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lunedì 1 marzo - Aggiornato alle 21:35

Se il centrosinistra vuole riconquistare Perugia servono alcune idee forti e una coalizione popolare

Prosegue con l’ex senatore Leonardo Caponi la serie di interventi dedicati al futuro di Perugia. Nei giorni scorsi Umbria24 ha pubblicato quelli di Francesco ZuccheriniFrancesco Vignaroli, Giacomo Leonelli e Antonio Bartolini.

di Leonardo Caponi

Io credo che, se si vuole riconquistare Perugia, vedremo dopo a chi, bisogna muoversi subito, senza aspettare i mesi prima delle elezioni o il potere salvifico di un candidato coniglio, uscito dal cilindro all’ultimo minuto. Penso che la prima cosa da fare sia aggiornare l’analisi della situazione. L’immagine di sette anni, di una destra incapace, che non ha fatto nulla se non galleggiare sopra la faccia di un sindaco bravo ragazzo, non esiste più. La giunta di centro destra sta facendo cose visibili (penso alla cura dei parchi) e, in ogni caso, non c’è nessuna spinta in città per farla tornare a casa. Se non sbaglia clamorosamente candidato, la destra è destinata a vincere ancora.

Un’idea forte Io credo che il problema principale sia quello di superare la politica liquida di questi anni tanto nel programma che nella coazione e nelle candidature. Ho letto, su questo giornale, le “proposte” di alcuni dirigenti o ex, del Pd e non so se piangere o piuttosto ridere. La sagra delle frasi a effetto e delle suggestioni affascinanti, del tutto prive di contenuto e soprattutto di differenze con gli altri, tali da motivare i cittadini a votare a sinistra. Ci vuole un programma solido, che ruoti attorno a un’idea forza, strutturale, il cambio del modello di sviluppo della città – a cominciare da quello urbanistico – e sostanziato in punti concreti e pratici come chiedono i problemi di Perugia e i cittadini. Io penso a una coalizione tra il mondo civico, culturale, politico, di tutte le forze associative, scientifiche, di movimento, professionali e dei partiti alla sinistra del Pd; coalizione che potrà aprire una interlocuzione, su base rigorosamente programmatica e alla pari, con lo stesso Pd.

Coalizione popolare Ma ripartire dal vecchio centro sinistra dominato dal Pd (tra l’altro, che fine farà?) sarebbe un errore, perché riproporrebbe vecchie politiche sbagliate e sconfitte, o nuovi eclettici programmi modernisti e pseudo efficientisti sul tipo degli ultimi battuti alla Regione. Abbiamo bisogno di un mondo nuovo che affonda le sue radici nella tradizione. La candidatura a sindaco non potrà essere decisa dal Pd e, come sempre è stato, imposta agli altri. Più in generale io credo che le candidature debbano uscire dalle suggestioni, degli ultimi decenni, di una politica della sinistra bolla di sapone, che vende sogni a un elettorato di élite e discute la ciccia con gli imprenditori. Una coalizione popolare di gente che conosce la città ed è espressione di essa, nelle sue punte tradizionali e innovative e che, in quanto tale, può essere vincente.

Perugia, la destra è destinata a vincere ancora se continua la sinistra dalle frasi affascinanti

di Leonardo Caponi
Ex senatore

Io credo che, se si vuole riconquistare Perugia, vedremo dopo a chi, bisogna muoversi subito, senza aspettare i mesi prima delle elezioni o il potere salvifico di un candidato coniglio, uscito dal cilindro all’ultimo minuto. Penso che la prima cosa da fare sia aggiornare l’analisi della situazione. L’immagine di sette anni, di una destra incapace, che non ha fatto nulla se non galleggiare sopra la faccia di un sindaco bravo ragazzo, non esiste più. La Giunta di centro destra sta facendo cose visibili (penso alla cura dei parchi) e, in ogni caso, non c’è nessuna spinta in città per farla tornare a casa. Se non sbaglia clamorosamente candidato, la destra è destinata a vincere ancora.

 

Io credo che il problema principale sia quello di superare la politica liquida di questi anni tanto nel programma, che nella coazione, che nelle candidature. Ho letto, su questo giornale, le “proposte” di alcuni dirigenti o ex, del Pd e non so se piangere o piuttosto ridere. La sagra delle frasi a effetto e delle suggestioni affascinanti, del tutto prive di contenuto e soprattutto di differenze con gli altri, tali da motivare i cittadini a votare a sinistra. Ci vuole un programma solido, che ruoti attorno ad un’idea forza, strutturale, il cambio del modello di sviluppo della città, a cominciare da quello urbanistico, e sostanziato in punti concreti e pratici come chiedono i problemi di Perugia e i cittadini.

Io penso ad una coalizione civico culturale politica di tutte le forze associative, scientifiche, di movimento, professionali e dei partiti alla sinistra del Pd, coalizione che potrà aprire una interlocuzione, su base rigorosamente programmatica e alla pari, con lo stesso Pd. Ma ripartire dal vecchio centro sinistra dominato dal Pd (tra l’altro, che fine farà?) sarebbe un errore, perchè riproporrebbe vecchie politiche sbagliate e sconfitte, o nuovi eclettici programmi modernisti e pseudo efficientisti sul tipo degli ultimi battuti alla Regione.

Abbiamo bisogno di un mondo nuovo che affonda le sue radici nella tradizione. La candidatura a sindaco non potrà essere decisa dal Pd e, come sempre è stato, imposta agli altri. Più in generale io credo che le candidature debbano uscire dalle suggestioni, degli ultimi decenni, di una politica della sinistra bolla di sapone, che vende sogni ad un elettorato di elite e discute la ciccia con gli imprenditori. Una coalizione popolare di gente che conosce la città ed è espressione di essa, nelle sue punte tradizionali e innovative e che, in quanto tale, può essere vincente.

Treofan, Cardinali (Filctem): «E’ l’inizio di una nuova fase»

di Sergio Cardinali, Segretario nazionale Filctem Cgil

Se fossimo stati tutti compatti fino alla fine oggi avremmo un risultato migliore? Forse sì! Se avessimo iniziato prima la lotta? Forse sì! Detto ciò c’è la realtà dei fatti, quali? Primo: Jindal fin dal principio ha acquisito la Treofan per chiuderla. Secondo: ad agosto 2020 abbiamo tentato un accordo per verificare se vi fosso la possibilità di farla ripartire. Tentativo vano. Terzo: a novembre 2020 Jindal ha comunicato la messa in liquidazione della Treofan, dichiarando la indisponibilità a richiedere la Cassa Integrazione e di andare verso i licenziamenti. Quarto: nel frattempo sono partite denunce ed indagini che si sono sommate alle iniziative fatte dal Mise. Come organizzazioni sindacali abbiamo costruito un dossier attraverso i nostri uffici legali e inviato ben due diffide legali all’azienda. Quinto: a questo punto gli indiani hanno tentennato ed hanno annunciato la loro disponibilità ad un accordo che chiudesse la procedura di licenziamento collettivo attraverso la concessione di una Cassa integrazione Guadagni Straordinaria per Chiusura. Sesto: iniziano le trattative, difficili con un liquidatore senza deleghe, un pool di avvocati, un indiano Europeo, e l’Ad austriaco e …..non solo…. Mr Jindal che da Dubai ha l’ultima parola e boccia sempre tutto. Settimo: una trattativa che si protrae per mesi sempre più difficile e complessa. Ogni riunione seguita da un comunicato compatto delle organizzazioni sindacali che dicono avanti a schiena dritta tutti insieme…, fino alla fine. Ottavo: nel mezzo della trattativa spunta un’acquirente, una cooperativa che vuole parlare con i lavoratori per rilevare lo stabilimento fare produzioni anche in accordo con Jindal. ‘Consiglio vivamente il soggetto di stare fuori fino a quando abbiamo finito la trattativa…, rischia di comprometterne il risultato’. Inascoltato lui va avanti, contatta alcuni quadri, parla in assemblea con i lavoratori e presenta una manifestazione di interesse e a quel punto i macchinari diventano l’elemento determinante per i lavoratori e il mostro per Jindal che non vuole rischi di concorrenza. Nono: Jindal diventa sempre più chiuso a riccio sui macchinari e la concorrenza e noi altrettanto al contrario nei comunicato e nelle riunioni. Il 17 febbraio ennesimo comunicato unitario, ‘compatti fino alla fine’….. recita. Il 19 febbraio ultima riunione al ministero, così sapevamo. Proposta dell’azienda: prendere o lasciare. Una proposta inaccettabile. Una fase striminzita sulla reindustrializzazione che deciderà Jindal con un Advisor senza nessun altro; una malleva del 90% sulla validità dell’accordo per la cassa, se 120 lavoratori non firmano il verbale di conciliazione non vale l’accordo; infine sui macchinari dopo varie versioni si arriva a dice che le organizzazioni sindacali non si opporranno al prelevamento dei macchinari. Poi in assemblea impazzita si vota non si sa cosa……. ma non eravamo tutti compatti??? No basta è finita! I lavoratori votano che si firmi, ma cosa? Jindal deciderà tutto da sola e senza il sindacato firma che non si opporrà. Un delirio! 79 a 33. Si torna sul tavolo, la Cgil non firma! L’azienda toglie allora la malleva, ovvero non serve più che 120 lavoratori vadano a firmare la conciliazione per avere la Cigs. Quindi ora firmate? La Cgil dice ancora no! Ancora ci sono due punti assolutamente inaccettabili: la reindustrializzazione in autonomia e quindi falsa, la rinuncia alla azione sindacale per portare via i macchinari. La Cgil non firma! A questo punto è il ministero del Lavoro a proporre all’azienda, reputando le due organizzazioni sindacali maggioritarie a chiedere alle altre sigle se firmerebbero anche senza la Cgil e la Ugl. Affermano che firmano anche senza Cgil e Ugl. A questo punto il ministero chiede all’azienda se firmano quel testo di accordo con sole due sigle. Gli avvocati prendono tempo e si consultano con la proprietà e rifiutano di firmare con solo due sigle. Il ministero per evitare il mancato accordo chiede a tutti di continuare a trattare e rinvia al 25 febbraio. A questo punto ricordo a tutti che stiamo trattando un accordo di cassa integrazione per chiusura, per posticipare il licenziamento dei lavoratori alla fine della cassa, ovvero 12 mesi. Dobbiamo essere tutti consapevoli di questo, non siamo più nella fase in cui tutti insieme puntiamo al mancato accordo, perché la maggioranza dei lavoratori vuole un accordo che porterà inevitabilmente al licenziamento tra 12 mesi. E l’azienda, che non vuole un mancato accordo che aprirebbe a 138 cause individuali, fiuta la ghiotta opportunità: finalmente ha spaccato il fronte sindacale e i lavoratori. La Filctem si compatta con i propri iscritti ma sono minoritari. Esce un comunicato della Filctemcgil in cui si esplicitano i punti deboli per cui non firmerà mai un accordo come quello: reindustrializzazione fasulla, rinuncia all’attività sindacale sui macchinari, frase sulla rappresentanza maggioritaria, c’è anche un quarto punto che dice che 7 mensilità sono poche e c’è ne vorrebbero 10, ma non è fondamentale. Passa il sabato e la domenica senza che l’azienda convochi nessuna riunione, mentre sui social impazzano messaggi delle due fazioni di lavoratori chi sostiene la linea della Cgil (con la Cgil fino alla fine, andiamo fino in fondo, non mollate) e chi la taccia di tradimento del voto, del mancato rispetto, chi accusa di avere la responsabilità dell’eventuale mancato accordo, insomma oramai è come tra Guelfi e Ghibellini. Lunedì 22  nulla di nuovo! Appaiono post che dicono che i macchinari sono obsoleti, non servono a nulla bisogna firmare! Ma come, i macchinari non erano il cuore pulsante della vertenza? Non più, non per i più, prendiamoci la cassa! E la cooperativa? Scomparsa. L’azienda festeggia la divisione dei lavoratori. Martedì 23, nulla! Mercoledì 24 il ministero scrive per sapere novità sull’andamento delle trattative. Rispondo nessuna trattativa. Intervento della politica umbra bipartisan sui dei Ministri Orlando al Lavoro e Giorgetti al Mise. Cgil nazionale interviene sul Ministero del Lavoro. Concordiamo una riunione Filctem Femca e Uiltec per la mattina del 25 prima dell’incontro con l’azienda. Non è una cosa facile ma ….. ci ricompattiamo nel modificare il testo per firmare tutti. Oramai non è più in discussione di fare il mancato accordo ma se firmare tutti o firmare separati! È chiaro che anche l’azienda oramai è pronta a firmare con chi ci sta. Inizia la trattativa presidiata dal dg del ministero, un segnale! Dalle 10 del mattino arriva l’accordo alle 20 di sera. L’accordo prevede una frase sulla reindustrializzazione che vede la regia del Mise, e i progetto che l’advisor di Jindal dovrà portare al tavolo saranno condivisi con le sigle e le istituzioni. Una modifica richiesta è andata! I macchinari? I macchinari sono di proprietà dell’azienda che ne ha il pieno possesso e lo esercita attraverso i suoi manager? Ma che significa? Che li possono portare via? No! Che li lasceranno lì per sempre? Boh! Che si possono usare? Mah! Ma allora che significa? Nulla di tutto ciò. Significa che i macchinari stanno lì fino a quando non li portano via, se li portano via, ma soprattutto se i lavoratori li faranno portare via. Significa che c’è la Cassa per 12 mesi nei quali dobbiamo reindustrializzare il sito con il contributo di Jindal e non solo! Significa che istituzioni nazionali e territoriali devono darsi una mossa perché abbiamo poco tempo. Significa che chi vuole provare a fare male all’azienda ed avere giustizia non passa a riscuotere le 7 mensilità, va in cassa, aspetta di vedere che succede e poi a fine anno impugna il licenziamento con le sigle che lo supportano e assistono. Significa che il dossier legale in mano alle sigle al momento del licenziamento se non ci saranno risultati può essere utilizzato è messo in campo! Forse poteva andare meglio, potevamo fare di più? Forse! Ma tant’è. Per me è solamente l’inizio di una nuova fase, c’è ancora molto da fare e da lottare, ma possiamo farcela!

 

«Imprese artigiane a rischio collasso, bisogna trovare regole per lavorare e convivere con il Covid»

di Roberto Giannangeli*

A distanza di un anno dall’inizio dell’emergenza Covid-19, di fronte alla risalita dei contagi e a una campagna vaccinale a rilento, non c’è altra strada che trovare modalità di convivenza con il virus in grado di tenere insieme la continuità lavorativa e la sicurezza sanitaria. L’alternativa è il collasso di centinaia di artigiani e piccole imprese e la perdita di migliaia di posti di lavoro. Il mondo dell’artigianato e della micro-piccola impresa nel 2020 ha cercato, come si suol dire, di tenere botta di fronte a una situazione senza precedenti. Fatta eccezione per il settore del trasporto persone, da subito colpito duramente e senza prospettive di ripresa a breve, tutte le altre imprese si sono rimboccate le maniche, hanno adottato severi protocolli anti contagio e hanno cercato di trovare nuovi segmenti di mercato, nuovi prodotti o servizi, nuovi modi di lavorare.

Riaperture Dopo un’estate tranquilla e, anzi, al di sopra delle migliori aspettative, con la ripresa dei contagi in autunno, le ulteriori restrizioni agli spostamenti e la chiusura delle filiere produttive legate alla ristorazione, all’intrattenimento, alla cultura e ad alcuni servizi alla persona, la domanda ha subìto un vero e proprio crollo. La ricerca che abbiamo presentato alcune settimane fa evidenziava cali di fatturato tra il 10% e il 50% per le imprese manifatturiere del made in Italy e riduzioni importanti in quelle dei servizi. Gli unici settori in cui si segnala una ripresa sono quelli del digitale, della logistica, del trasporto merci e delle costruzioni. I ristori previsti dai vari decreti governativi o dalla Regione per le imprese chiuse, ma non per quelle che sebbene aperte ma i cui incassi sono scesi costantemente, non sono altro che esigui palliativi. Diventa quindi fondamentale, per salvaguardare le imprese e l’occupazione, andare verso la riapertura immediata delle attività e la ripresa della mobilità delle persone. Non ci sono alternative.

Vaccini Abbiamo iniziato il 2021 animati dalla speranza di una campagna di vaccinazioni che in pochissimi mesi ci avrebbe fatto raggiungere l’immunità di gregge. Ma è ormai chiaro che non sarà così, la disponibilità dei vaccini è minima e a questi ritmi passeranno anni prima che almeno il 70% della popolazione conquisti l’immunità. Possiamo ragionevolmente pensare che si possa aspettare questo traguardo prima di riprendere l’attività lavorativa? Riusciamo a immaginare le conseguenze di ciò sulle imprese e sul mantenimento dei posti di lavoro se non invertiremo la rotta? Spesso si fa caso unicamente alle situazioni di crisi delle grandi aziende, ma se dovessero collassare centinaia di piccole imprese l’impatto sull’occupazione sarebbe ben più visibile. Noi crediamo che sia urgentissimo prendere atto una volta per tutte della gravità della situazione e studiare protocolli di sicurezza tali da permettere alle imprese di lavorare, alle persone di spostarsi liberamente e all’economia di riprendere a girare.

*Direttore Cna Umbria

Perugia e la sua crisi d’identità: sindaco e rettore avviino una riflessione sulla città universitaria

Prosegue con Antonio Bartolini, professore di Diritto amministrativo ed ex assessore regionale alle Riforme, la serie di interventi sul futuro di Perugia. Nei giorni scorsi Umbria24 ha ospitato quelli di Francesco Zuccherini, Francesco Vignaroli e Giacomo Leonelli.

di Antonio Bartolini

Perugia Capitale europea e italiana della cultura. Perugia Capitale europea dei giovani. Perugia Capitale verde d’Europa. Cronaca di tre fallimenti. Perugia Città del cioccolato. Perugia città del cachemire. Perugia Città del Jazz. Perugia Città degli stranieri. Perugia Città universitaria. Perugia Città etrusca. Perugia Città della mobilità sostenibile. Perugia Città capoluogo. Questo lungo elenco di idee di città, nascondono in realtà una crisi di identità. Una città in cui la sua notorietà proviene o da efferati crimini o dalla cronaca giudiziaria o, guardando al presente, dai pessimi record in materia di Covid. La risposta è stata – come spesso dico – quella di guardarsi nell’ombelico. Perugia ai perugini è stato lo slogan di alcune campagne elettorali.

Quale identità La città e tutte le sue componenti – politiche economiche e sociali – hanno smesso di guardare al mondo e si sono chiuse dentro le mura etrusche e medioevali. In un guscio protettivo, che porta però all’immobilismo. Come uscirne? Lavorando innanzitutto sull’identità e sulle identità della città. La risposta non è sicuramente richiamarsi all’età di mezzo tra medioevo e signoria rappresentata da Perugia 1416. Perugia non è Siena o Gubbio. Perugia, invece, è città universitaria per eccellenza. È da qui che bisogna ripartire. Bene ha fatto il Magnifico rettore a celebrare i 700 anni della Facoltà di Medicina, coinvolgendo tutte le istituzioni a partire dal cardinal Gualtiero Bassetti e dalla presidente della giunta regionale Donatella Tesei. Il sindaco Andrea Romizi, e con lui tutta la città, dovrebbe cogliere questo momento celebrativo per avviare una riflessione sulle opportunità di sviluppo che offre l’idea di «Perugia Città universitaria». Sia per quanto riguarda l’asse formazione e istruzione, sia per quanto concerne ricerca e innovazione.

Città universitaria Una vera identità, con più di 700 anni di storia. «Università di Perugia 700 anni di modernità»: così s’intitolava un famoso libro del compianto rettore Giancarlo Dozza. Ma questo richiede poi delle politiche. Capacità di intercettare i fondi del Recovery plan destinati alla transizione ecologica e digitale, mettendo l’Università di Perugia come centro di innovazione e sviluppo. Capacità di pensare le politiche urbanistiche mettendo al centro i due Atenei. Dando più attenzione anche ai particolari: il degrado in cui versano i marciapiedi che portano alla Conca ne è un segno tangibile; a proposito di decoro urbano… Mi appello al sindaco Andrea Romizi, al rettore Maurizio Oliviero e a tutte le forze vive di questa città, affinché convochino immediatamente un tavolo interistituzionale in cui venga messa al centro la questione di Perugia Città universitaria. Perché la città ha bisogno di ritrovare e pensare alla propria identità, partendo dal proprio miglior passato per tracciare il proprio futuro. Perugia Città Universitaria.

«Passi indietro, pandemia e promesse: Regione aiuti le persone affette da Adhd»

Pubblichiamo la lettera aperta che Paolo De Luca, referente per l’Umbria di Aifa odv (associazione con finalità di solidarietà sociale, informazione e divulgazione scientifica sull’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività), ha deciso di inviare alla presidente della Regione Donatella Tesei, a quello dell’Assemblea legislativa Marco Squarta e ai presidenti dei gruppi assembleari in consiglio regionale

di Paolo De Luca 

Gentile presidente, prima di scriverle abbiamo atteso, sperando inutilmente, che la pandemia potesse essere un lontano ricordo, perché non volevamo distrarre lei e la sua Giunta dall’obiettivo di debellare questa nuova “peste”. Purtroppo sia perché la cogenza dei bisogni delle persone che rappresento sono diventati non più rinviabili, sia perché alcuni atti di indirizzo non ci sembrano congrui nell’ambito della tutela di cui avrebbero bisogno le persone con problematiche e con ridotte capacità lavorative, siamo costretti a farlo. L’ultimo atto che ci preoccupa, è quello approvato in giunta regionale inerente alla riforma di legge regionale n.1 “sistema integrato del mercato del lavoro”, specificatamente circa lo svolgimento da parte dei privati dei servizi di intermediazione per la tutela delle cosi dette “categorie protette” di cui alla legge 68/99. Ebbene questa scelta ci sembra un grosso passo indietro rispetto al diritto di una persona che ha una riduzione delle capacità lavorative ad avere un lavoro adeguato al bisogno, e una ulteriore forma di possibile precariato, in quanto le persone iscritte alla lista hanno bisogno di certezze, e non di essere assunti da cooperative sociali. A motivo di ciò, ci auguriamo che possiate tornare sui vostri passi.

Richieste di incontro Riteniamo opportuno inoltre farle notare che a circa un anno e mezzo dalla sua elezione e dall’insediamento della nuova giunta regionale, la nostra associazione ha avuto la possibilità di una sola interlocuzione con i nuovi vertici nonostante tre Pec inviate nel 2020 con la richiesta di incontrarvi; mail in cui vi davamo anche la disponibilità a collaborare, senza aver ricevuto risposta alcuna. Come non abbiamo avuto nessun riscontro alle due mail con la richiesta di incontro con l’assessore alla Sanità Luca Coletto, e alle due mail inviate alla nuova garante per L’infanzia e l’adolescenza dell’Umbria. Le ricordiamo inoltre l’incontro avvenuto con alcune associazioni di salute mentale il 7 ottobre 2019 a Trevi, allorché incontrammo lei e altri candidati alla Presidenza della Regione dell’Umbria, e che nell’occasione sottoscrisse di suo pugno, 9 dei 10 punti che le sottoponemmo. A oggi, nessuna delle richieste da lei sottoscritte in quella occasione, è stata esaudita.

I problemi Pur avendo diverse altre cose da sottoporre alla sua attenzione, le facciamo presente una ultima considerazione. La pandemia ha ulteriormente acuito, come certo sarà a sua conoscenza, le condizioni di vita delle persone con problematiche di salute mentale e delle loro famiglie. Le attività in diverse neuropsichiatrie infantili e centri salute mentale sembrano come essersi come paralizzate – spesso non rispondono neppure alle chiamate – e siamo stati costretti, noi come altre associazioni di volontariato presenti nel territorio, a richiedere a dei soggetti privati quali psicologi e pedagogisti di poter supportare gratuitamente tali bisogni e urgenze. Inoltre come ben sa, i tirocini delle persone che erano state programmati dai Sal (Servizi di avviamento al lavoro) per le persone più in difficoltà, sono praticamente bloccati da quasi un anno, e lei può immaginare quanta sofferenza si è accumulata in loro e nelle famiglie. Ribadendo la disponibilità del sottoscritto a nome di Aifa onlus che rappresento in Umbria, a ricercare insieme possibili giuste contrarie a bisogni vecchi e nuovi, le chiediamo di conoscere quale risposta la Regione dell’Umbria ritiene di poter mettere in campo oggi, di fronte a tante e tali necessità.

 

Nuovo stadio della Ternana, i murales saranno recuperati: «Valore storico collettivo»

I murales dello stadio Liberati saranno recuperati e ricollocati. E’ quanto emerso dalla presentazione del progetto del nuovo stadio della Ternana. In uno dei passaggi, il vicepresidente rossoverde Paolo Tagliavento ha fatto anche chiarezza in merito agli storici murales, diventati nel corso degli anni un simbolo della struttura. Il loro recupero piace anche a Francesco Mazzilli, figlio di Walter, ex assessore allo Sport del Comune di Terni, che autorizzò la realizzazione di quelle opere nel 1975.

La lettera Francesco ha così scritto una lettera di ringraziamento alla Ternana Calcio. «Ho assistito alla diretta social della presentazione pubblica del nuovo stadio della Ternana. Come molti tifosi rossoverdi ho condiviso la forte approvazione nonché le crescenti aspettative nei confronti del progetto Città dello Sport e della clinica privata convenzionata. Un disegno ambizioso, il quale, se realizzato, farebbe della Ternana una società di tutto rispetto nel panorama sportivo italiano e potrebbe garantire al patron Stefano Bandecchi un importante riconoscimento da parte della cittadinanza ternana; ci auguriamo anche e soprattutto che al riconoscimento si accompagni il successo in ambito sportivo e imprenditoriale».

La storia dei murales «Durante la conferenza ho appreso con molto piacere che i Murales disegnati nel ’75 dalle Brigate Pablo Neruda presso le curve Est e Sud, verranno recuperate e ricollocate. E’ motivo di particolare soddisfazione che sia stata operata questa scelta, dal momento che essi furono realizzati quando mio padre Walter Mazzilli era assessore allo Sport e alla Scuola del Comune di Terni, fu lui infatti a dare l’autorizzazione alla Brigata Pablo Neruda di dipingere i Murales. Spesso essi sono stati motivi di divisione politica tra i tifosi, soprattutto per i chiari riferimenti antifascisti presenti nei disegni, ma ne va ricordato il contesto e la storia. Siamo nel periodo della Guerra Fredda e il mondo è diviso tra le sfere di influenza degli Usa e dell’Urss. L’11 settembre 1973 il governo cileno democraticamente eletto guidato dal socialista Salvador Allende, venne rovesciato dal generale Augusto Pinochet (appoggiato dagli Stati Uniti) il quale perseguitò tutti gli oppositori politici, uccidendo migliaia di persone e chiudendone centinaia di migliaia in campi di concentramento come Chacabuco e Pisagua (molto vicino a quest’ultimo il dittatore ci costruì persino una villa con piscina). Il simbolo di quel golpe divenne ben presto l’Estadio Nacìonal di Santiago del Chile, che fu utilizzato come campo di concentramento nei giorni successivi al golpe e all’assassinio di Allende. Vi furono molti profughi dal Cile ormai governato dalla dittatura militare, alcuni dei quali vennero in Italia e che furono ospitati anche dalla città di Terni.
Quanto detto da valore alla presenza dei Murales presso lo stadio Liberati, la Brigata Pablo Neruda, ospitata in parte a Terni, ha voluto fare un richiamo simbolico al triste evento dello Stadio Nacìonal. Per questo motivo credo che lasciare i Murales presso la zona dello Stadio, vicino magari al futuro Ternana Museum, abbia non solo un valore affettivo e di simpatia politica per una parte della tifoseria ternana, ma anche e soprattutto un valore storico collettivo per tutta la cittadinanza».

Pandemia, In Umbria numeri peggiori di Usa e Brasile: commissariare la sanità

di Carlo Romagnoli*

Al primo giugno 2020, in Umbria, il bilancio ufficiale dei tre mesi precedenti di pandemia (prima ondata) faceva contare 76 morti e 1431 contagi, diventati 2500 contagi e 88 morti al 30 settembre 2020. Nei tre mesi successivi (seconda ondata) i casi sono esplosi per arrivare a 29.188 ed i morti a 625, continuando poi a crescere fino al 13 febbraio quando si sono registrati 40.959 casi e 904 morti.

Volendo confrontare i due periodi 1 marzo -30 settembre 20202 (sette mesi, 224 gg) con 1 ottobre- 13 febbraio 2021 (4 mesi e mezzo, 136 gg), usando come denominatore la popolazione generale (870.165) e sottraendo i casi registrati nella prima fase da quelli registrati nella seconda fase per come qui schematicamente definite, registriamo un tasso grezzo di contagio del 2,9 x 1000 ed un tasso grezzo di mortalità dello 0,1 x 1000 nella prima ondata in confronto ad un tasso grezzo di contagio pari a 44, 2 x mille residenti e ad un tasso grezzo di mortalita pari a 0,94 per mille.

Nella seconda ondata i casi sono cresciuti rispetto alla prima ondata di 15 volte (+ 1500%) ed i morti di 9 volte (+900%). Al confronto in Italia dalla prima alla seconda fase il tasso di contagio è cresciuto di 7,6 volte (+763%) mentre il tasso grezzo di mortalità è aumentato dello 0,61% (+61%). Quindi la gestione sanitaria della destra ha prodotto esiti molto peggiori di quelli, pure negativi, prodotti a livello nazionale.

Le politiche sanitarie effettivamente applicate nei diversi contesti regionali e nazionali si confermano come potenti modificatori di effetto della pandemia: se in Italia, in un quadro generale di gestione capitalistica della crisi sanitaria (fabbriche aperte, tracciamento precoce saltato, prevenzione ed assistenza sanitaria di base ai minimi temini, privatizzazione di molte strutture ospedaliere) abbiamo gli stessi tassi di contagio e mortalità di Usa e Brasile, in Umbria la destra con la propria dissennata gestione è riuscita a fare di peggio, amplificando nella seconda ondata i danni e raggiungendo in tal modo i disastrosi risultati sopra richiamati.

Il governo della destra è pericoloso per la salute di tutte e tutti, chi l’ha votata ha sbagliato. Senza alcun rimpianto per la passata gestione proprietaria delle giunte Pd che hanno portato a “Concorsopoli”, occorre tenere presente che la Destra ha vinto le elezioni regionali con il programma di privatizzare il 30% della sanità regionale, linea politica che ha seguito nell’assumere un certo tipo di direttori generali delle aziende sanitarie e nel non fare assunzioni a tempo indeterminato per non appesantire le dotazioni organiche, anche sulla scorta del prevalere di
posizioni negazioniste (Zangrillo / San Raffaele: “Il virus covid non e’ piu un problema per i clinici”) che in estate prevedevano la fine della pandemia a portata di mano.

Queste previsioni politiche e queste credenze antiscientifiche hanno sviluppato in Umbria tutto il loro potenziale negativo, creando una situazione di diffuso pericolo e di difficile soluzione. Per prima cosa occorre ridurre i danni: il Partito Comunista Italiano dell’Umbria chiede di commissariare la sanità come atto dovuto per tutelare la salute di tutte e tutti, messa in innegabile pericolo da una gestione dissennata e necropolitica. Invitiamo tutte le organizzazioni del sociale e le forze politiche progressiste ad unirsi a noi per formalizzare nelle dovute sedi (Prefetture, Ministero della Sanita, Presidenza della Repubblica, Onu, ecc) la nostra richiesta di tutelare l’interesse generale dell’Umbria ad avere una sanità dignitosa ed efficace.

*Esponente Partito Comunista Italiano dell’Umbria
ex funzionario Sanità Regione Umbria

No al Governo del banchiere: Draghi è in continuità con vecchie politiche

di Leonardo Caponi*
ex senatore

Il Partito Comunista Italiano dell’Umbria sarà all’opposizione del neonato governo Draghi che è il governo delle banche e della tecnocrazia e assumerà misure e provvedimenti insufficienti e antisociali e antipopolari nel campo della sanità, dell’economia e del lavoro.

Draghi è la negazione di quella svolta di cui l’Italia avrebbe bisogno per liberarsi da quel sistema economico liberista che ha distrutto la sanità pubblica, provocando le disastrose conseguenze del virus, bloccato lo sviluppo del Paese, indebitandolo, riducendo i livelli dei redditi popolari e aumentando il numero dei disoccupati e la povertà. Draghi si muoverà in continuità con le vecchie politiche accentuandone i caratteri di classe e di destra, avendo sostanzialmente carta bianca poiché avrà, dentro l’esecutivo, un potere incontrastabile e incontrastato.
Non deve trarre in inganno il fatto che questo governo sia sostenuto dal Pd o da una sedicente sinistra. Da tempo queste forze hanno abbandonato il fronte di una lotta al fianco dei lavoratori, delle piccole imprese e dei ceti meno abbienti, per schierarsi nei fatti con le grandi imprese e il mercato.

Il governo Draghi è frutto della ennesima manovra trasformistica di Palazzo e di una corrotta politica di compravendita dei voti e di cambi di appartenenza che alimenterà, nel Paese e tra gli elettori, una nuova devastante ondata di antipolitica. E’ discutibile che il presidente della Repubblica abbia potuto non solo assistere impassibile a questo spettacolo, ma svolgere una funzione di guida della crisi al confine dei suoi limiti costituzionali. Il Pci, da ancor piccola ma coraggiosa forza quale è, fa appello a tutte le altre forze sociali e politiche comuniste, di sinistra, democratiche e progressiste per costruire subito un soggetto di opposizione e di lotta. I comunisti italiani sono a disposizione per ricostruire, con urgenza, quello che nel nostro Paese, sciaguratamente, non c’è: una nuova sinistra.

Perugia, Leonelli: «Alla città serve un “Mes”. Archiviamo tatticismi e opposte narrazioni»

Pubblichiamo l’intervento di Giacomo Leonelli, avvocato ed ex segretario regionale del Partito democratico. Leonelli, che è stato anche consigliere regionale e comunale, prende spunto dai due interventi pubblicati nelle settimane scorse da Umbria 24 (quelli dei consiglieri comunali Francesco Zuccherini e Francesco Vignaroli) per mettere sul tavolo alcune proposte per il capoluogo di regione.

di Giacomo Leonelli

Le prese di posizione nelle scorse settimane sul futuro di Perugia di due consiglieri comunali, uno di maggioranza e uno di opposizione, mi hanno stimolato alcune riflessioni. Non tanto sull’oggi, ma sul futuro della città, in quanto a mio parere, il nodo cruciale rischia proprio di essere quanto il dibattito di oggi possa incidere e condizionare i prossimi scenari. Entrambi i consiglieri sembrano rifarsi diligentemente alle narrazioni consolidate dei rispettivi schieramenti. Nel Pd la «città ferma», il «declino di idee e sviluppo», la «città cupa», secondo il “leitmotiv” del Pd e del centrosinistra degli ultimi 7-8 anni. Se prendessimo le conferenze stampa prenatalizie dell’opposizione degli ultimi anni, ci accorgeremmo che sono perfettamente sovrapponibili l’una con l’altra. Dall’altro lato, nel centrodestra, si rilancia il solito il refrain delle «scelte sconclusionate delle amministrazioni precedenti», per poi conseguentemente sottolineare la buona «ordinarietà» dell’amministrazione Romizi, accompagnato dalla retorica consolidata che, nelle condizioni date, non si poteva comunque fare meglio e di più.

«RISULTATI E VISIONE, L’ORDINARIETÀ DI ROMIZI VA RIVENDICATA»

Narrazioni da superare Il nodo cruciale a mio parere è proprio questo. E cioè quanto le rispettive narrazioni della maggioranza di Romizi e dell’opposizione condizioneranno il futuro della città: perché se dovessero rimanere preponderanti, il centrodestra si ridurrebbe di fatto a tentare di raccogliere l’eredità “taumaturgica” di Romizi del 2019 per poi trasmetterla a uno dei legittimi pretendenti al trono (non semplice); mentre il centrosinistra rischierebbe di passare il tempo a invocare e rilanciare slogan a oggi non penetrati nel “sentiment diffuso” della città, con la speranza che ciò prima o poi possa accadere. Il tutto, alla presenza di un “convitato di pietra”: e cioè il “dibattito cittadino” che è sempre più silente. Desertificato, se non azzerato, anche indubbiamente a causa della pandemia. Le ansie e le preoccupazioni per noi e per i nostri familiari hanno ridimensionato le nostre attenzioni al resto. I lockdown, le chiusure dei tanti contenitori culturali e sociali, hanno messo a dura prova una realtà associativa diffusa, da sempre protagonista del dibattito cittadino. Senonché i mesi passano, e l’impressione è che questa città non possa permettersi ancora a lungo “la guerra di trincea” delle narrazioni, che per quanto legittima rischia ogni giorno di essere più statica e asfittica.

«CITTÀ FERMA, SERVE NUOVO FRONTE SOCIALE, CIVICO E POLITICO»

Un “Mes” per Perugia Passata l’emergenza, infatti, il rischio è quello di trovarsi impreparati alla programmazione del futuro di una città che ha un impellente bisogno di progettualità, dove giocoforza a contrastarsi non sarebbero due modelli alternativi, ma due narrazioni opposte su questi anni figlie appunto delle due “trincee”. E tutto questo mentre la pandemia cambierà, forse per sempre, alcuni rifermenti e il neonato Governo Draghi probabilmente rivoluzionerà nuovamente il sistema politico italiano. E allora se non vogliamo immolarci sull’altare dei vecchi tatticismi e delle rispettive diligenti narrazioni, dovremmo cominciare fin da subito a riflettere sulla nostra città. In questi casi la politica usa proclami come “voliamo alto” (anche perché spesso non sa come atterrare); “ripartiamo dai contenuti” (attardandosi sistematicamente nel declinarli). Forse per una volta, potremmo metterli in campo prima ancora che invocarli. A tal proposito, io ripartirei da un «Mes per Perugia»: dove Mes non significa il tanto dibattuto Meccanismo europeo di stabilità quanto «Modernizzazione, economia, sapere».

BOCCALI: «L’ASSEMBLEA NAZIONALE SERVA A RIPENSARE IL PD»

Servizi Modernizzazione perché oggi la competitività di una città si misura anche e soprattutto sull’efficienza e sull’equità e sul loro rapporto. Bene tutte le infrastrutture, materiali e immateriali, ma vorrei vedere più coraggio nell’affrontare questioni che devono uscire da una dinamica esclusivamente assistenziale. Trasporto pubblico per esempio: perché questa città non riesce a organizzare un trasporto dove prendere i mezzi pubblici diventa una scelta anziché una necessità per chi non può fare diversamente? Servizi alla persona: qual è il modello di valutazione di «merito del bisogno»? È vero, ci vuole coraggio a dire «Stop. Non hai più diritto alla gratuità di questo servizio o a pagarlo così poco, perché qualcun altro ne ha più bisogno di te», ma le disuguaglianze generano rancore e il rancore nelle città è l’embrione della rottura di quello che una volta si chiamava tessuto sociale; e la rottura del tessuto sociale porta a tensioni ed effetti nefasti sulla qualità della vita dei quartieri.

Cambiare paradigma Economia perché qui non c’è più soltanto il tema della “fuga dei cervelli”. C’è il tema per cui comunque chi ha l’ambizione di fare qualcosa nella vita comincia a guardarsi intorno. Il “cambiare aria” non è più una scelta, ma una necessità per tanti 18enni. La risposta può essere solo fare altri centri commerciali e supermercati in una dinamica socio economica dove cresce costantemente l’online? Non sarebbe più interessante tentare di cambiare radicalmente paradigma? Questo andrebbe fatto senza riempirsi la bocca di slogan – ad esempio sulla cementificazione – bensì impegnandosi su un nuovo Piano regolatore indirizzato alla riconversione dell’esistente, accompagnando il tutto con una scelta di modello economico di città, che la qualifichi in Italia e nel mondo sui temi attraverso strumenti premiali per chi investe in sostenibilità (avete visto per esempio la nuova ciclovia Firenze-Prato?) e in marketing culturale (a proposito, quanti anni sono che Perugia non propone più una “grande mostra”?). Finita la pandemia tutto il mondo avrà voglia di tornare a viaggiare, ed è doveroso che Perugia colga questa sfida nella maniera più competitiva possibile.

Conoscenza Saperi, intesi come conoscenza in generale a cominciare dalle università. Quella che nei secoli è stato un vanto della città, e cioè la sua realtà accademica, è diventata nelle ultime settimane qualcosa di cui parlare il meno possibile. C’è un’aria diffusa, sia nella maggioranza di centrodestra (tatticamente comprensibile) sia nella minoranza di centrosinistra (molto di meno, molto) che probabilmente pensa di liquidare il grande tema del futuro dei saperi in città con il rapido superamento di una triste vicenda giudiziaria. C’è invece chi è convinto che questa possa essere proprio l’occasione giusta per testare la trasparenza del nostro sistema accademico e conseguentemente la competitività dello stesso. C’è chi crede che nell’ottica della sfida globale, che caratterizzerà sempre di più la qualità della vita delle città in futuro, Perugia da un lato non possa permettersi ombre sul modello di merito, dall’altro falle e disarmonie tra il sistema formativo e il modello di città con le sue vocazioni che ci attende.

Al bivio Ecco dunque una città al bivio, che costringe la politica cittadina a ripensarsi e a cambiare: dalle narrazioni alle proposte, dalle rendite di posizione alle sfide, dal tatticismo sull’esistente al confronto sul quello che verrà, su alcuni temi come quelli che ho sinteticamente indicato, ma più propriamente, sulle risposte che Perugia saprà dare a sé stessa e al suo futuro.