giovedì 16 agosto - Aggiornato alle 13:24

«San Benedetto a Norcia, basilica non sarà identica ma chi la progetta ne preservi l’anima»

di Diego Zurli*

«Devo dare ai viennesi una notizia ferale: la vecchia Vienna un giorno era nuova» (Karl Kraus)

Non ci sono parole più appropriate di quelle pronunciate con feroce ironia dal grande intellettuale del secolo scorso, per commentare alcune singolari prese di posizione in merito alla futura ricostruzione della Basilica di San Benedetto di Norcia. Senza sollevare altre polemiche, non si può tuttavia sottacere come, da parte di taluni osservatori appartenenti alla nutrita categoria degli ‘architetti da tastiera’, si lancino messaggi apocalittici e inquietanti, presagi circa il presumibile esito del concorso europeo per la ricostruzione di quello che, probabilmente, diventerà l’edificio simbolo del sisma del 2016 (come lo fu la basilica di San Francesco di Assisi per quello del 1997). Ho infatti l’onore e il piacere di rappresentare la Regione Umbria, assieme ai colleghi Moretti e Battoni, nell’ambito della commissione appositamente istituita per tracciare le linee guida che ispireranno il concorso, alla quale, assieme all’autorevolissimo professore Antonio Paolucci che la presiede, partecipano altre personalità del mondo dell’architettura oltre che della tutela del patrimonio monumentale. Non sono in grado di anticipare (e mi guarderei bene dal farlo) le risultanze di un lavoro che è solo agli inizi e che, per varie ragioni, si presenta abbastanza difficile. Intendo solo proporre alcune personali riflessioni su un tema che ritengo essenziale per inquadrare sul piano astrattamente teorico la questione della ricostruzione di un bene monumentale in un dato contesto storico.

VIDEO: RESIDENTI, NO ALLA VETRATA

Molte delle prese di posizione che ho avuto modo di leggere, si possono in gran parte annoverare a pieno titolo nella linea di pensiero sintetizzabile nello slogan ‘com’era’ laddove, relativamente al ‘dov’era’, non sussiste per ovvie ragioni la materia del contendere in quanto nessuno si sognerebbe mai di spostare la chiesa dal luogo in cui è sempre stata. Questo modo abbastanza ricorrente di rappresentare in termini semplicistici e riduttivi un problema di straordinaria complessità, come non ha mancato di sottolineare Antonio Paolucci spiegando le notevoli differenze con il ben più noto precedente della Basilica di San Francesco ad Assisi, nasconde in realtà aspetti piuttosto insidiosi. Come nel caso della Basilica papale di Santa Maria degli Angeli, ad Assisi, concepita con lo scopo di contenere le cappelle della Porziuncola e del Transito, anche la chiesa di Norcia venne edificata con l’intento di custodire quella che, secondo la tradizione, è stata la casa natale dei santi gemelli Benedetto e Scolastica. La chiesa di San Benedetto, come tutti sanno, è un edificio ricostruito più volte per effetto dei numerosi terremoti che l’ hanno colpita nel corso della sua storia. In tempi recenti, prima degli eventi del 2016, fu infatti danneggiata nel 1979 e successivamente gravemente lesionata nel 1997 prima di essere riaperta, dopo la sua ricostruzione, in occasione del giubileo del 2000. Anche in tempi meno recenti, fu interessata dal terremoto che distrusse la città nel 1859; alcune rarissime foto dell’epoca, mostrano i resti della facciata sensibilmente diversa da quella attuale e la sua successiva ricostruzione che la stravolse del tutto con l’abbassamento di oltre un metro del coronamento sistemato a gradini. In quella tragica circostanza, lo stesso Portico delle Misure, gravemente danneggiato, fu inizialmente demolito per intero e poi ricostruito ex novo. Si potrebbe continuare con le trasformazioni subite da altre parti del monumento, come ad esempio il campanile, ma quelle sommariamente descritte bastano e avanzano per poter sostenere, senza timore di essere smentiti, che l’edificio ha subito pesanti rimaneggiamenti nel corso di tutta la sua travagliata storia, a partire dal nucleo originale trecentesco di cui si conservano pochissimi elementi tra cui la cripta e qualche frammento della navata gotica.

RESIDENTI: NO A BASILICA ULTRAMODERNA

Una siffatta descrizione, dalla quale si evincono le rilevanti trasformazioni subite in tempi recenti, non deve tuttavia trarre in inganno circa l’importanza e il valore identitario e culturale del bene. Per questo motivo, anteporre ‘l’istanza estetica’, a quella ‘storica’ sulla scorta dei noti principi della Teoria del restauro di Cesare Brandi la quale non esclude la possibilità che ogni epoca lasci consapevolmente il segno del proprio passaggio, può risultare pregiudizievole e fuorviante ai fini di una corretta lettura del monumento; quest’ultima istanza, come ha chiarito il grande storico dell’arte, ‘non si arresta alla prima storicità che si fondava all’atto della formulazione dell’opera’ ma si protrae nel tempo fino al momento in cui l’opera d’arte viene riconosciuta come tale. Osservare un opportuno dosaggio delle due componenti, mantenendone l’unità senza commettere un falso artistico o un falso storico è, in estrema sintesi, uno dei principali criteri ispiratori di ogni progetto di restauro. Ed allora, se ci poniamo la domanda del ‘com’era’, non possiamo non convenire sul fatto che, nel corso del tempo, la Basilica di San Benedetto è stata di volta in volta qualche cosa di diverso poiché, ad ogni ricostruzione, e in base alle mutevoli oscillazioni del gusto, la chiesa ha subito cambiamenti anche assai rilevanti che ne hanno modificato i caratteri e la consistenza, fino a quella a noi giunta al momento del crollo.

C’è anche un secondo aspetto non meno importante da sottolineare che ho colto nelle stesse parole dei cittadini in occasione della consultazione pubblica: il timore di vedersi restituire una chiesa che non sia più percepita come la propria chiesa al termine della ricostruzione. Tale preoccupazione è indubbiamente legittima ma, in tutta franchezza, occorre ammettere fin d’ora che la basilica di San Benedetto non sarà mai più esattamente quella di una volta. Chi sostiene una tesi diversa, inganna le persone perché sa bene che nessun fedele processo di ricostruzione per anastilosi, per quanto accurato e sapiente, sarà purtroppo in grado di riportare la chiesa alla sua originale consistenza senza commettere un falso storico. Nutro da sempre, peraltro, una forte diffidenza nei confronti di quanti, in casi come questo, pretendono di avanzare soluzioni semplici a problemi molto complessi. Soprattutto, laddove si lascia intravedere, ad esempio, che l’impiego di massicce dosi di tecnologia digitale (nell’epoca della massima ‘riproducibilità tecnica dell’opera d’arte’ secondo la straordinaria intuizione Walter Benjamin), possa risolvere da solo le delicatissime questioni teoriche e pratiche che un’operazione di ricostruzione-restauro di un opera di grande valore simbolico e identitario porta con sé e su cui, inevitabilmente, si appunteranno gli sguardi del mondo. La nostalgia del passato, il rifiuto di ogni intervento o azione che non sia la proposizione di soluzioni banali o rassicuranti non è, a mio parere, l’approccio corretto: l’obiettivo ambizioso cui tendere e che dovrà ispirare la ricostruzione del bene non è quello di riavere la chiesa ‘com’era’ ma di averne una decisamente migliore.

Ho ascoltato con molta attenzione l’intervento appassionato di una signora, in occasione della consultazione pubblica svoltasi in piazza il giorno della seduta di insediamento della commissione di cui faccio parte. Le sue parole, hanno posto con forza almeno tre importanti questioni che ritengo di poter condividere: la prima, è che il concorso internazionale non può essere l’occasione per qualche archistar per mettersi in mostra agli occhi del mondo. E’ un rischio che non mi sento di escludere del tutto ma che ritengo molto improbabile laddove i criteri del bando indichino con chiarezza i gradi di libertà e di vincolo che debbano ispirare la progettazione. La seconda, è quella di riavere una chiesa il più possibile sicura nei confronti dei terremoti; su questo posso confermare l’impegno di tutti e la determinazione con la quale, fin dal primo momento, i rappresentanti delle istituzioni, il mondo della ricerca nel campo dell’ingegneria e delle professioni e gli stessi Commissari Straordinari che si sono succeduti, hanno inteso ribadire con forza e all’unisono, la necessità di improntare la ricostruzione del patrimonio storico e monumentale all’insegna della massima riduzione della vulnerabilità sismica; sapendo che, probabilmente, non sarà mai possibile raggiungere un rischio pari a zero, in una zona ad altissima pericolosità come quella appenninica. Nessuno di noi, peraltro, farebbe una bella figura se, in occasione del prossimo terremoto che prima o poi colpirà ancora, come purtroppo è avvenuto questa volta, tutte le chiese di Norcia finissero di nuovo in mille pezzi. Non possiamo proprio lasciare che ciò accada, sapendo che oggi disponiamo di tecnologie, nuovi materiali da costruzione, criteri di calcolo strutturale in grado di rendere di gran lunga più performanti, dal punto di vista del comportamento sismico, edifici tipologicamente assai vulnerabili. La terza, a mio parere la più importante, è quella di un edificio che non stravolga l’equilibrio storicamente consolidato di piazza San Benedetto, perché – come qualcuno ha perentoriamente affermato – ‘la piazza di Norcia è questa e non un’altra piazza’. Un edificio che comprometta, alterandone l’assetto, i rapporti plano-volumetrici dello spazio urbano sarebbe anche dal mio punto di vista difficilmente accettabile.

Queste poche ma significative indicazioni, possono costituire una prima utile base di riflessione per il futuro lavoro della commissione che, presumibilmente, ne terrà senz’altro conto. Ciò che non mi sento di condividere e che non trovo giustificabile nelle parole che ho sentito pronunciare, è il rifiuto e la paura del nuovo inculcata a dosi massicce sulla scorta di esempi palesemente fuorvianti per mezzo della funzione cinicamente nefasta dei social network i quali, come ormai tutti riconoscono, sono capaci di esaltare nelle persone istinti irrazionali e comportamenti emozionali. La paura – occorre ammetterlo – è purtroppo uno dei tratti distintivi del nostro tempo. L’incertezza del futuro, l’angoscia esistenziale che contraddistingue i tempi che stiamo vivendo porta infatti con sé conseguenze preoccupanti e potenzialmente pregiudizievoli. Ciò che vale per la vita delle persone, vale anche per l’Architettura la quale non può in alcun modo ripiegare su soluzioni banali e rassicuranti negando sé stessa e i propri fondamenti disciplinari, se e in quanto opera d’arte frutto dall’ingegno umano. È questo, a mio giudizio, il corretto significato e il giusto valore da attribuire alle parole del Vescovo Renato Boccardo il quale non credo proprio avesse in mente (né mi pare abbia mai proposto) una banale soluzione ‘in acciaio e vetro’ quando ha avanzato, per la prima volta, la coraggiosa proposta di un concorso internazionale.

Ma quale può essere il corretto approccio metodologico con cui può essere affrontata un’operazione di indubbia complessità come questa. Le relazioni tra le arti, come ad esempio tra musica e architettura, sono state ampiamente esplorate: il ritmo, la proporzione, l’armonia, sono concetti che trovano applicazione sia in campo architettonico che in quello musicale. Ricorrendo ad un esempio tratto da quest’ultima forma di espressione artistica, esistono casi di partiture scritte a più mani o completate da altri compositori ove siano giunte in modo incompleto o frammentario. Intervenire su un’opera già scritta, come è accaduto ad esempio alla celeberrima ‘Quadri da un’esposizione’ composta da Musorgskij (ma modificata da Rimskij-Korsakov ed orchestrata da Maurice Ravel), presuppone un’ attenzione e una sensibilità differente da quella richiesta ad un musicista che si accinga a comporre, partendo da un foglio bianco, una nuova opera. Aggiungere una pagina ad una partitura incompleta, o rielaborarne un adattamento per orchestra, presuppone il sostanziale rispetto della partitura originaria senza che ciò debba costituire impedimento all’artista nell’esprimere responsabilmente la propria vena creativa. Ciò equivale – se il paragone non suoni troppo ardito – a reintegrare l’opera di architettura danneggiata nel contesto originario, partendo dai frammenti rimasti, costituendo la stessa il palinsesto su cui aggiungere una nuova pagina, come più e più volte è accaduto nella sua storia, senza per questo dover rinunciare ad esprimere i valori e i significati del tempo presente attraverso la proposizione di soluzioni sciatte o rassicuranti.

L’originalità ad ogni costo – occorre ammetterlo – ha costituito da sempre un forte richiamo per l’esercizio del mestiere di architetto. Resistere alle sirene dell’ostentazione, dell’esuberanza del gesto liberato da ogni regola o vincolo suggerito dal contesto è, a mio modo di vedere, una delle virtù più rare ed apprezzabili per quanti si trovino ad operare all’interno di luoghi così densi di storia e di memoria. Ci sono stati grandi architetti, come Carlo Scarpa, che hanno fatto della poetica del frammento, della cura del particolare e della accettazione della ‘discontinuità del contesto storico’ la cifra della propria visione della disciplina. Altri che hanno proposto concezioni in tutto o in parte simili ove l’originalità del linguaggio è intesa, alla lettera, come costante ricerca del rapporto con l’origine attraverso un dialogo continuo e fecondo con la tradizione. Solo una concezione assai superficiale e lacunosa dell’architettura può travisare una siffatta visione scambiandola con la rinuncia all’espressione della creatività, negando il diritto alla contemporaneità.

Questo, in estrema sintesi, è il mio personalissimo punto di vista. È difficile prevedere quali saranno gli esiti finali del percorso che si è appena avviato. Mi piace, tuttavia immaginare che, come ha auspicato il priore del monastero, padre Benedetto, la ricostruzione della chiesa debba avvenire facendo sì che l’attenzione e l’interesse della comunità e del mondo, prima ancora che verso le soluzioni architettoniche, siano rivolte soprattutto su ciò che dovrà continuare ad accadere all’interno delle sue mura. Non interessa granché – ha aggiunto Benedetto – fra quanto tempo sarà possibile tagliare il nastro, auspicando che lo stesso possa risultare il più breve possibile: ciò che interessa e nel contempo preoccupa molto di più è il rischio di trovarsi tra le mani tra qualche anno un edificio vuoto e senz’anima. Soprattutto, grazie all’opera instancabile dei suoi dimoranti, facendo sì che le genti di ogni angolo della terra, possano continuare a ritrovarsi e riconoscersi in un luogo così carico di significati e valori. Non c’è modo più saggio ed efficace per accantonare al più presto un’inutile polemica affinché, anche grazie alla futura ricostruzione della sua basilica, lo straordinario ed attualissimo messaggio del fondatore della ‘Sancta Regula’ possa continuare ad essere perpetuato nei secoli sedimentando, in ogni parte del mondo, i valori spirituali e temporali che hanno dato luogo alla nascita della nostra civiltà e della stessa identità europea ed occidentale.

*Dirigente Regione Umbria

Bando periferie, Verini: «Superiamo le polemiche e ridiamo i soldi ai Comuni»

PERIFERIE: OLTRE LE POLEMICHE, CANCELLIAMO IL PASTICCIO E RIDIAMO LE RISORSE A CITTADINI E COMUNI

di Walter Verini*

I progetti legati al “bando periferie” non possono, non debbono essere cancellati. Perché sono importanti per tanti luoghi di tanti comuni: pensiamo in Umbria al progetto Fontivegge a Perugia e ai tanti progetti che riguardano la città di Terni. Ma anche tante altre realtà. Perché questi stessi comuni hanno messo a bilancio queste risorse. Perché hanno bandito o avviato le procedure di gara. Completato o avviato le progettazioni. Perché questi progetti potranno migliorare la vita dei cittadini e, insieme, rappresentare importanti occasioni di lavoro per le imprese, l’artigianato, il commercio, le libere professioni, il lavoro dipendente.

Eppure il milleproroghe presentato dal Governo gialloverde e votato dal Senato ha dato un colpo inaccettabile a questi progetti. Gravemente sbagliato anche dal punto di vista della cultura urbana e di quel “rammendo” delle periferie di cui c’è estremo bisogno. Anche il Pd, al Senato, ha votato l’emendamento. I nostri senatori hanno spiegato i motivi di questo voto: hanno sbagliato perché non era chiaro dove si sarebbero presi quei soldi in più dati ai comuni (cioè dai progetti delle periferie). Per questo il Presidente Anci ha parlato di “furto con destrezza”. Ma va detto, per dare a Cesare quello che è di Cesare sulla bilancia delle responsabilità, che l’emendamento è stato presentato dal Governo, sostenuto dall’ampia maggioranza Lega-5 Stelle e che il voto del Pd – sbagliato – è stato ininfluente. Se i nostri senatori avessero votato contro, l’emendamento sarebbe passato, come è accaduto del resto nel voto finale per l’intero decreto milleproroghe, su cui il Pd ha votato contro anche perché contiene a nostro giudizio tante misure sbagliate a partire da quella, pericolosa, sui vaccini.

Ma credo che alle polemiche debbano fare seguito atti concreti per riparare al danno e impedire lo scippo di risorse ai comuni e ai loro progetti. Lo chiedono in giro per l’Italia, a gran voce, tutti i sindaci, di sinistra, di destra, pentastellati, civici. In Umbria, con noi democratici, con la Presidente PD della Regione, lo chiedono giustamente i sindaci di centrodestra di Terni e Perugia. Quando il milleproroghe, a settembre, approderà alla Camera, noi del Pd ( lo abbiamo già annunciato) combatteremo in generale il decreto e in particolare ci impegneremo per cancellare questo emendamento e ridare il “maltolto” ai Comuni.

Al di là delle polemiche, dunque, al di là delle dichiarazioni roboanti o delle diffuse ordalie da social, ci aspettiamo che i parlamentari leghisti e di 5 Stelle votino con noi la cancellazione di questo emendamento, decidendo di stare davvero dalla parte dei cittadini e dei comuni, dicendo con lealtà e coerenza anche al loro Governo un chiaro No a questo brutto pasticcio.

*Deputato Pd

Umbria jazz, non solo promozione turistica ma anche un’idea per la crescita di una comunità

di Giovanni Tarpani e Virgilio Ambroglini*

Umbria Jazz 2018 si è chiusa con un successo di pubblico e di critica. Direbbero i cronisti. Chi cronista non è, nota altri fattori che danno una luce differente ad un festival che è parte dell’identità generale dell’Umbria e in particolare di Perugia e di Orvieto. Senza ripercorrere una vicenda che oramai è diventata a pieno titolo leggenda, in virtù dell’essere storia collettiva di diverse generazioni, non è male ripetere l’assunto iniziale che ha generato Umbria Jazz. Mettere nelle piazze storiche dell’Umbria un evento con caratteristiche internazionali per il genere artistico che proponeva. L’intento è sempre stato quello di promuovere una terra non soltanto per scopi turistici, ma anche di offrire un’idea per la crescita della sua comunità in una chiave aperta a culture molto caratterizzate da valori universali. Da quella base di partenza, che fu rimodulata e resa attuale negli anni ottanta, non senza conflitti, sacrifici e successi, si è arrivati oggi in un ambiente profondamente mutato.

Le ragioni del punto di arrivo attuale sono varie ma chi ha vissuto stagioni temporalmente differenti sa perfettamente che oggi manca una visione e una guida sulla gestione delle attività culturali in generale. Il passaggio positivo avvenne negli anni ottanta, dopo la fase di avvio degli anni settanta caratterizzati da luci e ombre. La strutturazione della manifestazione come un’esperienza innovativa dell’industria culturale italiana, la sua organizzazione e la capacità di stare sul mercato delle sponsorizzazioni private, erano il derivato di scelte istituzionali che univano il senso dello spettacolo, lo spessore culturale di carattere internazionale con politiche che davano alla comunità umbra il senso di un’utilità generale di Umbria Jazz. Oggi questa mancanza di visione non può essere scambiata con un pass da esibire al collo dieci giorni l’anno a dei ragazzi in parte remunerati, o con il numero di biglietti venduti. Soprattutto alla presenza di un forte contributo dallo Stato, arrivato inspiegabilmente solo ora, che impone di virare verso una qualificazione delle proposte artistiche e produzione culturale.

TUTTO SU UMBRIA JAZZ 2018

Senza scadere nel qualunquismo oggi di moda, né nelle semplificazioni da bar, è un fatto oggettivo che l’interesse del sistema politico attuale si concentra su un uso elettoralistico della politica culturale scadendo a volte solo ed esclusivamente sul biglietto omaggio. Fenomeno quest’ultimo non certo locale ma di carattere nazionale di cui i Festival in genere sono più vittime di carnefici. La cultura come struttura del potere e come mera gestione delle relazioni con la comunità è difficile da concepire, lo è tanto più in assenza di una visione che metta insieme le esigenze del mercato con quella dello spessore artistico per “costruire” un pubblico e non fornire dei clienti. Nascono così gli infortuni come quello del concerto dei Chainsmokers, davanti al quale ha giganteggiato la figura di Carlo Pagnotta che ha pubblicamente rivolto le scuse al pubblico per un episodio che chiaramente lo coinvolge molto marginalmente.

Per il mondo della cultura, Umbria Jazz non è solo un festival, ha rappresentato sempre un terreno di crescita di associazioni, di tante persone, che hanno saputo poi misurarsi con il mondo uscendo da una scuola fatta di esperienze e di orizzonti internazionali. Parrebbe che oggi questo sia sacrificato in nome della fabbricazione di una rete di relazioni orientate alla sola gestione del piccolo potere individuale. Non si spiegherebbe altrimenti quest’ossessione feticistica, non solo della stampa locale, sulla successione a Carlo Pagnotta di cui la destra è ossessivamente preda da un po’ di tempo. Purtroppo se il modello è Fabrizio Corona e Lele Mora in Piazza a Todi, i Chainsmokers con i loro fuochi di artificio, per non parlare di edizioni primaverili di cui nessuno serba memoria il giorno stesso della inaugurazione, occorre dire solo e forte, lunga vita a Carlo Pagnotta.

*Anima civica

Perché tante auto si ribaltano? L’esperto: «Telefoni, velocità e impreparazione alla guida»

di Ivano Porfiri

Giovedì mattina un’auto si è ribaltata tra Petrignano d’Assisi e Bastia. Pochi giorni fa una Panda guidata da un 33enne è finita a testa in giù a Casamorcia e una Audi si è ritrovata su una fiancata a San Martino in Campo. Ma l’elenco, a voler continuare, sarebbe lunghissimo. Non esistono statistiche a dare conferma, ma l’impressione che sempre più auto si ribaltino a seguito di incidenti stradali non è solo del cronista. Colpa delle auto o di chi guida? Il presidente dell’Automobile club d’Italia di Perugia, Ruggero Campi, punta il dito contro telefonini e altre distrazioni mentre si è al volante.

Presidente, perché tante auto si ribaltano?
«Un ribaltamento è quasi sempre correlato a un mix tra velocità e una distrazione. Ci si ravvede in modo brusco e allora si frena, spostando il peso tutto sull’avantreno poi si sterza e allora il telaio scarica su un angolo e la vettura diventa completamente incontrollabile e si stacca da terra».

Ma le auto moderne non dovrebbero essere a prova di ribaltamento?
«Dipende. Certo, oggi ci sono tutta una serie di sistemi come l’Esp che bilanciano la frenata, evitando di scaricare il peso in modo troppo brusco. Tuttavia, ci sono auto e auto, alcune hanno un bilanciamento migliore, altre peggiore. Specie quelle con baricentro più alto e con passo più corto, che trasferiscono più velocemente il peso verso l’avantreno. È come sedere su uno sgabello o su un divano, è evidente che il primo tenda a ribaltarsi più del secondo in caso di manovra brusca».

Ci sono stati anche casi eclatanti ritirate dal mercato perché si ribaltavano.
«Sì, sono successi episodi come quello delle Mercedes Classe A, a cui si è posto rimedio montando l’Esp e spostando il baricentro. Ma nell’ordinario io direi che pesa di più l’errore umano che l’aspetto tecnologico».

Le distrazioni oggi sono sempre di più per chi guida, nonostante le sanzioni pesanti.
«Esatto. I telefonini su tutte, ma anche i navigatori. Del resto basta guardare le pubblicità e si vede come si promuovono più gli accessori che la vettura. Una gran parte degli incidenti è causata dalle distrazioni, una telefonata un messaggino e quando si alza la testa si cerca di correggere la situazione all’improvviso e in modo irrazionale».

E invece come ci si dovrebbe comportare?
«Innanzi tutto, si dovrebbe guidare e basta in uno stato psicofisico adatto. Ma se proprio si affronta un pericolo improvviso si dovrebbe evitare la frenata brusca: mantenere la velocità costante e correggere senza falsare la distribuzione dei pesi per evitare uscite di strada e ribaltamenti. Nei corsi di guida sicura si chiama ‘Prova dell’alce’ e a me è stata molto utile, qualche tempo fa, quando mi sono trovato davanti improvvisamente un istrice in autostrada».

Cgil a congresso, Cajarelli attacca: «Partiti male, serve profonda discontinuità col passato»

La Cgil ha avviato il suo percorso congressuale. Un congresso importante, al quale l’organizzazione arriva sostanzialmente con un documento unitario, che parte dalla necessità di insistere, pur ridefinendola, sulla linea tenuta dal sindacato in questi anni, con le battaglie contro i provvedimenti come jobs act, buona scuola, riforma delle pensioni e le proposte come il Piano del Lavoro e la Carta dei diritti universali. Ma c’è chi vive questo avvio di congresso in modo critico come Vasco Cajarelli, da sempre rappresentante della sinistra sindacale. «Non siamo partiti benissimo – afferma -. Il rischio è di perdere una grande opportunità, quella di ridefinire anche un rapporto nuovo fra la Cgil e i suoi iscritti. Perché anche nelle grandi battaglie di carattere nazionale è necessario avere un’organizzazione che fa vivere le proprie proposte ai propri iscritti in maniera davvero partecipata. Per farlo serve grande capacità di ascolto, umiltà, saper riconoscere gli errori fatti e i nostri limiti, ma anche avere la forza di orientare. Ergo, non possiamo avere un gruppo dirigente disorientato».

Basta ambiguità Per Cajarelli «non tutte le fasi politiche sono uguali e non tutti i dirigenti vanno bene per tutte le stagioni. Intendiamoci – spiega – gran parte dei dirigenti della Cgil sono di grande qualità, ma non tutti. Non possiamo dimenticare che su recenti scelte fondamentali, prese dalla Cgil nazionale (per esempio lo schierarsi per il no al referendum costituzionale), c’è chi si è impegnato davvero e chi ha ingoiato il rospo. Ora non c’è più spazio per queste ambiguità, è necessario un cambio di passo. Ed è indispensabile che si riproduca il conflitto fra capitale e lavoro, perché questa drammatica guerra tra poveri (che vincono i ricchi) avviene proprio perché è venuto meno il conflitto. Ecco, servono persone capaci di produrre questa svolta».

Serve discontinuità E questo vale, per Cajarelli soprattutto parlando dell’Umbria, dove, sottolinea, «c’è grande bisogno di discontinuità, nel rapporto con la politica in primis. Non bastano le analisi, giuste, che abbiamo fatto sulla fase attuale, serve conflitto e mobilitazione, altrimenti il disagio sociale continuerà a guardare a destra. Sono chiare le grandi responsabilità della sinistra politica, ma anche i soggetti sociali hanno rinunciato ad un ruolo che era quello dell’emancipazione culturale e prima ancora della tutela dei diritti».

Basta concertazione Il terremoto politico che è avvenuto dopo il 4 marzo in Italia e soprattutto in Umbria impone alla Cgil un «salto di qualità». «Dobbiamo affrontare le questioni, in particolare sul lavoro, indipendente da chi le propone – è l’idea di Cajarelli -. Sul decreto dignità, per esempio, è giusta la battaglia contro la reintroduzione dei voucher, ma è indubbio che aver affrontato la questione dei contratti a termine, pur se in maniera non risolutiva, è un fatto positivo, perché rompe lo schema “più precarietà uguale più lavoro”». Quanto al futuro del sindacato nella società «è finita la fase della concertazione, le nostre proposte possono avanzare solo se c’è conflitto e mobilitazione. Per questo è indispensabile un gruppo dirigente che sia capace di promuovere questi due elementi che sono tutt’altro che superati. Anzi, direi – conclude il sindacalista – indispensabili nella capacità di ricostruzione di un rapporto di fiducia con i lavoratori».

Perugia, le nuove sfide della globalizzazione a Giurisprudenza: sinergie con università europee e Harvard

di Giovanni Marini*

Felici per il successo delle iscrizioni dello scorso anno accademico e dei risultati conseguiti, il Dipartimento di Giurisprudenza si prepara anche quest’anno in vista dell’apertura delle immatricolazioni con una serie di novità nei suoi corsi di laurea magistrali e triennali per rispondere alle sfide della globalizzazione ed internazionalizzazione degli studi giuridici. Dall’anno accademico 2019- 2020 il Dipartimento di Giurisprudenza offrirà anche un nuovo Corso di laurea magistrale in Scienze Giuridiche, previsto dall’ultimo decreto ministeriale, che permetterà agli studenti del triennio di completare la loro formazione con un biennio specialistico orientato agli studi internazionali e alle nuove tecnologie.
Alle aspiranti matricole verrà offerta la possibilità di iscriversi al tradizionale Corso di laurea magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza oppure al Corso di laurea triennale in Scienze dei Servizi Giuridici. Il Corso quinquennale a ciclo unico è riuscito ad unire alla solidità degli insegnamenti classici del diritto forti elementi di innovazione come i corsi opzionali in lingua inglese, le cliniche legali – in cui i docenti interagiscono con gli studenti ed entrano insieme in relazione diretta con la società e i cittadini, trattando e risolvendo casi reali e non simulati – e i laboratori di scrittura legale attraverso i quali gli studenti possono concretamente apprendere le tecniche di redazione di testi giuridici.
Il Corso di laurea triennale si articola invece in tre curricula calibrati su diverse professionalità emergenti. Con il curriculum «Consulente del lavoro», lo studente ha la possibilità di seguire un percorso specificamente indirizzato a questo profilo professionale. A chi invece desideri svolgere la propria attività nel settore pubblico il Dipartimento consente di frequentare il curriculum «Operatore giudiziario e della Pubblica Amministrazione». Le crescenti richieste di esperti nella gestione di patrimoni immobiliari pubblici e privati sono invece soddisfatte dal curriculum «Esperto giuridico del settore immobiliare».
I laureati triennali in Scienze Giuridiche, ma anche in altre discipline, potranno proseguire gli studi con il biennio magistrale in Integrazione giuridica europea e diritti umani, che si caratterizza per il confronto interdisciplinare tra il diritto e le altre scienze umane con una forte vocazione europea e internazionale. A tal fine, sono attive importanti sinergie con la prestigiosa Ècole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi e altre Università su scala mondiale (Faculté de droit, SciencePo, IGLP di Harvard). Al Corso biennale potranno iscriversi anche i laureati in Giurisprudenza, ai quali saranno riconosciuti diversi crediti formativi. Il nuovo Corso di laurea in cantiere mira a creare figure di giuristi esperti e pronti alle nuove sfide della società globalizzata e dell’era digitale, sia nel settore pubblico che privato. Il Dipartimento garantisce anche una solida formazione post laurea. Anche quest’anno la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali aprirà le porte agli aspiranti avvocati, magistrati e notai, che seguiranno le orme di chi li ha preceduti – molto spesso già studenti del Dipartimento – e oggi con successo ha conseguito l’abilitazione da avvocato o ha superato le dure prove del notariato e della magistratura. I recenti concorsi per l’accesso alle professioni hanno messo in luce gli studenti e gli specializzati del Dipartimento perugino, con una percentuale degna di rilievo rispetto ai posti annualmente messi a disposizione. Il Dottorato di ricerca in Scienze Giuridiche si segnala per la vivacità delle sue iniziative che vedono protagonisti dottorandi e ricercatori di diversa provenienza, italiana e internazionale, impegnati nelle molteplici occasioni di confronto durante l’intero anno accademico e nel corso della Summer School che ogni estate richiama studiosi da svariate parti del mondo. La giornata di orientamento del 3 settembre prossimo sarà un’ulteriore occasione per scoprire tutte
le novità e visitare il Dipartimento.

* Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Universtà degli Studi di Perugia

Radicali Perugia: «Su streaming commissioni vergognoso ostracismo del Comune»

di Michele Guaitini*

Lo scorso mese di dicembre 2016 il Consiglio Comunale approvò all’unanimità una petizione popolare promossa da Radicali Perugia orientata ad una maggiore trasparenza e conoscenza dei lavori del Consiglio Comunale.

Con la petizione si chiedeva la diffusione in streaming delle sedute di commissione e la pubblicazione sul sito istituzionale del Comune di tutta una serie di atti, dai verbali delle sedute agli ordini del giorno, mozioni e interrogazioni presentate dai consiglieri.

A distanza di 19 mesi nulla è stato fatto e, ciò che è peggio, è in atto da parte del Comune un vergonoso ostracismo.

Prima si è cercato di “dimenticare” la delibera di approvazione della petizione dentro ad un cassetto per quasi un anno, poi si è cercato di vincolare la diffusione dello streaming ad un regolamento per la cui stesura si sono tenute ben tre sedute della I commissione con un ulteriore rinvio per interpellare il Garante per la privacy.

Ci è voluto oltre un mese per scrivere due righe due di richiesta di parere al Garante che nel giro di poche ore ha rispedito la questione al mittente ribadendo, come ovvio, che trattandosi di sedute pubbliche era necessario solamente apporre cartelli informativi nella sala.

Da aprile, dopo la risposta del Garante, sulla vicenda è calata una cortina di silenzio assoluto. In qualità di Delegato Civico della petizione, figura istituzionale prevista dallo Statuto, ho sollecitato più volte il Comune ad attuare quanto richiesto dalla petizione e approvato dal Consiglio comunale non ottenendo neppure uno straccio di risposta.

Non è un mistero che lo streaming delle sedute di commissione dia fastidio alla maggioranza dei consiglieri comunali (sia di maggioranza che di opposizione) e stanno cercando in tutti i modi di evitarlo pur volendo salvare la faccia con un voto in Consiglio comunale che lo acconsentisse.

Da parte nostra non possiamo far altro che denunciare e tenere alta l’attenzione su questa situazione di perversione democratica.

*Segretario Radicali Perugia

Magliette rosse, don Ciotti: «Mai detto accogliamoli tutti». Tutte le sue risposte a polemiche su migranti

di Luigi Ciotti

È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con tutte le realtà.

Una grande adesione, una grande partecipazione. Un’Italia vigile, appassionata, che esce allo scoperto e riempie le piazze materiali e virtuali per dire basta alla perdita di umanità, all’innalzamento di muri, alla rimozione della memoria e alla diffusione di menzogne. Per opporsi non alle paure – che sono un sentimento umano – ma alla loro strumentalizzazione e degenerazione in cinismo e rancore.

È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con Libera e con tutte le realtà – a cui sono profondamente grato – che hanno aderito al nostro appello. Riflessioni per sostare, per guardarci dentro e guardare avanti, per procedere con passo più deciso.

Non possiamo non occuparci dei poveri

La prima riguarda un’obiezione che ho sentito fare: Libera si occupa di mafie, che c’entra con i migranti? Chi la pensa così non tiene conto di un fatto a mio avviso fondamentale. La lotta alle mafie è, nella sua stessa sostanza, lotta per la libertà e la dignità delle persone. Lotta contro le ingiustizie e le violenze. Lo abbiamo detto tante volte: se le mafie fossero una realtà solo criminale, sarebbero sparite da tempo dalla faccia di questa terra. Ma mafia vuol dire anche corruzione, collusione, appoggio politico e favore economico. E vuol dire tessuto sociale sfibrato, anemico, privo dei globuli rossi dell’etica. Oggi non si può parlare di mafie, e progettare efficaci azioni di contrasto, senza partire dalla profonda vicinanza, a volte intreccio, delle logiche mafiose con quelle di un sistema politico-economico che Papa Francesco ha definito “ingiusto alla radice”, un sistema che provoca guerre, ingiustizie, sfruttamento di beni e persone in tante parti del mondo, e di cui le migrazioni sono un’evidente conseguenza. Ecco perché Libera – senza perdere la sua specificità, anzi arricchendola – non può fare a meno di occuparsi di migranti, come non può fare a meno di occuparsi di povertà (lo ha fatto con il progetto “Miseria ladra”, continua a farlo con la rete “Numeri pari”) e così di lavoro, di scuola, di sanità, cioè di quello Stato sociale ridotto a brandelli da un sistema che ormai non si fa più scrupolo di affermare che la dignità della persona è una variabile economica, non un diritto umano, sociale, civile.

Essere una spina nel fianco del sistema

Seconda riflessione: il rapporto con la politica. Si è detto e scritto sull’adesione all’iniziativa di persone o realtà che fanno capo a un partito o ne sono diretta espressione. Con inevitabile seguito di commenti, illazioni, polemiche. Ora va precisato che l’appello era rivolto soprattutto al mondo del sociale e ai cittadini, ma se alcune espressioni della politica hanno ritenuto di sottoscriverlo, ben venga: della loro sincerità risponderanno i fatti, la coerenza tra l’adesione a un testo che parla chiaro e le azioni che ne derivano. Così come va precisato – non è la prima volta, ma è bene ribadirlo –che Libera è apartitica: nessuno può affibbiarle etichette o metterci sopra le proprie insegne. Apartitica ma non apolitica, se politica significa sentirsi responsabili del bene comune, fare la propria parte per difenderlo e per promuoverlo, come ci chiede la Costituzione. È questo che da sempre cerchiamo di fare, nella convinzione che l’impegno sociale non sia mai neutrale, né limitato alla sola solidarietà. Accogliere è importante, anzi fondamentale, ma lo è altrettanto il denunciare le cause dell’esclusione e operare per eliminarle. Se manca questo aspetto l’impegno sociale rischia di diventare “delega alla solidarietà”, perdendo la sua visione, la sua carica propulsiva e innovativa. Non più spina nel fianco del sistema, ma foglia di fico delle sue inadempienze.È questo lo spirito e l’etica del nostro rapporto con la politica – un rapporto schietto, trasparente, esente da servilismi e secondi fini: piena collaborazione con chi opera per il bene comune; opposizione e denuncia di chi se ne appropria o lo trasforma in privilegio.

Non migrazioni ma deportazioni indotte

Terza riflessione, le semplificazioni e le falsificazioni. C’è chi ha detto: «Libera e don Ciotti sono quelli dell’ “accogliamoli tutti”». Come c’è chi ci ha accusato di non occuparci dei problemi di casa nostra, del dramma di milioni d’italiani relativamente o assolutamente poveri, costretti a tirare la cinghia, a mangiare nelle mense e a dormire per strada o nei dormitori. Libera non ha mai detto “accogliamoli tutti” ed è disonesto chi ci attribuisce queste semplificazioni. Da sempre sosteniamo che l’immigrazione è un problema enorme e complesso, che richiede interventi simultanei e su piani diversi. In estrema sintesi, ne enumero almeno quattro. Primo, riscrivere la convenzione di Dublino, perché un’Europa non corresponsabile e non collaborativa è solo un aggregato tecnico di nazioni (vedi le puntuali osservazioni in allegato di Lorenzo Trucco, presidente dell’Asgi, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). Secondo, modifiche strutturali, non solo superficiali e cosmetiche, di un sistema economico che innesca conflitti e produce povertà dunque migrazioni – chiamiamole deportazioni indotte, visto che nessuno abbandona casa e affetti se non a causa della fame, della guerra, della desertificazione e distruzione dell’ambiente. Terzo, creare le condizioni perché chi vive in Africa e in altre regioni del mondo che l’Occidente ha sfruttato e colonizzato, possa farlo in dignità, ovvero in piena autonomia. Quarto, impostare politiche d’interazione che sappiano coniugare accoglienza e sicurezza, diritti e legalità, tenendo conto del disagio di milioni di italiani. L’accoglienza funziona e diventa un fattore di crescita umana, culturale, economica, laddove si sono create le condizioni per accogliere, ossia laddove una politica rivolta non al potere contingente ma al bene comune presente e futuro, si è opposta allo sfascio dello Stato sociale, alla riduzione o cancellazione dei servizi, al dilagare della disoccupazione e alla crescita della dispersione scolastica. Ecco allora che dire “Libera si dimentica dei poveri e dei bambini di casa nostra”, è falso. La rete “Numeri pari” è stata concepita, come detto, proprio per rispondere ai bisogni delle persone, ma più in generale lo stesso impegno contro le mafie e la corruzione è un impegno contro la povertà, visto che le mafie – come dicono accreditati studi economici – sono una delle principali cause di povertà, e tra le loro vittime bisogna annoverare non solo i morti ammazzati ma anche le centinaia di migliaia di “morti vivi”, di persone a cui mafiosi e i corrotti tolgono lavoro, speranza, dignità.

Sovvertire la dittatura dell’effimero

La quarta e ultima riflessione riprende la domanda iniziale: come dare continuità all’iniziativa, come farne tesoro? Il tempo che viviamo è segnato da una dittatura dell’effimero, da un eterno presente in cui tutto accade senza lasciare traccia. Conta l’emozione, il clamore, la polemica del momento, ma poi tutto finisce lì, soppiantato da altre emozioni, clamori, polemiche. Calato il polverone dell’emergenza, il paesaggio che si offre ai nostri occhi è sempre lo stesso, solo più desolante e trascurato. È bene esserne consapevoli se vogliamo custodire lo spirito con cui abbiamo indossato quelle magliette: andare oltre la contingenza e l’emergenza. Dirò di più: andare oltre la commozione e l’indignazione. Oggi non bastano più. Come non bastano più le parole: in un’epoca in cui se ne abusa irresponsabilmente, anche quelle autentiche rischiano di essere sommerse dal chiacchiericcio. Libera sin dall’inizio cerca di opporsi a questa deriva ormai impressionante. Libera nasce per impedire che la rabbia e il dolore per le stragi del 1992 non svanissero col passare del tempo, nasce per trasformare quelle emozioni in sentimenti e quei sentimenti in consapevolezza, responsabilità, memoria viva. Ha sempre agito sapendo che non è la contingenza il banco di prova, ma la coerenza e la determinazione con cui si compie un cammino. Nella coscienza dei limiti, beninteso: nessuno è insostituibile, ma nessuno può fare al posto nostro quello che è nostro compito fare.

Rispondere all’appello della storia

La coscienza della responsabilità, personale e collettiva, è l’etica che abbiamo abbracciato, che abbiamo scritto prima che negli statuti nelle nostre coscienze. E questo ha sempre significato stare nel tempo, nella storia che ci è data, senza eludere i suoi appelli e le sue provocazioni, rispondendo sempre, nei nostri limiti, “ci sono, ci siamo”: «Delle parole dette mi chiederà conto la storia – diceva Tonino Bello, instancabile costruttore di pace – ma del silenzio con cui ho mancato di difendere i deboli dovrò rendere conto a Dio». Il tempo che oggi ci viene dato è un tempo difficile, ambiguo, pieno d’insidie e di pericoli, un tempo schiacciato in un presente senza prospettive, sempre più simile a un vicolo cieco. Lo dico pensando soprattutto ai giovani – alle migliaia che si riconoscono in Libera, che ci accordano una fiducia spero ben riposta e che rappresenta per noi la più alta responsabilità – perché sono loro le prime vittime di questo presente prigioniero di se stesso, ostaggio di poteri ingiusti o criminali. Un tempo nel quale si gioca – ormai credo sia chiaro a molti – una partita di civiltà. Si, civiltà. Perché quando viene meno il dovere di soccorso, un dovere che nasce dall’empatia fra gli esseri umani, dal riconoscerci gli uni e gli altri soggetti a un destino comune, viene meno il fondamento stesso della civiltà.

La conoscenza è sempre un atto di amore

Questo tempo ci dice che dobbiamo ripartire da due cose, umilmente ma tenacemente: le relazioni e la conoscenza. Sono le strade per crescere in umanità e in cultura, due strade che abbiamo smesso di percorrere. Partire dalle relazioni perché la premessa di una società giusta e pacifica è il mettersi nei panni degli altri, l’andare oltre le relazioni opportunistiche e d’interesse, il riconoscere l’altro e il “diverso” come un completamento, un arricchimento della nostra identità. Dalla cultura, perché un tempo complesso, soggetto a continue e rapide mutazioni, richiede parole e pensieri che lo sappiano interpretare, che sappiano orientarci nel suo groviglio, che sappiano ascoltare le nostre speranze e non solo le nostre paure. Se manca la cultura prevalgono le approssimazioni, le semplificazioni, gli slogan, e da lì le manipolazioni, le “bufale”, la propaganda. L’odio è conseguenza dell’ignoranza, perché si odia solo ciò che non si conosce, la conoscenza è sempre un atto di amore. È questo il compito che ci consegna l’iniziativa del 7 luglio. E solo se sapremo prendercene cura quotidianamente, renderlo spirito che anima i nostri atti e le nostre scelte – come già stanno facendo tante realtà in ogni parte d’Italia, a cui deve andare il nostro appoggio, il nostro incoraggiamento, la nostra gratitudine – potremmo ricordare quella data come un punto di svolta, l’inizio di una stagione di speranza, di giustizia, di ritrovata umanità.

 

«Area crisi Terni Narni: ci sono gli strumenti, ora salto di qualità delle imprese»

di Alessandro Rampiconi*

Come Cgil di Terni non possiamo che esprimere una certa preoccupazione per l’indebolimento dell’apparato produttivo del nostro territorio. Nel corso del solo 2017 – secondo i dati della Camera di commercio – nella provincia di Terni hanno chiuso i battenti ben 2.306 imprese, mentre ne sono nate solo 1.345, con un saldo di negativo di 961 unità produttive. Numeri che fanno registrare alla nostra provincia il dato peggiore in Umbria, con un totale di imprese attive che si attesta a 18.254.

I dati presi in esame si concentrano tuttavia prevalentemente nei 17 comuni situati all’interno dell’Area di crisi complessa: un territorio in cui la natalità di impresa ha addirittura un saldo negativo di 817 unità (84,5% del totale) e la cui situazione di estrema difficoltà emerge ancora meglio se si vanno ad analizzare i settori merceologici che caratterizzano l’economia ternana, dove il manifatturiero segna sempre di più il passo con appena il 7,66% delle imprese totali, la maggior parte delle quali concentrata proprio nel perimetro definito dall’Area di crisi, dove se ne contano ben 1.053 (75,32% del totale).

Il quadro d’insieme diventa tuttavia devastante se, a quanto appena descritto, aggiungiamo la situazione fotografata dalla Banca d’Italia, dai cui dati emerge che dal 2001 ad oggi la manifattura scende del 28,5% in provincia di Terni e del 27,8% all’interno dell’Area di crisi complessa, con particolare riferimento ai metalli, che registrano un –44,4% in provincia di Terni e un –45,2% nell’area di crisi. Tra le direttrici che proprio la Banca d’Italia individua per uscire dalla crisi che per la provincia di Terni perdura ancora vi sono il tema dell’innovazione e quello delle infrastrutture.

Un’impostazione che la Cgil di Terni condivide in pieno, tanto è vero che nel documento da noi predisposto nel 2013, al fine di sostenere la necessita del riconoscimento dell’Area di crisi complessa per questo territorio, scrivevamo esattamente che “la centralità per l’economia dell’industria manifatturiera ci impone l’obiettivo di considerare le politiche industriali come asse strategico delle politiche di sviluppo, a sostegno della competitività del sistema, della ricerca e dell’innovazione. Il flusso di piccole e medie imprese ha quindi la necessità di utilizzare al meglio tutte le potenzialità presenti nel contesto di riferimento, incentivando e individuando quelle azioni capaci di sostenere i fattori di competizione”.

Ora più che mai è necessario riprendere il discorso sullo sviluppo di queste potenzialità e metterle al servizio della comunità anche attraverso nuove risorse, a partire da quelle derivanti dal riconoscimento del nostro territorio come Area di crisi. Dal 2 luglio 2018 le imprese possono infatti presentare i progetti relativi alla legge 181 e all’azione 3.1.1 della Regione dell’Umbria. Opportunità tra l’altro complementari ad altri canali di finanziamento attivi, a partire dal piano nazionale industria 4.0.

Gli strumenti a disposizione di una classe imprenditoriale davvero interessata a investire e a creare lavoro “vero”, quello con i diritti, stabile e retribuito come previsto da contrattazione collettiva nazionale, che è poi ciò che serve per traghettare il nostro territorio fuori dalla crisi, a questo punto ci sono tutti. Ci aspettiamo pertanto una risposta adeguata da parte delle imprese, che dovrebbero finalmente fare un salto di qualità e pensare anche a linee di produzione innovative e competitive. La posta in gioco è alta, a cominciare dalla vocazione industriale e la tenuta sociale del nostro territorio.

*Alessandro Rampiconi responsabile Attività produttive e Mercato del lavoro della segreteria Cgil di Terni

Crisi Pd, Batino: «Serve un dibattito sulle prospettive dell’Umbria, non sui nomi»

di Sergio Batino*

Sembrerebbe fin troppo ovvio affermare che oggi più che mai si profila la necessità di aprire una fase di ascolto attento e partecipe delle popolazioni e dei territori a cui dovrebbe seguire, naturalmente, un’altrettanto attenta e partecipe analisi delle esigenze e delle problematiche emerse. Del resto appare difficile negare che è su questo terreno, quello della perduta capacità di farsi interprete dei bisogni delle persone e in particolare delle fasce più deboli della società, che il Pd, prima di ogni altra considerazione, ha incontrato la sconfitta. Per uscire dalle secche dell’attuale crisi, non si può ripartire semplicemente dall’indicazione del nome del nuovo segretario regionale del partito. Non è solo questione di nomi e sicuramente l’onorevole Walter Verini gode di ampia, generale e meritata stima: piuttosto appare urgente la necessità di un confronto sui contenuti e sulle prospettive di questa regione e del paese. Non è nemmeno pensabile che in una situazione simile si consumi un’operazione di vertice senza fare un serio tagliando alle amministrazioni da noi espresse e alla nostra proposta politica, senza il coinvolgimento dei territori, senza per di più una accurata ricognizione delle necessità, dei problemi, dei timori e delle speranze di chi li abita e li anima.

LE ZONE ROSSE? MORTE E SEPOLTE DA ANNI

Contenuti, non nomi A questo riguardo anche il Trasimeno, com’è naturale, vorrebbe far sentire la propria voce ed esprimere il proprio punto di vista. Anche il Trasimeno vorrebbe partecipare a un dibattito di contenuto e non di nomi superando i posizionamenti di corrente per affrontare il rilancio del nostro ruolo di governo in una logica di forte cambiamento e semplificazione, partendo dai bisogni e dalle esigenze più sentite dai cittadini, da quegli stessi cittadini che con il loro consenso e la loro partecipazione hanno permesso, negli anni, la costruzione di un progetto di sviluppo che ha visto questa regione, seppur piccola, eccellere in molti campi e che ha permesso di raggiungere un’alta qualità di vita in termini economici e sociali. Bisogna rilanciare un progetto di Umbria innovativa e moderna, competitiva in economia e solidale nel sociale prima che l’incapacità e l’arroganza dei nuovi vincitori distrugga un tessuto sociale ed economico che è riuscito ad affermarsi e che oggi chiede sicuramente nuovi stimoli. Faccio un appello a tutti gli esponenti del Pd, di ogni livello: abbiamo fatto molte cose buone ma anche sbagliate, ora ascoltiamo i nostri cittadini con modestia, disponibilità e uscendo dal chiuso dei palazzi, per immergersi nelle strade, nelle piazze, nei posti di lavoro. Possiamo farcela. Si riparte da qui.

*Segretario Unione comunale Pd Trasimeno