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Ezio Bosso omaggia Jacopone: «Felice di essere a Todi per un poeta meraviglioso con cui ho avuto sempre a che fare»

Intervista al compositore che dirigerà lo Stabat Mater di Rossini per l’evento di punta dello Iubel festival: «Della musica abbiamo bisogno». «Il sogno? Trovare una casa per la mia orchestra»

Ezio Bosso ©Musacchio& Ianniello

di Danilo Nardoni

«Della musica abbiamo bisogno». Come dargli torto. Spicca il nome di Ezio Bosso come ospite di Iubel, il festival dedicato a Jacopone da Todi e organizzato dalla Stabat Mater Association. Direttore d’orchestra e compositore, Bosso ha ricominciato una più intensa attività concertistica solo dal 2015, in un crescendo che, dopo aver portato oltre 100 mila spettatori nei migliori teatri con il suo recital per solo pianoforte considerata la tournée di musica classica più importante della storia italiana, lo vede reduce da una lunga serie di trionfi alla testa di alcune delle migliori orchestre italiane e internazionali nella riconquistata veste di direttore d’orchestra, dopo anni di forzata pausa. Il Maestro Bosso dirigerà sabato 4 maggio, nello Stabat Mater di Rossini, la Europe Philharmonic Orchestra, i solisti Rino Matafù, Andrea Pellegrini, Floriana Cicio, Isabel Lombano Marino (Fondazione Pavarotti) e il Coro Filarmonico Rossini di Pesaro. Le parole dello Stabat Mater, attribuite a Jacopone, sono state musicate da oltre 400 compositori di 38 Paesi con una produzione da record e in modo pressoché costante dal XV secolo a oggi. E proprio a Todi, dove quelle parole sono nate, più di centoventi elementi porteranno in scena la celebre e maestosa versione del compositore pesarese all’interno della chiesa di San Fortunato, nella cui cripta si trova la tomba di Jacopone. E Bosso non nasconde, anche ascoltando le sue parole in una intervista rilasciata a Umbria24, il suo apprezzamento per il più genuino interprete in poesia dell’ideale francescano e uno dei maggiori poeti italiani prima di Dante. Nato a Todi nel 1230, compose circa cento laudi in lingua volgare cantando la povertà e l’umiltà, il dolore umano e divino, l’amore ardente per Cristo, le miserie e le ipocrisie del suo tempo.

Maestro Bosso, per l’occasione allora dirigerà a Todi lo Stabat Mater di Rossini con le parole attribuite proprio a questo poeta e mistico tuderte e che sono state musicate finora da centinaia di compositori. E lo farà proprio nella chiesa dove c’è la sua tomba. Tutti elementi che faranno di questo concerto un evento davvero speciale. Con che spirito sta preparando questo appuntamento?
«Per me è emotivamente molto faticoso, perché vivo sempre con passione quello che faccio. E in questo caso specialmente, lavorare su questo dolore di un testo meraviglioso che non a caso è stato musicato così tante volte perché porta a immaginare un suono a tanti scrittori di musica. Ho accettato l’invito, partito dagli organizzatori del festival, di essere l’autore di questa parte musicale di questo studio, di questo poeta meraviglioso con cui ho avuto a che fare fin da giovane età. Uno dei primi lavori che feci fu con i poeti imprigionati e fra questi c’era anche Jacopone. Sarà come sempre perché ci metto ogni volta tutto il mio impegno e il mio lavoro con giorni di studio, ora da condividere, per entrare dentro queste parole che poi come tante cose diventano liturgia. Le diamo per scontate ma invece dentro c’è tutto e non siamo più solo in una forma poetica, ma siamo in una serie di visioni. C’è la visione di una madre. Non ci sono protagonisti ma c’è un soggetto preciso che è una madre davanti al figlio: e questa è una immagine atroce di una madre davanti al dolore. Serve anche per ripartire, con domande da porci e risposte da dare anche con le preghiere. Ed in questo Rossini è geniale e dedica ancora più sforzo per rispettare questa parola».

Il misticismo, antico e moderno, è stato sempre rappresentato in musica. Ancora oggi che forza e caratteristiche deve avere la musica per veicolarlo al meglio?
«Recitare preghiere è già una funzione musicale e la musica è nata per mettere insieme le diverse voci del credo. E questa è la ragione per cui nasce e si sviluppa la polifonia che non si è sviluppata nei monasteri. Le scuole polifoniche sono nate per mettere d’accordo persino le differenti correnti della chiesa. C’è la musica che inizialmente era dare suono e continuità alla parola, e la sacralità che arriva a tutti perché diventa veicolo di espressione diversa. Io ai miei ragazzi e compagni di viaggio lo dico: voi non siete solo interpreti di una parola, dovete vivere e per questo è duro il nostro ruolo. Vivere è gesto di profondo sacrificio perché vivere porta a farsi tanti dubbi su stesso. E io in questo periodo non riesco a togliermi quelle immagini che ho dal finale anche arrabbiato di Rossini. C’è un Amen che solitamente è un “andate in pace” ma invece non c’è nessuna pace nel suo finale. Anzi c’è persino un po’ della rabbia della madre descritta da Jacopone e della non speranza di vedere il figlio. E trovo in questo quanto di più bello e curioso nella vita».

L’Orchestra che dirigerà a Todi è quella da lei fondata. Che esperienza è stata, cosa è ora e cosa pensa sarà in futuro questa realtà?
«Con grande sforzo personale e di ognuno dei miei compagni di viaggio stiamo cercando di portare avanti quel principio che dovrebbe essere un’orchestra di per sé: ovvero un corpo che si muove insieme e che vive e studia insieme. L’abbiamo chiamata Filarmonica Europa immaginando una dea omnicomprensiva perché arriviamo un po’ da tutta Europa come componenti. Ci sono persone dai 64 ai 23 anni, donne e uomini di differenti paesi, grandi musicisti che si mettono al fianco di ragazzi giovani. Io trovo che questo sia straordinario. Per statuto noi non proviamo ma studiamo insieme. Proprio come questi giorni che mangiamo e viviamo insieme. È l’orchestra che abbiamo sempre desiderato ma speriamo presto di trovare una casa e di non essere ancora nomadi visto che ora è tutto sulle mie spalle e sul sacrificio di noi musicisti».

Nella sua straordinaria carriera si è esibito come solista, in formazioni da camera e come direttore. Ognuno di questi percorsi ha delle proprie particolarità ma qual è quello che preferisce, se ce ne è uno?
«Infatti, direi che sono cose così diverse che è difficile scegliere. Io sono un direttore d’orchestra che scrive la musica e che all’occorrenza suona il pianoforte pur di fare ancora della musica. Quando non posso dirigere torno a dedicarmi allo studio del pianoforte. Beethoven suonava il pianoforte, la viola, dirigeva e scriveva. Solo adesso siamo lì ogni volta a chiederci cosa siamo. Nel momento in cui un musicista suona, legge o scrive musica è felice».

Ha ricevuto tanti riconoscimenti e scroscianti applausi in questi anni. Maestro, è contento di quanto fatto finora? Per il futuro invece cosa vorrebbe Bosso?
«Sono felice se penso ad ogni cosa fatta e soprattutto a ciò che ho potuto dare e non penso a quello che non ho potuto fare. Dopo di che il mio sogno, ripeto, è quello di poter riuscire a trovare una casa per la mia orchestra dove fare cose con meno ansia da prestazione e dove poter parlare solo di musica e di vita. Io sono un uomo semplice. I riconoscimenti passano. Io invece devo pensare solo a fare meglio e migliorarmi oggi, domani e dopodomani».

A proposito di futuro, si può pensare anche a quello della musica in Italia. Il nostro Pese è stato da sempre una patria riconosciuta in tutto il mondo per quest’arte. Sembra però che ce lo stiamo dimenticando un po’ tutti. A cominciare dalle scuole o da chi dovrebbe sostenere meglio gli istituti di formazione come i conservatori…
«Un po’ tutti dobbiamo essere responsabili del nostro futuro. Una società è fatta dalle azioni che compiamo ogni giorno. Penso che tutte le istituzioni dovrebbero occuparsi della musica, va bene, ma poi non basta. Della musica ne abbiamo bisogno. Il primo Stabat Mater è nato quasi 600 anni fa e lo suoniamo e lo eseguiamo ancora adesso, come quello di Rossini. Ma non lo facciamo perché è bello e perché è storico ma perché ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di quella trascendenza e di quell’accesso al conoscere che non ha più limite sociale e che fa sì che tutti possano sapere un po’ di più. Per questo motivo i regimi totalitari la prima cosa che eliminano è la musica. Non è un caso secondo me. Dall’altro lato anche noi che facciamo la musica dobbiamo imparare a donarla agli altri e non pensare che sia nostra proprietà ma patrimonio di tutti. Ecco allora che lei, io, la scuola, la televisione, il ministro di turno dobbiamo tutti pensare al “bene comune”. Che belle parole messe una dietro all’altra. E solo allora, forse, ce la possiamo fare».

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