Un po’ Maradona, un po’ Syd Barrett: la voce stridente di Edda risveglia fantasmi del passato
di Ivano Porfiri
Tu tiri un pallone in mezzo ai piedi di Maradona, invecchiato e sovrappeso, e lui dribblando anche la sua pancia ti lascia a bocca aperta. Dare un microfono in mano a Edda, alias Stefano Rampoldi, fa più o meno lo stesso effetto. Il tempo passa, il corpo si deforma ma c’è una luce che non si spegne, resta in stand-by. Il talento.
Chi scrive aveva visto esibirsi Edda dal vivo l’ultima volta nel 1995 insieme ai Ritmo Tribale, una delle band di maggior spessore della scena underground degli anni ’90. Era il tour di Mantra. Il tappeto era fatto di suoni duri, chitarre distorte, ma quella voce così particolare, a tratti stridente nelle sue contorsioni, spiccava. Prometteva anni di successi, la voce di un predestinato (un po’ come quella, sempre in quegli anni, di Francesco Renga dei Timoria). Ma quel ragazzo coi capelli lunghi e il kilt non resse la pressione del successo. Edda volò via, abbandonò dopo il disco successivo, Psycorsonica, i Ritmo Tribale e si perse sulla strada che dalla ricerca di se stesso lo portò all’eroina. I Ritmo Tribale ressero un altro disco ancora e poi si sciolsero.
Edda è rimasto un’icona di quella scena underground. Ci si chiedeva dove fosse, si parlava dell’India. Una sorta di Syd Barrett di casa nostra (con le dovute proporzioni, ovvio). Riascoltarlo venerdì sera alla Darsena di Castiglione del Lago 17 anni dopo, a occhi chiusi, riporta in vita fantasmi rimasti sepolti in un lungo letargo. Le sofferenze di anni difficili si sentono tutte, un po’ nei testi a tratti deliranti dei due dischi solisti Semper Biot e Odio i vivi, tanto nella voce. Sempre in bilico tra limpidezza e ruggine, camaleontica, a volte quasi femminile, comunque unica e inconfondibile.
Edda sul palco si fa accompagnare da una formazione basica: oltre alla sua Fender rossa sgarrupata, l’altra chitarra di Alessandro “Asso” Stefana e Sebastiano De Gennaro a batteria e sintetizzatore. E gioca col pubblico, con l’autoironia («adesso dimagrisco un po’ e vado a Sanremo: ho visto Godano è magro, sembra che si fa le pere. Io la voce ce l’ho, la faccia no: adesso dimagrisco e vado anch’io»), con l’odio-amore per la vita, per le donne, per la musica. Non fa pezzi dei Ritmo Tribale («Non me li ricordo»). Salta, urla, fa versi strani.
Alla fine non vorrebbe più scendere da quel palco da dove è mancato per tanti anni, tanto da ripetere una seconda volta il suo «capolavoro» dopo la rinascita: Emma («quando l’ho scritta e riascoltata mi sono detto: sono un genio, cazzo»). Poi si spegne tutto, si rimette la felpa, torna normale come sul cantiere dove lavora. A chi gli chiede del passato risponde guardando avanti: «Forse faccio un altro disco». E un altro tour, magari anche senza andare a Sanremo.





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