domenica 17 novembre - Aggiornato alle 21:30

«Come un musicista jazz, ho cercato il mio suono». Il fotografo Jimmy Katz presenta la mostra a Perugia

«Si tratta di improvvisazione e di avere la sensazione di essere lì, sul momento». L’esposizione alla Galleria nazionale dell’Umbria è curata da Marco Pierini

Jimmy Katz in mostra a Perugia
Jimmy Katz alla Galleria nazionale dell'Umbria

di Angela Giorgi

«È del 2016 la nostra prima mostra che ha coniugato fotografia e musica e oggi arriviamo alla quarta edizione – esordisce il direttore della Galleria nazionale dell’Umbria, Marco Pierini, presentando in anteprima la mostra ‘Closed session by Jimmy Katz’. «Il nostro intento è di offrire uno spaccato visivo contemporaneo di quello che si ascolterà qui in concerto, grazie alla collaborazione con i festival Umbria jazz, Trasimeno music festival e Umbria che spacca e nell’ambito di Isole, la rassegna curata dal T-Trane record store». La mostra sarà visitabile dal 28 giugno al 1 settembre 2019 alla Galleria nazionale dell’Umbria di Perugia ed è inserita nell’ambito di Jazz goes to the museum, una serie di eventi artistici e musicali ospitati nella Sala Podiani, in collaborazione con Umbria jazz.

CLOSED SESSION BY JIMMY KATZ. LA FOTOGALLERY

30 anni di jazz «È un onore per me essere qui – interviene Katz –. Ho iniziato 30 anni fa: da adolescente a New York, mi regalarono i biglietti per sentire Thelonious Monk e Art Blakey alla Carnegie Hall, e da quella sera la mia vita non è stata più la stessa. Ero seduto al centro della terza fila, paralizzato da ciò che sentivo. Non capivo cosa avvenisse di fronte a me; sapevo solo che si trattava di qualcosa di profondo e speciale. Ero conscio di trovarmi al cospetto di una grande abilità artistica ed emozione, e fu allora che decisi di approfondire le mie conoscenze del jazz. Così, poco a poco, ho iniziato a collezionare oltre 4000 vinili jazz, ascoltando quella musica senza sosta». Dagli anni novanta in poi Katz, supportato dalla moglie Dena, ha realizzato più di 200 copertine per DownBeat e JazzTimes, in aggiunta ad altre riviste. Ha anche partecipato alla realizzazione di più di 550 progetti discografici per conto di varie case discografiche di piccole e grandi dimensioni. «Per quasi 30 anni, abbiamo avuto il privilegio rarissimo di assistere a collaborazioni creative di un’intensità davvero unica. Una delle nostre esperienze più memorabili fu quando il grande Andrew Hill ci chiese di sedere, immobili, praticamente sotto il pianoforte durante la sua ultima seduta di registrazione. Stava morendo di cancro e aveva tanti di quei pensieri per la testa, eppure ci invitò a sentire l’energia creativa del momento, regalandoci così un’esperienza unica».

New York state of mind «Come curatore, stavolta ho lasciato a Jimmy “l’occhio del fotografo“ – prosegue Pierini, che si è occupato anche della curatela della mostra –. Sono rimasto colpito da due elementi originali nella fotografia di Jimmy: il rapporto con la città, con New York, un contesto imprescindibile, e il fatto che l’immagine nasca dal suono. L’amore per il suono è propedeutico al lavoro sull’immagine. Non a caso, Katz lavora con successo anche come sound engineer». «Ho apprezzato ogni istante di queste sessioni e spero che le mie opere siano in grado di rispecchiare l’intensità immediata della vita urbana a New York – racconta Katz –. L’energia travolgente, l’eccitazione, il ritmo sincopato del traffico, la corsa impetuosa della metropolitana, le sirene a tutte le ore, una cacofonia di suoni casuali. La città di New York è, da sempre, la tela sulla quale lavoro».

«Closed session» Per Luciano Rossetti, che ha collaborato alla realizzazione della mostra e del catalogo, «Il titolo non è scelto a caso. C’è il fotografo e il musicista, nessun altro. Anche nei lavori su commissione, come le copertine, si stabilisce un’empatia». «Katz è in grado di cogliere la personalità dell’artista sia nel ritratto che quando suona – spiega Pierini –. Dalle sue foto, il rapporto del musicista con lo strumento è paragonabile agli attributi di un santo. Esiste un ruolo pubblico, quasi sociale dello strumento che nelle fotografie di Katz assume una caratteristica simile a quella rivestita dagli utensili propri delle professioni nei ritratti rinascimentali. Questo rapporto con l’oggetto oggi vale solo per musicisti e sportivi. E sono foto in cui il dialogo tra suono e immagine è così intimo che il pubblico non compare, anche quando è presente in sala, e non c’è mai un elemento inutile». Secondo Jimmy Katz, «una buona foto deve parlare di tre cose: del soggetto, del fotografo e del loro rapporto. Quindi quello che cerco è l’intimità, è la sensazione di essere lì, sul momento. Ho sempre cercato di approcciare la fotografia jazz nello stesso modo in cui i musicisti si rapportano alla musica. Apprendi le tecniche, ma poi si tratta di improvvisazione. Nel jazz è essenziale non ripetersi: devi costruire il tuo suono. Come un musicista, ho cercato il mio suono. Spero che, guardando le mie foto, siate costantemente sorpresi».

Dai grandi del passato a Ornette Coleman Nel corso degli ultimi decenni, Katz ha anche avuto l’occasione di incontrare alcuni dei suoi idoli fotografici. «Io sto sulle spalle di tutti i grandi fotografi che, prima di me, hanno lavorato con le icone della musica. Tutti avevano il loro stile, tutti hanno qualche immagine immediatamente riconoscibile: William Claxton, Bill Gottlieb, Francis Wolff – che scattava per la Blue Note, Herman Leonard, il più grande per me». Fotografi che hanno lavorato nel mondo del jazz per periodi molto lunghi, realizzando imponenti raccolte di opere sugli artisti principali delle rispettive epoche. «La mia foto a cui sono più affezionato? Senza dubbio Ornette Coleman. Ornette è stato il personaggio più influente con cui ho lavorato, perché ha cambiato la musica. Non puoi fare musica senza fare i conti con lui, che tu sia un suo fan o meno».

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