martedì 2 giugno - Aggiornato alle 16:56

«Civici per», l’ex assessore Chianella chiarisce: «La mia adesione al Psi non è in discussione»

di Giuseppe Chianella*

Leggo con stupore in questi due giorni articoli di stampa che associano il mio nome a una costituenda formazione politica capitanata da Andrea Fora. Questa cosa nasce credo da un fraintendimento e forse anche da un equivoco nato negli ultimi giorni. Apprezzo l’esperienza di Andrea Fora con il quale ho avuto diversi incontri nel periodo di preparazione delle liste per le elezioni regionali e anche dopo, ma la mia storia socialista non è in discussione. Mi era stato detto, o almeno così avevo capito, che solo dopo il convegno di sabato al quale non ho partecipato, e più avanti nel tempo , si sarebbe discussa l’eventuale costituzione di una associazione dove anche esperienze politiche avrebbero potuto contribuire a iniziative utili alla comunità regionale e alle singole comunità locali. Sto invece registrando che così non è e ciò che si sta realizzando sembrerebbe una formazione dove persone con esperienze diverse confluiscono per dare vita a un soggetto politico. Quindi cosa diversa da una associazione politico-culturale, tutto ovviamente nella piena legittimità, ma non è una cosa che mi appartiene. La mia adesione al Partito socialista, ai suoi ideali, alla sua storia e alla sua cultura non è e non è mai stata in discussione. Sono iscritto al Partito socialista ininterrottamente dal settembre del 1973 (dopo l’uccisione di Salvador Allende) e ho nuovamente rinnovato la tessera nel dicembre scorso. Tra l’altro il Partito socialista in Umbria è impegnato in questi ultimi giorni alla definizione del tesseramento per poter poi celebrare i congressi provinciali e regionale e quindi rieleggere i nuovi organi del partito. Faccio pertanto i migliori auguri ad Andrea Fora e a coloro che sono coinvolti in quel percorso. Tanto si doveva.

*Ex assessore regionale

Superbonus del 110% su ristrutturazioni, occasione ghiotta ma occhio a ostacoli e truffe

di Diego Zurli

Il nutrito pacchetto di agevolazioni fiscali previste dal Governo a favore dei contribuenti che effettuano interventi sugli edifici per migliorarne le prestazioni antisismiche, energetiche o per il rifacimento delle facciate, costituisce una delle novità più importanti volte al sostegno e alla rivitalizzazione del settore immobiliare. Si tratta di misure introdotte a più riprese per via normativa con benefici fiscali diversificati che tuttavia hanno funzionato in misura limitata senza produrre quell’effetto di vero e proprio rilancio che i suoi promotori si erano proposti di ottenere.

Analizzarne in modo approfondito le ragioni richiederebbe ben altro spazio e, tuttavia, l’idea di fondo alla base dell’iniziativa è senz’altro meritevole di grande apprezzamento: l’Italia è infatti un paese che dispone di un patrimonio edilizio di media/bassa qualità – in particolare quello costruito negli anni del boom edilizio – e perciò migliorarne le prestazioni attraverso appositi incentivi è un obiettivo che merita di essere perseguito. Il “Decreto Rilancio” – il D.L. n. 34/2020 pubblicato il 19 maggio 2020 – introduce un ulteriore importantissima misura, il cosiddetto “superbonus” che, articolando ulteriormente le possibilità già previste consente come è noto una detrazione fiscale fino al 110% da recuperare in cinque quote annuali di pari importo. Si tratta di una operazione di notevole interesse che concilia le esigenze di riqualificazione urbanistico-edilizia con quelle di sostegno del settore immobiliare in grande difficoltà che la vicenda della pandemia ha reso ancor più critiche.

Evitando di entrare nei meandri della normativa ancora in via di definizione, trattandosi di un decreto-legge che non ha compiuto per intero il proprio iter parlamentare e che dovrà essere ulteriormente precisato attraverso ulteriori provvedimenti, vale la pena evidenziarne succintamente taluni aspetti fin qui emersi. Il punto di forza principale delle norme approvate dal Governo, oltre alla straordinaria appetibilità della detrazione del 110% cui si è fatto già cenno, è quello di operare ad ampio spettro interessando una molteplicità di interventi: da quelli più incisivi volti a migliorare il comportamento antisismico degli edifici che tuttavia presentano maggiori difficoltà per poter essere messi in atto, a quelli relativamente più leggeri diretti all’efficientamento energetico o al rifacimento delle facciate oltreché alla loro cumulabilità. Un ventaglio di opportunità che possono offrire preziose occasioni di lavoro a imprese, artigiani e professionisti in tempi tutt’altro che facili per chi fa questo mestiere. Inoltre, l’ampliamento della platea dei soggetti cui trasferire il credito d’imposta costituisce innegabilmente un ulteriore elemento in grado di superare alcune delle criticità osservate nelle precedenti esperienze.

Accanto alle notevoli opportunità emergono tuttavia alcuni punti di debolezza e, purtroppo, qualche rischio. Innanzitutto i tempi ristretti: l’arco temporale che consente di sfruttare gli incentivi si conclude con l’anno 2021, un periodo alquanto risicato che rischia di limitare fortemente l’ambito di applicazione del provvedimento considerati i tempi necessari ai procedimenti autorizzativi, alle pratiche da espletare ai progetti da redigere e infine dai lavori da eseguire. Occorre inoltre considerare che, ove la misura avesse il successo che merita, è assai probabile che il numero di imprese dotate di una adeguata capacità organizzativa chiamate tutte nello stesso periodo a occuparsi della realizzazione delle opere potrebbe risultare insufficiente. A quanto si conosce, sono allo studio in sede di conversione emendamenti volti ad allungarne il periodo di applicazione e all’ampliamento della platea dei soggetti beneficiari delle misure (ad esempio i soggetti Irap oggi in buona parte esclusi).

Un secondo punto critico è indubbiamente rappresentato dalle procedure. Occorre chiedersi infatti per quale motivo il nostro paese che dispone da anni degli incentivi più generosi d’Europa non riesce a far decollare gli investimenti in questo settore. La risposta a questa domanda non può essere banalmente quella più ovvia, ovvero la burocrazia. E’ chiaro che occorrerà maggiore coraggio per rimuovere gli ostacoli mettendo mano alle regole superando la propensione alla conservazione che caratterizza gran parte dell’amministrazione pubblica; l’intendimento manifestato dal Governo di approvare un pacchetto di norme volte alla semplificazione può essere una prima occasione per farlo ma – detto da chi di questo un po’ se ne intende – il vero problema sono le leggi, non la burocrazia: infatti quanto più le norme sono complicate, tanto più chi è chiamato ad applicarle o ad adeguarvisi tenderà a far scattare la “burocrazia difensiva” per cui anche strumenti come l’autocertificazione in capo ai professionisti diventano inefficaci (la vicenda della ricostruzione post-sisma dovrebbe insegnarci qualcosa al riguardo). In estrema sintesi, pertanto, più che il bisturi, occorre l’accetta, altrimenti il rischio di vanificare una grande occasione di rilancio, forse irripetibile, è molto forte.

C’è inoltre un altro punto debole nel meccanismo fin qui delineato: una volta definito ed autorizzato l’intervento, considerata la carenza di liquidità che caratterizza il tessuto delle imprese di piccola e media dimensione cessionarie del credito proveniente dai contribuenti, come si riesce ad ottenere il beneficio che scatta all’apertura del cosiddetto cassetto fiscale nei primi giorni di marzo dell’anno successivo? Poiché, come è chiaro, dall’esecuzione dei lavori all’inizio del ristoro fiscale possono passare molti mesi anche nel caso di ulteriore cessione del credito a soggetti terzi. Grandi player nazionali – principalmente aziende operanti nel settore dei servizi o in un immediato futuro istituti di credito – disponendo di grandi liquidità e di ampio spazio creditizio, sono già scesi in campo per offrire questa ultima opportunità (ovviamente a titolo oneroso). Ma il problema esiste e andrebbe affrontato adesso. Si tratta ad esempio di capire se e a quali condizioni il sistema bancario può intervenire nella fase transitoria anticipando, in base all’avanzamento dei lavori, la liquidità necessaria. Non mi sentirei peraltro di escludere in siffatte circostanze anche l’esposizione al pericolo di infiltrazioni o di usura.

Infine c’è il rischio dell’improvvisazione: si assiste in questi giorni al proliferare di soggetti abbastanza improbabili che avanzano ai cittadini interessati proposte fantasiose ben sapendo che, a tutt’oggi, non sono ancora ben chiari i meccanismi e le regole di funzionamento di un sistema piuttosto articolato che, in questa fase, richiede molta prudenza. L’auspicio è che il mondo delle imprese, attraverso le proprie organizzazioni, possa offrire ai propri iscritti il supporto necessario anche per evitare che, in un processo che arricchisce tutti, gli unici a non trarne benefici o a farne le spese siano proprio coloro che realizzano gli interventi.

Concludendo, le norme in corso di approvazione possono rappresentare una straordinaria opportunità per un comparto in profonda crisi. Regalare soldi – perché di questo si tratta – può tuttavia non bastare per rilanciarlo ed anzi può persino diventare dannoso laddove alcuni dei nodi evidenziati non vengano sciolti. La strada è piuttosto stretta ma con un po’ di coraggio può portare a risultati importanti e concreti.

Terni ad un passaggio storico, Cipolla: «Per Ast conta il piano industriale, non i nomi»

«La comunità ternana già fortemente penalizzata dalle ultime crisi, come più volte analizzato e denunciato dal sindacato, rischia di subire un ulteriore indebolimento sul versante economico e soprattutto occupazionale. Il contesto attuale e la fase che stiamo attraversando meriterebbe una attenzione maggiore da parte dei soggetti interessati che hanno a cuore le sorti del territorio». Questo il monito del numero uno della Cgil di Terni Claudio Cipolla, che in passato ha seguito in prima persona le vicende Ast a capo della Fiom. «Dovremmo avere tutti piena consapevolezza che la recente emergenza sanitaria causata dal Covid-19, per altro non ancora terminata, ci sta riconsegnando un tessuto produttivo, economico e sociale profondamente cambiato rispetto a quello di qualche mese fa». Da qui parte la sua riflessione

Claudio Cipolla «Non può sfuggirci la situazione di difficoltà che stanno attraversando molte lavoratrici e lavoratori nei diversi settori, soprattutto quelli della produzione, del manifatturiero, del turismo e del terziario dove, ancora molti, non hanno ripreso l’attività lavorativa. Questa situazione determina inevitabilmente una crisi sociale di dimensioni rilevanti, che necessita di una contrattazione per determinare interventi diretti sul disagio di giovani ed anziani. A tutto ciò si aggiungono le crisi e le vertenze aperte sul territorio, nel settore dalla chimica, dell’agroalimentare e non ultimo dei metalmeccanici, che vedono un amplificarsi delle problematiche anche a causa del contesto determinatosi in questi mesi. L’annuncio dell’avvio delle procedure di vendita di Ast, da parte della multinazionale più grande presente sul territorio, non rappresenta un fulmine a ciel sereno per il sindacato, ma preoccupa proprio a causa del contesto nel quale arriva. Siamo, a nostro avviso, di fronte ad un passaggio storico per il futuro delle produzioni ternane, che inevitabilmente condizionano, per quello che rappresentano, un tessuto economico e sociale più ampio».

Acciai speciali Terni «Per queste ragioni – prosegue Cipolla – auspichiamo che non si facciano fughe in avanti, che si coinvolga il governo ai massimi livelli e soprattutto che si compiano i passaggio corretti nell’interesse generale della comunità.Come ribadito anche ieri nell’incontro ministeriale, per quanto ci riguarda non abbiamo pregiudizi a discutere delle possibili soluzioni che saranno prospettate, ma intendiamo farlo nelle modalità corrette, in un rapporto di trasparenza con le persone che rappresentiamo e dando giudizi esclusivamente di merito, basati sul piano industriale che sarà presentato e che dovrà avere punti fermi sull’unitarietà del sito, sui livelli occupazionali diretti ed indiretti, sulle quantità dei volumi prodotti e sulle prospettive commerciali e di sviluppo.
È su questo piano che l’insieme dei soggetti interessati dovrebbe impegnarsi, con lucidità di analisi e senza posizioni precostituite, con l’obiettivo della salvaguardia del tessuto economico, occupazionale e sociale del territorio, senza rimanere alla finestra magari dando giudizi al termine dei percorsi, come spesso avvenuto in questi anni». Nei giorni scorsi il sindacato aveva già detto «no a soluzioni preconfezionate».

Alberi abbattuti a Madonna Alta, il comitato Ginkgo Biloba chiede incontro al sindaco

Pubblichiamo la lettera del comitato Ginkgo Biloba di Madonna Alta rivolta al dirigente del Comune di Perugia Vincenzo Piro, responsabile dell’Area risorse ambientali-smart city; al centro dell’intervento il caso che riguarda l’abbattimento di alcuni alberi all’interno del parco Vittime delle foibe, dove è in programma la realizzazione di una pista ciclopedonale.

Gentile dottor Piro,
scriviamo a lei, quale responsabile del procedimento e perché compare la sua firma nell’unica risposta del 21 febbraio 2020, alle nostre varie richieste. Lei ci assicurava, riportiamo testualmente, «la piena disponibilità a confrontarsi con il comitato Ginkgo Biloba per la programmazione dei lavori nelle aree non ancora oggetto d’interventi, nelle quali non si procederà al momento a nessun abbattimento». Appare quindi deludente, nonché riprovevole, scoprire che si sia dato inizio a nuovi abbattimenti di alberi nonostante varie volte, da allora, sia con mail dirette a lei o per conoscenza, abbiamo richiesto una conferma della promessa sopra citata.

Il comitato Ginkgo Biloba, nello spirito di collaborazione che lo ha sempre contraddistinto, ha anche più volte sollecitato attraverso lettera aperta, mail e raccomandata, un incontro con il sindaco; lei ne ha sempre ricevuto copia per conoscenza. Si voleva poter fare chiarezza sugli intenti di questa amministrazione relativamente al verde pubblico del quartiere di Madonna Alta. A quanto pare, però, il confronto con i cittadini e residenti non è degno di interesse visto che a oggi non è pervenuta più alcuna risposta dopo l’infruttuoso incontro iniziale; ma anzi si è ripreso con maggiore lena e accanimento il taglio di alberi vecchi di quaranta anni, per eventualmente sostituirli con piante giovani di cui non sappiamo né il numero né le caratteristiche. E questo con un bilancio arboreo che nel quartiere di Madonna Alta (e comunque in tutto il territorio comunale) è a tutto vantaggio nettamente degli abbattimenti. Ci si chiede poi se le nuove piantumazioni non saranno abbandonate a se stesse, come accaduto ai lecci (una quindicina circa) intorno all’area riservata ai cani di via Diaz che sono quasi tutti secchi.

Quindi fra le nostre perplessità e timori c’è pure come sarà gestita la manutenzione. Alla luce di tutto ciò, non avendo avuto risposta nemmeno dopo una raccomandata indirizzata al sindaco, a lei per conoscenza e firmata da un numero consistente di delegati del comitato, sentiti anche gli umori del quartiere, chiediamo pubblicamente un incontro con una nostra delegazione per poter armonizzare le esigenze del quartiere, almeno in quella parte di parco ancora non sconvolta dai vostri lavori. A questo progetto, a scanso di equivoci, noi teniamo moltissimo e proprio per questo avremmo voluto nella parte recintata per i lavori, quella più frequentata, che aveste tenuto conto dei suggerimenti dei cittadini che vi passano la maggior parte del tempo. Il comitato e il quartiere, comunque sperano ancora di non andare incontro ad ulteriori delusioni almeno per le prossime fasi del progetto anche se ormai alla pubblicazione di questa lettera molti altri alberi non ci saranno più.

«Due pesi, due misure: una protesta per dire che non ci sono assembramenti di serie A e B»

Pubblichiamo l’intervento di Caterina e Oriana, le due ragazze che martedì pomeriggio, alcune ore dopo il passaggio delle Frecce tricolori, hanno esposto uno striscione sulle scale del duomo di Perugia con scritto «Due pesi due misure, tutta colpa della movida». Al centro della polemica, il confronto tra il modo in cui si è parlato della folla che si è radunata per l’evento di lunedì e i fatti accaduti in piazza Danti tra venerdì e sabato.

Un assembramento è un assembramento e non esistono persone o motivazioni di serie A e di serie B che lo rendano più o meno legittimo in questo momento storico. Eravamo lì con quello striscione per la rabbia, la frustrazione e l’imbarazzo provocato in noi dalla gestione degli eventi degli ultimi giorni da parte dell’amministrazione che, a quanto pare, opera appunto secondo certe differenziazioni. Lungi da noi stare a giustificare quanto accaduto nel primo venerdì di riapertura in centro storico:  condanniamo profondamente risse e assembramenti, che però si sarebbero potuti evitare facilmente continuando a far presidiare i luoghi di maggiore interesse dalle forze dell’ordine, che però quella sera erano quasi totalmente assenti. Crediamo che ognuno debba assumersi le proprie responsabilità e così come le singole persone che hanno contribuito alle azioni di venerdì sera non sono giustificabili, allo stesso modo non è giustificabile l’assenza di controlli e misure preventive atte a garantire la tutela della salute dei cittadini.

FOTOGALLERY: LA PROTESTA IN PIAZZA

Sta di fatto che tutto ciò si è tradotto in un automatico accanimento mediatico contro i giovani (a che età finisce la gioventù? E quand’è che non si è più abbastanza giovani per uscire? Chiedo per un amico) e un’ordinanza da parte del Comune che penalizza ulteriormente i commercianti, già in ginocchio dopo i due mesi di chiusura. Il Sindaco Romizi dice in un’intervista di UmbriaRadio che «La motivazione dell’ordinanza è stata certamente di carattere precauzionale», anche se precauzionali sarebbero state piuttosto delle misure di controllo durante la serata di venerdì. Questo gioco del tappa i buchi poteva essere anche accettabile, nonostante il carattere abbastanza repressivo e molto poco educativo, ma dopo aver visto l’assembramento di martedì per il passaggio delle Frecce tricolori è stato abbastanza chiaro a tantissimi che c’era qualcosa che non tornava. Senza star qui a discutere su quanto potesse essere sensato o no il passaggio delle frecce, se seguiamo la logica che accusa il pubblico giovanile di creare movida illegale (operando automaticamente una distinzione tra giovani e vecchi) sarebbe comunque potenzialmente più pericoloso per i cittadini, per motivi a tutti noti, un assembramento di persone “vecchie”.

Basta mettere a confronto le foto delle due giornate per verificare personalmente che esiste un pubblico di serie A a cui tutto è concesso, assembramenti compresi che, ricordo, sono severamente vietati anche nell’ultimo dcpm. Anche se tutti indossano le mascherine, anche se tutti mantengono il metro di distanza. L’idea di due ragazze di scendere in piazza con uno striscione era semplicemente quella di far sentire la nostra voce, il nostro pensiero, la nostra rabbia per questi atti d’incoerenza, per questo
trattamento differenziato (e no, non siamo state pagate dai commercianti e non è stato nemmeno un attacco politico di parte). C’è chi l’ha voluta chiamare manifestazione, noi la chiamiamo diritto di parola. Purtroppo però siamo in un popolo a cui è permesso di riempire i social di qualsiasi genere di opinioni (molte volte anche violente) e invece per un pensiero onesto in piazza di due ragazze devono intervenire ben due macchine della polizia, una dei carabinieri e una dei vigili urbani, oltre che vari agenti della Digos in borghese. Siamo in un paese in cui i genitori e i nonni che ci accusano di essere una generazione rovinata, senza spina dorsale, che non scende più in piazza come una volta, con la stessa enfasi ci puntano il dito contro nel momento in cui esprimiamo un pensiero poco comodo.

Caterina e Oriana

Covid-19 e disabilità, il doppio isolamento: «Così ho vissuto questi giorni di vita sospesa»

Post tratto dal blog La vita possibile. A scrivere è Laura Santi, giornalista perugina affetta da sclerosi multipla

di Laura Santi

“Ah ah Laura, adesso vediamo chi è disabile“. Le parole di un mio ex capo, anni fa, quando lavoravo come addetta stampa in un ente non profit. Un tipo ironico, disincantato. E cieco totale. Blackout in ufficio, sono le sette di sera d’inverno, è improvvisamente buio totale, io e la collega, che stavamo per alzarci, ci inciampiamo addosso. Ma mentre noi annaspiamo, lui si alza, indossa la giacca, prende le chiavi, sistema tutto al volo e spedito ci accompagna, lui sì ora disinvolto, verso l’uscita.

Quando penso a come un disabile, qualsiasi disabile, viva la pandemia da coronavirus, mi viene sempre in mente quell’episodio: guarda un po’ come ti ribalta i ruoli uno scenario stravolto, e vedi chi è il disabile, adesso. Questi mesi di emergenza da Covid, con la quarantena, la vita sospesa, adesso la fase 2 e il “niente sarà più come prima“, sono un film già visto.

Esco finalmente fuori dai 200 metri attorno casa, torno accompagnata in centro storico, il giorno che si allunga, le persone, i bar, le scalinate, la piazza, ma stanno tutti, immancabilmente, a parlare di quello. Sembra quasi che siano usciti da una brutta influenza, di quelle che ti lasciano sotto un treno: tanta voglia di normalità, ma le cose non sono più le stesse. Faccio le mie vasche soltanto spinta, le gambe legate con la fascia altrimenti gli spasmi le fanno saltare come stoccafissi, lo schienale che dà fastidio alla schiena, la vescica che deve reggermi fino a casa… Ma penso, questa per me, è comunque già un’uscita fantastica! Io e l’assistente divaghiamo nelle chiacchiere ma le orecchie cadono sempre là, ai discorsi dei passanti a fianco, frastornati, polemici. Un giorno per loro, forse, le cose torneranno alla normalità, ma adesso è un periodo del cavolo. Per me, questa è già, e sempre resterà, la “normalità”.

C’è una dimensione di tragedia collettiva su cui non si può discutere. Ma la quotidianità terremotata… Su quello sono esperta. La paura della malattia, la solitudine, il lutto (comunque lo si intenda), la perdita, la routine feroce, i riferimenti che crollano. L’identità stravolta. La sofferenza del dover giocoforza accettare. Il tempo e lo spazio che si contraggono o si dilatano all’infinito, doverti attrezzare urgentemente, qui, ora, se no sei fottuto, e questo tutti i momenti, ovunque e con chiunque. La paura – attenzione, non ansia, non depressione: paura! Stringente, immediata – sempre. Il gesto più elementare, complicato e stravolto.

L’esclusione sociale (altro che distanziamento). Non uscire quasi più di casa, o soltanto con l’”autocertificazione” di qualche assistente preavvisato per tempo e pagato (sempre che sia disponibile). La scomparsa definitiva delle attività, dei luoghi che vivevi sentivi e toccavi. Chiedere, incessantemente, aiuto, e non è affatto detto che possa arrivare. Non poter esigere una cura o un diritto. Non avere una risoluzione né una compensazione a ciò. Mi guardo intorno nella mia passeggiata tranquilla e penso, allora io sono temprata e forte molto più della media, siamo, temprati e forti più della media, i disabili da sempre abituati a ‘sopravvivere’. La mia fragilità oggi si rivela forza, quel “buio” abituale in cui ci muoviamo. “Come sta Laura? Beh, lei in quarantena ci sta sempre” è la risposta di Ste agli amici.

Poi però si supera la quotidianità stretta, e no, che non è la stessa cosa. Una fragilità può sembrare forza quando la routine si stravolge, ma diventa fragilità doppia se si amplia lo sguardo: non solo la maggiore vulnerabilità fisica ma il carico più pesante di caregiver e assistenti (chi ha la fortuna di poterci contare), il tempo di vita ‘espropriato’ e non più recuperabile per chi ha una disabilità progressiva, il venir meno del follow up sanitario, la difficoltà moltiplicata nel seguire le regole di sicurezza, l’isolamento – se possibile – ancora maggiore, le prospettive di giocarsi carte alternative in futuro, ridotte all’osso. A fragilità si somma fragilità, per la persona e per il suo contesto. In più il panico collettivo, che anziché “renderci migliori” come vorrebbe la narrazione retorica, aumenta l’egoismo e l’indisponibilità all’ascolto, cosa che tutti i fragili, i diversi, i precari, i non protetti, gli “ultimi”, già sperimentano fin troppo in tempi normali.

Da persona temprata al buio ho la percezione di un panico pervasivo – altro “nemico invisibile”, i cui effetti però lo saranno, eccome – che più fragili ci rende tutti quanti, al di là della singola perdita di ognuno. Io con la mia disabilità, inascoltata, poco rappresentata etc., ormai me la so giocare ed è un buio ‘familiare’, ben noto. Ma se è tutto il mondo là fuori a traballare dalle fondamenta, tutta la comunità, mi è molto più difficile intravedere una luce. Sarò anche temprata, ma il blackout è totale. E mi manca quel simpatico esperto che ci guida all’uscita.

Vendita Tk-Ast e Coronavirus, Fim Cisl: «Trasformiamo le difficoltà in opportunità»

«La storia si ripete, bisogna trasformare le difficoltà in opportunità. Il disimpegno di Thyssenkrupp sia l’occasione per rilanciare Ast e tutto il territorio». Questo il monito della Fim Cisl che al centro dell’ultima seduta di coordinamento in conference call ha messo al centro della discussione le conseguenze della riorganizzazione di ThyssenKrupp su Acciai speciali Terni e le debolezze del tessuto economico metalmeccanico alle prese con il Covid-19.

Tute blu Riflettori puntati inoltre sull’intero tessuto economico e industriale del territorio Ternano: circa 300 aziende – è emerso – da marzo ad oggi hanno fatto richiesta di ammortizzatore sociale per Covid-19, interessando un potenziale di oltre 6000 lavoratori metalmeccanici: questa situazione non fa che preoccupare ulteriormente
per il futuro, in quanto dopo l’emergenza sanitaria, il territorio rischia che di affrontare un’emergenza economica-occupazionale.

Acciaieria A preoccupare più di tutto sono le notizie che investono ancora una volta Acciai Speciali Terni e i suoi lavoratori. Come è noto nei giorni scorsi il Ceo di ThyssenKrupp Martina Merz ha annunciato una riorganizzazione interna che comporterà la ricerca di soluzioni nuove al di fuori di Tk o in partnership, per diverse società del gruppo ed impianti di produzione in diversi paesi, tra cui Acciai Speciali Terni. Il Coordinamento Fim-Cisl «ha la sensazione che si è cominciato ad assistere alla riproposizione della trama di un film già visto e che qualcuno sta cercando di proiettare nonostante la pandemia. Dobbiamo evitare che il declino che ha caratterizzato l’area Ternana negli ultimi decenni si trasformi in un ulteriore cedimento. Al netto delle dure prospettive di mercato, Ast rimane un
sito altamente competitivo con produzioni di eccellenza, il cui futuro deve continuare ad essere inquadrato come sito integrato e strategico. Di conseguenza sarà necessario esplorare tutte le soluzioni affinché la fase complicata possa trasformarsi in un’ opportunità per Ast i suoi lavoratori ma più in generale per tutto il territorio».

Struttura commerciale «Come Fim-Cisl siamo stati sempre a fianco di tutti i lavoratori, operai impiegati e quadri che in questi anni hanno contribuito, pur tra tante e troppe difficoltà ed enormi sacrifici, al miglioramento di Ast, ricordando sempre come non ci convincesse l’organizzazione del commerciale tema sul quale oggi più che mai bisogna fare chiarezza. La Fim-Cisl rispetto all’accordo firmato in sede ministeriale nel settembre 2019 ritiene che si debba sfruttare al meglio le potenzialità di quell’intesa, in particolar modo il punto dove il Governo conviene con noi sulla strategicità del sito di Acciai Speciali Terni».

Vendita Ast, Fiom Cgil: «No soluzioni preconfezionate, scongiurare dismissione sito»

di Fiom Cgil Terni

Oggi 26 maggio 2020 si è svolta in videoconferenza l’assemblea generale della Fiom-Cgil di Terni alla presenza del segretario generale della Cgil di Terni, Claudio Cipolla e del segretario nazionale Fiom e responsabile siderurgia, Gianni Venturi. La pandemia ha fortemente condizionato e ancora condiziona il tessuto sociale ed economico della nostra provincia: quasi 300 aziende che occupano circa 6500 lavoratori rappresentano il 95% dell’intera forza lavoro metalmeccanica della provincia. La FIOM di Terni ha sottoscritto diversi accordi e ottenuto importanti impegni da parte delle imprese per ridurre il rischio di contagio da COVID-19. In AST la fase è stata più difficile per la complessità del sito e per il rapporto tra fabbrica e città che ha condizionato pesantemente il lockdown fino al nulla osta del prefetto di Terni. In tutto questo periodo abbiamo utilizzato i mezzi classici del sindacato: la contrattazione e lo sciopero. È mancata pesantemente la possibilità di fare assemblee e di costruire percorsi democratici. I delegati e le delegate hanno svolto un ruolo fondamentale per informare i lavoratori e le lavoratrici e costruire insieme linea politico-sindacale dell’intera organizzazione. Per questo l’assemblea ha ringraziato il lavoro di tutti i delegati e le delegate che sono stati la nostra prima linea per rivendicare diritti dentro l’emergenza sanitaria. È stata affrontata anche la “vertenza” Acciai Speciali Terni: come FIOM di Terni confermiamo l’azione unitaria e le rivendicazione fatte all’indomani del disimpegno di ThyssenKrupp. Il 28 maggio 2020 saremo al MISE per ribadire la strategicità delle produzioni di Terni, l’unicità del sito, la salvaguardia dei livelli occupazionali e salariali dei diretti e degli indiretti. Oltre all’individuazione preferibilmente di un player o partner europeo o mondiale e comunque che abbia la capacità di competere nei mercati globali e a cui interessi produrre a Terni, insieme ad investimenti certi per traghettare l’azienda fino al momento della vendita. Come FIOM-CGIL di Terni sottolineiamo la difficoltà del momento, poiché a guidare il processo di vendita rimane lo stesso management che solo pochi giorni fa garantiva investimenti e sviluppo dopo la cessione del comparto elevator. Chiediamo un impegno diretto del Governo affinché intervenga per costruire una interlocuzione con i massimi vertici della casa madre ThyessenKrupp. Guardiamo con favore a qualunque aiuto di Stato che possa favorire il passaggio con le garanzie richieste dalle organizzazioni sindacali, purché gli stessi non siano finalizzati a fare cassa e a garantire i livelli occupazionali solo nel breve periodo. Siamo preoccupati per le notizie che sono arrivate mentre era in corso la nostra riunione, oggi il ministro Patuanelli non ha semplicemente informato i parlamentari umbri, ma ha indicato percorsi possibili rispetto all’interessamento di cordate italiane. Il Confronto previsto per il 28 maggio 2020 non può avere soluzioni preconfezionate e “gli Italiani” non rappresentano di per sé una garanzia, basti ricordare quello che è successo nel 1994 con la speculazione finanziaria e la cessione totale delle quote alla multinazionale tedesca. Come sempre dimostrato dal movimento sindacale ternano oggi siamo uniti e pronti a qualunque iniziativa utile a scongiurare la dismissione del sito.

Covid-19 e il ‘lavoro agile’: utilizzare i grandi contenitori vuoti delle nostre città

di Diego Zurli

Dopo il “lockdown” si contano i danni: l’onda anomala che ha investito il pianeta sul fronte sanitario, secondo tutti gli osservatori, produrrà pesanti ricadute soprattutto sul terreno economico e sociale. Ci vorrà tempo per comprendere fino in fondo i mutamenti che la pandemia determinerà sulla vita delle persone ma intanto alcune cose sono già in parte cambiate. Tra queste senza dubbio il modo di lavorare di intere categorie di lavoratori, dipendenti ed autonomi: l’introduzione del cosiddetto “smart working” – termine orribile che mi ripropongo di cancellare dal vocabolario sostituendolo con quello assai più accattivante di “lavoro agile” coniato da un eccellente giuslavorista come Pietro Ichino – è infatti già nelle cose.

Il dibattito sui principali organi di informazione circa le modificazioni che interesseranno gli insediamenti urbani lascia intravedere alcuni scenari; relativamente ai luoghi di lavoro nelle grandi città, architetti e designers già progettano e riadattano i nuovi spazi; le aziende si sono già in gran parte organizzate per permettere ai propri dipendenti di lavorare da casa e si comincia a pensare di decentrare parte degli addetti nei cosiddetti co-working, ambienti di lavoro organizzati in modo da condividere spazi e servizi mantenendo in relativo isolamento ogni singola attività. Una prima stima quantifica in circa 10.000 euro ad unità il risparmio per le aziende a cui si aggiunge quello per i lavoratori.

Tale modalità può funzionare bene per alcune professioni creative (lavorare sempre e solo dalla propria abitazione è piacevole ma, purtuttavia, offre molte possibilità di distrazione) e per quanti hanno l’esigenza di frequenti spostamenti; ma anche per taluni servizi erogati dalla pubblica amministrazione – penso ad esempio ai centri per l’impiego o per i servizi pubblici di interesse locale come acqua, gas, ecc. – dove la modalità in presenza può essere ridotta all’indispensabile. Perugia ha già in atto una interessante esperienza la quale, tuttavia, richiederà di essere in parte ripensata alla luce delle novità imposte dagli eventi. Ma, innanzitutto, ciò che renderà assai probabile la progressiva affermazione di tali forme di organizzazione dei luoghi di lavoro non sarà solo la pandemia che – prima o poi – sarà sconfitta o mantenuta sotto stretto controllo: a cambiare l’assetto dei luoghi di lavoro sarà innanzitutto il lavoro in sé stesso, oggi sempre più spostato o riconvertito verso forme autonome in luogo dei tradizionali rapporti di dipendenza.

Un processo iniziato da tempo che nelle professioni intellettuali, negli studi professionali, nelle società di ingegneria, ecc. ha quasi interamente sostituito il lavoro dipendente. Ed allora se una parte dell’offerta di lavoro – piaccia o meno – si orienterà sempre più verso forme di “lavoro agile” bisognerà cominciare ad attrezzare anche le nostre città dotandole di spazi che somiglieranno sempre di meno agli uffici che abbiamo fin qui conosciuto. Ambienti e luoghi dalla “prossimità aumentata”, localizzati nello spazio urbano dove la risposta ai principali bisogni debba avvenire nel raggio di quindici minuti a piedi. Tutto questo potrà verificarsi non solo nei grandi centri urbani dove processi di questa natura sono già ampiamente in atto ma anche nelle realtà minori dove la mano pubblica può assumere una funzione trainante.

Ci sono infatti contenitori abbandonati o scarsamente utilizzati che potrebbero essere facilmente adattati alle nuove esigenze del “lavoro agile” a zero consumo di suolo. Forse potrebbe valere la pena di pensare ad un vero e proprio piano nazionale o anche regionale che, ove necessario, metta a disposizione qualche provvidenza (i fondi strutturali del prossimo settennato potranno certamente offrire opportunità interessanti) o semplicemente introduca agevolazioni fiscali, consenta mutamenti di destinazione d’uso, semplificazioni urbanistico-edilizie e quant’altro possa risultare funzionale allo scopo.

Concludo con un piccolo esempio che riguarda la mia città. Alcuni anni fa, ad Umbertide, nell’ambito di una massiccia operazione di riqualificazione urbanistica di un area dismessa che prevedeva una serie di interventi, fu riadattato a spazio per eventi e spettacoli un immobile originariamente destinato ad ospitare le lavorazioni del tabacco. L’edificio ristrutturato – peraltro di discreta qualità architettonica – è rimasto praticamente inutilizzato a causa di una serie di criticità emerse dopo la sua realizzazione che ne tradiscono i limiti nella fase iniziale di ideazione. Oggi uno spazio con quelle caratteristiche può essere riconvertito in chiave “Covid-Free” senza eccessive difficoltà per le mutate esigenze del “lavoro agile” perché non comporta investimenti particolarmente onerosi richiedendo semplicemente di essere attrezzato con arredi, pareti mobili ed impianti in modo leggero.

Non escluderei l’eventualità che la sua trasformazione possa anche risultare appetibile attraverso una operazione di finanza di progetto per privati, cooperative, ecc. potenzialmente interessate alla gestione lungo un arco temporale sufficiente a remunerare l’investimento offrendo in questo modo una qualche opportunità di lavoro a qualche giovane intraprendente. Situazioni similari si possono facilmente individuare in altre realtà urbane di piccola e media dimensione. Perché prendendo a prestito le parole del grande matematico Alan Kay “Il miglior modo per prevedere il futuro è inventarlo” o, per dirlo alla maniera di quanti si occupano di architettura o di urbanistica, cominciare a progettarlo.

Treofan, lavoratori chiedono certezze: «Impianti di Battipaglia siano trasferiti a Terni»

Non ci sono ancora certezze per i lavoratori della Treofan di Terni, che chiedono di conoscere il piano industriale della proprietà e tornano a rimarcare l’importanza di un trasferimento degli impianti di Battipaglia nel sito umbro.

Treofan «Certezze, piene garanzie per i lavoratori e salvaguardia della produzione». Sono i punti fermi che la Uiltec Umbria intende difendere e far valere nei confronti della controllante Jindal. «Da mesi – riferisce il sindacato – sono in corso confronti con la proprietà spesso latitante e non rispettosa di quanto aveva annunciato per il sito di Terni. Da circa un anno e mezzo si tengono incontri costanti per seguire le vicende dei siti di Terni e Battipaglia. Sono stati instaurati tavoli al Mise, unitamente a tutte le altre organizzazioni sindacali nazionali e territoriali – sottolineano dalla Uil – fino ad arrivare alla chiusura definitiva del sito campano. Nell’ennesimo e recente confronto tutte le sigle sindacali congiuntamente al Mise hanno chiesto il trasferimento dei macchinari da Battipaglia all’ex Treofan di Terni. Peraltro, particolare non irrilevante, si tratta di macchinari acquistati con fondi statali e dunque del nostro Governo».

Uiltec Umbria «È inaccettabile – scrivono i rappresentanti del sindacato di categoria – il loro trasferimento verso altri siti, specialmente non nazionali. L’incertezza sul futuro della fabbrica è causata proprio da un comportamento poco chiaro da parte della proprietà: ad oggi Jindal non ha dato conferme reali su una produttività stabile. Il vero problema – sottolinea la Uiltec Umbria – è la mancanza di un reale e concreto piano industriale, indispensabile con ancora maggiore forza in un momento di grande emergenza sanitaria ma anche economica come quello che si sta attraversando. Fondamentale il rispetto del contratto collettivo nazionale e dei diritti dei lavoratori. Oggi si tratta di scelte non più rinviabili. Per questo la Uiltec Umbria ritiene assolutamente urgente un preciso e immediato impegno da parte di tutte le Istituzioni, Regione e Comune in primo luogo, per raggiungere un obiettivo positivo prima possibile. Si chiamano dunque in causa la presidente Tesei e il sindaco Latini per una battaglia che riguarda non solo Terni ma l’intera Umbria. In questi momenti delicati è importante restare uniti. Ogni azione condivisa può dare un valore aggiunto».