mercoledì 18 settembre - Aggiornato alle 20:40

I Fask a Gubbio in apertura agli Afterhours: «Che bello suonare qui con loro». Alle band: «Ritrovate slanci di purezza»

Intervista ad Aimone Romizi, voce e chitarra dei perugini Fast animals and slow kids, in attesa della serata a suon di rock in programma per il Doc Fest

Fast animals and slow kids

di Danilo Nardoni

Una sorta di passaggio del testimone? Si potrebbe anche pensare. Proverà a sancirlo il palco del Gubbio Doc Fest che sabato 5 agosto avrà come protagonisti gli Afterhours e i Fast animals and slow kids. Magari questa è solo una provocazione di chi scrive, dettata dal fatto che i secondi sono i «Fast animals and slow kids e vengono da Perugia» e perché li ha visti letteralmente crescere, concerto dopo concerto. Ma non è solo questo. Ci sono i risultati ad affermarlo: tutte date sold out lo scorso inverno in palchi importanti e lo stesso si sta ripetendo questa estate in grandi festival. Gli Afterhours, a pieno diritto tra le più grandi rock band italiane degli ultimi decenni, festeggiano i 30 anni di carriera. I Fask, senza alcun dubbio il gruppo musicale del momento in Italia, hanno sulle spalle “appena” 8 anni di concerti ma già un seguito molto importante. Un risultato quindi ottenuto come una volta, proprio come gli Afterhours, dopo tanto sudore versato in sala prove e sui palchi umbri e italiani.

Un’ora di live I Fask apriranno con poco meno di un’ora di live il concerto della band di Manuel Agnelli. Uno prima dell’altro si alterneranno per due set molto attesi in piazza Grande. Le emozioni per i quattro musicisti perugini sono tante. Per la prima volta apriranno la serata a questa storica band. E poi un concerto in Umbria, sempre «una sensazione unica» secondo Aimone Romizi, voce e chitarra dei Fask: «Siamo molto curiosi e contenti di suonare con loro, a maggior ragione perché sarà nella nostra terra. Insomma, è l’unione di tanta roba bella e non vediamo l’ora».

Tour invernale «Un risultato incredibile». Descrive così Romizi il tour invernale della stagione appena passata. Molte meno date del precedente con 14 date «che per i nostri standard sono poche ma i concerti sono stati molto partecipati». «Questo non è scontato – aggiunge – visto che con un disco appena uscito era difficile imporsi subito. Non ti aspetti infatti che il pubblico canti da subito i tuoi nuovi pezzi: così non è stato e già dalla prima data la gente cantava con noi sintomo del fatto che avevano subito ascoltato e fatto loro il disco e questa è una conquista incredibile».

Forse non è la felicità ‘Forse non è la felicità’, il quarto lavoro della band perugina, è certamente sempre un disco energico ma dalle importanti contaminazioni e riflessioni. «Noi creiamo delle canzoni e queste sono quelle che ci piacciono in quel momento. L’unico dubbio che può insinuarsi è quello se una canzone non ci piace e in caso la cambiamo subito. Questa volta siamo arrivati con un disco che è molto diverso dai precedenti e ha pezzi più lenti nei tempi». Per Romizi «qualcuno avrebbe potuto storcere il naso e invece dobbiamo dire che la gente lo ha apprezzato come ha apprezzato il fatto che noi fossimo liberi di comporre come ci pare. Oggi sembra che se uno trova una formula vincente deve per forza mantenere quella: in realtà crediamo che la creatività e lo slancio musicale deve essere libero. A conferma di questo c’è il fatto che ‘Forse non è la felicità’ è il nostro disco che ha venduto di più».

Due date in Umbria Dopo quello invernale anche il tour estivo sta proseguendo sulla stessa scia di consensi. In Umbria stavolta suoneranno due volte. A Gubbio, come detto per il Doc Fest, e il primo settembre allo Strozza music fest di Perugia. «Per noi quella a Perugia o in Umbria è la data più difficile di tutte perché è casa: non c’è soltanto il fan che viene ad ascoltare la sua band ma ci sono i tuoi amici ed è sempre un confronto difficile per noi perché vogliamo suonare bene, vogliamo dimostrare che siamo una band che si sta creando un proprio spazio e che ce la sta facendo partendo proprio dall’Umbria. Proprio per questo in Umbria vogliamo risultare carichi e non vogliamo lasciare qualcuno magari con dei dubbi e quindi abbiamo sempre un po’ di ansia. Poi sotto un’altra ottica è bellissimo perché conosci tutti, rivedi amici e parenti e tutto è un po’ più permesso».

Umbria che spacca Aimone Romizi, insieme ai compagni del Roghers staff, da tempo si sta impegnando molto anche per le band umbre, grazie soprattutto al festival da loro organizzato come l’Umbria che spacca a Perugia. Quest’anno i problemi non sono mancati, visto che questa manifestazione ha dovuto subire le prime “prove” sul fronte della sicurezza in merito alle nuove regole per le manifestazioni di piazza. «Purtroppo siamo arrivati nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, ci è capitata questa cosa che in termini di staff ha un po’ distrutto il morale a tutti. Un festival così, nonostante tutto sia dettato dal volontariato, ha dietro delle economie che queste situazioni hanno purtroppo complicato. Ci siamo rivisti e il nostro intento è quello di continuare a crederci, prima di tutto per la musica in se perché poi alla fine è quella che ci muove. Quindi continueremo a dare spazio alle band umbre e a farle suonare in contesti professionali. Il nostro è più un lavoro etico. Noi Fask siamo un esempio perché siamo cresciuti soprattutto grazie a festival in Umbria che ci hanno fatto confrontare con palchi seri. Ora vogliamo cercare di andare avanti per ridare ancora alle nuove band quello che abbiamo vissuto noi, anche se il morale e la situazione non è tra le migliori».

Scena umbra Dal suo punto privilegiato di osservazione Aimone Romizi ha anche un’opinione sul tipo di situazione musicale che si sta attraversando in Umbria: «Di band umbre denoto che ce ne sono meno, quindi anche la qualità inevitabilmente è ridotta rispetto a qualche anno fa ma si sviluppano invece altri versanti musicali, come solisti e nei generi hip hop e elettronica, e comunque ottime situazioni. Questo credo sia anche fisiologico e dato dal cambio delle generazioni: noi eravamo più abituati a sentire musica suonata e l’ambiente da questo punto di vista era più prolifico ora invece molti fanno tutto in casa, autoproducendosi».

Scena italiana Anche per quanto riguarda più in generale la scena musicale italiana tutto è cambiato. Proprio Manuel Agnelli, con il quale i Fask divideranno il palco di Gubbio, ospite ad aprile del festival del giornalismo da Perugia parlò di una musica indipendente italiana ormai morta, dando la colpa di questo a media e nuove generazioni. In precedenza era evidente una stessa visione, un percorso comune di una scena invece ora molto disgregata. «Io sono abbastanza d’accordo con lui – afferma Romizi – ma spiego meglio: il ragionamento deve partire proprio dal concetto della purezza. Molto spesso, e lo vedo anche dalle domande delle nuove generazioni che mi fanno a fine concerti, noto proprio come ci sia uno spostamento di visione. Tutti puntano ad ottenere un risultato invece che una propria soddisfazione personale». Per Romizi quindi «manca proprio uno slancio di purezza e si fa musica perché vuoi ottenere qualcosa, perché vuoi essere più famoso sui social, perché vuoi essere qualcuno invece di fare musica perché quella musica parla di te, perché tu vuoi raccontarti e in un certo senso sfogarti». «Si è perso questo approccio qua di base, in molti casi e non in tutti visto che come al solito ci sono delle eccellenze anche adesso nella musica italiana. C’è però meno slancio emozionale nella musica e si punta solo al risultato e questa cosa in parte contribuisce a portare ad una situazione finale che è molto per l’utente e per colui che ascolta e molto meno per chi crea. Per quanto sia positivo tutto ciò per il fatto che c’è più pubblico che ascolta e che è interessato alla musica che proviene dal basso ed indipendente, dall’altro lato ripeto viene meno la purezza. Noi suoniamo da tanto, ormai sono 8-9 anni, abbiamo un po’ vissuto questo passaggio e da un punto di vista attuale siamo un po’ vecchi rispetto a quello che accade oggi: siamo una band che ha fatto tantissime date che ha suonato anche davanti a 5 persone e tutto quello che è l’apporto dei social e di internet lo abbiamo vissuto ma in maniera molto più marginale rispetto alle band che si evolvono adesso».

L’approccio I Fask ogni volta che salgano sul palco, con davanti migliaia di persone, manifestano sempre la loro incredulità per quello che gli succede intorno. E la voglia di suonare però è proprio la stessa di quella che avevano nei primi live davanti a poche persone in qualche centro sociale del perugino. «È esattamente così, per noi non c’è distacco perché abbiamo vissuto tutte le situazioni: i concerti dove suonavamo davanti a 5 persone che ti chiedevano di fare le cover di Ligabue sono stati tanti e alla fine quello che stiamo ottenendo è scioccante per noi: confrontarsi ora con tremila persone all’Alcatraz di Milano quando per una vita era sei stato in altri contesti è sicuramente una roba scioccante di cui anche noi stessi vogliamo essere increduli. Anche perché tutto questo ci dà la voglia di andare avanti e vuol dire che c’è margine che possiamo crescere e che credere nella musica è possibile. È questo che ci muove ancora».

Afterhours Sono stati tanti i gruppi di un certo livello della scena musicale italiana con cui i Fask hanno condiviso il palco in passato: Zen Circus, Ministri, Teatro degli orrori e così via. La data di Gubbio sarà però la prima volta con gli Afterhours. Così stanno vivendo l’attesa. «Non abbiamo mai avuto contatti con loro se non grazie a qualche progetto parallelo e sono quindi una delle poche band di un certo giro in Italia che non conosciamo di persona. Quindi per noi è sicuramente importante questa data, l’abbiamo voluta assolutamente, volevamo essere a Gubbio a tutti i costi e suonare con loro perché sono una parte di storia della musica italiana e tuttora sono incredibili perché sono l’esempio di una musica che viene fatta perché ti piace e basta. Il loro ultimo disco ne è l’esempio visto che non è fatto assolutamente per un pubblico o per lo meno è questa l’idea che ci ha dato. Parlare con loro, con gente che ne sa così tanto che è dentro a questo mondo da tempo e che ha visto passare veramente tanta più acqua di quella vista da noi è fondamentale. Speriamo quindi di avere un confronto anche verbale, semplicemente una chiacchera davanti ad una birra con personaggi che hanno fatto dischi pazzeschi a nostro avviso. Noi siamo in pista solo da 8 anni questa invece è gente che festeggia 30 anni di carriera e quindi sui suoni, sul palco ci ha messo l’anima e la vita. Vedere lì sul palco cosa montano, con che chitarra e basso suonano è un percorso di crescita estrema per noi».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.