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23 giugno 2012 Ultimo aggiornamento alle 23:02

L’arte del non astrarre: sul muro dell’ex carcere femminile di Perugia la simbologia del reale di San

San e la sua opera

di M.Alessia Manti

Nemmeno Scipione l’ha fermato. Si è beccato i tre giorni più caldi di questo inizio estate ma ne è valsa la pena. Da venerdì sul muro dell’ex carcere femminile di Perugia c’è un dipinto di Daniel Munoz, aka San, street artist spagnolo dall’immenso retroterra figurativo e uno stile personale ricco di simboli e codici.
L’artista Classe 1980, ha iniziato a fare graffiti intorno ai primi anni Novanta. Dopo gli studi di belle arti a Madrid, si è affermato sulla scena della Street Art internazionale per il suo stile illustrativo e narrativo quasi surreale che porta il pubblico ad una attenta analisi. Oltre ad essere un illustratore puro, San dipinge in strada, ha partecipato a numerosi eventi di Urban Art e realizzato varie esposizioni personali tra Europa ed America. In Italia ha lavorato già in parecchie città, Milano, Torino, Bologna e anche al Sud. Della Sicilia conserva aneddoti che strappano sorrisi, come quando in un paesino vicino Cefalù ha provato a dipingere la parete di una casa molto particolare, dove il tempo sembrava rimasto fermo a 40 anni fa, piena di immagini sacre e lumini: «Più dipingevo più cancellavo. L’anziana proprietaria mi ha detto che se non ci riuscivo era solo perchè la casa stessa non mi voleva. Me ne sono andato rassegnato».
Rifugge l’astratto perchè combatte la discriminazione socio-culturale, «cerco di dipingere elementi reali, tutto ciò che la gente riconosce nel quotidiano. Se dipingi qualcosa di astratto vai incontro alla possibilità che la gente si fermi al piano estetico. A me interessa il messaggio»

A Perugia Il dipinto che ha realizzato per Comma Urban Art Festival 2012 nasce dalla voglia di contestualizzare il suo passaggio nel capoluogo umbro. «Volevo raccontare qualcosa che fosse fortemente legato a dove mi trovo in questo momento. Come faccio di solito, del resto – ha detto -, l’arte non può essere staccata dalla vita quotidiana». Gioca sui contrasti simbolici, il sacro e il profano, la bellezza e l’effimero. Così il volto freddo e inespressivo della nobile etrusca da cui pendono palloncini, bambini, chiavi e amuleti diventano una riflessione sulla vita e sulla condizione della donna, in particolare delle donne rinchiuse in una prigione. «Nel costruire il soggetto, trattandosi di un luogo particolare come un carcere ho pensato alle sbarre ma era un’immagine troppo triste. Non solo, il fatto che nell’edificio di fronte un tempo ci fosse una chiesetta e un ospedale mi ha suggerito gli elementi che compongono il dipinto, realizzato con pittura acquosa che si adattava meglio al tipo di muro in questione».

Per conoscere meglio San: http://www.eseaene.com/

©Riproduzione riservata

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