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Beni culturali, ricostruire il «museo diffuso» dell’Umbria dopo il terremoto. Il punto su San Benedetto e San Salvatore

Lunedì l’Università di Perugia ha invitato le soprintendenze umbre e i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale: «Restituire alle popolazioni la loro memoria storica»

Università di Perugia - la Sala adunanze

di Angela Giorgi

L’Italia e l’Umbria come «museo diffuso»: un concetto che ha la sua forza nella ricchezza del patrimonio culturale e che, nella nostra regione, ha il valore di un messaggio di rinascita delle zone colpite dal terremoto. Su questa idea di ricostruzione l’Università di Perugia ha proposto, lunedì, una giornata di confronto, invitando il maggiore Aniello Gennaro Nasti (Nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale), il soprintendente Mario Squadroni (Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Umbria e delle Marche) e la soprintendente Marica Mercalli (Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio dell’Umbria).

VIDEO: INTERVISTA A NASTI E MERCALLI 

Ricostruire il “museo diffuso” In una sala delle adunanze del Dipartimento di lettere gremita, dopo i saluti del professor Mario Tosti, direttore del Dipartimento di Lettere, lingue, letterature e civiltà antiche e moderne, e della presidente dei corsi di laurea in beni e attività culturali, la professoressa Erminia Irace, il direttore del Centro di ateneo per i musei scientifici , la professoressa Cristina Galassi, ha illustrato le attività dell’Università di supporto al percorso di recupero e valorizzazione dei beni culturali colpiti dal terremoto in Valnerina. Grazie alla straordinaria partecipazione degli studenti, coinvolti in programmi formativi di gestione delle emergenze sul patrimonio culturale, anche l’Università contribuisce alla ricostruzione di quel concetto di «museo diffuso» che ha nell’Umbria uno dei suoi luoghi d’eccellenza.

Il ruolo dei carabinieri Nel contesto d’emergenza del terremoto, un ruolo cruciale è svolto dai carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio culturale, aperto a Perugia un anno fa e impegnato in Valnerina nei comuni di Preci, Norcia e Cascia. Come illustrato dal maggiore Nasti, il recupero delle opere ha incluso la reliquia di San Benedetto, il crocifisso di Giovanni Teutonico, la pala d’altare di Jacopo Siculo (messa in salvo con la collaborazione dei vigili del fuoco) della chiesa di San Francesco, un crocifisso della chiesa di Santa Maria Argentea (l’altro è ancora sotto le macerie) e il San Sebastiano su tela, proveniente dalla chiesa di San Procopio di Avendita.

Dalla ricostruzione alla valorizzazione «A qualche mese dalla riforma delle soprintendenze voluta dal ministro Franceschini, il terremoto è stata una prima prova molto impegnativa», ha esordito il soprintendente Marica Mercalli. Una prova che, dopo la messa in sicurezza e prima della ricostruzione, sta attraversando una fase di transizione, in cui il recupero dei beni culturali si intreccia con la tutela dei beni archeologici e la salvaguardia dei paesaggi. «Tutti gli interventi di messa in sicurezza sono stati effettuati all’insegna della rapidità e della reversibilità», assicura inoltre la soprintendente. Chiarendo poi le difficili strategie che le squadre hanno dovuto mettere in atto nel corso delle operazioni di recupero e superando le incertezze degli ultimi mesi, Mercalli ha dichiarato che «la chiesa di San Benedetto potrà essere ricostruita».

San Salvatore Una parte consistente dell’edificio, infatti, è ancora in piedi e la facciata è stata messa in salvo dalla gabbia che la sostiene anche dalla controfacciata. Ancor più complesso il lavoro sulla chiesa di San Salvatore a Campi: dopo i primi interventi di messa in sicurezza già ultimati, verrà costruita una tettoia che permetterà di eseguire sul posto il restauro degli affreschi. Alla ricostruzione seguirà il momento della valorizzazione del patrimonio culturale dell’Umbria: da aprile, le prime opere restaurate saranno in mostra alla rocca albornoziana di Spoleto, mentre i manoscritti leopardiani recuperati a Visso andranno agli Uffizi di Firenze, dopo l’esposizione nella biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. «La nostra linea è restituire alle popolazioni tutte le testimonianze della loro memoria storica», ha garantito in conclusione il soprintendente Squadroni, rassicurando sul destino del materiale recuperato da archivi e biblioteche della Valnerina.