chi doveva decidere, fra l’altro da lontano, e la fiducia incondizionata negli addetti allo spegnimento, hanno impedito che questo avvenisse con gli inevitabili disagi che sarebbero derivati agli sfollati, pur per tempo limitato».
Centinaia di animali morti «Il nostro territorio dopo il passaggio di questo incendio è irrimediabilmente cambiato, notevolmente più povero: di flora, di fauna selvatica (l’intera zona di ZRC ripopolamento e cattura, piena di animali, è irrimediabilmente perduta, con centinaia di animali morti). Il paesaggio appare lunare, spettrale, trasformato, tinto di un nero macabro e ci vorranno anni perché tutti torni verde come prima. In tutto questo abbiamo assistito ad uno sforzo corale senza precedenti, per domare l’incendio: gli uomini dei Vigili del Fuoco, impegnati senza sosta per quattro ininterrotti giorni e notti, provenienti da ogni parte d’Italia, (persino la colonna mobile di Treviso che era stata impegnata nello spegnimento del grande ultimo incendio a Roma e stava rientrando é stata “deviata” su Guardea per una notte) le squadre dell’Afor, i volontari della Protezione Civile di Guardea mai così coesi ed attivi e mercoledì quelli di Montecchio. La cooperativa oleificio Coldiretti che ha contribuito allo spegnimento nei momenti più preoccupanti».
La forza della collaborazione «L’occasione mi consente di fare un appello a quanti idonei per iscriversi quali volontari alla Protezione civile locale. Nei momenti difficili la disponibilità di persone diventa indispensabile, anche e solo per il supporto logistico. La presenza dei volontari è risultata preziosissima per la sorveglianza, per aiutare i vigili del fuoco anche e non solo per portargli acqua per dissetarsi o anche per il solo fermare le vetture dei curiosi che impedivano l’agevole movimento dei mezzi di intervento. Mezzi aerei, elicotteri fra i quali il ‘gioiello’, il potente Erickson, e Canadair in una flotta di dimensioni mai viste in zona, impiegati fino alla bonifica durata fino al tramonto di sabato. In tutto questo disastroso scenario, consentitemi di sottolinearlo, é emersa ancora una volta la solidarietà ed il grande cuore dei guardeesi. Dei cittadini che non potevano agire materialmente ma tanto avrebbero voluto fare ma anche di alcune attività commerciali che volontariamente, senza essere sollecitate, si sono offerte. Desideriamo ringraziare sentitamente ‘Alimentari Goretta’ e ‘Macelleria Gianni’ di Guardea per i pasti offerti per i pompieri impegnati senza sosta che non avevano tempo per mangiare, i bar ‘Cavallino’ e ‘Oasi’ per la fornitura d’acqua. Ringraziamento a tutti gli assessori ed ai i consiglieri comunali che si sono prodigati ed alla struttura tecnica preposta impegnata senza sosta. Un ringraziamento particolare al Prefetto di Terni Giovanni Bruno ed al Comandante dei vigili del fuoco di Terni Paolo Nicolucci, al sistema della Protezione civile regionale costantemente in contatto telefonico con il Sindaco. Ringraziamento particolare per loro ed anche pubbliche scuse, per l’insistenza a volte ai limiti, con cui ho continuato a chiedere mezzi ed uomini in una situazione di incendi gravi con minacce per gli abitati e drammatica anche in paesi limitrofi, nella nostra Regione ed in tutta Italia».
La ricerca della verità «Non conosciamo ancora le cause dell’incendio, di questo incendio. Di norma, nonostante le alte temperature nessun incendio si genera per autocombustione. Vogliamo fortemente augurarci che pur nell’immane danno prodotto l’incendio sia di natura accidentale. Chiediamo che gli organismi preposti, domato l’incendio, facciano chiarezza sull’origine dello stesso. Se dovesse emergere, al contrario, una natura dolosa, chiediamo con forza che venga individuato l’autore e finalmente fatta giustizia. Da anni stiamo assistendo ad una continua violenza perpetrata al nostro territorio, questa volta con pericolo concreto per persone ed abitazioni, senza che i colpevoli paghino. Chiediamo aiuto a tutti. Chiunque abbia visto o abbia il pur minimo elemento concreto è pregato di fornirla, anche nel massimo della riservatezza, agli inquirenti, ai vigili del fuoco, ai Carabinieri, ai Carabinieri forestali, al Sindaco, a chi preferiscono. È una vegogna che deve finire! Le foto dei terreni percorsi dal fuoco dimostrano di cosa possa essere capace la follia umana. Dubitiamo che eventuali autori di questo scempio possano avere una coscienza ma queste immagini dovrebbero scuotere anche gli animi più insensibili. Ancora un grazie sentito a quanti hanno lavorato incessantemente, in ogni ruolo,per spegnere l’incendio. Grazie!»
*Sindaco di Guardea

«Lavori sulla Terni-Rieti ancora da concludere», Paparelli incalza Melasecche

«Sono trascorsi due anni dall’inaugurazione della ‘Terni – Rieti’ e siamo ancora alle prese con alcune parti da inaugurare e necessità di smentire dubbi sulla sicurezza del viadotto del Velino: di certo una poco soddisfacente gestione delle infrastrutture regionali da parte dell’assessore Enrico Melasecche». Queste le dure parole del consigliere regionale del Partito democratico, Fabio Paparelli, riferendosi alla risposta scritta in merito a una sua interrogazione relativa ai disagi sullo svincolo di Piediluco sulla Terni – Rieti. Risposte dell’assessore che non soddisfano il consigliere Dem che arriva a definirlo un «passacarte di Anas». Sempre dall’interrogazione però si apprende che i lavori termineranno ad agosto, a stagione estiva ormai conclusa,  e per il viadotto del Velino invece il rapporto di Anas non evidenzia crepe o problematiche imminenti.

Le risposte che non soddisfano «Rispondendo alla mia interrogazione – spiega Paparelli – l’assessore Melasecche si è limitato a trasmettere la nota di Anas, redatta come informativa per l’assessorato. Da un esponente dell’Esecutivo regionale, che sovrintende al complesso settore delle Infrastrutture e dei Trasporti, tanto più in piena estate, periodo di ferie e di esodi, ci saremmo aspettati una presa di posizione più concreta, un ruolo politico di sollecitazione e programmazione maggiore. Invece, in questo modo, l’assessore Melasecche si mette nei panni del passacarte di Anas, senza dirci come la pensa e come farà a migliorare le problematiche esistenti».

Ultimazione lavori ad agosto «Quanto ai quesiti specifici, l’ultimazione dei lavori, per la direttrice Civitavecchia – Orte – Terni – Rieti, si concluderanno – prosegue il consigliere di opposizione – nel mese di agosto. Una pessima notizia per tutti i disagi lamentati da cittadini e turisti in corrispondenza dello svincolo di Piediluco, che proseguiranno quindi per gran parte del periodo estivo. È pur vero che l’ultimazione dei lavori è stata condizionata dalla contingenza internazionale e che l’impianto di illuminazione ha visto la rescissione del contratto con l’appaltatore, nel frattempo fallito, e che nel frattempo sono state posizionate delle recinzioni provvisorie per proteggere l’utenza stradale dall’attraversamento di animali selvatici.
Però è necessario quanto prima che l’assessore regionale si concentri e cerchi di accelerare questa situazione, evitando ulteriori danni all’Umbria del sud».

Viadotto Velino «Per il viadotto Velino – continua Paparelli – ci fa piacere apprendere che non esistono crepe e che Anas proceda a quattro ispezioni ogni tre mesi e un’ispezione approfondita ogni anno. Si tratta di una infrastruttura di collegamento fondamentale per l’Umbria e non possiamo accettare che possa essere messa in discussione da qualsiasi tipo di ombra. Nel futuro, è l’auspicio che ci poniamo, l’ideale sarebbe che l’assessore Melasecche faccia sentire la sua voce in maniera più incisiva, senza nascondersi dietro alle relazioni tecniche, e ci dica cosa pensa di fare per l’Umbria del sud. È l’auspicio della politica, ma anche degli umbri».

Elezioni Ilserv, il plauso del segretario Fismic di Terni per il risultato del sindacato

di Giovacchino Olimpieri*

Il 6, 7 e 8 luglio si sono svolte in Ilserv le elezioni per il rinnovo della Rsu/Rls che hanno visto la Fismic Confsal eleggere 1 Rsu, risultato che rende merito allo sforzo profuso dei candidati. Il candidato eletto è Marco Bordini, a cui vanno i complimenti di tutta l’Organizzazione.

Siamo soddisfatti del meritato traguardo conseguito, all’interno di una delle aziende più importanti del territorio – dichiara Giovacchino
Olimpieri, segretario territoriale Fismic Confsal di Terni -. Il risultato di queste elezioni dimostra che il consenso si ottiene investendo tempo ed energie per la causa in cui si crede, creando un rapporto di fiducia e lavorando ogni giorno nel solo obiettivo che abbiamo sempre perseguito, ovvero l’interesse dei lavoratori. Ringraziamo tutti i lavoratori per la fiducia che hanno voluto accordarci, coscienti delle responsabilità che derivano dal risultato di questo voto, continueremo la nostra attività a tutela dei lavoratori e dell’occupazione, consapevoli delle incognite legate alla fase di trasformazione in atto e delle sfide che ci attendono.

Un sentito ringraziamento va a tutti i candidati che hanno affrontato con responsabilità e abnegazione un’aspra campagna elettorale e che
grazie al loro contributo hanno determinato il successo della squadra. Una menzione speciale va a Fabio Arconte per la dedizione e l’impegno profuso come rappresentante della Fismic Confsal nella commissione elettorale

*Il segretario territoriale Fismic Confsal di Terni

Sangemini-Amerino, l’appello alla Regione: «Meno passerelle e più attenzione ai lavoratori»

di Daniele Lombardini*
«Come non condividere le preoccupazioni di Fai-Cisl, Flai-Cgil, Uila-Uil e delle Rsu? Ad una reiterata disponibilità da parte dei lavoratori ad affrontare anche i disagi dovuti alla stagionalità e alla minacciosa eccezionalità climatica non corrisponde, ancora una volta, un’altrettanta attenzione da parte della proprietà aziendale e delle istituzioni.
Sangemini-Amerino Lo stato di agitazione, proclamato il 24 giugno, all’ex Sangemini è la cartina di tornasole  di un sistema delle relazioni del mondo del lavoro che sembra completamente sbilanciato a sfavore di chi, seppur messo a dura prova da scelte discutibili degli ultimi anni, è pronto a fare la sua parte. Come sempre. Una realtà produttiva che, nonostante le difficoltà, si pone ai vertici della produzione delle acque italiane. Lavoratori e famiglie che chiedono di essere convocati urgentemente per rinnovare il contratto integrativo. Aprire tavoli di confronto per poi disertarli appare quasi un  ‘protocollo operativo’, avallato dai governi di centrodestra umbri che preferiscono, ad ogni livello territoriale, bypassare la discussione, privilegiando occasionali contatti telefonici o ben fotografate (e poco raccontate) passerelle con le proprietà aziendali. Con un andazzo di questo tipo, bene hanno fatto le rappresentanze a richiedere anche in tempi brevi un incontro alla Regione in vista della scadenza  della concessione del 2024.
*Responsabile Lavoro del Pd Umbria

Umbria Pride, contro Romizi atteggiamento manicheo: la lettera a Umbria24

Pubblichiamo di seguito il testo integrale di una lettera critica a Umbria24 scritta da Gianni Porzi, cittadino perugino e docente di Chimica organica all’università di Bologna. Porzi fa riferimento all’articolo pubblicato con il titolo ‘Romizi ostaggio di Pillon, Tesei magicamente liberale’. Il testo della mail a cui è allegata la lettera recita così: Egregio direttore, immagino che non pubblicherà la mia nota critica al suo articolo pubblicato il 25 giugno che le invio in allegato. Tuttavia, gliela mando ugualmente anche perchè le offro l’occasione per smentire le mie affermazioni.

di Gianni Porzi

Il solito “atteggiamento manicheo”: da una parte il bene e il vero, dall’altra il male e il falso. Un atteggiamento di superiorità che non si capisce poi su cosa si basi se non sulla supponenza. Mi è capitato di leggere il suo articolo del 25 giugno sulla diatriba scatenatasi sull’Umbria Pride in merito alla questione del patrocinio alla manifestazione organizzata dalle associazioni Lgbt. In sostanza lei afferma che la scelta del Sindaco Romizi di non concedere il patrocinio è stata una “scelta non liberale”, mentre quella della Presidente Tesei è stata una “scelta liberale”. Questa è una opinione che non condivido affatto. Essere liberare significa essere rispettoso della “libertà di tutti” e quindi essere antitetico a qualsiasi atteggiamento che manchi di rispetto ad alcuni cittadini da parte di altri cittadini. Siamo da tempo abituati all’abuso del termine “liberale”, come pure alle pagelle della citata parte politica sempre puntuale nell’assumere l’atteggiamento manicheo di dividere il mondo in due parti, quelli che la pensano come loro e quelli che invece hanno opinioni diverse. Inoltre, Direttore, lei ha mancato di rispetto al Sindaco Romizi affermando che avrebbe sicuramente concesso il patrocinio se non fosse stato condizionato dai conservatori/tradizionalisti i quali avrebbero fatto una forte opposizione al patrocinio. Cioè, considera il Sindaco una sorta di banderuola, senza personalità, succube di altri. Siamo alle solite e cioè quando non si hanno argomenti a sostegno delle proprie posizioni si cerca di screditare chi non è allineato. Il Sindaco, a mio avviso, ha invece dimostrato personalità e coerenza, al contrario della Presidente Tesei che sembrerebbe sia stata “folgorata” da posizioni che i vertici dei Partiti, sia locali che nazionali che sostennero la sua candidatura, non approvano affatto (cioè matrimoni gay, utero in affitto, teoria gender, genitore 1 e 2). In merito poi alle reali intenzioni di Romizi e della Tesei, lei direttore si erge a giudice e, come già detto, dà le pagelle, in tal caso, oltretutto, basandosi su ipotesi, cioè sul nulla. Vorrei ricordare che le manifestazioni organizzate dalle associazioni Lgbt, ormai arcinote, non hanno lo scopo di “promuovere e salvaguardare i diritti civili”, come vanno dicendo i promotori, perché i diritti civili sono già salvaguardati dalla Legge. Piuttosto, la finalità è ben altra, è quella di tenere atteggiamenti provocatori (si vedano foto e filmati), di screditare la famiglia tradizionale, e i legami secondo natura, denigrare i difensori di certi valori, la cristianità e le Istituzioni custodi del sentimento cristiano. Quindi, se il rappresentante di una Istituzione, democraticamente eletto, non ritiene che certe manifestazioni meritino apprezzamento per i loro contenuti e finalità è suo diritto non concedere il patrocinio, come avvenuto sia a Perugia che a Terni. Infine, si può essere credenti o no, ma la Religione va comunque rispettata, rientrando a far parte dei tanto declamati/invocati “diritti civili”.

Risposta

Grazie anche per il tono. Non replico sul merito, l’articolo credo dia motivo, ampiamente, di trovare risposta alle affermazioni che contiene. Neppure sulla presunta supponenza, poiché l’articolo mi sembra un elementare esercizio giornalistico. Lei contesta l’attribuzione di liberale. Io continuo a credere che l’evidenza dei fatti dimostri questo. Tra l’altro il termine liberale, nella sua accezione storica o contemporanea, è legato, ai diritti civili. A suo avviso Romizi ha fatto bene con una manifestazione che ‘manca di rispetto ad altri cittadini’. Se questa fosse la ragione, la decisione sarebbe stata frutto di un pregiudizio, magari fondato, ma preventivo. Logica comprensibile nel libero esercizio del pensiero, meno in quello istituzionale. Come lui, hanno fatto tanti in Italia e nel mondo. Diritto incontestabile. Ma giudicabile. Quanto al fatto che Romizi l’avrebbe concesso il patrocinio, Umbria 24 conferma quanto appreso, pensato, scritto e non smentito. Con cordialità. Maurizio Troccoli

In Umbria stipendi più bassi della media e livelli appiattiti verso il basso. Per i laureati il gap più elevato

di Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia*

Alcuni giorni fa si è parlato molto di un grafico che mostrava come negli ultimi 30 anni l’Italia fosse l’unico tra i paesi Ue Ocse in cui la retribuzione media annua è calata (-2,9%), a fronte di un aumento generalizzato altrove (Germania +33,7; Francia +31,1%; Spagna +6,2%). Il dato ha riaperto il ricorrente dibattito sul progressivo impoverimento delle persone che lavorano e sulla necessità di trovare contromisure.

Il costo del lavoro L’inadeguatezza retributiva in Italia chiama in causa l’annosa questione del costo del lavoro che, come noto, è pesantemente gravato dalle componenti non salariali, sia quelle a carico del lavoratore che del datore di lavoro. Il costo del lavoro, costituito dall’ammontare delle retribuzioni e dai costi non salariali, quali i contributi sociali e i costi intermedi a carico del datore di lavoro al netto dei sussidi, vede l’Italia allineata alla media Eu27 ma con valori strutturalmente inferiori a quelli registrati nell’area euro e in Francia e Germania in particolare. Tuttavia l’elevata incidenza dei costi non salariali sul totale, per cui l’Italia si pone tra i primi posti con un 28,3%, rende evidente lo svantaggio della remunerazione effettiva del lavoro nel nostro Paese.

Le retribuzioni in Umbria Le retribuzioni lorde, ovvero le remunerazioni al lordo delle detrazioni fiscali e previdenziali a carico dei lavoratori e trattenuti dal datore di lavoro, costituiscono la parte preponderante del costo del lavoro e offrono la misura dei livelli imponibili ai fini contributivi da parte del datore stesso. Considerando i lavoratori dipendenti privati extra-agricoli, in Italia nel 2019 la retribuzione oraria mediana – quella che divide a metà le posizioni lavorative di riferimento – è pari a 11,40 euro; il 10% dei lavoratori più pagati percepisce almeno 21,06 euro l’ora, mentre il 10% di quelli pagati di meno non supera gli 8,10 euro. In sintesi, le situazioni migliori spuntano livelli almeno 2,6 volte superiori a quelle più basse. I livelli retributivi, estremamente variabili, presentano valori minimi tra le donne e i più giovani, oltre che in corrispondenza dei più bassi gradi di istruzione, nelle imprese di piccole dimensioni, nel settore dei servizi, nei contratti a tempo determinato e in quelli part-time, nonché nelle realtà meridionali.

In questa estrema variabilità, come si colloca l’Umbria? In generale, nella regione le retribuzioni mediane risultano costantemente inferiori rispetto al corrispondente valore nazionale. Complessivamente, il delta Umbria-Italia è del 2,7%, che sale al 7,8% considerando i valori medi, in virtù della distribuzione, nella regione, più omogenea e livellata verso il basso. Le differenze rispetto all’Italia diventano significative in corrispondenza del 10% delle posizioni lavorative meglio remunerate (9° decile), per le quali la retribuzione lorda oraria si attesta ad almeno 17,67 euro, ovvero il 16,1% in meno rispetto al dato nazionale. Viceversa, nel 1° decile, quello che accoglie i valori più bassi, l’Umbria frequentemente si trova a superare il dato nazionale, anche se per differenze minimali.

I dati Tenendo conto del valore mediano delle retribuzioni per genere, titolo di studio, tipo di contratto, regime orario, qualifica contrattuale, classe di età, dimensione d’impresa, si evince che le distanze tra i livelli umbri e quelli nazionali toccano le punte massime in corrispondenza, nell’ordine: dei lavoratori laureati (-12,4%), di quelli occupati nelle imprese con oltre 250 addetti (-6,1%), delle figure dirigenziali e impiegatizie (-5,9%), dei dipendenti con contratto a tempo pieno (-5,5%) e indeterminato (-5,3%), di quelli con 50 anni e più (-4,8%), delle lavoratrici (-3,0%). Se invece del valore mediano si considera quello dell’ultimo decile, la distanza (negativa) tra le retribuzioni lorde orarie in Umbria rispetto all’Italia si fa massima in corrispondenza, nell’ordine: dei laureati (24,1%), delle posizioni a tempo pieno (19,9%) e indeterminato (18,4%), delle persone con 50 anni e più (18,2%), dei maschi (18,1%), delle imprese tra 10 e 49 addetti (15,1%), dei dirigenti e impiegati (14,1%). La variabilità retributiva interna (misurata come rapporto tra 9° e 1° decile) in Umbria è costantemente più contenuta di quella rilevata su scala nazionale, in virtù dei livelli regionali più omogenei e appiattiti verso il basso. In generale, tale variabilità è più contenuta nei gruppi a più bassa retribuzione oraria (è minima tra gli occupati in imprese con meno di 10 dipendenti, con un rapporto pari a 1,79 in Umbria, che sale a 1,94 in Italia) e cresce all’aumentare del livello retributivo, raggiungendo il valore massimo tra i laureati (2,76 per l’Umbria, 3,48 per l’Italia).

Gli assetti produttivi Il fenomeno umbro delle più basse retribuzioni nella componente privata non sorprende: si collega alle caratteristiche degli assetti produttivi locali – in prevalenza polverizzati, posizionati nella parte centrale della filiera, specializzati in settori a minore intensità di ricerca e innovazione e a più basso valore aggiunto, tarati su modelli di gestione tradizionali e a bassa domanda di lavoro altamente qualificato – che, nel loro insieme, determinano livelli di produttività inferiori rispetto ai già insoddisfacenti valori nazionali. Tali elementi penalizzano la dinamica retributiva, che in Umbria tende a mantenere nel tempo una distanza rispetto al dato italiano. Distanza che viene peraltro accentuata da una più diffusa presenza delle componenti non osservate delle attività produttive di mercato, ovvero l’economia sommersa e quella illegale, come stimato da Istat.

Salario minimo e possibili implicazioni Introdurre forme di tutela della dignità del lavoro e di contrasto alla povertà lavorativa è certamente un obbiettivo da perseguire in maniera urgente. Uno dei possibili interventi è l’introduzione di un salario minimo legale, una misura su cui ultimamente si è aperto un ampio dibattito, soprattutto dopo l’approvazione della direttiva del parlamento europeo (che comunque non comporta un obbligo per l’Italia, vista l’ampia copertura della contrattazione collettiva). Resta da capire se un provvedimento di questo genere sia lo strumento più efficace per il caso italiano e quali implicazioni potrebbe avere su una regione come l’Umbria. Di sicuro, l’effetto più diretto sarebbe quello di elevare i minimi retributivi, particolarmente bassi, previsti dai Ccnl in alcuni settori. Se il salario minimo venisse fissato – ad esempio – a 9 euro l’ora, l’incidenza dei lavoratori interessati da questo provvedimento non arriverebbe al 2% del totale (ADAPT, 2022). Tale quota potrebbe salire al 10% se si includessero anche il lavoro domestico e quello agricolo, settori dove tuttavia potrebbe essere più facile sfuggire a questo obbligo per la maggiore diffusione del lavoro irregolare.

Salario minimo Rimarrebbe comunque esclusa un’ampia fetta di occupati, sempre più ampia e pure a rischio di povertà, non coperta dalla contrattazione collettiva (tirocinanti, collaboratori autonomi, lavoratori occasionali, lavoratori in nero e free lance a partita IVA). Più in generale, la discussione fin qui sviluppatasi sul salario minimo sembra non tener conto delle rapide trasformazioni, tecnologiche e organizzative, del contesto produttivo e del mercato del lavoro, che rendono la prestazione sempre meno incardinata al valore standardizzato dell’ora-lavoro e il sistema di retribuzioni sempre più rivolto a premiare il risultato e la professionalità del lavoratore. Questo insieme di condizioni, che stanno mutando il quadro di riferimento, rischierebbero di rendere difficilmente adattabile la definizione e l’applicazione di un salario minimo indifferenziato.

Le implicazioni Al di là di queste prime osservazioni, le implicazioni della introduzione di un salario minimo sono molteplici, complesse, non univoche, controverse. Numerose simulazioni hanno dimostrato che gli effetti complessivi sul benessere degli individui, sull’occupazione e sulle diseguaglianze verrebbero a dipendere dal livello al quale il salario minimo viene fissato: se troppo basso rischierebbe di essere inefficace; se troppo alto sarebbe controproducente, spiazzando l’occupazione e aumentando le diseguaglianze. L’argomento più diffuso tra i critici del salario minimo è che il conseguente aumento del costo del lavoro si tradurrebbe in una contrazione dell’occupazione e in un aumento del ricorso al lavoro irregolare, un rischio che graverebbe soprattutto sulle micro imprese, le quali rappresentano gran parte del tessuto produttivo.

Produttività Il problema chiama in causa la questione della produttività del lavoro, alla quale il salario minimo deve essere correlato: livelli minimi salariali introdotti senza un adeguato aumento della produttività potrebbero causare la scomparsa delle imprese più piccole e meno inefficienti, che non riuscirebbero a corrispondere ai propri lavoratori le retribuzioni stabilite. Di fronte a livelli insostenibili, pur di evitare la chiusura, talune realtà potrebbero tagliare gli occupati, ricorrere al lavoro nero oppure provare a riversare i maggiori costi del lavoro sui consumatori, aumentando i prezzi dei beni prodotti e innescando così un processo inflazionistico. La matassa di questioni che si porta dietro la riflessione sul salario minimo si fa particolarmente aggrovigliata in un territorio, come quello umbro, dove le piccolissime realtà aziendali, la bassa produttività, il lavoro irregolare sono fortemente presenti, più della media nazionale. Un fatto è certo, la questione salariale esiste e resta una priorità da affrontare, fermo restando che il problema andrebbe aggredito alla radice: i bassi salari sono una conseguenza diretta di un alto costo del lavoro (per l’elevata incidenza della componente non salariale) e di una bassa produttività, la quale resta il vero nodo da sciogliere.

*Agenzia Umbria ricerche

Aborto, levata di scudi sulla libertà delle donne. Terni valley: «Diritti minacciati da destra retrograda»

di Federica Burgo*

Il 24 giugno negli Stati Uniti è stata ribaltata la sentenza Roe vs. Wade, che garantiva ormai da cinquant’anni il diritto all’aborto. Ora il diritto all’aborto non è più garantito a livello federale. Questo evento ha scosso donne e uomini da tutto il mondo, realizzando la triste verità che i diritti purtroppo vanno sempre celebrati e protetti, e mai dati per scontato.

Aborto Anche in Italia la situazione non è molto lontana da quella degli Usa: il diritto all’aborto è sì tutelato dalla legge 194, ma si tratta di una tutela de iure e non de facto. Infatti, il 70% dei ginecologi si rifiuta di praticarlo, impedendo a tantissime donne di esercitare una tutela che teoricamente è garantita dalla legge, e ingigantendo il divario tra persone ricche e povere. Gli strati sociali più colpiti sono infatti quelli di coloro che non hanno accesso alla contraccezione, alla sanità pubblica e soprattutto privata, che in questo modo si ritrovano completamente senza mezzi a loro disposizione. Questo ci rende più simili di quanto possiamo pensare agli Stati Uniti. I diritti, in Italia, sono sempre e costantemente minacciati dalla destra reazionaria, una destra come quella di Pillon che ha parlato della soppressione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza negli USA come di una “brezza” che spera di portare anche in Italia. Questo è un accanimento contro la libertà, un’idea retrograda e che va contro la possibilità di poter decidere per il proprio corpo.

Umbria Purtroppo, nella nostra regione, dove forti sono le idee della destra pilloniana, già c’è stata negli scorsi mesi una delibera che vietava l’aborto farmacologico in day hospital e introduceva l’obbligo al ricovero per tre giorni per assumere la pillola RU486. Una ennesima grave violazione contro i diritti delle donne che solo una grande battaglia delle associazioni locali è riuscita a fermare. Non si può poi dimenticare recentemente quanto ultimamente lo stesso Pillon stia portando avanti nelle ultime settimane contro il mese del pride, accanendosi sempre contro diritti e libertà delle persone, addirittura scatenando una lite all’interno dello stesso partito leghista con la Presidente della nostra regione Tesei per il patrocinio al gay pride in Umbria. Non solo negli Stati Uniti quindi, ma in Italia e nella nostra regione e nella nostra Terni bisogna continuare a lottare per i diritti di tutti e di tutte, affinché sia possibile un giorno vivere in un mondo che ci tuteli davvero completamente.

*Associazione Terni Valley