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venerdì 27 maggio - Aggiornato alle 22:18

Il romanzo sul mago Diego tra gli odori e i colori di Napoli

di Ivano Porfiri

Ogni mago ha un suo gesto, una parola, il suo “simsalabim” in cui la realtà si ferma e si entra nel regno incantato dell’illusione. I bambini strabuzzano gli occhi e spalancano la bocca. Neppure si chiedono se quello che vedono sia vero oppure no, loro sanno viverlo e basta per quello che è. Gli adulti hanno bisogno di sospendere, più o meno consapevolmente, lo stato di coscienza. Ma per credere e godere bisogna saper lasciarsi andare.

Picasso prende in mano il pennello, Keith Jarrett posa le mani sui tasti bianchi e neri, Diego afferra un qualsiasi oggetto sferico e inizia ad accarezzarlo col suo piede sinistro. Il tempo si piega davanti al talento e torniamo tutti un po’ bambini con la bocca aperta e la mente leggera.

Personalmente non amo sapere troppo della vita dei grandi artisti, delle loro stravaganze o normalità. Non mi interessa troppo il loro lato umano. Per me, chi lo fa morbosamente, cerca solo rassicurazioni per la propria mediocrità. Dunque, quando il mio amico e collega Enzo Beretta mi ha detto che scriveva l’ennesimo libro su Maradona ho dissimulato in un sorriso scetticismo e un pizzico di delusione. C’è ancora bisogno di rimestare nel torbido, donne e cocaina, calcio e sfarzo? Lo sanno anche i sassi chi è stato Diego. Il più grande giocatore di tutti i tempi e forse il peggiore esempio di vita per uno sportivo. Anche basta.

Ma un po’ per amicizia e un po’ per curiosità ho letto “Il re degli ultimi”. Non l’ho divorato, ci ho impiegato mesi e c’è voluta la reclusione forzata del Covid per terminarlo. Non perché sia un brutto libro. Proprio il contrario, perché me lo andavo a cercare nei, purtroppo rari, momenti in cui volevo estraniarmi dalla vita quotidiana. Chi mi conosce sa che per svago io leggo solo romanzi, possibilmente belli. E “Il re degli ultimi” è un romanzo. Lo è tanto che un bravo cronista quale è Enzo ha cadenzato le sue gustose “messe in scena” con scarni lanci di agenzia dell’epoca e interviste ai protagonisti, non nascondendosi dietro al fatto che, a volte, queste smentiscono il suo racconto di un determinato episodio. Un espediente da scrittore raffinato, che non teme le critiche.

Così, Diego che scappa a gambe levate dalla stanza del pm Cafiero De Raho che gli ha mostrato la sua foto nella vasca da bagno dorata dei camorristi fratelli Giuliano, poche pagine dopo viene capovolta dall’avvocato di Maradona, Vincenzo Siniscalchi, che era lì e nella parte romanzata abbraccia il campione per rassicurarlo. Ma allora è pura invenzione? No, perché poi c’è uno stralcio dell’intervista al magistrato che avvalora la fuga. Fatto sta che nella mente resta l’immagine perfettamente verosimile di un ragazzo spaventato da una realtà che lo sta fagocitando, dopo averlo portato alle stelle.

“Il re degli ultimi” è pieno di vita, di colori, di odori, di dettagli a volte perfino eccessivi. C’è la marca di ogni capo di abbigliamento o arredamento di chi è presente nelle scene ricostruite con cura maniacale, come il pranzo al ristorante tra Diego e il suo nuovo procuratore Guillermo Coppola. C’è quello che si dicono i protagonisti in incontri riservatissimi o, chissà, in qualche caso nemmeno avvenuti. Ma anche quello che pensano. C’è poco calcio e tanta Napoli, ci sono le pozzanghere di Acerra, lo spogliatoio del calcetto di Agnano, l’odore di nicotina nella stanza delle intercettazioni, le stanze dell’Oncologia pediatrica del Policlinico, la birra poggiata al davanzale da Mario il cameriere mentre dipinge il murales ai Quartieri Spagnoli, i bassi di Forcella.

C’è il vero, il verosimile e l’illusione, come in ogni romanzo che si rispetti. C’è la magia, che avviene ogni volta che Diego tocca una palla. Da tennis, mentre il suo avvocato gli spiega come dovrà spiegare davanti al giudice i suoi festini a base di donne e coca. Quella da calcio, il suo vero grande amore, durante il riscaldamento pre-partita di Bayern-Napoli di Coppa Uefa al ritmo di Live is life. E allora cliccate su play qui sotto e sospendete per un paio di minuti la vostra coscienza da adulti e tornate bambini. Live is life.

«Il mondo di Paolo Cendon»: vita e battaglie di un moderno Don Chisciotte

di Carmela Bruniani*

«Il Mondo di Paolo Cendon», uscito il 14 Aprile per l’editore Santelli, ricostruisce, attraverso l’apporto di amici e collaboratori, l’universo complesso di una personalità poliedrica. Un libro scritto a più mani che rielabora il microcosmo della vita e delle battaglie di Paolo Cendon, giurista, professore, narratore e Don Chisciotte moderno che, nel corso della sua vita, ha combattuto non contro i mulini a vento ma contro impalcature ben più complesse e stereotipate.

La spinta idealistica Molto forte in Paolo Cendon è stata, infatti, negli anni, la spinta idealistica che lo ha portato a scontrarsi spesso con la dura realtà di un diritto astratto e sganciato dalla realtà che non gli ha fatto perdere, però, la fiducia nella possibilità di cambiare le cose e che ha contraddistinto sempre il suo lavoro. Il libro, quindi, racconta di Paolo giovane studente a Venezia e poi all’università a Pavia, dei primi incontri importanti, delle scelte di vita. Nel corso della lettura si dipana gradualmente lo schema di riferimento nel quale il giurista Cendon ha affrontato ogni problematica relativa al mondo del diritto che è quello della prevalenza della «law in action sulla law in books».

Le battaglie Partendo da questo presupposto si comprendono meglio le battaglie portate avanti da Cendon per l’affermazione di un concetto di centralità della persona nel mondo del diritto che è destinato ad evolversi nel tempo, con l’aumentare della crescente sensibilità verso i diritti dei più fragili. Si ritrovano nel libro le esperienze con Basaglia a Trieste nell’ambito del percorso che porterà alla legge sulla chiusura dei manicomi, il duro lavoro per il riconoscimento a livello giurisprudenziale, ancora in divenire, del danno esistenziale e di tutte le sue implicazioni legate al danno alla persona. Si ripercorrono le tematiche legate alla rivoluzione copernicana posta in essere con l’approvazione della legge sull’amministrazione di sostegno e quelle che hanno portato all’istituzione di un Tavolo di lavoro ministeriale per l’abrogazione dell’interdizione.

«Patto di rifioritura» Molto interessanti sono ancora le elaborazioni concettuali dell’istituto giuridico che Cendon ha denominato col suo linguaggio figurato «Patto di rifioritura», una metafora che rende immediatamente leggibile un sistema articolato per allontanare una persona da una situazione di dipendenza, di malattia o comunque di fragilità e accompagnarla verso una nuova rinascita. Va ancora ricordato l’impegno di Cendon per l’affermazione del cd “Progetto esistenziale di vita” finalizzato a fornire a chi si occuperà di un soggetto fragile che rimane da solo dopo la morte dei parenti prossimi tutte le informazioni utili a garantirgli le stesse attenzioni, anche dal punto di vista materiale e dei bisogni pratici, che chi lo ha seguito in precedenza gli aveva assicurato, conoscendolo molto bene.

Visionario Dal libro emerge, quindi, che le caratteristiche del giurista Cendon si sono sommate a quelle di uno splendido visionario che è riuscito a comprendere, che al di là della rigida forma della legge, c’è un’umanità per cui quella legge è stata emanata e che su quella deve plasmarsi. Non manca neanche il richiamo al Cendon scrittore, non solo di testi giuridici, ma di romanzi nei quali la sua passione per il diritto si coniuga con storie di vita reali alle quali volge sempre il suo sguardo perché è dalla osservazione della realtà che sono nate le sue intuizioni più originali. Quindi un caleidoscopio di nomi, storie, avventure, affetti, accessibile a tutti, non un testo specialistico per tecnici ma, nello stile Cendon, un racconto fluente, leggero attraverso il quale si racconta un mondo che è quello dei diritti, presidio fondamentale per la libera esplicazione della personalità di ogni individuo.

* Avvocato, componente dell’associazione Diritti in movimento

Pacifismo non a tutti i costi: arrivano i critici, poco prima della Marcia della pace

Alla vigilia della marcia della pace del 24 aprile si è sviluppata una polemica sul manifesto che la convoca e, più in generale, un dibattito sulla natura del pacifismo. E’ un movimento storicamente ambiguo? E’ equidistante fra aggressori e aggrediti? Passaggi magazine apre un dibattito con tre primi articoli. Gabriella Mecucci, pur riconoscendo la necessità di mantenere aperta la via del dialogo, ricostruisce la storia, non priva di “ambiguità”, del movimento: nel 1981 aderì alla Marcia persino Breznev. Giampiero Rasimelli difende il pacifismo e nega che oggi sia equidistante: la condanna dell’invasione russa è inequivocabile e invita alla partecipazione. Nicola Fano chiede di schierarsi sempre e comunque in difesa della libertà. Il confronto si amplierà nei prossimi giorni: Passaggi Magazine pubblicherà altri interventi per dare una lettura il più possibile articolata delle diverse posizioni sul pacifismo. Continua a leggere

Arvedi-Ast, maggio di elezioni sindacali nella fabbrica ternana: l’appello Fismic

«Votare è certamente un diritto, ma in un momento cosi particolare e critico come quello attuale è anche un dovere, soprattutto per garantire alla Fismic-Confsal quelle prerogative necessarie a dare voce alle istanze della categoria e a incrementare la rappresentatività della nostra organizzazione, necessaria per ottenere un profondo cambiamento nelle politiche della gestione della fabbrica». Questo l’appello del coordinatore Rsu Fismic di Acciai speciali Terni, Marco Bruni, nel suo messaggio di buona Pasqua rivolto alle proprie colleghe e ai propri colleghi in vista del rinnovo dei delegati sindacli di fabbrica previsto per il prossimo maggio.

Arvedi-Ast «Sarà un passaggio fondamentale per i prossimi anni, nel nostro sito – avverte Bruni -; servirà ad individuare i rappresentanti dei lavoratori nel nostro stabilimento e concorrerà a determinare la rappresentatività sindacale della Fismic-Confsal per i prossimi anni, determinanti per il futuro della nostra fabbrica. L’elezione delle Rsu è sempre una scadenza fondamentale, ma quest’anno riveste un rilievo maggiore: l’emergenza sanitaria ha richiesto un ulteriore aggravio di compiti, ha peggiorato le condizioni di lavoro e messo a dura prova le relazioni sindacali La Fismic-Confsal, proprio per difendere gli spazi di democrazia e di partecipazione, la professionalità dei vari ruoli, la trasparenza ed i diritti dei lavoratori, chiede il sostegno di tutti per proseguire, con maggiore forza, l’azione a difesa dei lavoratori. Occorre quindi uno sforzo collettivo, perché le scelte della nostra organizzazione siano condivise con tutti voi iscritti e simpatizzanti, affinché sia presentata una lista Fismic-Confsal in grado di coprire tutti i reparti e tutte l’esigenze dei lavoratori, sempre nel rispetto di quelli che sono i valori di autonomia e libertà del nostro sindacato».

Rinnovo Rsu maggio 2022 Come Fismic-Confsal – prosegue – sentiamo la responsabilità e il dovere di continuare a difendere la fiducia e il consenso ricevuti, in questi anni, grazie alle nostre coerenti posizioni e proposte sindacali, perché nascono dalla presa in carico delle singole problematiche, che quotidianamente i lavoratori affrontano e che la politica aziendale di questi ultimi anni non solo non risolve, ma aumenta. Problemi che si riferiscono a temi sindacali e alla valorizzazione dei lavoratori dal punto di vista professionale e retributivo. L’appuntamento delle elezioni delle SU è un grande esercizio di partecipazione e di libertà che si svolge in una grande competizione democratica dove tutti noi vogliamo giocare un ruolo da protagonisti, incrementando adesioni, consensi e rappresentatività per essere sempre più interlocutori, autorevoli e attivi in tutti i luoghi di lavoro e nei tavoli di confronto con l’Azienda che nei prossimi mesi saranno numerosi e fondamentali per la crescita produttiva del sito di Ast. Le sfide che abbiamo davanti sono fondamentali: dalla crescita salariare, all’occupazione, al riconoscimento delle professionalità legate alla mera meritocrazia, alle riforme, all’utilizzo delle risorse del PNRR e alla tutela della salute e della sicurezza, Tutta la Fismic-Confsal è unita». Seguono gli auguri di buona Pasqua ai dipendenti Ast e alle famiglie ma più in generale a tutto il Paese con un pensiero rivolto a chi ha perso gli affetti più cari in periodo di pandemia.

Quadrilatero, la strada dei sogni. ‘Quella congiunzione astrale’ straordinaria l’ha resa possibile

di Diego Zurli
architetto, ex componente del Cda di Quadrilatero Spa

La presentazione del libro “La Strada Dei Sogni” che ripercorre le tappe fondamentali della nascita e della realizzazione del progetto “Quadrilatero di Penetrazione Umbria-Marche” svoltosi a Macerata, è stata l’occasione per ripercorrere alcune delle tappe fondamentali di uno dei più importanti progetti viari realizzati in Italia in tempi recenti. Gli autori – Fabrizio Romozzi e Maurizio Verdenelli – anche avvalendosi del contributo di alcuni dei protagonisti, hanno raccontato le vicende che hanno reso possibile il completamento di un sistema viario caratterizzato da una serie di trasversali che “sbattevano sull’appennino” per lungo tempo rimasto incompiuto. Per me, è stata soprattutto l’occasione per incontrare nuovamente alcuni compagni di viaggio degli anni nei quali ho fatto parte, in rappresentanza dell’Umbria, del Consiglio di Amministrazione della società di progetto che ha realizzato le opere. Anni piuttosto difficili caratterizzati da una serie di vicissitudini sfavorevoli quali il fallimento di ben due General Contractor su tre sull’asse viario Perugia-Ancona (il terzo è stato miracolosamente salvato per incorporazione nel colosso delle costruzioni WeBuild nato dal gruppo Salini-Impregilo con la benedizione di Cassa Depositi e Prestiti) o quelle altrettanto disdicevoli dei difetti costruttivi – scoperti ma in realtà già noti – sul calcestruzzo di rivestimento di alcune gallerie della Foligno-Civitanova e di cui si è occupata a lungo l’informazione nazionale. La “Strada dei Sogni” è stata anche, al tempo stesso, la strada degli incubi per moltissime imprese, alcune delle quali hanno definitivamente chiuso i battenti, private delle normali tutele che avrebbero dovuto garantire i sub-appaltatori e che hanno costretto Parlamento e Governo a istituire un apposito “Fondo Salva-Imprese” per cercare di evitarne il default. Ciononostante, occorre riconoscere che il Progetto Quadrilatero è stata una delle non moltissime iniziative che, pur tra notevoli criticità, possono essere considerate giunte a buon fine tra quelle inserite nella celebre lista della cosiddetta “Legge Obiettivo”, lo strumento voluto dal Governo Berlusconi per facilitare la realizzazione delle grandi infrastrutture strategiche in Italia attraverso semplificazioni burocratiche e modalità attuative che, almeno nelle intenzioni ma non nella realtà, avrebbero dovuto imprimere una straordinaria accelerazione al compimento delle stesse.

Non è questa la sede per effettuare un bilancio della legge 443 del 2001, abrogata dal Codice dei Contratti Pubblici del 2016 ma confermata in uno dei suoi istituti fondamentali come quello del Contraente Generale che, occorre ammetterlo, nell’applicazione italiana ha prodotto in prevalenza esiti infausti. Peraltro una operazione verità sui non molti risultati positivi ottenuti e sui suoi numerosi fallimenti sarebbe oltremodo utile in una fase in cui ci si accinge a realizzare il più importante programma di opere pubbliche mai visto, dal dopoguerra in poi, con il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (Pnrr). Come è noto, il nostro paese si dimostra sempre pronto ad annullare precedenti riforme (soprattutto quando a partorirle siano stati governi di opposta tendenza politica) ma non è quasi mai in grado produrne delle nuove e di migliori quasi come se ciò fosse la stessa cosa. Ad oggi, infatti, Parlamento e Governo non sono stati in grado di partorire una riforma decente del vigente Codice dei Contratti Pubblici che ha dato esiti ritenuti largamente insoddisfacenti dalla gran parte degli osservatori, salvo nominare commissari a raffica e dispensare deroghe pensando che ciò possa risolvere in qualche modo il problema.

Ma, tornando all’evento di presentazione del libro e agli interventi dei vari relatori, ci è sembrato di cogliere un certo “strabismo territoriale” che ha rivolto principalmente l’attenzione verso l’asse Foligno-Civitanova con le relative intervallive e allacci vari e non già anche verso l’altro asse della Perugia-Ancona, tuttora in piccola parte incompiuto, tuttavia anch’esso di prossima ultimazione. Atteggiamento del tutto comprensibile e giustificabile, considerata la sede del convegno. Nel contempo, bisogna tuttavia riconoscere con onestà che, senza l’impulso iniziale e la visione delle personalità che hanno svolto un ruolo trainante (il quartetto Baldassarri, Pieralisi, Pupo, Romozzi) alcune delle quali recentemente scomparse e che assieme a poche altre si sono spese per creare le condizioni necessarie alla realizzazione dell’opera, oggi noi non avremmo completato né la Foligno-Civitanova né, tantomeno, la Perugia-Ancona. Sarebbe forse stato utile sottolineare maggiormente anche il ruolo decisivo svolto dall’azionista di maggioranza ANAS, inizialmente non troppo convinta della necessità di costituire la società pubblica di progetto, la prima ad essere sperimentata in Italia, ma che poi ha messo a disposizione alcuni dei suoi uomini migliori come Mucilli e Simonini, tecnici di grande esperienza e competenza, senza i quali non sarebbe stato possibile risolvere le criticità incontrate nel corso dei lavori cui si è fatto precedentemente cenno. E’ stato giusto e doveroso ricordare, come peraltro è stato fatto, anche il contributo portato dai soci di minoranza: innanzitutto le due Province e le due Regioni le quali, mettendo da parte le rivalità politiche con il Governo nazionale, hanno a loro volta investito ingenti somme provenienti dai fondi del terremoto del 1997 avendo le stesse compreso che nessuna autentica ricostruzione è possibile senza una visione integrata in grado di tenere insieme il ripristino delle condizioni insediative con quelle capaci di innescare nuove opportunità di sviluppo: una lezione, purtroppo, che sembra rapidamente dimenticata in occasione dei successivi eventi del 2016. Infine, le Camere di Commercio di Perugia e Macerata, i soli soggetti che hanno scommesso sull’architettura finanziaria alla base del progetto di concorrere al co-finanziamento dell’opera tramite la canalizzazione di risorse private provenienti dal mondo produttivo istituendo una tassa di scopo. Occorrerebbe spendere infatti qualche ulteriore riflessione sul modello finanziario – quello derivante dall’attuazione del cosiddetto Piano di Area Vasta – che alla prova dei fatti si è dimostrato irrealizzabile. Eppure quello del parziale coinvolgimento anche finanziario delle comunità interessate al progetto era apparso inizialmente come uno dei punti più innovativi del Progetto Quadrilatero: la “cattura di valore” pensata da Mario Baldassarri resa possibile dalla realizzazione dell’opera e la sua restituzione alla collettività tramite il cofinanziamento della stessa era un idea straordinariamente innovativa ma dimostratasi assolutamente improponibile in un paese come il nostro fin troppo abituato, per storia e per cultura, a privatizzare i profitti piuttosto che a socializzarne una parte, seppur modesta.

Ci sono infine alcuni aspetti molto importanti che, in conclusione, meritano di essere sottolineati. Il primo, è che il Progetto Quadrilatero è stato reso possibile grazie a quello che Baldassarri stesso ha definito come una congiuntura astrale favorevole che ha messo insieme le giuste condizioni per la sua riuscita: l’accumulazione e il coinvolgimento di competenze provenienti dalla politica, da quelle delle professioni tecniche, dal mondo delle imprese e dal territorio, ecc. Come ha giustamente osservato l’avvocato Giuseppe Giuffrè, consulente giuridico del Ministero al tempo della Legge Obiettivo il quale, assieme all’ing. Ercole Incalza ne è considerato uno dei padri, occorre chiedersi perché, a proposito di quest’ultima e del Progetto Quadrilatero, “tra le tante mosche nere, ci sono state anche alcune mosche bianche”. La risposta è che queste opere hanno attraversato territori e coinvolto comunità molto diverse in termini di aggregazione e protagonismo sociale le quali hanno partecipato in prima persona e con convinzione alla loro felice riuscita. Il secondo aspetto, quello che mi è sembrato più significativo, è che il Quadrilatero Umbria-Marche non era stato pensato semplicemente come un progetto viario. L’idea di consolidare un sistema di relazioni stabili tra i due versanti dell’appennino anticipando, per quanto possibile, i mutamenti in atto in regioni come l’Umbria e, per la prima volta anche nelle Marche, avviate ad una fase di progressivo declino, è un idea che trova alcuni riscontri nelle ricerche di un attento osservatore delle geografie dello sviluppo delle aree interne come Aldo Bonomi. Mettere al centro della nostra attenzione i territori marginali immaginando nuove traiettorie di sviluppo che non subiscano passivamente le conseguenze dell’avanzata dell’era della digitalizzazione ma che siano in grado di recuperare una visione capace di valorizzare le relazioni con il territorio è oggi un tema di stringente attualità. Mario Baldassarri nel suo ultimo intervento ha infine tirato fuori dal cassetto, liberandola dalla polvere accumulata dagli anni e dalle ingiurie del tempo, l’idea della “Città Regione”: un paradigma a lungo coltivato anche dall’Umbria che, tra i molti limiti, aveva in sé la consapevolezza che solo facendo sistema si può sperare, grazie un comune gioco di squadra che superi i confini e le barriere, di contrastare la tendenza al declino altrimenti inevitabile. Le infrastrutture – ovviamente non solo quelle stradali – servono anche a questo ma ancora di più, come l’intera vicenda di Quadrilatero ha dimostrato, serve la buona politica: quella che almeno per un breve momento ha visto accantonare rivalità e contrapposizioni per ottenere un risultato su cui solo i quattro visionari promotori del progetto avrebbero inizialmente scommesso, essendo stato realizzato in tempi incomparabilmente più brevi di opere similari e rimasto – cosa assai infrequente – in larghissima misura all’interno dei costi inizialmente previsti.

«Lucia è la nostra bambina coraggiosa che combatte contro una malattia rara. Aiutateci a salvarla»

di Daniele Bottigliero e Monica Spaccapelo*

Vorremmo farvi conoscere Lucia, la nostra bellissima bambina. Lucia ha nove anni e mezzo, è una bambina coraggiosa e sorridente, ma è affetta da acondroplasia.

UN FUTURO PER LUCIA: PARTITA LA RACCOLTA FONDI

Malattia genetica rara L’acondroplasia è una malattia genetica rara che determina bassa statura, deformità ossee e altre complicanze a breve e lungo termine. Colpisce tutto il corpo e rallenta di molto la crescita delle ossa lunghe. Lucia è seguita dall’età di tre anni dall’equipe multidisciplinare dell’Ospedale pediatrico Irccs Istituto G. Gaslini di Genova, che, con professionalità e amore, ha studiato il suo caso clinico, supportandoci in ogni fase della sua vita, al fine di prevenire e correggere le principali complicanze che possono insorgere nel corso di questa malattia. A causa della sua condizione, Lucia ha una ridotta capacità toracica e polmonare, per cui avendo pochissimo spazio, gli organi interni, che sono normali, crescono costretti e compressi. Oltre alla ristrettezza del torace, il problema più importante che Lucia deve affrontare è la deformità cranio-facciale. Il non corretto posizionamento delle ossa del volto le impedisce una normale respirazione, tanto che per dormire e anche quando è molto stanca Lucia necessita di un supporto respiratorio chiamato Niv, Ventilazione non invasiva. Nonostante, questo la nostra bambina è sempre bravissima e paziente.

Il farmaco La bella notizia che ci riempie di speranza è che da agosto 2021 è disponibile il primo farmaco indicato per l’acondroplasia. Questo farmaco si chiama Voxzogo e la sua indicazione è permettere alle ossa di riprendere la crescita normale. Tuttavia può essere somministrato solo quando il bambino ha possibilità di crescita dimostrata non inferiore a 1,5 cm/anno e prima della definitiva chiusura delle epifisi (cartilagini di accrescimento). Il periodo in cui anagraficamente è ancora possibile intervenire è in media fino ai 14 -16 anni, con possibilità di variazioni legate sia al sesso sia all’andamento dello sviluppo puberale. Pur essendo approvato dall’Ema, attualmente, il nostro Sistema sanitario nazionale non si fa carico del farmaco Voxzogo. Il piano di cure di 18 mesi per Lucia ha un costo di circa 450 mila euro e noi genitori non possiamo permetterci, neanche facendo tanti sacrifici, di sostenere la spesa per l’acquisto del nuovo farmaco. Ed è per questo che stiamo chiedendo il vostro aiuto.

Vivere meglio Siamo consapevoli che non si tratti di una terapia salvavita, tuttavia, questa opportunità di cura consentirebbe a Lucia di vivere meglio, grazie ad un miglioramento della statura definitiva, evitando o limitando futuri interventi chirurgici molto invasivi. Lo chiediamo come genitori innamorati della nostra bambina e desiderosi di poterla veder crescere felice e libera. Come tutti i genitori, non desideriamo altro che il meglio per Lucia. Ogni vostro piccolo contributo sarà un gesto enorme di amore e di solidarietà verso la nostra piccola Lucia, che l’aiuterà ad alleviare, anche di poco, le sofferenze e gli impedimenti che questa malattia porta con sé. Grazie di cuore a tutti coloro che decideranno di esserci vicini.

*i genitori di Lucia

Conto termico e Sconto in fattura: un esperto del settore fornisce linee guida in materia

Lettera aperta di Michelangelo Pesciarelli (esperto del settore) in merito al Conto Termico 2.0 e Sconto in fattura con l’obiettivo di fornire linee guida chiare e semplici per scegliere le soluzioni migliori e conoscere a fondo le informazioni più recenti sugli incentivi.

Quello che stiamo affrontando è sicuramente un periodo difficile e mai come oggi la bolletta energetica delle famiglie e delle imprese è stata così onerosa. Assistiamo quindi ad una rincorsa a cercare fonti energetiche alternative al gas e all’elettricità ma anche ad avere impianti domestici sempre più performanti che siano in grado di generare calore a costi inferiori. Semplificando un po’ il ragionamento stiamo tutti cercando il massimo risultato con il minimo sforzo.

Premesse Per consentire alle famiglie di raggiungere l’obiettivo di risparmiare sulla propria bolletta energetica, a più riprese e in modo forse anche poco ordinato, i ministri dei vari governi hanno legiferato offrendo degli strumenti di incentivazione che però vanno capiti e calati nel proprio contesto domestico tenuto conto che è in atto un’importante transizione ecologica mirata a darci uno stile di vita sempre più green, operazione che dovrà sicuramente essere rivisitata tenuto conto del conflitto Russa/Ucraina che sta sconvolgendo molto pensieri in materia di fonti energetiche che consideravamo tramontati del tutto fino a ieri. C’è quindi la necessità di conoscere a fondo le informazioni più recenti sugli incentivi che spaziano dai bonus, con o senza sconto in fattura, ai contributi diretti, con o senza rottamazione del generatore di calore esistente. Per i non addetti ai lavori le informazioni che circolano in rete, quasi sempre, non aiutano a fare chiarezza. È necessario, quindi, rivolgersi ad un rivenditore specializzato o ad un termotecnico che in via preliminare vi chiederà come e quanto viene vissuta la casa, le sue dimensioni, come viene scaldata e che stratigrafia hanno muri e tetto. Da qui la necessità di questa lettera aperta dedicata agli utenti privati che ha l’obiettivo di fornire linee guida chiare e semplici per scegliere la soluzione che più farà risparmiare in previsione dell’efficientamento energetico del proprio impianto di riscaldamento domestico.

Differenze La prima valutazione che dovremo fare è la seguente: ho una caldaia a gasolio, un camino a legna, una stufa a legna o una vecchia caldaia a pellet? Se possiedo uno di questi “generatori di calore” e voglio installare un generatore di calore a biomasse di nuova generazione, con elevato rendimento e basso particolato e che mi consenta di abbattere con certezza i miei costi energetici, ho la possibilità di poter accedere al contributo previsto dal Conto Termico 2.0, che non è uno sconto in fattura. Il generatore di calore a biomasse in sostituzione potrà essere una stufa estetica, una caldaia, un camino o un inserto camino che potranno essere idro, cioè collegabili all’impianto idraulico esistente, o ad aria, e non dovranno superare il 10% della potenza del prodotto da sostituire. Se al contrario non ho niente da rottamare ma semplicemente desidero affiancare alla mia caldaia a gas o a metano oppure desidero acquistare una caldaia a biomasse, posso usufruire dei bonus energetici che permettono di ottenere uno sconto in fattura che oscilla dal 50% al 65%. La parola biomasse ha un inquadramento tecnico molto complesso ma in gergo comune esprime le seguenti fonti di calore: legna, pellet, nocciolino e altri derivati da lavorazioni agricole. Facciamo chiarezza distinguendo quindi le principali differenze fra il Conto Termico 2.0 e il famoso Sconto in Fattura.

Conto termico 2.0 Il Conto Termico 2.0 è quel contributo che il GSE, ovvero il Gestore dei Servizi Energetici nazionali, mette a disposizione di chi acquista un nuovo generatore di calore a biomasse o in pompa di calore, che abbia determinate caratteristiche di efficienza. Per i nuovi generatori a biomassa occorre rottamare un vecchio generatore a biomassa (legna, pellet, etc..) o a gasolio; per i nuovi generatori in pompa di calore si può rottamare qualsiasi dispositivo (biomassa, caldaia a gas, e vecchie pompe di calore). Al momento dell’acquisto il generatore di calore scelto avrà già di per sé un incentivo a valore erogato direttamente dal Gestore Servizi Energetici (GSE) e permetterà di risparmiare fino al 65% a seconda della fascia climatica di appartenenza. Questo contributo si potrà applicare anche sul montaggio della nuova caldaia in base a dei parametri che la rivendita specializzata saprà sapientemente calcolare e fornire. È però importante sapere che il Conto Termico 2.0 va oltre il mero sconto perché è una operazione “green”, infatti, fra le formalità previste per ottenere il contributo (pratica ENEA, pratica GSE, asseverazione del termotecnico, etc) la rivendita, in accordo con l’installatore, dovrà curare anche lo smaltimento del vecchio generatore di calore affinché il ciclo si concluda in modo corretto (economia circolare). In sintesi, il Conto Termico 2.0 non è una detrazione fiscale ma un reale contributo erogato dal GSE, con matematica certezza entro 60 giorni, dall’approvazione della pratica, per incentivi fino ad un massimo di 5.000 €, in 2 anni per incentivi tra 5000 € e 10000 € e in 5 anni oltre i 10000€ e i 35 kw di potenza installata. Al contributo possono accedere privati, titolari di partite iva e pubbliche amministrazioni. Le rivendite più organizzate che vendono marchi di stufe a legna o pellet leader di mercato, offrono anche soluzioni finanziarie con pagamenti rateali la cui prima rata, spesso, decorre dopo aver ricevuto il contributo del GSE, che in alternativa può essere anche ceduto al fornitore.

Sconto in fattura Se invece non abbiamo nulla da rottamare, l’attuale normativa consente di poter accedere ai bonus 50% e 65%: questi bonus saranno erogati o tramite un credito decennale nel proprio cassetto fiscale, detraibile in rate costanti nelle successive dichiarazioni dei redditi, o direttamente come sconto in fattura. Il bonus 50% è ottenibile in caso di ristrutturazione in edilizia libera, senza CILA o SCIA, con il semplice acquisto della caldaia o del camino; quello al 65% si può ottenere in caso di efficientamento energetico che contempla determinati parametri di efficienza raggiungibili con la sostituzione delle valvole termostatiche, presenti nei radiatori, ma necessita dell’intervento di un termotecnico cha depositi la pratica presso l’ENEA, sempre senza necessità di CILA o SCIA. Sembra una banalità sottolinearlo ma con l’opzione dello sconto in fattura, rispetto alla detrazione in 10 anni, i costi lievitano, poiché le piattaforme di gestione dello sconto, legate al sistema bancario, addebitano gli oneri di attualizzazione che oggi oscillano mediamente fra un 20 ed un 24% del credito ceduto, quindi da un 10% ad un 12% del prezzo intero. Con le recenti restrizioni imposte dal decreto antifrode, finalmente lo sconto in fattura è davvero percepibile per effetto della congruità di prezzi richiesti o per i prezzi massimi stabiliti dal legislatore. In effetti nel recente passato, così come era stata concepita la normativa, erano emerse pericolose distorsioni di mercato.

Conclusioni Detto ciò, è facile capire che ad oggi accedere al Conto Termico 2.0 è sicuramente la scelta raccomandata per chi cerca efficientamento energetico, un risparmio effettivo ed è attento alla sostenibilità ambientale. Questi aspetti uniti alla possibilità di ricevere in tempi brevi il contributo del GSE danno una percezione maggiore dell’effettivo valore di quanto si è acquistato. In alternativa si potrà accedere allo sconto in fattura al 50% o al 65% avendo cura di rivolgersi a rivendite che operano con prezzi trasparenti e che possono dar conto degli oneri di attualizzazione e della pratica del tecnico.

Umbria tra incertezze e difficoltà diffuse: da qui nasce il giudizio negativo sulla giunta

Pubblichiamo l’intervento di Chiara Moroni, professoressa di Sociologia dei Processi culturali e comunicativi all’Università della Tuscia, a proposito del sondaggio pubblicato nei giorni scorsi da Umbria24. L’analisi di Tecnè ha preso in considerazione il giudizio sull’operato della giunta, della presidente e le intenzioni di voto ai partiti.

di Chiara Moroni

Nel 1986 il sociologo Ulrich Beck codificava una nuova dimensione della modernità legata all’incertezza e alla paura. Nel volume La società del rischio Beck sostiene che le società contemporanee sono costrette ad affrontare in modo sistematico la casualità e quindi l’insicurezza generate dalla modernizzazione. Questa insicurezza provoca una sorta di determinatezza del rischio a cui si è sottoposti in un contesto nel quale non è possibile prevedere e quindi governare né il quotidiano né, tantomeno, il futuro anche più prossimo. Questo generale clima di incertezza porta con sé la richiesta di sicurezza e l’assegnazione alle forze di governo, di qualsiasi ordine e grado, di un ruolo di rassicurazione e sostegno, tanto che anche di fronte all’impossibilità da parte della politica di dominare eventi e paure, i cittadini tendono a ritenerla responsabile, come se la politica fosse diventata l’arte di prevedere l’imprevedibile e la pratica del governare l’ingovernabile.

REGIONALI E POLITICHE, PER CHI VOTEREBBERO GLI UMBRI

La pandemia Covid-19 rappresenta un evento catastrofico mondiale che si inserisce nell’onda lunga della serie di crisi economiche internazionali che hanno messo a dura prova sistemi economici, governi e quotidiano delle persone a partire dal 2012. L’evento tragico e non del tutto superato della pandemia sembra rappresentare una formalizzazione plastica della società descritta da Beck: singoli, comunità e stati nazionali alle prese con scelte complesse dentro un quadro di rischio immediato per la vita e di conseguenze economiche, sociali e psicologiche ancora da registrare nella loro complessità.

GRAFICI: PER QUALE PARTITO O PRESIDENTE VOTEREBBERO GLI UMBRI

L’indagine sul clima sociale in Umbria, fornita dall’Istituto di ricerca Tecnè, mostra una comunità nella quale il senso di precarietà e di incertezza si presenta come universale e trasversale rispetto a status sociale, reddito, classi d’età. L’Umbria, già gravata da problemi strutturali (lavoro, sanità e sviluppo) e da una arretratezza di visione accompagnata da una miopia nella conduzione funzionale della cosa pubblica, ha certo risentito del contraccolpo della pandemia, forse più di altre regioni d’Italia. Le percezioni più diffuse vedono confermata l’idea dell’incertezza e del peggioramento delle condizioni generali di contesto e specifiche. In particolare, la stratificazione del reddito mostra come il 77% di coloro che considerano la condizione economica della propria famiglia invariata appartengano a nuclei con reddito alto, mentre tra chi la ritiene peggiorata, il 63% ha un reddito basso. La distinzione risponde perfettamente al quadro noto di quanto la crisi economica causata dalla pandemia abbia pesato maggiormente su redditi medio-bassi e condizioni di lavoro autonomo o precario. Al contrario il reddito alto, spesso segno di professioni e condizioni di lavoro stabili, ha permesso il mantenimento delle condizioni economiche pregresse.

PER SEI SU DIECI GIUNTA E PRESIDENTE SOTTO LA SUFFICIENZA
Nonostante questa naturale distinzione, il dato che in qualche modo conferma la descrizione della società del rischio di Beck è la percezione – uniformata e condivisa a prescindere da reddito, età, grado di istruzione, appartenenza territoriale ecc. – di un bisogno e di una prospettiva di risparmio e sacrifici economici. L’87,7% del campione intervistato è d’accordo sulla necessità di risparmiare, il 90% del quale possiede un reddito alto e l’87% un reddito basso. Le percentuali legate alle fasce d’età dimostrano che questa variabile non riduce la percezione dell’incertezza per il futuro (l’80% ha tra i 18 e i 34 anni, il 90% tra i 35 e i 44 anni, l’89% ha tra i 45 e i 54 anni e l’90% dai 56 fino ad oltre i 60 anni) così come non c’è una significativa differenza tra le due provincie della regione (89% provincia di Perugia e 85% quella di Terni).

GRAFICI: IL GIUDIZIO SU PRESIDENTE E GIUNTA

Tra i problemi principali che è necessario risolvere, e che oggi sembrano essere affrontate con soluzioni apparentemente inique, il 63,4% degli intervistati dichiara esservi l’aumento del costo della vita. In questo nutrito numero di persone che mostra preoccupazione per il futuro economico proprio e dalla propria famiglia è interessante notare la trasversalità d’età e quindi di fasi della vita: che siano giovani e giovanissimi alle prese con la progettazione del proprio futuro o pensionati, passando per le fasce d’età più attive e produttive, ognuno teme le difficoltà insite in una crescita costante e in alcuni casi repentina dell’inflazione e del costo della vita, difficilmente calmierabili attraverso politiche di aiuti e sostegno da parte dei diversi ordini di governo.

IL SONDAGGIO: LE CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE DEGLI UMBRI

La generale percezione di uno stato di difficoltà diffuso si riflette sul giudizio espresso per il governo della regione. Il governo Tesei, che ha ereditato una condizione catastrofica nel settore della sanità, ma anche dello sviluppo economico e delle infrastrutture, non ha potuto progettare alcuna forma di svolta decisionale e di prospettiva perché quasi subito bloccata dalla pandemia e dall’emergenza sanitaria. Poco hanno potuto il commissario straordinario per il Covid e l’assessorato competente di fronte a una emergenza di siffatta gravità che è andata a insistere su un sistema già ridotto al peggio in termini quantitativi e qualitativi. I cittadini umbri hanno in percentuali consistenti giudicato negativamente e segnalando un peggioramento a seguito dell’avvento del governo Tesei (con voti da 1 a 5 su 10) la gestione del Covid (60,5%), i servizi sanitari (41,8%) e i servizi sociali (47,7%).

IL SONDAGGIO: SACRIFICI PER RISPARMIARE E INCUBO INFLAZIONE

Non risparmiano però da giudizi così pesantemente negativi anche altri importanti settori dell’intervento del governo della regione soprattutto le politiche per il lavoro (79,8%) e lo sviluppo economico (78,1%). Settori direttamente connessi con le opportunità per il futuro e i progetti di vita. Dati questi che risultano più chiaramente penalizzanti le generazioni più giovani se si aggiunge la valutazione peggiorativa assegnata alle politiche per i giovani: valutati con voti tra 1 e 5 dal 74,4% degli intervistati. Questo genere di valutazione negativa è certamente condizionata da una diffusa percezione di debolezza della figura della presidente di Regione Donatella Tesei. Una figura nella quale molti cittadini avevano riposto aspettative di cambiamento e di sviluppo, inteso in senso generale di qualità della vita e di opportunità economiche, culturali e sociali per questa regione. Così il 59,3% valuta l’operato della Tesei con un voto da 1 a 5.

Questa valutazione negativa delle istituzioni di governo regionali si sviluppa comunque in un clima politico nel quale l’incertezza di posizione politica è molto alta: il 32,1% degli intervistati si dichiara incerto sulla propria preferenza politica di area (centrodestra vs centrosinistra). Come è noto gli incerti, così come gli astenuti nelle elezioni, rappresentano un problema per le forze politiche che nella maggior parte dei casi viene risolto ignorando queste posizioni. Certamente è più agevole e naturalmente più efficace rafforzare posizioni già definite piuttosto che attrarre persone che hanno bisogno di essere convinte con progetti e fatti. Per questo la forza persuasoria e le strategie del consenso sono troppo spesso rivolte a chi è già certo delle proprie convinzioni politiche. In Umbria l’incertezza politica aumenta (41,7%) se si chiede più nel dettaglio di indicare un partito per il quale si sarebbe disposti a votare subito in caso di elezioni politiche. Rispetto a queste posizioni è interessante notare la perdita di consenso della Lega (scesa al 18,9%) che, come accade altrove di fronte alla prova di governo, non riesce sempre a soddisfare le aspettative degli elettori.

In definitiva questo interessante studio dimostra come l’incertezza diffusa, data dal tempo presente e dall’aggravarsi delle condizioni generali pandemiche e post pandemiche, segni un quadro sociale ed economico difficile per l’Umbria. Il rischio legato al Covid- 19 e le conseguenti difficoltà economiche, condizionano le percezioni degli umbri in termini di futuro, benessere e opportunità. In questo quadro complesso la politica e in modo particolare gli organi di governo della regione non sembrano rispondere con efficacia ai bisogni e alle paure generalizzate. Il giudizio sulla giunta regionale e sulla presidente di Regione Donatella Tesei mostra un malcontento diffuso che va oltre le posizioni politiche e le appartenenze di partito. Ritenere che da quando questa giunta si è insediata tutti i settori, soprattutto la sanità, le politiche del lavoro, lo sviluppo e welfare state già fortemente compromessi, siano peggiorati è la dimostrazione che la percezione è viziata da sfiducia, incertezza e timore del futuro.

Terni, primavera di cruciali piani industriali «ma non c’è lungimiranza politica»

di Alessandro Rampiconi*

Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2022 discuteremo i piani industriali delle prime due aziende metalmeccaniche nella provincia di Terni. Nonostante il quadro di riferimento sia fortemente condizionato dalla coda di una pandemia devastante e, oggi, da una guerra nel cuore dell’Europa (che potrebbe generare fermate a causa della scarsità e dall’alto costo delle materie prime e dell’energia) sembrerebbe che gli investimenti e le prospettive di sviluppo non si fermeranno.

Regione Umbria Il Governo nazionale non ha mai ritenuto necessario convocare le parti in tutte le fasi di vendita di Acciai Speciali Terni. Al contempo, del piano nazionale della siderurgia si sono perse le tracce, con evidente danno per la nostra battaglia in difesa del sito di viale Brin e delle sue produzioni strategiche. Qualche giorno fa, invece, la presidente Tesei ha fatto tappa a Terni, dopo aver disertato il Consiglio comunale aperto, adducendo problemi tecnici, mentre il suo assessore allo Sviluppo economico, ha avuto altri, non meglio precisati, ‘impegni istituzionali’. Ad ogni modo nella giornata passata in città, la presidente della Regione Umbria è stata approssimativa, senza una visione prospettica sul nuovo modello di sviluppo e sulla vocazione industriale di questo territorio. Ancora sull’idrogeno c’è confusione e non sono chiari i fabbisogni in Umbria e perché si dovrebbe costruire una centrale di produzione di idrogeno verde a Pietrafitta con i fondi del Pnrr, mentre a Terni ancora non si capisce se ci sarà una centrale di produzione o una stazione di accumulo e soprattutto chi dovrebbe fare l’investimento ed eventualmente con quali risorse.

L’idrogeno Che fine ha fatto l’accordo tra Ast, Comune di Terni e Busitalia per recuperare l’idrogeno disperso nell’ambiente e alimentarci i nuovi autobus? Se si riuscisse ad alzare lo sguardo si potrebbe scoprire che Faurecia sta investendo molto sul motore ad idrogeno, che comunque ha bisogno della marmitta. Perché non si creano le condizioni per riconvertire la filiera del tubo per il motore a scoppio in una nuova filiera per la mobilità ad idrogeno? Questo potrebbe diventare un fattore localizzativo per intercettare gli investimenti di Faurecia, magari altrimenti destinati ad altri siti in Europa. Anche sull’energia si sta segnando il passo, oltre ai costi per le imprese, oggi abbiamo il problema delle bollette delle famiglie: le comunità energetiche possono essere la soluzione e lo stesso PNRR destina oltre due miliardi per svilupparle in Italia. Bisogna mettere a rete queste risorse con gli altri bonus per l’efficientamento energetico a partire dal 110%. Il Comune di Terni batta un colpo e faccia sapere di quanto si è aumentata l’autoproduzione di energia pulita e quanto può tornare utile per alimentare Ast la centrale idroelettrica di Galleto, recentemente passata da Erg a Enel.

Richiamo alla politica In questa fase di transizione si potrebbe prevedere, nei piani ambientali di Arvedi – se si potessero chiarire questi aspetti – di adottare alcune comunità energetiche a fronte di un minore costo e di una maggiore disponibilità di energia. Anche la logistica rappresenta una criticità, nonostante ThyssenKrupp in questi anni abbia aumentato moltissimo il trasporto su rotaia, ogni giorno tra Terni e Narni transitano oltre 500 Tir, destinati ad aumentare con l’incremento della produzione che si prefigge la nuova proprietà di Ast. Basta chiacchiere e teatrini attorno alla piattaforma logistica, che da anni è una cattedrale nel deserto con un dispendio di risorse pubbliche impressionante. Basta poco per collegarla alla ferrovia e costituire un hub di secondo livello in rete con Orte, proposta che come sindacato stiamo facendo da diversi anni e precisamente insieme alla richiesta di riconoscimento di Terni e Narni come aree di crisi complessa. Piano nazionale della siderurgia, investimenti in ricerca e sviluppo sull’idrogeno verde, comunità energetiche e logistica dovrebbero essere gli elementi centrali di un patto di territorio, su cui innestare i piani di sviluppo di Ast e Faurecia, che, se lasciati alla sola discussione tra le parti, rischiano di mancare opportunità importanti. Chiaramente noi faremo la nostra parte, ma siamo preoccupati dell’inadeguatezza del Governo nazionale e delle istituzioni umbre.

*Segretario Fiom-Cgil Terni

Col suo contributo l’Umbria ha superato arretratezze e squilibri: un ricordo di Francesco Mandarini

di Alberto Stramaccioni

Con la scomparsa di Francesco Mandarini viene a mancare uno dei padri della Regione dell’Umbria. Da giovane operaio della Perugina e sindacalista Cgil a 28 anni viene eletto nel 1970 quale componente del primo consiglio regionale dell’Umbria nelle liste del Partito comunista italiano, che rappresenta nella massima assemblea legislativa fino al 1995. Accanto all’impegno istituzionale assume anche incarichi di direzione politica nel partito divenendo segretario della federazione provinciale del Pci dal 1975 al 1979 mentre contemporaneamente guida il gruppo consiliare regionale. Negli anni Ottanta è nominato assessore regionale al Bilancio e alla Programmazione economica e poi dal 1987 al 1991 diviene il terzo presidente della giunta regionale dell’Umbria, dopo Pietro Conti e Germano Marri.

LA MORTE DI MANDARINI

Con il cambio del nome e del simbolo del Pci decide di non aderire al nuovo partito, il Pds, e si dimette da presidente pur continuando a svolgere le funzioni di consigliere regionale. Negli anni Novanta pur non riconoscendosi in alcuna organizzazione della sinistra continua il suo impegno politico contribuendo a dar vita all’inserto mensile del Manifesto, Micropolis, e commentando poi le diverse vicende della politica umbra dalle colonne del Corriere dell’Umbria; articoli poi raccolti in un volume dal titolo Scritti a perdere.

Mandarini è stato soprattutto un esponente di quella seconda generazione del Pci formatasi negli anni Sessanta che ha avvicendato la precedente, proveniente dalla Resistenza, e la sua azione politica si è caratterizzata per una particolare attenzione alle esigenze che ponevano il movimento operaio e quelli giovanili e studenteschi, e per questo non risultava essere sempre in sintonia, almeno negli anni giovanili, con alcune prese di posizione del Pci. Critico verso la politica dell’Unione sovietica riteneva tuttavia che la sinistra italiana non dovesse rinunciare alla sua identità di forza che difende gli interessi dei lavoratori valorizzando il ruolo e le funzioni delle istituzioni rappresentative e anche per questo spesso condivideva le posizioni espresse da Pietro Ingrao.

Nel suo impegno politico-amministrativo rimane importante il contributo dato alla riforma della struttura burocratica della Regione e l’azione svolta per realizzare una nuova fase della programmazione economica dello sviluppo regionale dopo le prime esperienze degli anni Sessanta, con l’obiettivo di giungere a un utilizzo pieno dei Fondi europei per superare arretratezze e squilibri presenti nel territorio regionale. Questa sua attività ha aperto poi la strada nei decenni successivi a numerosi investimenti e a una significativa collaborazione tra pubblico e privato nell’interesse della crescita dell’economia regionale. Autodidatta, grande lettore e conoscitore del mondo politico e culturale anglosassone era dotato di un forte carattere ed esprimeva con grande lucidità e convinzione le sue idee, ma mentre appariva ruvido e qualche volta anche spigoloso nei rapporti personali, al tempo stesso era capace di rispettare le idee degli altri .