sabato 20 ottobre - Aggiornato alle 23:00

‘Giornalisti schierati’, Conticelli: «Accuse generiche, pronto a confronto pubblico»

di Roberto Conticelli

L’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria prende atto delle recenti dichiarazioni di un consigliere regionale, Maria Grazia Carbonari, la quale in un’intervista parla – testualmente – di «stampa sempre schierata», evidenziando come, a suo giudizio, la «stampa in Umbria non è stata mai libera».

I giornalisti umbri non solo non si sottraggono al confronto con la società civile e con le forze politiche, ma addirittura vanno organizzando in questi mesi incontri pubblici su argomenti come fake news, diritto alla rettifica e diritto all’oblio. Riteniamo dunque che delle distorsioni del giornalismo si debba parlare, ma nell’ambito di un dialogo improntato alla civiltà e alla correttezza delle opinioni. Accettiamo accuse dettagliate e comprovate, magari da formulare in contesti preposti e non di fronte a un microfono, respingendo però affermazioni generiche che non appartengono a una categoria, la nostra, che crede per forza di cose nel valore della verità sostanziale dei fatti.

La signora Carbonari  fornisca quindi elementi di prova rispetto alla supposta mancanza di libertà della stampa umbra, mettendoci in condizione di intervenire con i controlli deontologici del caso: questo le compete in quanto rappresentante di una pubblica istituzione. In assenza di tali elementi, tuttavia, le parole del consigliere regionale si risolverebbero in un’accusa generica e insussistente, decisamente sconcertante e immeritata da professionisti che si dibattono in una crisi senza precedenti, che hanno in prevalenza stipendi da fame, nessun privilegio, e che nonostante ciò assicurano il flusso informativo quotidiano da ogni località dell’Umbria, venendo incontro all’esigenza del singolo cittadino di essere messo a conoscenza dei fatti.

Sono pronto, come presidente dell’Ordine o come cronista da oltre trent’anni in attività, a sostenere un confronto pubblico con la signora Carbonari e con quanti vorranno intervenire – ci si augura con argomenti più e meglio supportati rispetto a questi – sul ruolo della stampa in Umbria e sulle sue attuali condizioni operative.

*Presidente Ordine dei giornalisti dell’Umbria

Ex lavoratori che rilevano e rilanciano l’impresa: in Umbria c’è chi ce la fa

di Andrea Bernardoni*

La lunga crisi economica che ha interessato l’Italia e l’Umbria negli ultimi dieci anni ha prodotto profonde ferite nel tessuto produttivo nazionale e regionale. Importanti imprese sono andate in difficoltà, molte sono fallite con gravi conseguenze economiche e sociali per i lavoratori e per i territori in cui erano localizzate.

Una parte di queste imprese andate in crisi sono state salvate dai lavoratori, uniti in forma cooperativa, che da operai si sono trasformati in imprenditori.

Al 2014 quelle recuperate in Italia erano più di 250 di cui oltre 20 in Umbria.

Queste imprese sono denominate «worker’s buyout» espressione che identifica la situazione in cui un’impresa in difficoltà viene rilevata dai suoi ex dipendenti che si riuniscono in cooperativa e investono l’indennità di disoccupazione per rilanciarne la produzione. Una sfida difficile che però, nella grande maggioranza dei casi, ha successo come testimoniano i bassi tassi di default registrati a livello nazionale.

Come Legacoop accompagniamo i lavoratori che intendono costituire una cooperativa per salvare la propria impresa, mettiamo a disposizione dei lavoratori, a titolo gratuito, consulenze specialistiche e li supportiamo nel confronto con gli istituti di credito con i quali collaboriamo come Banca Etica e società finanziarie specializzate come Coopfond (il fondo di investimento che interviene nel capitale delle società cooperative e che ha una specifica di linea di intervento per supportare la nascita e lo sviluppo delle imprese recuperate). Recentemente importanti imprese manifatturiere della nostra regione come Stile, Fail e Wald ce l’hanno fatta riuscendo in questo modo a salvare un patrimonio di competenze e 100 posti di lavoro che altrimenti sarebbero andati dispersi.

Questo modello rappresenta un esempio di come sia possibile percorrere nuove strade per tornare a crescere. Dopo anni di crisi economica è sempre più forte l’esigenza di individuare nuove politiche industriali sia in Italia che in Umbria. Per diffondere la pratica delle imprese recuperate è necessario che i lavoratori, le organizzazioni sindacali, i professionisti e le istituzioni considerino la costituzione di una cooperativa formata dagli ex-lavoratori la prima opzione da mettere sul campo e non l’ultima strada da percorrere quando tutte le altre vie non possono più essere intraprese.

*Responsabile ufficio economico e finanziario Legacoop Umbria

Industria culturale, l’Umbria deve mobilitare e mettere a frutto le proprie risorse

di Mauro Casavecchia

L’Umbria è la regione italiana con la maggiore diffusione di musei sul territorio: se ne possono contare 175, praticamente uno ogni 5.000 abitanti. Si tratta naturalmente per lo più di piccoli musei locali, mentre è bassa l’incidenza degli istituti statali. La nostra regione non è in grado di vantare enormi poli di attrazione, in grado singolarmente di mobilitare masse ingenti di visitatori. Tuttavia i musei locali evidenziano una solida propensione alla rete, la grande maggioranza di essi aderisce al circuito del Sistema museale dell’Umbria e sono in corso sperimentazioni di biglietto unico per circuiti più ristretti, come quello di Umbria Terre Musei. Se, portando all’estremo questa vocazione all’integrazione, provassimo a immaginare i 175 musei dell’Umbria città-regione alla stregua di un unico grande istituto, questo ipotetico “Museo unico dell’Umbria” con la sua ragguardevole quota di un milione e 666 mila visitatori all’anno non sfigurerebbe nella classifica dei musei d’arte più visitati al mondo (gli Uffizi, al ventesimo posto, hanno 1,9 milioni di visitatori). Insomma, è vero che l’Umbria è una scelta di nicchia, di piccoli numeri, ma non si parte da zero: più una regione policentrica come la nostra riesce a ragionare in termini integrati e non parcellizzati e più si ha la possibilità di consolidare quella massa critica necessaria al salto di qualità nelle politiche di sviluppo.

Ricchezza economica Perché questo è il punto da sottolineare: l’importante dotazione culturale e la vocazione attrattiva faticano a tradursi in valore, in ricchezza economica per gli umbri. È ormai ampiamente riconosciuto il prezioso ruolo che il patrimonio storico, artistico, architettonico, materiale e immateriale riesce a giocare nelle dinamiche della contemporaneità come fattore qualificante di un territorio, in grado di apportare vantaggi alla collettività sia attraverso il consolidamento dei processi identitari, sia per l’innalzamento della qualità della vita delle comunità locali che riesce a produrre in quanto fattore di crescita economica. Tuttavia, abbiamo ormai imparato che i vantaggi competitivi di un territorio non dipendono tanto dalla propria dotazione di risorse, quanto soprattutto dalla capacità che esso dimostra nel mobilitarle e nel metterle a frutto. Come comunità regionale ne abbiamo consapevolezza, è da molto tempo che la valorizzazione della cosiddetta filiera turismo-ambiente-cultura è stata posta al centro delle politiche di programmazione. Ma questo secondo motore dello sviluppo basato sulle risorse territoriali, che dovrebbe affiancare nella spinta alla crescita il ben più vigoroso motore industriale – che peraltro, purtroppo, continua a perdere colpi – tuttora stenta a produrre impatti di grande rilievo.

Il turismo Secondo recenti stime, il sistema produttivo culturale e creativo (tutto il settore legato alle industrie culturali, alle imprese creative, al patrimonio storico artistico, allo spettacolo, agli eventi, alle arti visive) pesa in Umbria per il 5,1% sul totale dell’economia in termini di valore aggiunto (per un ammontare che sfiora il miliardo di euro) e per il 5,6% in termini di occupazione, contando oltre 21.000 addetti in 4.000 imprese. Si tratta certamente di volumi non trascurabili, ma probabilmente ancora lontani dal potenziale, per una regione che voglia davvero qualificare il proprio modello di sviluppo spingendo sulla leva della cultura. Una misura dei potenziali margini di crescita per l’Umbria su questo fronte può essere fornita attraverso una stima della capacità del sistema produttivo culturale e creativo di attivare la spesa turistica. Il canale del turismo è infatti uno dei modi in cui la cultura riesce a generare valore – non l’unico e in certi casi neanche il principale, ma per la nostra regione è sicuramente rilevante. Ebbene, si stima che l’industria culturale abbia attivato l’anno scorso in Umbria una spesa di circa 300 milioni di euro, il 37% del totale della spesa turistica. Una quota rispettabile ma non altissima, se paragonata alle performance di altri territori che puntano sull’arte e sulla cultura (nelle vicine Marche, ad esempio, la spesa turistica attribuibile all’attivazione culturale arriva a toccare il miliardo di euro e rappresenta il 51% del totale).

Tratto da Aur&S 14

«Cinghiali e polemiche, mettiamo da parte gli egoismi e confrontiamoci per trovare soluzioni valide»

di Emanuele Bennati*

La vicenda cinghiali tiene costantemente banco nel mondo venatorio umbro. Anche quest’anno con l’inizio della stagione venatoria sono riemersi i soliti problemi, in particolare la questione delle quote di iscrizione delle squadre. Premesso che fin da subito abbiamo contestato questo regolamento, a partire dall’assegnazione dei settori, dalla caccia in singolo, passando per il pagamento dei danni da parte delle squadre, Arci Caccia – lo ricordiamo a chi ha memoria corta – lo ha ribadito fin dalla sua approvazione che tra l’altro è stata legittimata in assemblea pubblica da circa 1500 cacciatori.

Le criticità erano ben evidenti fin da subito, tanto che già il primo anno la Regione è dovuta correre ai ripari facendo slittare di un anno l’applicazione in alcune parti. Adesso che siamo arrivati al nocciolo della questione si è scatenato l’ennesimo putiferio questa volta contro gli Atc, di fatto sconfessando anche l’operato di alcuni rappresentanti delle associazioni venatorie, in particolare coloro che oggi accusano l’Arci Caccia di essere la protettrice degli Atc e di essere contro i cacciatori. Siamo entrati in un vicolo cieco, perché di fronte alle sentenze del Tar prima e del Consiglio di Stato poi, c’è poco da fare: gli Atc e i rappresentati delle associazioni ne hanno preso atto e hanno applicato i regolamenti emanati dalla Regione.

Una cosa che però non dice nessuno è che dal dicembre 2015 la Regione ha destinato alla gestione della caccia e del territorio a caccia programmata solo il 67% della tassa di concessione regionale a fronte del 100% degli introiti; fondi per altro destinati dalla legge 157/92 alla gestione di fauna e ambiente, compresi i danni da fauna selvatica. Io non ci sto a questo gioco di bassissimo livello, ognuno si prenda le sue responsabilità senza scaricare le colpe sugli Atc, né tanto meno su Arci Caccia. In molti mentono sapendo di mentire, trovando soluzioni alternative o scorciatoie ai problemi, che negli anni in cui hanno ricoperto incarichi di amministratori provinciali e consiglieri regionali hanno contribuito a creare.

Occorre una revisione completala del regolamento 34: sono anni ormai che portiamo avanti questa battaglia ribadendo il concetto che il regolamento deve solo indicare modalità e tempi e luoghi di caccia; per la gestione serve ben altro, come un piano di azione concreto che utilizzi cacciatori come fine e non solo come mezzo di consenso. Con questo scopo abbiamo scritto la bozza di regolamento concordata tra quattro associazioni venatorie e condivisa anche con il comitato delle squadre di caccia al cinghiale: per la bozza inviata in Regione lo scorso anno però non c’è stato ancora un momento di discussione, tanto che i rumors dicono che giace lì in quanto di marcata impronta Arci caccia. Anche il mondo agricolo non è esente da colpe: abbiamo lavorato un intero anno con alcune associazioni agricole – in particolare a un documento sulla gestione dei conflitti faunistici – solo che al momento delle firme si sono defilati.

Si vada verso la filiera delle carni, si pensi a un modello dal quale poter trarre risorse e benefici per tutti, all’interno di un percorso di trasparenza e legalità, anche perché già il regolamento numero 5 del 2010, prevede che i capi abbattuti durante gli interventi di contenimento – quindi quelli al di fuori del periodo venatorio – dovevano essere ceduti a titolo oneroso per costituire il fondo per il risarcimento dei danni; se questo fosse stato fatto quante risorse avremmo in cassa oggi? Anche qui ci sono delle responsabilità che oggi pesano. Mi rivolgo ai cacciatori di cinghiale: non commettiamo più gli stessi errori degli anni passati, sediamoci a un tavolo facendo tutti un passo indietro, mettendo da parte personalismi ed egoismi; serve un confronto franco e sereno per giungere a soluzioni valide, che rispondano alle esigenze del mondo agricolo e del mondo venatorio.

*Presidente Arci caccia Umbria

‘Nocera Umbra rischia di morire’: dimezzata la popolazione. Diminuiscono anche gli stranieri

di Mario Bravi
resp.zona Cgil Foligno/Spoleto/Assisi/Valnerina

Continua e si accentua il drammatico calo degli abitanti nel comune di Nocera Umbra. Secondo i dati ufficiali dell’Amministrazione comunale, in 7 anni (2010-2017) gli abitanti sono passati da 6175 a 5711 a fine 2017. Il calo, pesantissimo è stato di 464 unità pari all’8%. Diminuiscono in maniera consistente anche i residenti stranieri (oggi 627). Solo nel 2017 oltre 100 abitanti di Nocera si sono trasferiti altrove (23 all’estero). Quindi sta ripartendo la fase dell’emigrazione, che aveva caratterizzato questo comune nell’immediato dopoguerra.

Ricordiamo, per chi lo avesse dimenticato, che in questo comune gli abitanti erano 9.981 nel 1931 e 6.334 nel 1971. Di questo passo Nocera Umbra rischia, nell’arco di un secolo, di sparire dalla cartina geografica e di morire. Non è un esagerazione, è l’esame della cruda realtà che lo dice. Stupisce in questo contesto, la reazione del sindaco di Nocera Umbra, che considera il dato che è oggettivamente ‘drammatico’, del tutto normale. E il paradosso del vicesindaco, Virginio Caparvi (neoparlamentare della Lega) che in questo contesto ci parla addirittura di “invasione” imminente o in corso. Ma aldilà della contingenza e della polemica spicciola, che interessa relativamente, vorremmo lanciare l’allarme sul fenomeno crescente dello spopolamento della fascia appenninica, che si accompagna alla diminuzione degli abitanti dell’intera Umbria (quasi 5 mila abitanti in meno solo nel 2017, ci dice l’Istat). E allora va compreso un dato inequivocabile: Nocera Umbra non è un caso a se’ stante. E’ invece la punta dell’iceberg della crisi infinita della nostra regione. Se in una realtà come quella: colpita da 2 terremoti (quello del 1997 e quello della chiusura della Antonio Merloni) si perde quasi il 10% degli abitanti e c’è una vera e propria crisi demografica, deve scattare un campanello d’allarme , che comporta l’esigenza di costruire veramente un progetto, che dia lavoro e prospettive a tutta la fascia appenninica!

Allarme accentuato dal fatto che ragionando su un arco temporale più lungo emerge il dato che a Nocera Umbra la popolazione è dimezzata (infatti erano 9.981 gli abitanti nel 1931 e poco più di 5.600 oggi). E questa tendenza continua nel 2018 di fronte a 30 nati ci sono circa 90 decessi. Va sottolineato il dato che (a molti non farà piacere) che l’esodo è positivamente frenato dalla presenza di cittadini stranieri (l’11% della popolazione locale) e solo grazie a questa presenza è possibile mantenere e far vivere alcuni plessi scolastici. Una cosa che non si può assolutamente fare è ricorrere al “manzoniano” troncare e sopire, e sostanzialmente far finta di nulla. Non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo reagire in fretta e realizzare un progetto che costruisca veramente il futuro. Da questo punto di vista il riconoscimento di area di crisi è importante ma assolutamente non sufficiente. E’ necessario cercare di costruire un progetto che faccia uscire dalla crisi Nocera e tutta la fascia appenninica.

Fontivegge, Ciavaglia (Cgil): «Problemi del quartiere non si risolvono con l’esercito»

di Filippo Ciavaglia*

I problemi di un quartiere complicato come quello di Fontivegge-Bellocchio non si risolvono con l’esercito e con la militarizzazione, ma con interventi sociali e urbanistici seri. L’omicidio che si è consumato la scorsa settimana è un fatto gravissimo che riporta alla luce un fenomeno, quello dello spaccio di droga e della violenza collegata, in realtà mai venuto meno, ma che si è solo ‘spostato’ da una parte (il centro storico) ad un’altra della città.

La risposta che un’amministrazione comunale può e deve dare – dal nostro punto di vista – non può limitarsi ad una richiesta di maggiore controllo militare del territorio, mentre il governo congela gli importanti finanziamenti previsti per la riqualificazione del quartiere. Chiediamo ancora una volta al sindaco e all’amministrazione di aprire un confronto reale sui problemi di questo quartiere, dove peraltro è collocata la sede della nostra Camera del Lavoro provinciale, e più in generale sul futuro di Perugia perché siamo convinti che è solo attraverso la partecipazione che si possono affrontare i gravi problemi che le cittadine e i cittadini vivono sulla propria pelle.

*Segretario generale della Cgil di Perugia

Politiche attive, Cgil critica l’assessore Paparelli. La replica: «Tutto condiviso con forze sociali»

Una nota diretta all’assessore regionale e vicepresidente Fabio Paparelli sulle politiche attive del lavoro. La scrive Giuliana Renelli, segretaria regionale Cgil Umbria.

Sono ormai giorni che l’assessore regionale Paparelli attraverso gli organi di informazione pubblicizza con grande enfasi il programma “UmbriAttiva” per le politiche attive del lavoro, con una messaggio sul quale, però, riteniamo utile fare un po’ di chiarezza. Il 17 luglio scorso, in un incontro in Regione, ci è stato presentato il “Piano stralcio 2018” delle politiche attive del lavoro per l’Umbria, con un finanziamento pari a 41 milioni di euro. Piano da almeno 2 anni, meglio conosciuto come garanzia giovani, pacchetto giovani, pacchetto adulti e bando Cresco. Intervento peraltro anche un po’ contestato, in quanto basato su misure già proposte in passato e che non avevano dato risultati eclatanti. Ma la risposta della Regione alle perplessità sollevate al tavolo è stata che non si potevano fare interventi innovativi e differenti, in quanto il finanziamento era finalizzato a chiudere la copertura delle azioni per il 2018 e rispondere alle tante persone in lista d’attesa che non avevano potuto accedere al Piano per mancanza di fondi.

Dunque, i finanziamenti – peraltro nel frattempo scesi a 35 milioni di euro da quanto leggiamo sulla stampa – non sono nulla di nuovo, ma la necessaria copertura per garantire la prosecuzione di interventi a scorrimento, rivolti prima di tutto a coloro che erano già iscritti ai Cpi (in lista d’attesa ) e che non avevano potuto usufruire di azioni di politiche attive del lavoro per mancanza di fondi. Insomma, anche se con grande enfasi, si cambia sostanzialmente il nome all’esistente. In tema di novità, invece, sarebbe interessante sapere dall’assessore quando avverrà il vero lancio dell’Arpal Umbria, la nuova agenzia regionale per il lavoro. Quando si procederà al nuovo accreditamento delle agenzie formative? Quando si pubblicheranno i bandi per l’acquisizione di singole competenze? Quando partirà la validazione delle stesse e il libretto elettronico del cittadino? Insomma, quando passeremo dalla politica degli annunci a quella dei fatti? L’Umbria ha bisogno di scelte coraggiose in materia di lavoro, anche al costo di scontentare qualcuno.

Nel corso della giornata Paparelli ha replicato così a Renelli: «Il programma Umbriattiva è stato condiviso all’unanimità a luglio scorso, dopo un ampio processo partecipativo, da Regione Umbria, Parti sociali e Organizzazioni sindacali, che in più occasioni hanno espresso apprezzamento e soddisfazione per il provvedimento e il confronto di merito da cui ha preso spunto. Si precisa che sono state attivate e saranno attivate misure di politiche attive per il lavoro per 32 milioni di euro a cui si aggiungeranno ulteriori risorse per almeno altri 10 milioni di euro per nuovi avvisi di futura emanazione che saranno anche essi oggetto di confronto con il sindacato e le parti sociali. Sorprendono e quindi le parole inesatte, non veritiere e prive di fondamento di Giuliana Renelli diffuse a mezzo stampa dopo che lei stessa ha condiviso il programma a nome della sua organizzazione sindacale. Non consentiremo dunque che le pur legittime posizioni personali, probabilmente frutto di dinamiche di natura congressuale, possano mettere in cattiva luce un programma di politiche attive del lavoro che con le misure rivolte direttamente ai giovani, agli adulti ed ai disoccupati e che, a soli tre giorni dalla sua attivazione, ha già raccolto già 1442 adesioni in tutta l’Umbria. Con Umbriattiva si punta a dare risposte concrete alle criticità del mercato del lavoro sostenendo la buona occupazione anche attraverso misure specifiche che intendono affrontare tematiche rispetto a quelle previste nelle misure in essere e che hanno a che fare che fare con i temi del reimpiego dei lavoratori coinvolti in crisi aziendali o occupazionali, da una parte, e, dall’altra, il sostegno alle imprese che sviluppano incrementi occupazionali».

L’ultima Mezzanotte Bianca? Fabrizio Croce: «Problematiche difficili da superare. Serve sinergia»

Fabrizio “Fofo” Croce, notissimo operatore culturale perugino, avvia una riflessione sugli eventi pubblici prendendo spunto dalla sua esperienza di vita organizzativa più recente (la ‘Mezzanotte bianca’ e ‘Perugia is open’) e da una serie di problematiche che stanno diventando sempre più di difficile superamento per chi organizza eventi e iniziative culturali. Pubblichiamo integralmente la sua testimonianza/spunto.

di Fabrizio Croce

Scoccata l’ora dell’ultima Mezzanotte Bianca, da organizzatore ritengo utile tracciare un bilancio su questi sei intensi anni di eventi diffusi nel centro di Perugia, e chiedermi che cosa avverrà nel prossimo futuro. Non mi attribuisco, certo, la paternità del “format”, né per il nome, che fu una intuizione di Roberto Biselli a suggerirmi, né per i contenuti, perché le “notti bianche” nacquero prima e si trattava solo di porre un limite agli eccessi orari e lo stesso Sergio Piazzoli si cimentò spesso nel suo percorso con manifestazioni di strada.

Storia Questa formula nacque nel 2012 su impulso di commercianti e residenti del “Borgo bello” alle prese con problemi di spopolamento, impoverimento culturale, imbarbarimento della realtà con cui convivevano. La declinazione data al format fu da subito quella di creare le condizioni perchè tutte le discipline artistiche scendessero simbolicamente in strada per riappropriarsi degli spazi e dialogare tra loro e con la gente. L’obiettivo era quello di innescare un corto circuito gioioso tra le forze e le energie vive del territorio nel segno della cultura, dell’intrattenimento e della riflessione, generando anche un indotto più o meno diretto per tutte le attività commerciali ed artigianali presenti nell’area interessata e senza pesare sul pubblico. Anche quando questo meccanismo virtuoso ha dato vita nel tempo ad un progetto associativo stabile, il “Distretto del sale” poi confluito per affinità nella già strutturata Associazione Borgobello, la manifestazione ha mantenuto una funzione di stimolo e di luogo virtuale di relazioni, intercettando le urgenze di un’area periferica del centro storico di fatto emarginata dall’acropoli, ma ricca di risorse sotterranee.

Rivincita sociale L’esplosione di questa nuova forma diffusa di socialità ha contribuito a tratteggiare i colori di una rivincita sociale, quella di un quartiere che oggi è modello anche altrove da Perugia, con un tasso di residenzialità e di imprenditorialità che hanno registrato una crescita in contro-tendenza rispetto ai dati generali della città. L’evento ha scandito a modo suo i tempi di una ritrovata qualità della vita, anche a costo di qualche lamentela e di compromessi all’idea tradizionale di quiete pubblica, che nel 21° secolo dovrebbe aggiornarsi ed accettare “forme di vita” nel quartiere come presidio sociale alternativo alla telecamera ed alla ronda.

Volontario-impresario Grazie a questa intraprendenza spontanea ed un po’ anarchica, per mia fortuna apprezzata da molti, nel 2014 il Consorzio che rappresenta gli operatori economici del centro storico mi ha dato l’incarico di strutturare una serie di eventi in grado di spostare i riflettori dai tradizionali assi commerciali e di adeguare ai tempi il “prodotto” centro storico, contribuendo a costruire una idea di città (più) aperta: “Perugia is open”, recita non a caso lo slogan. Così mi sono trovato proiettato dal ruolo di “volontario” a quello di “impresario” ed ho provato a lavorare in equilibrio tra la passione e l’incoscienza proprie del primo ruolo e la razionalità imposta dal secondo.

Riflessione Oggi, chiusa la stagione con un bilancio positivo al netto di qualche temporale ed avendo alle spalle ben sei estati ricche di eventi (circa 80 con oltre 400 artisti coinvolti) vorrei approfittare della pausa aprendo una riflessione che condivido con mezzi di informazione, istituzioni, cittadinanza e mondo economico. Non riesco, sinceramente, ad immaginare un risorgimento dei centri storici senza una sinergia più profonda e collaborativa nel promuovere eventi diffusi, secondo un modello di più stretta collaborazione e di più corretta suddivisione di responsabilità tra i cittadini, “volontari della cultura”, gli operatori economici, “contribuenti della cultura” anche loro malgrado, e le istituzioni, in quanto amministratori della vita sociale e culturale della comunità. Oggi, infatti, gli oneri organizzativi di tali manifestazioni, non sono più sostenibili solo da chi opera nel campo della promozione sociale e della cooperazione tra operatori, senza altri contributi.

Rigidità burocratiche Il primo problema è che il “generalismo” delle norme che regolano l’uso del suolo pubblico, la pubblica sicurezza e la materia del pubblico spettacolo determina rigidità burocratiche che azzerano le differenze sostanziali tra attività a fine di lucro e di promozione del territorio, tra uso dello spazio per fini privati (commercio su strada, ad esempio) e la sua restituzione ad uso pubblico. La diabolica macchina burocratica lasciata libera di agire dall’incuria della politica affronta ogni volenterosa azione culturale con il pilota automatico, finendo per trattarla come una sovversiva macchinazione da combattere con gli strumenti di cui dispone: il pubblico ufficiale decide in luogo dell’amministratore.

Operatori economici Il secondo problema è che non tutti gli operatori economici del territorio si sentono parte in causa di questo processo, ognuno nel suo piccolo dando un contributo al mantenimento della qualità della vita. Oggi, infatti, se guardiamo alle aree tradizionalmente privilegiate, come le principali vie del commercio, ci sono in prevalenza grandi marchi, spesso sostenuti da capitali non autoctoni e da ragioni sociali meno nobili delle attività pre-esistenti (mutande in luogo di ceramiche, ad esempio), che operano totalmente avulsi dal contesto che le circonda secondo un clichè che pare esimerle dal sentirsi “cittadine” e “co-inquiline”. Allontanandoci dalle vie principali troviamo spesso attività sorte dove prima c’erano “macerie”, operatori che si sono assunti un rischio, ma che comunque hanno beneficiato di un rinnovato equilibrio sociale (residenza, servizi, volontariato diffuso, ecc.) e proprio per questo dovrebbero contribuire a mantenerlo. La forza indiscutibile dei centri commerciali moderni, rispetto a quelli storici, sta nella adesione incondizionata di tutte le sue componenti ad un “contratto”: per stare dentro devi rispettare delle regole di ingaggio e compartecipare a tutti gli oneri (orari, decoro, servizi comuni, organizzazione eventi, ecc.). Secondo me nessuna attività economica può alla lunga fare a meno di una costante presenza di animazione, dunque anche di attività sociali, nelle vie su cui si affacciano le sue vetrine, e dovrebbe anteporre il senso della partecipazione (anche solo tenendo alta la serranda) a mere questioni di cassa. Tanto più che la amministrazione cittadina oggi non è in grado di adempiere da sola a questo ruolo.

Mediazione Occorrerebbe allora una vera mediazione tra le istituzioni, le associazioni e le rappresentanze di residenti e operatori: ovvero una sinergia che dovrebbe vedere la politica supportare il privato, alleggerendolo in tutto o in parte del peso burocratico di queste “iniezioni di vita”, ripristinando una autorità centrale per il centro storico che lo affianchi a districarsi nel labirinto normativo, facendosi sentire nelle appropriate sedi nazionali (ANCI?) per esercitare una pressione forte sulla SIAE al fine ridurre i livelli tariffari per le manifestazioni gratuite all’aperto, che oggi sono onestamente ingiustificati e penalizzanti.

È scoccata la mezzanotte? Invece la realtà ci mette spesso di fronte a disfunzioni interne agli enti stessi per mancanza di dialogo, ad uno scontro di visioni tra enti e soggetti privati, a frammentazione dei ruoli tra associazioni e sigle rappresentative, pur quando operanti in uno stesso territorio o in difesa di interessi comuni. Chi, come me, si muove nel mezzo spesso ha subito in questi anni la frustrazione di essere considerato dai privati come il “piazzista” che vende un prodotto e dal pubblico come una specie infestante. Se non si metteranno in campo maggiore coraggio, onestà intellettuale e senso di responsabilità da parte di tutti i soggetti chiamati in causa, davvero, come nella favola, sarà scoccata la mezzanotte per questo tipo di iniziative, che hanno solo i numeri dalla loro parte, e la città tutta avrà perso l’opportunità di accrescere e valorizzare in questo modo il suo “capitale culturale”.

Ex tabacchificio di Ponte Valleceppi, residenti al sindaco: «Degrado totale, fare qualcosa»

Riceviamo e pubblichiamo la lettera indirizzata dai residenti al sindaco di Perugia Romizi, al responsabile della protezione civile Vincenzo Piro e al comando di polizia municipale sulla bonifica dell’area Ex Tabacchificio di Ponte Valleceppi

Buongiorno,

sono a farle presente che l’area dell’ Ex Tabacchificio sito in Ponte Valleceppi Perugia

E’ IN DEGRADO TOTALE.

Le piante e le erbacce stanno invadendo la zona pedonale (sono uscite dalla recinzione) di Via Arno e Via Gramsci, che il muro perimetrale in via Gramsci è pericolante, una parte è già crollato colpendo auto che vi erano parcheggiate vicino.

All’interno della stessa proprietà c’è incuria, erba alta dove hanno fatto la loro casa serpi e topi.

Chiediamo che l’intera area venga bonificata e rese agibili e messe in sicurezza le zone pedonali e l’intera area.

E’ una indecenza che un intera comunità debba subire da anni una “copertina” come questa area trascurata e lasciata a se stessa, gli abitanti non meritano questo degrado e questo scempio.

La richiesta è fatta a nome di tutti gli abitanti di via Gramsci io ne sono la portavoce.

Restiamo in attesa di un suo riscontro e relativo sollecito intervento.

Una cittadina del quartiere

«Telfer di Terni: dopo rimozione venga recuperata e collocata in un parco»

di Simone Monotti*

Una città come Terni ha nell’anima la sua natura prettamente industriale. Non a caso proprio la categoria degli Ingegneri, da più di un secolo, da un contributo attivo al suo sviluppo nei tre settori in cui si articola: Civile ed Ambientale, Industriale, dell’Informazione.

TUTTO SULLA TELFER

Oggi molti reperti o componenti della grande industria sono considerabili come vera e propria archeologia industriale e come tali debbono essere valorizzati e tutelati, rappresentando un pezzo della nostra storia ed identità culturale. In città ne abbiamo esempi eccellenti a cominciare dalla pressa di fronte alla stazione, al cui salvataggio diede un contributo decisivo il nostro compianto Gino Papuli, fondatore della rivista Ingenium. A ben vedere comunque ci sono tanti altri esempi come la turbina idroelettrica di fronte all’Istituto Tecnico Industriale.

Oggi, con la questione Telfer, questo tema è tornato decisamente di stringente attualità. Riteniamo fondamentale la salvaguardia di tutto ciò che è meritevole di rappresentare la nostra tradizione, che è stata negli anni contemporaneamente anche “innovazione” di decennio in decennio. Fermo restando tutto ciò è evidente però come si debba sempre e comunque dare la precedenza alla sicurezza ed alla incolumità pubblica.

Nel caso specifico della Telfer si tratta di un’opera ormai entrata nel paesaggio della zona, ed in questo senso è un elemento ormai “nostro”, anche se nel dettaglio rappresenta una tipologia costruttiva industriale abbastanza ricorrente e standardizzata (travatura reticolare in acciaio). Il suo compito era permettere il passaggio di condutture impiantistiche, consentendo anche il transito pedonale esclusivamente per le operazioni di monitoraggio e manutenzione.

Verifiche alla mano emergerebbe che il suo stato attuale sia decisamente problematico, con zone ove gli spessori del metallo, a causa dell’ossidazione, si è ridotto fino ad oltre il circa il 70%; è come se un elemento di acciaio spesso 13 mm si riducesse a meno di 4 mm. Riteniamo pertanto che, stando così le cose, la soluzione della rimozione divenga la più auspicabile.

Tecnicamente tutto è possibile, quindi anche una sua messa in sicurezza in loco, ma è chiaro che ciò comporterebbe costi faraonici e tempi molto lunghi di disagio alla viabilità. Molto più rapida e meno costosa invece la soluzione della rimozione. Pur nella sua ordinarietà come elemento tecnico, se ritenuta di interesse storico, la struttura potrebbe poi essere oggetto di manutenzione e sistemata, quale reperto, in un parco od una zona della città, magari proprio nell’area di Papigno una volta riqualificata infuturo.

In tal modo si limiterebbero anche i costi di trasporto visto che gli ampi spazi degli “ex studios” potrebbero ben accoglierne sia il deposito che le eventuali lavorazioni e la successiva esposizione. Le presenti considerazioni, naturalmente, intendono coadiuvare l’inquadramento generale della problematica, i cui aspetti di dettaglio sono ovviamente demandati alle autorità competenti.

*presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Terni