sabato 24 settembre 2016 - Aggiornato alle 22:54
15 settembre 2016 Ultimo aggiornamento alle 14:49

Macroregione, i sindacati vogliono accelerare. Rossi: «Progetto da coagulare entro il 2020»

Assemblea di Cgil, Cisl e Uil: «Italia di Mezzo parta da una base sociale». Marini: «Processo da costruire dal basso e aperto ad altri territori»

Macroregione, i sindacati vogliono accelerare. Rossi: «Progetto da coagulare entro il 2020»
Enrico Rossi parla all'Assemblea sulla macroregione

di Ivano Porfiri

«Insieme siamo 6 milioni di donne e di uomini, il 12% del Pil del nostro Paese ed insieme possiamo anche avere l’ambizione di contribuire a realizzare un’Italia più bella, più solidale e più giusta». È il presidente dell’Ires Cgil Marche, Walter Cerfeda, a tratteggiare con queste parole la spinta che Cgil, Cisl e Uil vogliono dare al progetto dell’Italia di Mezzo, cioè a quella collaborazione da tradursi in futuro nella macroregione Toscana, Umbria, Marche. Futuro lontano? Non troppo, se come propone il presidente toscano, Enrico Rossi, «entro il 2020 i tre consigli regionali dovrebbero far coagulare il progetto indipendentemente da come andrà il referendum e in vista di un riassetto istituzionale di cui già si sta parlando a Roma e che diventerà centrale».

TUTTO SULLA MACROREGIONE

Italia di Mezzo Così come fu per il ‘Patto del sagrantino‘ che vide i tre presidenti Marini, Rossi e Ceriscioli dare il primo impulso all’idea di unire le forze, anche per la uscita pubblica d’esordio è stata scelta Perugia (anche se a livello di firme si è optato per Bruxelles con l’unificazione delle sedi di rappresentanza). E, a prendere l’iniziativa, stavolta, non è stata la politica ma il sindacato. Un’assemblea dal titolo «Italia di mezzo “straordinaria opportunità di sviluppo”» di Cgil, Cisl e Uil, che hanno fin da subito abbracciato il progetto, puntando a darvi una profonda impronta sociale. «Perché – ha detto Cerfeda facendo riferimento ai fatti relativi al terremoto – qui si chiarisce fino in fondo che l’Italia di mezzo è innanzitutto un grande progetto economico, civile e sociale, prima ancora che istituzionale. E qui si chiarisce anche che, almeno in questa fase, l’Italia di mezzo non è una convenzione ad excludendum, ma semmai una cooperazione rafforzata, di realtà che uniscono le proprie forze e le proprie volontà per costruire quella che noi giudichiamo, essere una pagina nuova e indispensabile per il nostro domani. Ma una realtà capace di essere però a geometria variabile per singoli temi, in cui come nella tragedia di cui stiamo parlando, è semplicemente impossibile dividere territorio da territorio, confine da confine, persone da persone».

IL DOCUMENTO DEI SINDACATI

Un modello di sviluppo Sulla macroregione i sindacati, però, sentono giusto coltivare un’ambizione in più. «Non solo quella di essere dentro la partita fino in fondo – ha sottolineato Cerfeda – ma di avere l’ambizione di guidarla non sulla base di una sterile presunzione, ma sulla concretezza dei valori e di ciò che già abbiamo saputo fare nelle nostre terre. L’Italia di mezzo deve avere cioè l’ambizione di essere un modello. Non è un progetto a tavolino, una mescola a freddo, ma ha già radici profonde con atti ed esperienze positive realizzate nel tempo». E tuttavia «non è solo questo. Come ribadiamo nel nostro dettagliato e preciso documento unitario – ha proseguito – l’urgenza dell’Italia di mezzo sta nel fatto che essa è oggi la condizione stessa, per competere nel mondo aperto in cui viviamo. Perché nel mondo si compete solo fra sistemi integrati, senza dei quali, l’unico destino è quello della periferizzazione e della marginalizzazione. Ma i sistemi non si inventano, devono avere dentro di sé una storia comune ed un approccio economico e sociale condiviso e consolidato nel tempo. L’Italia di mezzo è in realtà già un sistema naturale, in cui, all’opposto, i confini istituzionali appaiono a volte essi artificiali». Specialmente nel modello di coesione e di benessere sociale che, secondo Cerfeda, «si potrebbe dire rappresenta lo stesso Dna ed il tratto distintivo più forte delle nostre regioni. Una concezione di modelli di società dove l’idea di welfare, delle politiche di cittadinanza, di cultura e di coesione sociale hanno disegnato nel corso degli anni un vero e proprio modello di civiltà e di convivenza, riconosciuta ed apprezzata ovunque».

Marini: «Progetto da basso e aperto» L’impegno del sindacato è stato apprezzato ed elogiato a più riprese dai presidenti delle Regioni, presenti ad accezione di Luca Ceriscioli (ad Arquata del Tronto per l’apertura dell’anno scolastico) e sostituito dall’assessore Manuela Bora. «Cgil, Cisl e Uil hanno fin da subito voluto essere protagonisti – ha detto Catiuscia Marini – e voglio ringraziarli per questo». Marini ha ricordato che il processo avviato è a «Costituzione invariata» ed è un modo anche per «evitare che ci vengano calate dall’alto soluzioni di riassetto istituzionale immaginate su qualche mappa geografica a Roma. Noi vogliamo partire dai piedi, cioè dalla base, e non dal ‘cappello’». La presidente umbra ha anche sottolineato che «le nostre regioni non si mettono insieme perché fallite, anzi da anni siamo, ad esempio, tra le regioni benchmark in sanità. Ma intravediamo anche le nostre difficoltà e fragilità e vogliamo farne una forza». Infine, Marini non ha chiuso le porte a un allargamento che vada oltre a Toscana, Umbria e Marche. «L’Alto Lazio, ad esempio, è strategico per Terni. Ecco, non vogliamo cancellare confini per crearne altri, siamo aperti a territori che mostrano già interesse per questo progetto».

Entusiasmo marchigiano L’entusiasmo maggiore, forse, è stato quello mostrato dall’assessore marchigiano Bora: «Io e la giunta di cui faccio parte crediamo molto nella macroregione dell’Italia di Mezzo e consideriamo auspicabile l’accorpamento tra queste nostre regioni, che sono molto simili per tanti aspetti». Bora ha citato alcuni esempi di best practices umbre e toscane, che possono essere modello comune. «Ne abbiamo anche noi e penso che insieme potremmo essere più forti».

Rossi: «Idea matura, sul nome…» Il presidente toscano Rossi è stato l’unico a dettare un confine temporale e a immaginare un percorso istituzionale: il 2020, anno di fine legislatura, per far «coagulare» il progetto nei consigli regionali. «L’idea è matura – ha affermato – lo vedo parlando con la gente, che si sta rendendo conto che per competere a livello globale bisogna essere più grandi. Se vogliamo salvare le Regioni dobbiamo andare avanti spediti, come sta avvenendo». Per il governatore toscano, occorre «rafforzare l’asse Est-Ovest per creare ricchezza». I fattori da mettere in comune sono molti. «Abbiamo aspetti positivi che ci avvicinano, ma anche fragilità – ha precisato -. Qui da noi si è sviluppato un modello di relazioni sociali avanzate, anche se su alcuni aspetti siamo indietro, come l’assetto del territorio, su cui io auspicherei non solo un piano come ‘Casa Italia’ a cui pensa il governo, bensì un ministero della Prevenzione che spenda 10 miliardi l’anno per 10 anni». Rossi ha chiuso con una battuta. «Come chiameremo la nuova macroregione? Io propongo il modello francese, che ha sommato i nomi delle regioni accorpate. farei Toscana-Umbria-Marche con la postilla che ognuno può cambiare l’ordine a suo piacimento». Mentre il consigliere regionale Claudio Ricci già propone che «se la macroregione sarà istituita, l’Umbria, trovandosi al centro dell’asse, dovrebbe candidarsi a sede dell’Assemblea legislativa proponendo in Toscana la sede della Giunta e nelle Marche l’assessorato a Economia, sviluppo economico e infrastrutture».

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