giovedì 29 settembre 2016 - Aggiornato alle 07:01
24 maggio 2016 Ultimo aggiornamento alle 14:39

L’avvocato perugino nel ‘pallone': «Così ho difeso Gilardino, Borja Valero e la Samp contro Cassano»

Il 45enne Andrea Galli è tra i legali più esperti di giustizia sportiva: «In Champions ed Europa League si usano le immagini, qui solo i referti. Le norme vanno aggiornate»

L’avvocato perugino nel ‘pallone': «Così ho difeso Gilardino, Borja Valero e la Samp contro Cassano»
L'avvocato Andrea Galli

di Ivano Porfiri

Il telefonino gli squilla, in genere, il martedì pomeriggio. Ma non è detto. Se c’è un turno infrasettimanale, per esempio, la chiamata arriva il lunedì e allora significa che la notte non si dorme perché il mercoledì mattina bisogna essere pronti davanti al giudice. Lui è Andrea Galli, 45 anni, perugino doc di Sant’Erminio, di mestiere avvocato specializzato in diritto sportivo. Il suo nome non è particolarmente noto alle cronache, ma per sapere chi è basterebbe chiedere se ne hanno sentito parlare Alberto Gilardino, Edison Cavani o Borja Valero che, grazie al suo intervento, hanno trascorso le loro domeniche in campo anziché in tribuna a scontare una squalifica.

Dica la verità, che faccia fa quando sul display vede il nome di qualche dirigente di società di serie A.
«So che mi toccherà lavorare duro, anche di notte, per riuscire a rispettare i tempi strettissimi della giustizia sportiva, ma si risveglia dentro di me una passione, anzi due: quella per la giurisprudenza e quella per il calcio. Quindi mi butto a capofitto nei casi che mi vengono sottoposti».

Chi si rivolge a lei e per che cosa?
«In genere sono le società, di rado i calciatori. Mi chiamano in quanto mi occupo da 15 anni di diritto sportivo e, in particolare, di ricorsi contro le squalifiche di calciatori professionisti, ma anche di dispute contrattuali tra club, club e giocatori o tra club e allenatori».

Come è nata questa “strana” specializzazione?
«Ho iniziato facendo pratica in uno studio in cui si trattavano casi di diritto sportivo. Poi man mano mi sono appassionato. Il calcio è lo sport che ho sempre amato più di ogni altro, seppur io abbia giocato per più di 20 anni a pallavolo, tanto che da alzatore sono arrivato fino in serie C. Appena posso, tuttavia, gioco a calcio».

Se a pallavolo ha disputato la C, con il suo lavoro è arrivato in serie A.
«Come capita spesso nel mio mestiere, ci si fa un nome nel settore man mano che si affrontano casi difficili. A me piace aggiornarmi di continuo, studiare le innovazioni. E’ così che numerosissime società di serie A, B, lega Pro e della Lega nazionale dilettanti si sono rivolte a me. Ho anche assistito la società di pallavolo femminile Sirio Perugia negli anni in cui ha vinto tutti i trofei possibili e immaginabili».

Il suo cuore batte per qualche squadra di calcio in particolare?
«L’unica squadra per la quale ho sempre tifato sin da bambino è il Perugia e all’epoca di Gaucci ho anche trattato qualche caso. Tuttavia, per il mio lavoro, non seguo preferenze o colori calcistici. Faccio il mio meglio per chi si rivolge a me e, anzi, cerco di restare più nell’ombra possibile dato che viviamo in un mondo con enormi pressioni mediatiche sulle società e i loro tesserati».

Parliamo di qualche caso particolare che le è capitato di seguire. Il più avvincente?
«Quello in cui ho difeso la Sampdoria contro Antonio Cassano in una vicenda nota alle cronache (quella del litigio con Garrone che poi portò al passaggio al Milan, ndr), caso contraddistinto da fortissima tensione emotiva, considerata la continua e pressante attenzione di tutti i mass media. Oppure la scorsa estate, in pieno agosto, quando, con un ricorso d’urgenza alla Fifa scritto di notte, sono riuscito a risolvere un problema di una squalifica a Mario Suarez (per l’espulsione in un match di Coppa del Re in Spagna, ndr) in vista della prima di campionato».

Parlando, invece, di riduzione di squalifiche?
«Mi viene in mente il caso di Borja Valero (Parma-Fiorentina del 24 febbraio 2014, ndr) a cui furono comminate quattro giornate di squalifica, una per l’espulsione e tre la spinta all’arbitro. Il ricorso fu improntato nel dimostrare che non si trattò di comportamento “violento” bensì solo “irriguardoso”».

Un caso simile a quello della recente squalifica di Higuain, che forse ha deciso lo scorso campionato.
«Sì, anche se non ho seguito io il caso e non voglio addentrarmi nel lavoro di altri colleghi. Comunque mi sembra una casistica analoga».

Ha seguito anche casi a livello internazionale?
«Sì, certo, mi interesso anche di normativa Uefa e Fifa. Seguii, ad esempio, il caso della squalifica di Alberto Gilardino per la presunta gomitata alla gola a Toulalan (Lione-Fiorentina del 16 settembre 2009, ndr). Lì il giudice stava per infliggere una squalifica di tre giornate per condotta violenta, ma riuscii a presentare una memoria prima della decisione di primo grado e la sanzione fu di due. Poi, in appello, portai fotogrammi e filmati che dimostravano l’involontarietà dell’intento e ci fu un’ulteriore riduzione a una giornata. Qui si apre una delle questioni rilevanti, cioè quella dell’uso di immagini nel giudizio sportivo».

Cioè?
«In Italia, mentre voi giornalisti potete formarvi una corretta rappresentazione dei fatti vedendo e rivedendo all’infinito l’episodio che ha provocato la squalifica, noi operatori del diritto sportivo – avvocati e organi di giustizia – dobbiamo basarci esclusivamente su ciò che hanno scritto gli ufficiali di gara, “facendo finta” che la tv non esista. La descrizione del fatto commesso è rimesso totalmente alla discrezionalità dell’arbitro, che è comunque un essere umano e può sbagliare. Per fare un esempio concreto basti pensare al gesto della stretta di mani al collo da parte di Zarate a un avversario avvenuto circa due mesi fa (Murillo nel concitato finale di Fiorentina-Inter, ndr), giudicato come condotta violenta dall’arbitro con conseguente espulsione e irrogazione di tre giornate di squalifica da parte del giudice sportivo; ebbene lo stesso gesto, anche più grave perché ha determinato la caduta del calciatore attinto al collo, è stato posto in essere solo pochi giorni dopo (Perisic su Cuadrado in Inter-Juve, ndr), con la sola irrogazione dell’ammonizione».

Cosa diversa, invece, in ambito Uefa.
«Esatto. L’articolo 38 del vigente regolamento disciplinare Uefa prevede che “i fatti contenuti nei rapporti ufficiali si presumono essere precisi. Può tuttavia essere fornita la prova della loro imprecisione”. Proprio quest’ultimo inciso consente di introdurre a supporto probatorio nel “giudizio di impugnazione internazionale” anche filmati televisivi e fotogrammi. Appunto questo è stato il caso di Gilardino, ma anche della squalifica, che ho impugnato, a cinque giornate di Facundo Roncaglia in Europa League per la gomitata a Embolo del Basilea, ridotte poi a quattro: col supporto delle immagini ho dimostrato, infatti, che il gesto del giocatore squalificato era stato in qualche modo determinato anche da una prolungata azione fallosa dell’avversario che lo aveva strattonato e trattenuto scorrettamente nell’intento di sottrargli la palla».

Quindi, secondo lei, anche la giustizia sportiva italiana dovrebbe adottare tale regolamento?
«Se è vero che l’arbitro è e deve rimanere – giustamente – il deus ex machina dell’incontro di calcio, è anche vero che in alcuni casi l’impiego delle immagini tv può intervenire in suo aiuto o comunque rimediare a suoi evidenti errori di interpretazione. A mio parere, quindi, la giustizia sportiva italiana deve avere il coraggio di fare un passo in avanti e quanto meno ampliare l’utilizzo della prova tv, anche se non in modo generalizzato, per evitare di comprimere troppo il potere decisionale e discrezionale dell’arbitro. Cosa che, per una breve fase, è anche avvenuta grazie a una mia iniziativa».

Ovvero?
«Sono stato il primo in Italia ad “aggirare” il divieto producendo i fotogrammi dell’episodio, qualificandoli tecnicamente come “prova documentale”, ammessa dal diritto sportivo. Era il caso una squalifica a Giulio Falcone del Parma: con l’uso dei fotogrammi si passò da tre giornate a due. Purtroppo, però, questo escamotage ha avuto vita breve perché si è diffuso a macchia d’olio e poco dopo è stato, inevitabilmente, dichiarato inammissibile. Così tutto è rimesso al referto e alla bravura del legale nel fare cambiare l’interpretazione delle parole del direttore di gara. Ricordo una squalifica a Zambuto del Piacenza per condotta violenta per aver dato una “manata” sul volto di un avversario. Ricostruii il significato del termine “manata” per far dequalificare il gesto da violento ad antisportivo».

Per lei che vive questo mondo dal di dentro, ci sono favori ad alcune squadre per condizionarne i campionati?
«Conoscendo la difficoltà in cui operano gli organi di giustizia sportiva e i loro tempi strettissimi, devo riconoscere tutto sommato l’imparzialità e la competenza».

Quindi continuerà a trascorrere notti insonni per interpretare i referti e far ridurre le squalifiche?
«Intendo continuare a lavorare nel mondo dello sport e vorrei contribuire a migliorarlo. Richiede grande impegno, spesso senza orari né periodi di ferie, ma di contro c’è la passione e anche per quella mi piacerebbe dare il mio contributo per aggiornare le regole».

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