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mercoledì 5 agosto - Aggiornato alle 22:53

Musei Deruta, Andrea Fora e Vittoria Garibaldi sull’incarico gratuito: «Non diventi prassi»

Pubblichiamo l’intervento del consigliere regionale Andrea Fora e di Vittoria Garibaldi, candidata alle scorse regionali nella lista a supporto di Vincenzo Bianconi ed ex direttrice della Galleria nazionale dell’Umbria, a proposito dell’assegnazione dell’incarico di direttore del Museo della ceramica e della pinacoteca comunale di Deruta al professor Francesco Federico Mancini. Il bando del Comune, che prevede un incarico a titolo gratuito, ha scatenato molte polemiche nelle ultime settimane.

di Andrea Fora e Vittoria Garibaldi

Il 28 maggio il Comune di Deruta emette un avviso di selezione pubblica per il conferimento, a titolo gratuito, dell’incarico di direttore di due importanti musei civici del territorio: il Museo regionale della ceramica e la Pinacoteca comunale. Il primo, fondato nel 1898 dall’intellettuale perugino Francesco Briganti per valorizzare e conservare la secolare tradizione della maiolica derutese, è il più antico museo italiano dedicato all’arte della ceramica. La seconda è sita nel trecentesco Palazzo dei Consoli e contiene, fra gli altri, le opere di Nicolò Alunno, Perugino e Guido Reni. Abbiamo tutti letto le polemiche e il dibattito sviluppatosi nei social e nei siti d’informazione online. Non ci interessa entrare nuovamente nel merito di questa nomina e anzi auguriamo al professor Francesco Federico Mancini – uno dei personaggi più importanti e influenti del panorama culturale perugino – di poter svolgere pienamente il suo ruolo per il rilancio delle due strutture museali.

LA NOMINA DI MANCINI

CHI ERANO I 18 CANDIDATI

Non sia una prassi Non possiamo però non condividere le critiche piovute dal mondo dei professionisti della cultura locale e nazionale, fra i quali la Confederazione italiana degli archeologi e Icom Italia sulle modalità della selezione a titolo gratuito. Occorre che questo caso non diventi una prassi, sarebbe la fine dell’attività di promozione culturale nella nostra regione. La riforma Franceschini sulla nomina dei direttori delle eccellenze museali italiane – con i suoi straordinari risultati – ha dimostrato che la promozione dell’arte e della cultura sono un fattore di sviluppo economico, di grande attrazione turistica e che necessita di grandi professionalità e competenze e conseguentemente della giusta retribuzione. Un direttore non è un ruolo di mera rappresentanza ma di impegno fattivo e manageriale per la promozione e la “vita” del museo che non può più essere visto nel 2020 come un mero contenitore di opere d’arte o di oggetti culturalmente interessanti. Va promosso come un prezioso e strategico prodotto per lo sviluppo locale e per la crescita del territorio da un punto di vista culturale ed economico.

GLI ARCHEOLOGI UMBRI: «RITIRATE IL BANDO»

Offerta turistica Solo con professionisti impiegati con le dovute risorse in termini di impegno e remunerazione sarà possibile promuovere la conoscenza della bellezza dell’Umbria, presente in tutto il territorio, nei borghi come nelle città, per tutelarla e valorizzarla attraverso la creazione di distretti culturali omogenei per identità geografica, antropologica, storica e culturale, così da esaltarne i valori fondanti. Le realtà locali come i musei civici sono gli avamposti e i detentori di questa realtà e devono essere i primi a poterne beneficiare. Occorre promuovere l’identità come filo conduttore, come motore delle attività, dalla musica alla danza e al teatro, dalle tradizioni e le feste ai musei, dai parchi archeologici alle ville storiche, dalle arti visive al design, fino alle nuove tecnologie. Tutto questo permetterà anche un arricchimento dell’offerta turistica, attraverso un’azione di marketing strategico tale da valorizzare in maniera integrata anche la filiera enogastronomica, l’ambiente e il paesaggio. Su queste linee d’indirizzo siamo pronti come «Civici per» a dare il nostro contributo al dibattito culturale che, anche dopo i fatti di Deruta, deve andare avanti nella giusta direzione per il bene dell’Umbria.

Fondi per il Welfare, la Lega: «Nessun taglio, garantiti progetti di vita indipendente»

«Atteggiamento vergognoso da parte di Pd e 5 Stelle che pur di farsi pubblicità arrivano addirittura a strumentalizzare tematiche come la disabilità». Così il gruppo consiliare della Lega di Terni risponde alle polemiche emerse in queste ore in merito ai fondi destinati al Welfare comunale. «Ci saremmo aspettati di tutto da due partiti in piena crisi di consensi e di idee – proseguono i leghisti – ma una cosa del genere, sinceramente, no. Stravolgere la realtà dei fatti e arrivare a generare panico tra le famiglie ternane dei disabili non è fare opposizione, è fare becera politica».

L’incontro Secondo i consiglieri della Lega «non ci sarà nessun taglio nei finanziamenti per i disabili a Terni, non esiste servizio che verrà depotenziato». «Lo ha confermato anche la Usl Umbria 2 in una nota non politica, ma tecnica, che smentisce categoricamente quanto affermano gli esponenti di PD e 5 Stelle e sottolinea la bontà dell’operazione di programmazione amministrativa attuata dal Comune di Terni. Evidentemente, chi ha portato la città in dissesto non è abituato a operazioni di questo tipo in trasparenza. I fondi ci sono e la maggiore spesa è determinata dalla rimodulazione dei servizi erogati: ci siamo già attivati per avere servizi mirati e attinenti al tipo di difficoltà che stiamo vivendo.  Inoltre, l’assessore al Welfare del Comune di Terni, Cristiano Ceccotti, già in precedenza aveva interloquito con l’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto, il quale ha confermato lo stanziamento di fondi dalla Regione Umbria per garantire continuità, per altri 12 mesi, alle progettualità di vita indipendente. A questo si aggiungono le tantissime attività già messe in atto, tra cui l’ultima relativa alle attività ludiche e ricreative organizzate a sostegno dei minori con disabilità, tra i 6 e i 17 anni, e delle loro famiglie con l’obiettivo di favorire l’integrazione attraverso percorsi educativi».

Strage di Bologna, Arci Terni: «Quarant’anni dopo il Comune dimentica»

di Arci Terni*

Il quarantesimo anniversario della strage di Bologna coincide con la scomparsa di Lidia Piccolini, mamma di Sergio e moglie di Torquato Secci. Lidia, dopo aver perso il suo ragazzo di soli 23 anni è stata insieme al marito, Presidente e fondatore dell’Associazione familiari delle vittime della strage, uno dei riferimenti di questo movimento. Il Comune di Terni sembra invece aver rimosso la memoria di questa ricorrenza, legata ad uno dei più feroci attentati della storia repubblicana, ma anche all’identità e alle vicende cittadine. Dimenticare la strage di Bologna (e la famiglia Secci) non è accettabile. Cambieremo anche l’intitolazione del Teatro Secci?

Arci Terni non dimentica Le comunità di Bologna e Terni hanno da sempre tenuto un filo diretto in questi momenti di riflessione, e ancor più in questi giorni hanno sentito il bisogno di farlo, nel quarantesimo anniversario, il primo senza più una sola persona della famiglia Secci in vita. Bologna tragicamente avrà di fronte anni in cui le ferite e i testimoni aiuteranno a non dimenticare. Terni a quanto pare rischia di perdere questo patrimonio.
Ma se la Terni istituzionale dimentica, la società civile no. Arci Terni, Arci Bologna e Arci Nazionale, quest’anno hanno deciso di unirsi per tenere in vita la memoria collettiva, storica e giudiziaria e all’insegna della cultura nelle sue varie forme espressive, attraverso l’evento Facebook «Un solo errore», la cui diretta è avvenuta il 30 luglio, giornata in cui il Presidente Mattarella si è recato a Bologna per commemorare le vittime del 2 agosto.

Strage di Bologna 1980 Proprio dalla giornata di domenica 2 agosto il video dell’iniziativa, sarà visibile (nella sua versione corretta e rimontata) sul canale Youtube di Arci Terni e sul sito web di Arci Nazionale. Tra i vari momenti della diretta viene proposto il film documentario sulla strage di Bologna, con l’intervento del regista Matteo Pasi. “Un solo errore”, sono le parole di Lidia che hanno dato titolo al film e all’evento Facebook. L’errore a cui si riferisce è quello dei terroristi di aver scelto Bologna come obiettivo, che di tutta risposta immediatamente si prodigò nei soccorsi, riuscì a rialzarsi all’indomani della tragedia rioccupando le piazze e i luoghi della democrazia. Questo sentimento, fu quello in parte vissuto anche dalla comunità ternana legata a doppio filo alla vicenda. L’Associazione dei familiari delle vittime, animata da Torquato Secci, fece infatti scuola come prima esperienza associativa capace di incidere sulle vicende processuali e smuovere la coscienza del paese anche per altri attentati che hanno macchiato la storia repubblicana, come nello stesso documentario viene evidenziato.

Sergio Secci L’iniziativa ha visto anche la partecipazione di Lucilla Galeazzi, cantante popolare ternana famosa in
tutto il mondo, amica di Sergio Secci al quale dedicò una canzone e un concerto in città, organizzato da ARCI nel 2000 in occasione del ventesimo anniversario della strage. Il Concerto per Sergio, viene ora per la prima volta pubblicato all’interno di un cofanetto di 3 CDs prodotto da ARCI Terni in collaborazione con l’Associazione ‘Ticchetettà – tradizioni e identità’ che a livello locale si occupa dello studio, la riscoperta, la conservazione e la promozione del patrimonio materiale ed immateriale della cultura tradizionale. Il lancio della raccolta, sul lavoro per Terni di Lucilla Galeazzi, è avvenuto proprio durante l’iniziativa a testimonianza della sua passione civile attraverso il canto. Oltre all’inedito Concerto per Sergio del 2000 il cofanetto conterrà il CD ‘Sirena dei Mantici’, la registrazione dello spettacolo di Lucilla Galeazzi con Ascanio Celestini e la Fisorchestra ‘L. Fancelli’ diretta da Marco Gatti svoltosi sempre a Terni nel 2002 e il CD ‘Co l’occhi, la lingua e co’ lu core…’, la prima incisione del Coro Canti E-Terni fondato e diretto da Lucilla Galeazzi. (La distribuzione e informazioni sulla versione fisica del Cofanetto di imminente uscita sarà a cura dell’Associazione Ticchetettà).

Musica e memoria L’Arci da sempre è stata una delle ‘case’ fuori dai contesti istituzionali dove tenere insieme le
persone dal basso per coltivare la memoria civile. Per questo intende farsi promotrice di un’Associazione cittadina degli amici di Sergio Secci, per tenere vivo il suo ricordo, la sua intelligenza e la sua umanità, insieme a quello della sua famiglia che in tutti questi anni ha accompagnato Terni, le sue Istituzioni e il Paese tutto, in nome della verità, la giustizia la memoria.

*in ricordo della Strage del 2 agosto 1980

«Sviluppare occupazione o il sistema imploderà dopo il blocco licenziamenti»

 

di Cgil Terni

La crisi economica e finanziaria che ha investito i paesi dell’occidente dal 2007 ha prodotto rotture sul piano sociale ed industriale così profonde che non hanno riscontri negli ultimi 50 anni di storia contemporanea. Illustri economisti ed istituzioni internazionali hanno ricostruito le origini, i processi e le responsabilità della crisi che è stata anche crisi morale e di valori. Qui sta forse l’elemento più sottovalutato e che invece rappresenta una prospettiva rilevante dei problemi che abbiamo davanti: una società che non vive più il valore aggregante del lavoro è una società chiusa in se stessa senza identità collettiva. Fenomeni inimmaginabili quali sicurezza, aumento delle povertà e caduta del valore della rappresentanza hanno modificato il corso della vita quotidiana, rendendo tutti più deboli e insicuri nella gestione della vita ordinaria. A questa complessità di condizioni economiche difficili si è sommata negli ultimi mesi la fase dell’emergenza, dovuta al coronavirus, che ha evidenziato in modo ancor più marcato la concreta destrutturazione del mercato del lavoro avvenuta in questi anni.

La situazione a Terni L’area ternana non è stata risparmiata da questi eventi che ne hanno sconvolto l’apparente
tranquillità, riconsegnando alla paura e all’egoismo un ruolo prioritario nei comportamenti sociali modificando fiducia e conseguentemente rappresentanza. L’Osservatorio provinciale sull’economia ternana ci restituiva una situazione nell’anno 2019 soltanto lievemente migliorata rispetto al 2018, con un incremento degli occupati, sia tra i
lavoratori dipendenti sia tra gli autonomi, che interessava particolarmente i servizi del commercio e della ristorazione, settori che con la crisi epidemiologica vedranno probabilmente svanire la crescita occupazionale evidenziata. A fronte della sostanziale tenuta del numero degli occupati nel periodo 2008-2018, bisogna necessariamente evidenziare un aumento esponenziale del lavoro part-time, da cui si evince una diminuzione delle ore lavorate, con un concreto peggioramento delle condizioni economiche delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti.

Lavoro precario In aggiunta a questo, il combinato disposto tra il decreto Poletti e il Jobs Act ha fatto lievitare anche sul nostro territorio i contratti a tempo determinato e il successivo intervento del decreto dignità ha solo parzialmente lenito questa condizione di aumento della precarietà. Appare evidente che dalla crisi economica del 2008 è emerso un modello produttivo notevolmente differente rispetto al passato, una nuova organizzazione del lavoro che ha creato una pericolosa segmentazione e frammentazione, dove una enorme massa di lavoratrici e di lavoratori si ritrova precaria, in appalto, a chiamata, con basse retribuzioni, con contratti pirata e continuamente esposta al ricatto occupazionale come strumento di ricatto sociale. Quanto causato dalla crisi epidemiologica in questo contesto è stato e sarà devastante: oltre 16.000 lavoratori nel territorio provinciale sono stati destinatari di ammortizzatori sociali, senza contare i lavoratori atipici che hanno usufruito delle diverse indennità istituite dai vari interventi governativi. Una situazione di grave difficoltà, che ha contribuito a dare maggiore visibilità a casi di lavoro nero, grigio o sommerso.

Coronavirus Il timore della Cgil è che al termine del blocco dei licenziamenti si assisterà ad una implosione del
sistema, che andrà ad aggiungersi alle tante annose vertenze aperte nel territorio nella filiera della siderurgia, della chimica, dell’agroalimentare e del turismo che hanno determinato, prima della pandemia, il giusto riconoscimento dell’area di crisi complessa. È necessario uscire da questa nuova fase utilizzando tutti gli strumenti a disposizione, regionali e nazionali, per sviluppare occupazione di qualità ed attivare ammortizzatori sociali anche sull’anno 2020 per coloro che hanno perso il posto di lavoro non a causa del COVID. In questo quadro la CGIL intende promuovere una riflessione che possa offrire una possibile e concreta prospettiva sul piano sociale ed economico, aggredendo le criticità e contrastando la rassegnazione. Creazione e distribuzione di ricchezza devono essere le priorità essenziali per ridurre il crescente fenomeno della povertà e del degrado, che ha colpito nel profondo il diritto ad una vita
dignitosa delle persone. Ambiente, nuovo lavoro – con il sostegno all’attività di innovazione e ricerca – infrastrutture
materiali e immateriali sono i presupposti necessari per pensare e promuovere una nuova idea di comunità civile ed economicamente stabile. Se la crisi ha lasciato a tutti noi un insegnamento, questo è la rinnovata consapevolezza che,
privandosi di programmazione e coordinamento pubblico, il mercato e le libere forze in esso operanti non sono capaci di creare benessere diffuso e di promuovere l’uguaglianza. Per queste ragioni la Cgil di Terni propone a tutti gli attori sociali ed istituzionali di cogliere l’occasione, attraverso un nuovo modello di relazioni, per aprire un confronto per definire un ‘patto per la legalità’, che veda al centro dei propri obiettivi il rispetto dei contratti nazionali di lavoro ed il rilancio di una contrattazione locale, sempre più inclusiva, per costruire un’animazione territoriale in grado di definire un processo di sviluppo condiviso.

Congresso Pd, si scalda Presciutti: «Io ci sono, l’Umbria ha bisogno di un Partito nuovo»

Inizia con una citazione di Winston Churchill, si chiude con una di Giovanni Paolo II e ha un titolo dagli echi togliattiani («serve un Pd nuovo, non un nuovo partito») il lunghissimo intervento di Massimiliano Presciutti, sindaco di Gualdo Tadino, in vista del congresso regionale del Pd che culminerà il 24 ottobre con l’elezione del nuovo segretario, che arriverà oltre un anno e mezzo dopo il commissariamento. Il documento di Presciutti arriva dopo quello di un altro sindaco, il narnese Francesco De Rebotti, e del capogruppo in consiglio regionale Tommaso Bori. Tutti e tre sono pronti a scendere in campo per la segreteria.

di Massimiliano Presciutti*

Quando si chiude un ciclo l’unica cosa da fare è ripartire da zero, dalle fondamenta e non dal tetto, senza scorciatoie o atteggiamenti gattopardeschi, con umiltà, coraggio e forte determinazione, ma soprattutto con protagonisti diversi, completamente nuovi. Ricostruire una comunità più bella, aperta ed inclusiva è un obiettivo ambizioso, l’unico che possiamo e dobbiamo perseguire, non è più tempo di guardare al passato, magari pensando di riproporre schemi e figure ormai logore e lontane dal tempo e soprattutto dalle ansie, le aspettative ed i bisogni quotidiani dei cittadini. Ciò di cui l’Umbria ha bisogno non è un Nuovo Partito ma un Partito Nuovo, capace di avere una visione di medio e lungo periodo, in grado di anticipare e non rincorrere gli eventi, non un partito liquido ma che torni nei territori in tutte le sue articolazioni, un partito dove prima vengono gli ultimi.

BORI: «SERVE ROTTURA CON IL PASSATO»

Il populismo ha bisogno dell’applauso quotidiano, il riformismo a volte anche radicale ha bisogno di confronto, studio, elaborazione, coraggio, non certo di improvvisazione o di “Giovani Vecchi” pronti a tutto pur di affermarsi magari con gli stessi metodi che solo a parole dice di voler cambiare. Il riformismo ha bisogno soprattutto del contributo impegnato di tante donne e uomini che devono trovare le ragioni dell’unità e della sintesi all’interno di un partito dove le differenze devono tornare ad essere un valore fondante ed una ricchezza e dove la dialettica si sviluppa sui contenuti e non sulla perenne e costante “guerra” fra gruppi dirigenti o nel sottobosco degli strapuntini, in un coacervo sempre più lontano dai cittadini, di ambizioni personali fini a se stesse, che ha portato anche in Umbria a scissioni e divergenze spesso insanabili che vanno superate, archiviate e messe alle spalle una volta per tutte. Il Partito Democratico deve tornare ad essere un partito di popolo per il popolo, non di elite o da salotto, ma di strada, presente dove c’è la sofferenza delle persone, vocato all’ascolto, all’elaborazione dal basso. Il nuovo gruppo dirigente avrà il duro compito di ricostruire un’identità popolare, senza puzza sotto il naso, senza salire sul piedistallo, confrontandosi costantemente coi corpi intermedi ed attivi della società Umbra su temi che riguardano da vicino la vita quotidiana di cittadini ed imprese.

DE REBOTTI: «PD NON ESISTE PIÙ. RESETTIAMOCI»

Dovrà farlo col pensiero fisso di ricostruire la casa dei riformisti, progressisti e democratici umbri con umiltà, non in maniera verticistica ma partecipata, larga, inclusiva, facendo fare un passo indietro in via definitiva a chi in questi anni ha avuto tanto dal partito ed è ora, forse passata, che stia in panchina se non in tribuna, si può e si deve far politica anche senza incarichi, soprattutto quando se ne è collezionati tanti e ben retribuiti e per tanto tempo. Per fare tutto ciò è necessaria chiarezza, fermezza e trasparenza, di seguito, molto sinteticamente alcuni dei temi che ritengo irrinunciabili per la ricostruzione concreta di un partito di governo che deve avere l’ambizione di ritornare anche in Umbria ad essere il perno di una coalizione politica e civica ampia, vera e non di facciata, che si unisce e trova il suo collante sulle cose da fare e non sulle pedine da sistemare.

AMBIENTALISMO DEL FARE

Dobbiamo passare dalle enunciazioni di principio a proposte concrete, abbandonando una volta per tutte atteggiamenti preconcetti o peggio ancora ideologici, il Green New Deal va declinato in fretta in atti e proposte concrete prima e meglio di altri, non possiamo nasconderci dietro la dizione “Cuore Verde” d’Italia per fare battaglie di retroguardia. La tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini sono principi inderogabili a cui non intendiamo rinunciare, ma la scienza e le esperienze virtuose in Italia ed in Europa dimostrano come essi possano andare a braccetto con investimenti innovativi, sviluppo dei territori e benefici per i cittadini e le imprese.
In Umbria abbiamo discariche in esaurimento, a fronte di una crescita della raccolta differenziata i cittadini non trovano adeguato riscontro nelle tariffe, che tranne in rari casi, hanno subito negli anni un costante aumento, la chiusura del ciclo dei rifiuti è un tema che non può essere delegato esclusivamente agli esperti per quanto di livello, ma impone scelte politiche forti, radicali, partecipate.

«NIENTE CONTE, SERVE CONGRESSO A TESI»

Sulla gestione credo che i numeri parlino chiaro, in Umbria dove la medesima è svolta da aziende a controllo pubblico i risultati sono migliori ed i cittadini pagano meno, ed allora l’obiettivo deve essere quello di arrivare ad un gestore unico Regionale interamente pubblico o a controllo pubblico nell’interesse esclusivo dei cittadini amministrati. L’ultimo rapporto annuale di Legambiente certifica come il nostro paese per chiudere il ciclo dei rifiuti abbisogni di impianti tecnologicamente molto avanzati in grado di dare una spinta definitiva verso un riciclo ed un riuso ecosostenibile l’unica in grado di portare benefici ambientali ed economici a cittadini ed imprese. Esistono esempi virtuosi in questo senso sia in Italia che in Europa, l’Umbria non può perdere ulteriore tempo e deve accelerare sul tema dell’economia circolare, tenendo in debita considerazione il contributo della scienza e della ricerca, ma alla fine le scelte spettano alla politica che non può abdicare al suo ruolo.

UN GRUPPO DI ISCRITTI: NON SIA UNA CONTA

Grande opportunità nel campo dell’energia verde possono rivestire le cosiddette comunità energetiche. A differenza del passato dove spesso imprese extraterritoriali hanno investito sullo sviluppo delle energie rinnovabili, oggi il territorio ed i suoi abitanti possono e devono investire nella realizzazione degli impianti costituendo appunto una comunità energetica. Quando parliamo di ambiente non possiamo tralasciare tutti gli aspetti legati al turismo, all’agricoltura di qualità, al grande patrimonio di risorse naturali di cui l’Umbria dispone che potrebbero fare della nostra Regione un attrattore unico nel suo genere come regione e territorio della salute e del benessere.
Su questi temi attraverso una progettazione all’avanguardia ed una visione lungimirante è possibile attrarre ingenti risorse ma occorre saper progettare, parlare il linguaggio della chiarezza e soprattutto velocità, il fattore tempo infatti non è una variabile di poco conto.

SANITÀ PUBBLICA E SERVIZI DIFFUSI SUL TERRITORIO

L’emergenza Covid-19 ha dimostrato ancora una volta, qualora ce ne fosse stato bisogno, l’assoluta centralità del servizio sanitario pubblico universale, una conquista di più di 40 anni fa che pone il nostro paese all’avanguardia su scala mondiale. In Umbria non possiamo tornare indietro o mutuare modelli che hanno mostrato maggiore fragilità del nostro ma dobbiamo implementare in maniera decisa la sanità pubblica umbra attraverso poche ma incisive scelte. Rafforzare i servizi territoriali e domiciliari, assumere personale, garantire un alto livello delle prestazioni ospedaliere puntando su punti di eccellenza regionale diffusi nei presidi dell’emergenza urgenza, evitando il proliferare di servizi doppi o tripli spesso fonte di sprechi ed inefficienze. Centralità va data alle cosiddette Case della Salute, sulle quali vanno investite le risorse necessarie, alle AFT per garantire un servizio h24 sette giorni su sette da parte dei medici di medicina generale, per decongestionare i pronto soccorsi e garantire un servizio di prossimità di base, al ruolo fondamentale delle farmacie dei servizi, presidi territoriali la cui valenza ed imprescindibilità si è toccata ulteriormente con mano nel periodo dell’emergenza piu’ acuta del covid-19.

CONGRESSO PD, LE DATE E LE ZONE CHIAVE

L’implementazione dei servizi territoriali e domiciliari diffusi sono ormai un obiettivo irrinunciabile da centrare prima possibile per elevare il livello qualitativo e quantitativo delle prestazioni socio sanitarie e diminuire il tasso di ospedalizzazione. Anziani e disabili devono tornare al centro di una riorganizzazione complessiva dei servizi attraverso un’implementazione delle rette delle Case di Riposo ormai ferme da piu’ di un decennio sia in RSA che in RP e risorse per il Dopo di Noi da spendere prima possibile per dare risposte concrete ai bisogni dei ragazzi e delle loro famiglie. Per fare tutto questo sono quanto mai necessarie il prima possibile risorse vere, la discussione che si è innescata sul MES appare quanto mai impropria e per certi aspetti di retroguardia. Tutte le risorse necessarie per rafforzare il sistema sanitario pubblico universale vanno prese e ben spese per aumentare i livelli di assistenza, assumere personale, rafforzare la rete territoriale dei servizi, garantire risposte celeri e di qualità ai bisogni di salute dei cittadini, con particolare riferimento a quelli più fragili e bisognosi, assumere il personale necessario. In questo contesto è chiaro che anche la sanità privata può e deve giocare il suo ruolo, ma che deve essere e rimanere complementare e non sostitutivo della sanità pubblica.

VIABILITÀ- TRASPORTI- INFRASTRUTTURE DIGITALI

Sono necessarie anche in questo settore fin da subito massicce misure anticicliche, tradotto una mole importante di investimenti pubblici da sbloccare e di progettazioni da ultimare. Anche l’Umbria deve saper cogliere questa occasione, senza ulteriori rinvii o perdite di tempo. La linea ferroviaria ad alta velocità Roma-Ancona va fatta senza indugio o ulteriori studi così come prevista ormai da decenni, quelli già fatti e più che mai attuali dimostrano come sia un’opera strategica per il centro Italia, per l’Umbria in particolare vale per 5 anni 1,5 punti di PIL l’anno. Così come le infrastrutture stradali ferme da troppo tempo in vari punti della Regione, che potrebbero rappresentare un asset strategico per la ripresa dell’economia in un settore storicamente trainante come l’edilizia ed il suo indotto.

PD, A OTTOBRE IL NUOVO SEGRETARIO

Il trasporto pubblico locale va implementato ed incentivato con particolare riferimento alle sue forme green, incentivandone l’utilizzo anche con provvedimenti ad hoc, come avviene in altre regioni, per studenti e fasce piu’ deboli e vulnerabili. Ma oltre alle infrastrutture materiali, grande attenzione va posta a quelle immateriali, le cosiddette autostrade digitali sono ormai un’esigenza imprescindibile per una regione che vuole essere competitiva, quindi la rete 5G rappresenta una grande opportunità che prima e meglio di altri dobbiamo saper cogliere e mettere a disposizione di cittadini ed imprese, su questo tema oggi l’Italia si pone al 24° posto sui 27 paesi UE e l’Umbria in Italia non brilla, dobbiamo velocemente risalire la china per diventare sempre più competitivi, efficienti ed al passo col cambiamento.

LAVORO E SVILUPPO

Per troppo tempo abbiamo rincorso, le crisi aziendali si sono moltiplicate negli ultimi anni, abbiamo perso interi settori senza che nella maggioranza dei casi si sia riusciti a trovare una soluzione adeguata, ci siamo allontanati dai lavoratori e spesso non siamo stati in grado di interloquire in maniera seria ed approfondita con le imprese.
Si impone un’inversione di tendenza, lo storico risultato raggiunto in sede Europea sul recovery fund deve produrre anche in Umbria risultati concreti, per questo occorre un vero e proprio recovery plan, un piano strategico di investimenti e rilancio da discutere e condividere con le parti sociali ed i portatori di interessi diffusi in maniera rapida, concreta ed incisiva. Quella che una volta si sarebbe chiamata concertazione oggi va riproposta in chiave moderna ed innovativa, perché nessuno può farcela da solo, ma occorre condividere le misure, gli strumenti e gli interventi più utili da rendere immediatamente esigibili per cittadini ed imprese. Occorre passare in fretta da una fase di assistenzialismo troppo spinto ad una più dinamica che punti su sviluppo ed occupazione vera, dove per investire ci sia la possibilità per le imprese di maggiore liquidità attraverso un accesso al credito semplificato, meno burocrazia, dove ad una persona che perde il lavoro va garantito il giusto sostegno al reddito per un periodo congruo, ma soprattutto la possibilità di riqualificarsi per avere nuove opportunità ed al contempo, nella fase transitoria, essere utile alla collettività attraverso lavori di pubblica utilità, piuttosto che garantire anni su anni di assistenza fine a se stessa. In tutto ciò una pubblica amministrazione più efficiente, una burocrazia meno opprimente e vessatoria sono un’esigenza imprescindibile, vanno smontate pezzo per pezzo una lunga sequela di sovrastrutture ed enti spesso inutili che rappresentano nei fatti uno dei veri freni dello sviluppo.

UN MODELLO FORMATIVO AL PASSO COI TEMPI

Altro obiettivo prioritario è quello della formazione delle future classi dirigenti. Una scuola moderna, efficiente fortemente innovativa è la chiave per far crescere al meglio i nostri figli, renderli protagonisti e combattere la dispersione scolastica. Occorrono ulteriori risorse per strutture adeguate e sicure, con classi i cui numeri possano consentire un livello di apprendimento consono, insegnati e personale non docente in numero sufficiente per garantire un regolare svolgimento delle lezioni e selezionati in maniera altrettanto adeguata. Ugualmente importante e dirimente sarà il ruolo e l’implementazione dell’Università e della ricerca. Il nostro ateneo spicca nella classifica nazionale, ha raggiunto livelli di eccellenza in vari settori, ma non possiamo cullarci sugli allori, le risorse investite in questo campo producono effetti moltiplicatori di rilievo e vanno implementate, come paese ed anche come regione siamo indietro nel rapporto per numero di laureati su scala europea, questo gap va colmato prima possibile con interventi mirati, coraggiosi e incisivi.

LEGALITÀ E SICUREZZA

Legalità e sicurezza non sono temi che appartengono alla destra ed ai populisti, sono altresì principi cardine sui quali non sono concesse deroghe. Legalità, sicurezza ed inclusione sociale non sono principi in contraddizione ma fortemente collegati fra loro, una società attenta e inclusiva verso i piu’ deboli è di gran lunga una società piu’ sicura, dobbiamo combattere chi semina odio e discriminazione lucrando facile consenso sulle legittime ansie e paure delle persone. La sicurezza dei cittadini va garantita attraverso un costante rapporto fra istituzioni, forze dell’ordine e cittadini, con strumenti ed attività concertate e soprattutto garantendo il massimo della collaborazione. La legalità è tema che abbraccia diversi ambiti a partire dalla scuola dove vanno implementate le iniziative, incontri e progetti didattici dedicati per far crescere cittadini consapevoli e civicamente ben formati. La lotta alla criminalità non ha colore e va comunque accompagnata necessariamente dalla certezza della pena, chi sbaglia deve pagare il giusto prezzo senza se e senza ma. Questi temi come è del tutto evidente sono anche e soprattutto nostri, tolleranza zero verso chi delinque, inclusione sociale, rispetto delle norme, massima collaborazione e rispetto nei confronti dei servitori dello stato quotidianamente impegnati in prima linea devono essere il nostro mantra.

TERREMOTO E RICOSTRUZIONE

Nella storia del nostro paese e della nostra regione questa è la prima volta che una gestione post-sisma diventa un freno piuttosto che un’opportunità. Sono passati ormai 4 lunghi anni dalle tremende scosse che sconvolsero il centro Italia seminando morte e distruzione, ma ad oggi poco o nulla si è fatto concretamente per ricostruire tranne cambiare una sequela di commissari straordinari. C’era e c’è un modello che potevamo e possiamo ancora mettere in campo ed è il Modello Umbria-Marche del 1997/98. Vanno dati poteri di commissari straordinari ai presidenti di regione e vanno date piu’ responsabilità ai sindaci e agli amministratori locali che conoscono più di tutti le problematiche dei loro territori amministrati. Si passi in fretta da una gestione centralizzata ad una decentrata più snella ed efficace affidando la gestione diretta delle risorse alle regioni ed ai comuni, questo facemmo in Umbria di concerto col governo e tutte le parti sociali nel 1997/98 rappresentando un modello di virtuosità, capacità e celerità nelle risposte che abbiamo esportato anche in altre regioni italiane ed in Europa, dobbiamo invertire subito la rotta se vogliamo ricostruire presto e bene, nella legalità, in sicurezza dando nuove opportunità di lavoro e di crescita anche a tante piccole e medie imprese umbre

UNA REGIONE PROTAGONISTA DEL CAMBIAMENTO

I dati certificano un calo demografico ormai strutturato in tutto il paese, si impone oggi più che mai una revisione di un modello di regionalismo ormai superato che va riportato da un lato al suo spirito originario di ente di programmazione ed indirizzo, dall’altro va ripreso con forza il ragionamento della macro regione del centro Italia prima che sia troppo tardi. Una nuova architettura istituzionale si rende quanto più necessaria in un momento storico come questo dove dovremo affrontare un vero e proprio sforzo di ricostruzione collettiva del tessuto socio economico. Regioni più grandi e strutturate con bacini territorialmente omogenei, sono sicuramente più competitive, Province che diventano la casa dei comuni possono rappresentare un elemento di semplificazione istituzionale vero e non di facciata, le unioni dei comuni che diventano finalmente aggregazioni funzionali a dare servizi di maggiore qualità e quantità ai cittadini, sono sfide che dobbiamo giocare e vincere. Anche in questo caso dobbiamo condurre una battaglia politica non di retroguardia ma altamente avanzata, che guardi allo sviluppo ed alla crescita e non al campanile.

Questi alcuni punti molto sintetici sui quali mi piacerebbe si aprisse una discussione vera sia fuori che dentro il partito democratico, sono temi concreti che investono la carne viva dei nostri cittadini e delle nostre imprese dalle più grandi alla rete diffusa della media e piccola impresa artigianale e commerciale. Temi sui quali sarebbe stato bello ed utile un confronto aperto, non ristretto ai soli iscritti ma a tutti quelli (e sono potenzialmente tanti) che vorrebbero tornare a dare il proprio contributo appassionato di idee e proposte, ma che si sono allontanati quasi rassegnati. Il mio contributo in questo congresso sarà teso a questo, stimolare ed approfondire una discussione di merito, per costruire un partito nuovo, diverso, moderno, non liquido ma presente in ogni territorio dal più grande al più piccolo, un partito che abbia l’ambizione di porsi obiettivi importanti, di ricominciare ad essere punto di riferimento politico ed ideale non solo per la sinistra ma per tutti i riformisti, gli ambientalisti, i cattolici democratici, i movimenti che in questi mesi sono cresciuti e che ci hanno stimolato su molti temi.

Un partito del fare gentile ma allo stesso tempo dinamico e coraggioso, che combatte l’odio e la violenza, che non va in cerca di facili applausi ma delle proposte più veloci ed incisive per rispondere alle esigenze dei cittadini, che parli alla testa ed al cuore delle persone e non alla pancia come fanno in troppi, che sia capace di ascoltare, elaborare, riflettere, proporre, realizzare, unire e non dividere, un partito veramente democratico dove il confronto torni ad essere vero, dove prima vengono gli ultimi, una nuova casa che mattone dopo mattone saremo in grado di ricostruire dal basso, con fatica e passione, senza rottamare nessuno, ma chiedendo gesti di grande generosità politica, del resto non possiamo pensare di vincere la partita con gli stessi giocatori a fine carriera che ci hanno condotto verso le peggiori sconfitte della nostra storia. Io ci sono, spero torneremo presto ad essere in tanti con la voglia e l’entusiasmo di cambiare. Ce la possiamo e dobbiamo fare, insieme vinciamo.

*Sindaco di Gualdo Tadino

Musei Deruta, lettera aperta al neo direttore Mancini: «Vorrebbe questo per i suoi studenti?»

Pubblichiamo la lettera aperta al professor Francesco Federico Mancini scritta dalla sezione umbra dell’associazione «Mi Riconosci? sono un professionista dei beni culturali», relativa alla nomina di Mancini a direttore del Museo della ceramica di Deruta e della pinacoteca comunale. Una procedura che ha sollevato molte polemiche dato che, secondo il bando, al direttore non verrà corrisposto alcun compenso.

Spettabile professor Mancini,
siamo lavoratrici e lavoratori, siamo studenti e studentesse del settore culturale, che operano o hanno studiato e vissuto in Umbria. Le scriviamo per congratularci per la posizione da lei recentemente ottenuta come direttore del Museo regionale della ceramica di Deruta. Immaginiamo la felicità che deve averla raggiunta assieme alla notizia: la possibilità di guidare una istituzione così centrale per le vite non solo di accademici -colleghi e non- ma soprattutto dei cittadini derutesi, deve riempirla d’orgoglio, come le tante altre cariche da lei ottenute nella sua carriera. A noi che le scriviamo un incarico simile appare davvero un sogno. Un sogno che senza una inversione di tendenza rischia di rimanere irrealizzabile per molti, in particolare poiché lei ha ottenuto una posizione non retribuita, occupabile solo da chi ha già entrate sicure. Solo in 18, non a caso, hanno presentato domanda per un posto tanto importante e prestigioso.

LA NOMINA DI MANCINI

Curriculum Noi ci siamo formati o ci stiamo formando per riuscire a raggiungere una vita lavorativa come la sua, ricca di impegni, soddisfazioni, ma anche sacrifici… Tutti i nostri sforzi, il nostro tempo speso, l’impegno economico delle nostre famiglie, come potranno essere impiegati? cercando un qualsiasi lavoro per vivere, per poter sostenere i costi di questi incarichi non retribuiti? Questo è per lei il normale prezzo da pagare per ottenere quel lavoro nel settore storico-artistico? vorrebbe questo per i suoi studenti? Capirà che la sua scelta pone delle domande. La “gavetta” e il “fa curriculum” non regge come giustificazione. Il suo ricchissimo curriculum, superati i 60 anni, non pare aver bisogno di alcun nuovo ritocco. Di fronte a questo suo nuovo incarico, vogliamo di nuovo congratularci con lei, ma vorremmo permetterci di farle delle richieste, dal basso della nostra posizione (cosa contano infatti le nostre lauree, specializzazioni e dottorati in un paese che ritiene superfluo pagare un direttore?), nella speranza che le nostre giovani voci, sommerse in un mare di precariato, la possano ispirare.

GLI ARCHEOLOGI UMBRI: «RITIRATE IL BANDO»

Richieste La prima richiesta che le vorremmo fare è questa: lavori affinché lei sia l’ultimo direttore non pagato del Museo, e per il minor tempo possibile. Come possiamo pretendere che ci si possa dedicare a un tale incarico se il datore lo considera alla stregua di un passatempo? Vale davvero così poco il tempo speso a lavorare in un museo? E come possiamo pensare che un museo possa funzionare se non c’è un direttore che se ne occupa a tempo pieno? La seconda richiesta che ci sentiamo di darle è la seguente: il Museo che da adesso si trova a dirigere ha una chiara prospettiva nazionale e internazionale. La esortiamo a non dimenticare la scala locale. Il nostro paese ha un disperato bisogno di spazi culturali reali che siano accessibili, percorribili per sé e non per mezzo di altre attività che col Museo non c’entrano: qualche laboratorio o qualche visita guidata per le scuole non basterà, e non basteranno neanche lezioni di zumba o sfilate di moda. Renda il Museo una vera piazza, un presidio, per tutte le età e per tutti i ceti sociali! e lo faccia assumendo persone adeguate e ben retribuite, evitando le varie forme di lavoro gratuito che piagano il nostro settore, e non solo.

«PAGARE UN DIRETTORE ORA? DA IRRESPONSABILI»

Ci aiuti Ultima, ma non meno importante richiesta: ascolti la voce e il dramma dei suoi studenti ed ex-studenti. Si domandi il perché qualcuno le abbia offerto un incarico di direttore di museo a titolo gratuito. Usi la sua posizione e il suo valore per aiutarci a cambiare il nostro settore, fatto di assunzioni al ribasso, volontariato trasformatosi in lavoro gratuito, barriere economiche e disinteresse della politica, esternalizzazioni selvagge, prepotenze di palazzinari e signori del cemento… la lista potrebbe non finire mai. Lei, con i suoi colleghi che hanno ruoli e incarichi pubblici e accademici, si trova di fronte a una scelta: sfruttare la propria posizione per facilitare il cambiamento oppure, nell’ignavia – e a volte nella complicità – ostacolarlo. Non sarebbe meglio se lei usasse questo incarico, ottenuto grazie alla posizione universitaria rivestita, per il vantaggio di tutta la comunità umbra, attivando circoli virtuosi di sviluppo e lavoro? Perché le richieste legittime di diritti, tutele e riconoscimento devono sempre cadere nel vuoto?

Prenda posizione Affinché non esistano più bandi per lavoro gratuito, affinché non prenda il sopravvento la nostra disperazione, le chiediamo di prendere posizione. E di impegnarsi per essere l’ultimo direttore di museo a titolo gratuito nella storia di Deruta e dell’Umbria. La situazione di precariato costante che siamo costretti a vivere ci impedisce di firmarci coi nostri veri nomi al fondo di questa lettera. Il clima teso e difficile che si respira nel nostro settore (in tutto il paese, non solo in Umbria) troppo spesso trasforma queste occasioni di rivendicazione di diritti e tutele in scuse per rendere ancora più difficile lavorare. Ma la nostra forza e la nostra voglia di cambiamento deriva anche dall’essere un gruppo, ostinato a lavorare insieme e a costruire insieme il proprio futuro.

Castelluccio rischia di restare un cumulo di macerie: per ricostruirla una legge e poteri speciali

di Diego Zurli*

Lo straordinario spettacolo della fiorita sul Pian Grande di Castelluccio si ripete ogni anno registrando puntualmente un numero di presenze impressionante cui segue la consueta coda di polemiche per lo più sterili e pretestuose. Grande è l’attenzione che i media di tutto il mondo riservano a questo luogo speciale: nei giorni scorsi, tra gli altri, “O Globo” il principale quotidiano brasiliano, ha dedicato a “La Fiorata……um cenário da fazer inveja a Claude Monet…” un ampio servizio accompagnandolo con le belle fotografie fornite dalle celebri agenzie France Press e Reuters.

Tutto ciò non può lasciare indifferenti e meriterebbe ben altre attenzioni piuttosto che le solite stucchevoli diatribe che ricordano quelle sul vituperato “Deltaplano”. La recente scelta di attrezzare uno spazio a parcheggio è stata senz’altro opportuna anche se non può bastare a contenere gli inevitabili disagi di un turismo mordi e fuggi che si concentra in pochi giorni. Castelluccio può e deve essere vissuto da tutti ma, auspicabilmente, non tutti insieme; ma per organizzare una migliore fruizione in un arco temporale che non sia solamente quello dei fine settimana della fiorita, occorrono strutture e nuove idee. Chi ne ha o meglio, chi forse potrebbe averne, incontra le difficoltà quasi insormontabili di una ricostruzione dell’abitato assai problematica e, purtroppo, inesorabilmente lenta.

L’impegno e la buona volontà dimostrata dalle istituzioni coinvolte non bastano: occorre ammettere che, nella migliore delle ipotesi, con le regole attuali, la ricostruzione impiegherà presumibilmente decenni per essere completata: un tempo troppo lungo per contrastare lo spopolamento e la desertificazione economica che affligge, assieme a Castelluccio, gran parte della fascia appenninica. È il caso di ricordare che sono occorsi poco meno di vent’anni solo per licenziare il piano di ricostruzione a seguito del sisma del ’97 giunto alla sua definitiva approvazione qualche settimana prima della scossa del 24 agosto del 2016. Il piano, di eccellente fattura, ebbe al tempo una gestazione a dir poco travagliata sebbene fu redatto da un grande maestro dell’urbanistica – un amico prematuramente venuto a mancare come Gianni Nigro – e non ha fatto in tempo a misurarsi con la sfida assai più impegnativa della ricostruzione.

Il nuovo piano, in fase di avanzata stesura, ne raccoglie le linee fondamentali e, nel contempo, recepisce le numerose novità contenute nella complessa normativa messa a punto dalla gestione commissariale; tuttavia, è facile prevedere che, se e quando verrà il momento di attuarlo, sconterà inevitabilmente gli stessi problemi del precedente. Le ragioni dipendono da molti fattori: a) una proprietà estremamente parcellizzata costituita principalmente di seconde e terze case; b) regole non semplici da applicare; c) un patrimonio edilizio danneggiato di scarsa qualità che richiederà interventi di notevole consistenza; d) le notevoli difficoltà logistiche e di cantiere; e) la prevedibile necessità di effettuare consolidamenti dei versanti e il rifacimento di parte delle urbanizzazioni primarie; f) una comunità vivace ed operosa ma oltremodo difficile da mettere d’accordo. Se questa sommaria analisi ha un fondamento – sperando che i fatti smentiscano questa mia nefasta profezia – non è azzardato attendersi tempi lunghissimi alla fine dei quali, nell’ipotesi migliore, avremo ottenuto una ricostruzione parziale e largamente incompiuta o, peggio, nessuna ricostruzione per la felicità di una parte minoritarie dell’ambientalismo radicale che gradirebbe il ritorno allo stato di natura.

Ma Castelluccio non è un paese appenninico qualsiasi: il suo fascino e la sua notorietà, come sappiamo, varcano di gran lunga i confini regionali e financo nazionali. Castelluccio è uno dei simboli formidabili della bellezza dell’Umbria e di un paese come l’Italia che ha fatto dell’intreccio tra natura e cultura la chiave della sua stessa ragione di esistere. Procrastinare l’avvio della ricostruzione o prolungarla per un tempo infinito significa lanciare al mondo l’ennesimo messaggio terribile e negativo di un paese che non sa conservare o valorizzare lo straordinario patrimonio culturale di cui è dotato. Per questa ed altre ragioni che tralascio – sperando di non suscitare il biasimo dei tanti amici che lì vivono e operano tra infinite difficoltà – la ricostruzione di Castelluccio cessa di essere un problema della sua comunità, del Comune di Norcia o della stessa Regione Umbria per assumere l’importanza e il rango di una vera e propria questione nazionale.

Volontà e risorse non mancano: ciò di cui tutti avvertono il bisogno è di disporre di strumenti e procedure diverse da quelle comunemente impiegate in grado di superare le numerose criticità che impediscono la ricostruzione dell’abitato in tempi ragionevoli, unitamente ad una massiccia iniezione di fiducia da parte di tutti, comunità inclusa, per convincersi che una sfida così impegnativa può essere accettata e vinta. Per queste ragioni ritengo che potrebbe risultare di maggiore efficacia affrontarla attraverso una legge speciale. Non di un lungo articolato seguito da una pletora di decreti attuativi come usa di questi tempi: solamente un paio di articoli che trattino in modo specifico la questione all’interno dell’ordinamento esistente, in grado di assoggettare l’abitato a procedure e regole diverse e più efficaci di quelle comunemente impiegate le quali sappiamo fin d’ora che non daranno gli esiti sperati. Innanzitutto nominando un Commissario ad acta – nella persona dell’attuale Commissario o di un altra personalità da individuare, preferibilmente al di fuori della cerchia delle attuali figure istituzionali direttamente coinvolte fin troppo gravate di compiti e responsabilità – che disponga di poteri speciali quali l’occupazione d’urgenza e financo l’espropriazione per pubblica utilità per poter gestire l’ intero ciclo che va dalla progettazione all’attuazione di tutti gli interventi. Non si tratta, beninteso, di acquisire al pubblico demanio aree e immobili ma semplicemente di poter disporre pienamente di tali beni per il tempo strettamente necessario alla ricostruzione.

È bene chiarire subito che ogni proprietà verrebbe restituita ai loro legittimi proprietari al termine dei lavori in ragione della originaria consistenza del bene occupato o delle previsioni del piano nel frattempo approvato lasciando indietro le finiture per renderne possibile l’adattamento alle peculiari esigenze. Il commissario dovrebbe poter disporre di un proprio limitato apparato tecnico di cui potrebbero far parte gli stessi tecnici incaricati dalle singole proprietà affiancati da specialisti in grado di coordinare ed attuare l’operazione nel suo insieme. I vantaggi di un siffatto modo di operare sarebbero evidenti: risulterebbe più agevole realizzare i consolidamenti, le urbanizzazioni propedeutiche alla ricostruzione dei fabbricati, si potrebbero adottare identiche tipologie strutturali e tecnologie costruttive sismicamente più performanti, approntare la cantierizzazione secondo tempi e fasi appositamente definite, gestire un numero limitato di imprese affidatarie, ecc. conseguendo economie di scala e indubbi vantaggi in termini economici e gestionali.

Non è un utopia immaginare che l’intera operazione possa compiersi in un arco temporale di un quinquennio (a ben vedere, si tratta di ricostruire solo qualche decina di immobili). “Più stato dove serve, meno stato dove si può”: affidare alla mano pubblica un ruolo diretto e preponderante in casi come questi può risultare decisivo alla stregua di quanto accadrebbe – se il paragone non appaia troppo azzardato – dinnanzi alle distruzioni prodotte da una guerra. So già che una siffatta ipotesi, ovviamente da studiare ed approfondire sotto il profilo giuridico, ha scarse o nulle probabilità di avverarsi. E tuttavia lasciare che le cose continuino ad andare nel modo visto fin qui sarebbe a mio avviso imperdonabile.

*Architetto

Congresso Pd, anche Bori pronto alla corsa: «Il Pd esiste, ma serve netta rottura col passato»

Continua il dibattito all’interno del Pd umbro in vista del congresso regionale che culminerà, il 24 ottobre, con l’elezione del nuovo segretario. Dopo gli interventi dei giorni scorsi ospitiamo quello del capogruppo in consiglio regionale Tommaso Bori, tra i nomi in corsa per la segreteria. «Il Pd in Umbria esiste, o meglio resiste» dice Bori all’inizio del suo intervento rispondendo così al sindaco di Narni Francesco De Rebotti, anche lui tra i papabili, il quale giorni fa in una dura analisi ha sostenuto che il Pd non esiste più. Bori invita tutti al confronto per costruire nei prossimi anni un nuovo progetto in grado di segnare una netta cesura rispetto al passato e invita a non impostare la discussione su basi correntizie o nominalistiche, bensì su idee e valori.

di Tommaso Bori

Il Partito democratico in Umbria esiste. O meglio resiste, nonostante la rappresentazione esterna che spesso ne danno alcuni esponenti. È fatto di donne e uomini che continuano a mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie energie al servizio di una comunità sana, vogliosa di riacquisire orgoglio, dignità e un luogo in cui esprimere la propria passione politica. Sono ancora tanti i cittadini, i militanti, i volontari e gli amministratori che vogliono tornare a vivere pienamente la casa delle democratiche e dei democratici dell’Umbria. 
Ma la semplice esistenza, o resistenza, non basta: il nostro popolo ci chiede di coltivare l’ambizione di un rilancio su basi nuove. Una netta rottura con il passato, in particolare rispetto a certi metodi deteriori che hanno contribuito a scrivere una delle pagine più buie della storia politica della nostra comunità. In poche parole: serve discontinuità senza disconoscere nostri valori. Il percorso congressuale appena iniziato sembra orientato verso la giusta direzione e, il dibattito che sta già suscitando, ha due caratteristiche, entrambe positive: gli interpreti e soprattutto i contenuti. Il punto cruciale, che vede convergere tutti gli interventi che fin qui si sono succeduti, è dato dalla consapevolezza che serve di un congresso in cui il protagonismo sia riservato alle idee, alle visioni, alle proposte per l’Umbria del domani.

DE REBOTTI: «PD NON ESISTE PIÙ. RESETTIAMOCI»

PD E SINISTRA, È TEMPO DI SCELTE RADICALI

Niente chiacchiericcio Non possiamo, in alcun modo, permetterci un congresso schiacciato dal solito chiacchiericcio sui nomi e sui ruoli o, peggio ancora, sui futuri incarichi. Ciò che serve, ciò su cui dobbiamo impegnarci, è un atto di generosità politica animato non dalle storie personali, ma dalla responsabilità verso il futuro collettivo di una comunità politica, unita dai valori che hanno garantito all’Umbria una crescita civile e materiale per almeno cinquant’anni. Dobbiamo quindi avere la forza per resistere alle sirene che continuano il loro canto (quasi disperato), che vorrebbero riportare il dibattito su vecchi schemi precostituiti, strumentali e correntizi, che sono serviti solo ed esclusivamente ai notabili che dirigevano e, in alcuni casi, ambiscono ancora, a dirigere l’orchestra. Resistere a queste sirene per dimostrare che in Umbria ci sono intelligenze e capacità per rigenerare una storia e scrivere le nuove pagine di un libro collettivo. 

Occorre chiamare a raccolta, sindaci e amministratori, che rappresentano il primo contatto tra i cittadini e il Pd, ma soprattutto quei militanti dei circoli ed esponenti territoriali che, in passato, sono stati interpellati solo per organizzare le filiere del consenso, chiamandoli a una nuova sfida, ovvero la definizione di un’alleanza politica, civile e sociale diffusa, capace di interpretare i reali bisogni della comunità umbra, abbandonando quel profilo autoreferenziale e isolazionista che ha impedito la nascita di un processo di costruzione di una vera coalizione delle forze civiche e politiche del centrosinistra.

«NIENTE CONTE, SERVE CONGRESSO A TESI»

Regionalismo Abbiamo una storia da difendere e una speranza da riaccendere, ma ciò sarà possibile solo riattualizzando quel modello progressista di rappresentanza che sta alla base di un governo riformista, che ci ha permesso di conquistare sviluppo e benessere. Prima di diventare un valore, l’Umbria è stata un problema per l’Italia, sono a testimoniarlo i dibattiti parlamentari degli anni ’60 sulla cosiddetta “questione Umbra”, una delle zone più depresse dell’intera Europa, da cui scaturì l’idea innovativa del primo piano di programmazione regionale e un modello di partecipazione delle forze economiche, politiche e sociali, che è stato a lungo adottato anche dalle altre regioni. Ed è proprio lì, in quelle intuizioni, che è nata l’Umbria moderna. Ma il riscatto è passato anche attraverso la cultura; da un territorio che da più di 700 anni, fa ricerca grazie alle istituzioni Universitarie. Solo grazie al regionalismo umbro, nato ben prima dell’istituzione Regione, possiamo vantare una la più bassa dispersione scolastica d’Italia, la popolazione tra le più istruite a livello nazionale e europeo, una coesione sociale che è stata una conquista di civiltà e un sistema socio-sanitario pubblico tra i più efficienti d’Italia, che proprio questo nuovo governo regionale, a trazione leghista, intende smantellare a favore di un sua progressiva privatizzazione.

UN GRUPPO DI ISCRITTI: NON SIA UNA CONTA

Sforzo collettivo Dobbiamo pertanto continuare a batterci affinché la sanità resti un diritto per tutti e non un privilegio per pochi. Oggi stiamo assistendo a una delicata fase di transizione, nella quale l’emergenza sanitaria rischia di sfociare in una crisi economica e sociale ancora più dura che in passato. Ciò rischia di spaccare definitivamente la cosiddetta Italia di mezzo, lasciando l’Umbria più indietro rispetto alla parte più dinamica del paese. Serve coraggio per affrontare questa nuova sfida. Occorre, pertanto, ritrovare quello spirito che ha caratterizzato la nostra storia: la volontà di un riscatto conquistato non senza sacrifici, reso possibile grazie al contributo di gruppi dirigenti lungimiranti che, hanno promosso e sostenuto, delle fasi di coraggiosa modernizzazione, resa possibile proprio grazie alle istituzioni regionali. 

Oggi come allora serve uno sforzo collettivo per costruire un modello di sviluppo che affronti i nodi strutturali e irrisolti e sia in grado di proiettare con coraggio l’Umbria nel futuro.

CONGRESSO PD, LE DATE E LE ZONE CHIAVE

Contenuti 
Lavoro, diritti, legalità e solidarietà sono i pilastri di una Regione pensata oltre cinquant’anni che deve saper ascoltare e accogliere le istanze di una società in continua evoluzione. La nostra sfida è, e deve essere, tornare a creare lavoro e benessere per le nostre comunità, puntando a una piena e buona occupazione come obiettivo per chi, nel rinnovamento delle idee e non solo dei volti, sarà chiamato a rappresentare il Partito democratico a tutti i livelli. Oggi come allora, solo da un confronto libero, onesto e generoso, riusciremo a definire i contenuti valoriali e programmatici di una comunità politica rigenerata e a dotarla di un gruppo dirigente autorevole e autonomo, capace di confrontarsi, anche di scontrarsi se necessario, ma non certo sulla ricerca esclusiva di un posizionamento per poter ambire a ruoli futuri, ma solo per l’affermazione di un’idea o di un’ideale di cui si è portatori. Di questo ha bisogno il Partito democratico umbro. Un confronto soffocato da “madrinaggi e padrinaggi” prima, e una lunga gestione commissariale poi, ha finito per balcanizzare ulteriormente gli organismi dirigenti in un clima di perenne regolamento di conti, piuttosto che riannodare i fili di una comunità politica degna di questo nome. Questo circolo vizioso, in cui ognuno porta con sé le proprie responsabilità, rischia di compromettere per sempre le ragioni dello stare insieme, rischiando anche l’ennesima diaspora dei gruppi dirigenti locali che non trovano più luoghi di confronto, punti di riferimento e di sintesi sovra-comunale.

PD, A OTTOBRE IL NUOVO SEGRETARIO

Un appello Voglio quindi rivolgere un appello a coloro che hanno partecipato fin qui a questo dibattito, ma anche a tutte le persone che hanno a cuore le sorti del Partito democratico: incontriamoci, confrontiamoci, mettiamoci al lavoro per gettare insieme le basi per rigenerare questo partito, senza organigrammi precostituiti. Costruiamo insieme il progetto, poi, sempre insieme, capiremo le parti che ognuno di noi è più opportuno che reciti (una volta avremmo detto qual è il ruolo che a ognuno di noi ci chiede di interpretare il partito). Incontriamoci, liberamente, senza gerarchie, convinti che non servono abiure, ma prese di distanza, nette e radicali, rispetto alle pratiche più deteriori del passato più recente. Solo così potremo ricostruire una comunità politica che avrà la forza di aprirsi all’esterno, alle energie migliori presenti nella società. Solo così, potremo interpretare e rispondere veramente ai bisogni dei cittadini umbri. Diamoci 24 mesi di tempo per provare a ricostruire con pazienza e dedizione le fondamenta di questa nuova casa, più aperta, creativa, dinamica e accogliente. 

Se avremo questa forza, potremo davvero voltare pagina, e diventare autori di un nuovo capitolo di questa nostra lunga storia che, per anni, è stata motivo di orgoglio per tanti nostri concittadini, e che non merita di essere cancellata per gli errori di pochi. La vera sfida è dimostrare che abbiamo compreso fino in fondo la lezione. Ora servono coraggio e coerenza, capacità e generosità per una vera svolta «con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro».

50 anni Regione Umbria. Bori (Pd): «Ritrovare spirito costituente per nuovo riscatto»

di Tommaso Bori*

L’Umbria, area interna delle aree interne, è ancora oggi una Regione piccola, ma non debole che deve coltivare la rinnovata ambizione di essere cuore verde non solo d’Italia, ma dell’intera Europa. Il regionalismo umbro nacque ben prima dell’istituzione Regione e, al contrario di altri territori, non fu una scelta scontata, ma un percorso consapevole e ricercato.

I nostri territori, usciti dall’arretratezza e dalla povertà, solo a partire dai primi anni 70’, hanno saputo, proprio grazie alla Regione, e in soli cinquant’anni di storia, creare un’identità culturale, economica e sociale condivisa, ed essere conosciuti e apprezzati, in Italia e nel mondo, come terre del buon vivere. Un riscatto conquistato non senza sacrifici, reso possibile grazie al contributo di gruppi dirigenti lungimiranti che hanno promosso e sostenuto delle fasi di coraggiosa modernizzazione, resa possibile proprio grazie alla Regione.

L’Umbria di oggi, con le sue eccellenze, che fanno il paio con le sue fragilità, è il frutto di un processo nato nell’immediato dopoguerra, in quel “regionalismo senza Regione”, che rappresentò un laboratorio di grande valore nazionale, per qualità del dibattito politico e programmazione degli interventi destinati allo sviluppo. Nonostante l’asprezza dello scontro politico di allora, frutto di un mondo diviso ancora in blocchi e fortemente ideologizzato, la nascita della Regione ha contribuito a condividere e radicare un processo identitario non scontato e nuovi modelli di sviluppo e coesione sociale, che sono ancora il vero architrave delle nostre istituzioni. Su lavoro, diritti e solidarietà sono poggiate la base di una Regione a misura di cittadino, che deve continuare ad ascoltare ed accogliere le istanze di una società in continua evoluzione.

Abbiamo, dunque, una storia da difendere, una speranza da riaccendere e l’obbligo di rilanciare le ragioni di quelle scelte, riattualizzando un modello che ci ha permesso sviluppo e benessere. Prima di diventare un valore, l’Umbria è stata un problema per l’Italia, sono a testimoniarlo i dibattiti parlamentari degli anni 60’ sulla cosiddetta “questione Umbra”, una delle zone più depresse dell’intera Europa, da cui scaturì l’idea innovativa del primo “piano di programmazione regionale” e un modello di partecipazione delle forze economiche, politiche e sociali, che è stato a lungo adottato anche dalle altre regioni italiane. Ed è proprio lì, in quelle intuizioni, che è nata l’Umbria moderna. Ma il riscatto dell’Umbria è passato anche attraverso la cultura, e non è un caso che il nostro territorio, da più di 700 anni, fa ricerca grazie alle istituzioni Universitarie. Solo grazie al regionalismo possiamo vantare la più bassa dispersione scolastica in Italia, la popolazione tra le più istruite a livello nazionale e europeo, una coesione sociale che è stata una conquista di civiltà e un sistema sanitario tra i più efficienti d’Italia.

Oggi siamo stiamo assistendo ad una delicata fase di transizione, nella quale l’emergenza sanitaria rischia di sfociare in una crisi economica e sociale, e sta per spaccare la cosiddetta Italia di mezzo, lasciando l’Umbria e le Marche più indietro rispetto alla vicina Toscana e alla parte più dinamica del Paese. Occorre pertanto ritrovare quello spirito costituente per cercare, tutti insieme, le ragioni e gli strumenti per un nuovo riscatto, che affronti i nodi strutturali e irrisolti, e proietti con coraggio l’Umbria nel futuro.

La nostra sfida è, e deve essere, quella di tornare a creare lavoro e benessere per le nostre comunità, la piena e buona occupazione come obiettivo per chi, nel rinnovamento delle idee e non solo dei volti, è chiamato a rappresentare i cittadini umbri. Il migliore augurio che sento di fare all’Umbria, in occasione dei suoi primi 50 anni, è quello di tornare ad essere quella “piccola, grande” Regione, capace di riprendere quel cammino di progresso che l’ha fatta affermare nel tempo.

*Capogruppo Pd in Assemblea legislativa

Congresso Pd, De Rebotti pronto alla corsa: «Resettiamoci. Io non ho tifosi o adepti»

Comincia a entrare  nel vivo il dibattito in vista del congresso regionale del Pd, che culminerà il 24 ottobre con l’elezione del nuovo segretario. A parlare, venerdì, è il sindaco di Narni Francesco De Rebotti. Il presidente di Anci Umbria in un lungo intervento oltre a descrivere lo stato di salute del Pd fissa alcuni paletti in vista di una sua più che probabile candidatura alla segreteria. Oltre a lui, l’altro nome caldo è quello del capogruppo dem in consiglio regionale Tommaso Bori. Intorno a queste due figure si potrebbero andare a coagulare le diverse anime e tribù del partito.

di Francesco De Rebotti*

Il mio ultimo gesto d’affetto nei confronti del Partito democratico umbro è occuparmene, intensamente, nella sua fase più difficile. Un partito che semplicemente non esiste più, non appassiona, non produce politica, visione, idee e progetti, non discute in nessun luogo se non in qualche territorio dove ancora qualcuno tira la carretta. Avete presente la quarantina di sindaci, spesso giovanissimi, e le loro coalizioni politiche e civiche? Ecco, a questo sforzo di restare in piedi nell’ultimo anno è ascrivibile il 23% delle regionali. Un partito che non ha saputo rigenerarsi nel tempo, bloccato dal più radicale correntismo, elitario e altero negli atteggiamenti e nella prassi perché sostanzialmente occupato nella gestione del potere e degli equilibri interni, seduto su una rendita sempre più dimagrita, consumata. E rissoso al proprio interno, ferocemente impegnato in scontri fratricidi che hanno dato vita alla originale categoria delle “Vittime del Pd”. La maggior parte delle quali cadute per fuoco amico, scoraggiamento, disillusione, sfiancamento e ingenerosità.

«NIENTE CONTE, SERVE CONGRESSO A TESI»

Non penso serva aggiungere altro per capire che questa decadente traiettoria non parte dalla crisi della giunta regionale a seguito delle gravi e politicamente devastanti vicende giudiziarie dello scorso anno, ma da ben più lontano. Casomai quella ne è un risultato finale. Ricordate le elezioni comunali di Perugia e poi quelle di Terni o Foligno? O il paradigmatico harakiri di Sangemini? I tanti comuni persi? La regione in bilico nel 2015? L’asfaltata nei collegi elettorali? Sarà arrivata l’ora di tirare una riga? È possibile Ri-costruire una comunità politica profondamente diversa e che ritrovi il piacere, il gusto, la voglia e il disinteresse nel farne parte? Cosa pensiamo si aspettino coloro che ancora ci danno un minimo di fiducia e tutti coloro che abbiamo allontanato o che non convinciamo se non questo. Accanto a un profondo impegno nei territori, nelle città, nelle periferie sui problemi che si vivono quotidianamente. E che hanno a che fare con la mancanza di prospettiva, della mancanza di opportunità e di lavoro.

UN GRUPPO DI ISCRITTI: NON SIA UNA CONTA

Metterci la faccia, sempre e comunque, e una visione, idee, progetti. A partire da un’altra ricostruzione, ben più impegnativa e decisiva per la nostra regione. Quella che riguarda le aree terremotate e il loro tessuto economico e sociale. Valori inoltre, non solo twittati ma praticati, esercitati e vissuti. Includendo la sostenibilità come carattere distintivo e obiettivo trasversale. Valori non riconducibili e consegnati a un’unica personalità, ma patrimonio di in un gruppo dirigente plurale e originale, realmente diffuso, responsabile e coeso. Inclusivo e coraggioso. Un coraggio che permetta di riconoscere nel Pd l’unica comunità a cui appartenere, il bene comune di rappresentanza politica di cui c’è indubbiamente bisogno, in Umbria, nei territori, nelle città e nel paese. Resettiamoci, liberiamoci delle sovrastrutture del passato e del presente.

CONGRESSO PD, LE DATE E LE ZONE CHIAVE

Solo così si rispettano le culture di appartenenza, nobili quando vissute nei valori, perniciose quando non contribuiscono alla costruzione di una comunità politica plurale, profondamente impegnata nel confronto e capace di sintesi avanzata, progressista e riformatrice di un modello regionale che non funziona più e che lascia spazi enormi a una destra inadeguata. Una destra che si batte con la serietà, la chiarezza e l’autorevolezza delle proposte. Vivendo la realtà umbra in profondità, anche quella delle piazze che vanno ascoltate, riconosciute e rispettate nella loro essenza democratica e valoriale o di contenuto. Per farle tornare a essere le nostre piazze e non quelle a cui accediamo precipitosamente per segnare la presenza. Ricostruire una comunità e un’alternativa in regione obbliga ad allargare il protagonismo, non a soffocarlo.

PD, A OTTOBRE IL NUOVO SEGRETARIO

Sperimentare un nuovo gruppo dirigente, un pacchetto di mischia che si è fatto le ossa, in splendida solitudine, nei territori, a contatto con le persone, le imprese, il volontariato. Che vive la politica tutti i giorni praticandola e non soltanto teorizzandola o affidandola a qualcun altro. Così come in tante e tanti fanno nelle istituzioni o fuori da esse, voci ed esperienze sparse a rischio dispersione. Che devono avere cittadinanza e fungere da modello, al contrario di quanto avviene oggi. Io porto solo e semplicemente la mia esperienza personale, politica e istituzionale inclusiva, senza seguito di tifosi o adepti. Vorrei avere invece compagne e compagni di viaggio. Partendo dal profondo sud dell’Umbria dove più che in altri contesti l’avere piegato il Pd a logiche e prospettive correntizie e poi solo personali ha svuotato il Pd di credibilità, autorevolezza, consenso e prospettiva. In un territorio che può invece fare tanto per se stesso e per la comunità regionale, se dotato di una ambiziosa, condivisa e originale prospettiva di sviluppo, sostenibile e circolare.

PD E SINISTRA, È TEMPO DI SCELTE RADICALI

Anche io mi sono illuso per tanto tempo che non servisse altro, che potevo dedicarmi al mio piccolo territorio confidando che c’era sempre qualcuno più in grado di me di raccogliere quella splendida avventura del “partito aperto” generata nel 2007, quello dei circoli pieni per intenderci. L’illusione è finita, insieme a tanti circoli o al valore fondante e identitario delle nostre straordinarie feste, e in questi casi si è di fronte a un bivio. Abbandonare la nave o mettersi a remare, possibilmente insieme a tutti gli altri, nella stessa direzione. Non so se è ecumenismo, forse. So che è l’unica strada possibile, incontrandosi subito per confrontarsi e misurare la voglia e la volontà di metterci radicalmente in discussione. Di tirare finalmente la già citata riga.

Se invece il congresso è stato inavvertitamente compiuto in occasione della scientifica “scomposizione” della lista del PD per le elezioni regionali e l’intenzione è di far finta di cambiare spartito ma si cambiano solo gli interpreti lo si dica chiaramente. A me non interessa, ovviamente, ma avrò sempre la motivazione necessaria per combattere una simile prospettiva. Dopo una coerente, discreta, lunga e incessante militanza e a quarantotto anni compiuti ieri, mi regalo i beni più preziosi. L’autonomia, l’indipendenza, la responsabilità, la solidarietà, il dialogo, la libertà. La stessa che esercito nelle istituzioni che mi vedono impegnato, il mio Comune e a servizio di quelli dell’Umbria. In un concetto mi regalo il mio continuare a essere responsabilmente e appassionatamente di sinistra.

*Sindaco di Narni e presidente di Anci Umbria