giovedì 29 settembre 2016 - Aggiornato alle 17:16
9 luglio 2016 Ultimo aggiornamento alle 18:25

Macroregione, Rossi: «Insieme per aprirci al mondo. Finanziaria sociale prima del referendum»

Intervista al presidente della Toscana che a Perugia presenta la sua 'Rivoluzione socialista': «Pd, basta comitati elettorali e torniamo tra la gente. Renzi ascolti anche chi voterà 'No'»

Macroregione, Rossi: «Insieme per aprirci al mondo. Finanziaria sociale prima del referendum»
Il brindisi tra Rossi, Marini e Ceriscioli alla 'Taverna' di Perugia

di Ivano Porfiri

Prima una «finanziaria sociale» e poi il referendum e il congresso del Pd. E’ questo l’ordine che dovrebbe seguire il calendario della politica, secondo il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi (che sarà a Perugia sabato pomeriggio alle 17 per presentare il suo libro ‘Rivoluzione socialista. Idee e proposte per cambiare l’Italia’ al circolo Pd di via Settevalli). Lui, che ha già annunciato la sua candidatura alla segreteria del partito, sottolinea la necessità di mantenere unito il Pd e farlo tornare tra la gente. Sul tema macroregione, avviato con Umbria e Marche, non vuole una «fusione a freddo» ma sottolinea come questa regione unica esista già «in nuce» e realizzarla «può sprovincializzarci e aprirci al mondo».

TUTTO SULLA MACROREGIONE

Il Pd sta attraversando una fase delicata dopo le Amministrative e alle porte c’è il referendum sulle Riforme. Secondo lei il partito, diviso come appare oggi, non rischia di venire travolto insieme al governo da un eventuale esito delle negativo?
«Dividersi e ridurre tutto a polemiche e invettive sarebbe un errore, il nostro elettorato e i nostri iscritti non lo capiscono. E presteremmo il fianco a chi vuole vederci ancora più indeboliti. Per questo ho proposto a Renzi un ufficio politico di cui facciano parte tutte le anime del Pd, aldilà del loro peso. Ora è il momento dell’ascolto e della discussione nel merito, non di processi sommari. Sul referendum la mia posizione è chiara: voterò ‘Sì’ ma voglio che il mio partito ascolti anche quei riformisti che si sono schierati per il ‘No’ e che hanno sollevato critiche puntuali. La riforma costituzionale non è un evento, non si esaurisce nella domenica del voto. È un processo, anche lungo, che si svilupperà nel corso del tempo. E se qualcosa non funzionerà potrà essere aggiustato e corretto, così come è avvenuto in tante altre democrazie occidentali».

Crede che ci sia la possibilità che il congresso venga anticipato? Che percorso immagina nel Pd dopo il referendum?
«Chiariamo una cosa: prima del referendum e di un congresso straordinario è necessaria e urgente una svolta sociale, una finanziaria che si faccia carico dei poveri, dei ceti in sofferenza, di chi ha perso il lavoro o non l’ha mai trovato. Anche dove si è ben amministrato, il Pd è stato identificato con il sistema di potere. E a questo si è aggiunta la rissosità interna al partito. Quindi, prima si mette in sicurezza una finanziaria “sociale” e poi si potrà votare per il Referendum, evitando quell’effetto “giudizio divino” che rischia di impantanare il Paese e l’azione riformatrice del governo».

Come accennava lei, anche nelle regioni dove è maggiormente radicato, come Toscana e Umbria, il Pd perde consensi perché spesso percepito come establishment. Come recuperare il rapporto con la gente?
«Oggi ci vuole umiltà e capacità di ascolto. Dobbiamo uscire dalla logica dei “comitati elettorali” e tornare nelle nostre sezioni, nei circoli, nelle case del popolo. La sinistra è innanzi tutto comunità e solidarietà. Ripartiamo da qui, sapendo che sarà un lavoro lungo e difficile. Io qualche idea ce l’ho e la porterò al congresso del Pd. Penso a una “rivoluzione socialista”. Se guardiamo alla storia degli ultimi secoli questa parola conserva intatto il suo valore. La sconfitta della sinistra in questi ultimi tre decenni di trionfo del capitalismo e dell’ideologia liberista è consistita prima di tutto nell’accettazione del mondo così com’è».

Toscana, Umbria e Marche hanno intrapreso una strada coraggiosa: quella di mettere insieme le forze per anticipare una futura riforma delle Regioni. Lei immagina una fusione in futuro?
«Non vogliamo bruciare le tappe. Abbiamo iniziato con l’ufficio di Bruxelles che rappresenterà le tre Regioni nel cuore dell’Europa. L’obiettivo è quello di costruire, mattone dopo mattone, una realtà capace di dare rappresentanza a sei milioni di cittadini. Sono convinto che per contare di più, anche in prospettiva europea, sia necessario aprirsi a una dimensione più grande. Oggi la parola chiave è sinergia rafforzata, domani potremo trovare parole nuove e ancora più forti».

Rispetto alla macroregione, i critici dicono che sia un progetto di vertice, che ha finora lasciato fuori sia i consigli regionali che la società civile. Cosa risponde?
«Bisogna evitare le fusioni a freddo. Ma questa regione esiste già in nuce nella storia del Paese. Da molti secoli prima dell’Unità e del regionalismo. E questa unità la ritroviamo anche nel presente che ci parla di un macro-territorio attraversato da fenomeni simili, di una piattaforma territoriale con proprie peculiarità, di un ecosistema del “ben e bello vivere” dalla personalità unica. In ogni caso mi fa piacere che se ne discuta, già questo è uno scatto culturale. La scorsa settimana Cgil, Cisl e Uil di Umbria, Toscana e Marche hanno definito la macroregione “un’opportunità da non perdere”. Le tre confederazioni a settembre presenteranno un documento, vogliono coinvolgere la loro gente, discutere nel merito. Bene, sono segnali molto importanti. La dico così: l’Italia centrata può sprovincializzarci, aprirci al mondo. E al tempo stesso rendere ancora più solide le nostre radici».

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