lunedì 26 settembre 2016 - Aggiornato alle 12:26
27 giugno 2016 Ultimo aggiornamento alle 08:16

Il pg: «Condannate ancora gli assassini di Polizzi». Riccardo Menenti: «È colpa mia e di nessun altro»

Requisitoria del sostituto procuratore generale Dario Razzi che ha chiesto la conferma della pena per padre e figlio accusati di omicidio. Domani le difese e poi la sentenza d'appello

Il pg: «Condannate ancora gli assassini di Polizzi». Riccardo Menenti: «È colpa mia e di nessun altro»

di Enzo Beretta

La Procura generale di Perugia ha chiesto la conferma delle condanne inflitte dalla Corte d’assise a Riccardo e Valerio Menenti, ritenuti responsabili dell’omicidio di Alessandro Polizzi avvenuto durante la notte tra il 25 e il 26 marzo 2013 in un appartamento al terzo piano di via Ettore Ricci. In primo grado padre e figlio sono stati condannati rispettivamente all’ergastolo e a 27 anni di reclusione: il primo è ritenuto l’esecutore materiale dell’uccisione mentre il tatuatore è considerato dalla pubblica accusa il mandante della «vendetta» legata ai precedenti pestaggi di Alessandro. Tra le accuse c’era anche il tentato omicidio della fidanzata di Polizzi, Julia Tosti, che stamani non era in aula.

La requisitoria Nel corso del suo intervento il sostituto procuratore generale Dario Razzi ha ricostruito le fasi dell’omicidio. Il suo intervento è stato attentamente seguito dagli imputati, sorvegliati a vista dalla polizia penitenziaria. Nella sentenza di primo grado il giudice estensore Nicla Restivo aveva scritto che il movente del delitto «è da ricercarsi unicamente e univocamente nella reazione vendicativa dei Menenti alle tre precedenti aggressioni subìte da Valerio, l’ultima solo tre giorni prima del delitto». Nelle lunghe motivazioni vengono raccontati i precedenti tra Valerio e Julia, «picchiata, minacciata e molestata anche quando la relazione con Menenti jr. era terminata». «La reazione di Polizzi accorso in difesa della Tosti – è spiegato – ha portato a far ritenere nella mente degli assassini sia Julia che Alessandro responsabili allo stesso titolo delle aggressioni subìte da Valerio». Secondo la Corte d’assise le chiavi della porta al terzo piano sono state consegnate da Valerio (che in quella casa aveva abitato) al padre che entrò armato di una vecchia pistola Beretta «del nonno» che Valerio «aveva ricevuto in eredità». Ai giudici di primo grado non torna l’alibi fornito alla squadra mobile dal figlio secondo cui «i genitori avevano dormito a Todi»: questo perché Valerio era «pienamente consapevole dell’omicidio». Insomma – secondo la Corte d’assise presieduta da Gaetano Mautone – «tra padre e figlio si era formato un piano comune e un accordo per vendicarsi di Polizzi» e «l’assassinio non è una reazione improvvisa né di impeto» in quanto «Valerio ha espresso in forma chiara e specifica volontà omicidiaria». Perfino un amico di Valerio ha riferito che il tatuatore di Ponte San Giovanni «in presenza sua e di Riccardo, durante l’ultimo ricovero dopo l’aggressione, aveva espressamente affermato che ‘gliel’avrebbe fatta pagare’ e che ‘ci avrebbe fatto pensare al padre’» il quale «annuì manifestando il suo assenso».

Dichiarazioni spontanee Nel corso della mattina Riccardo Valerio ha preso la parola per rendere alcune spontanee dichiarazioni durante le quali ha detto: «E’ accaduta una tragedia, ho perso il controllo e non ho ragionato. Ma è soltanto mia la responsabilità, non è colpa di nessun altro». Oltre alla procura generale stamani sono intervenuti gli avvocati di parte civile Luca Maori, Donatella Donati, Nadia Trappolini e Gianni Rondini. Domani parleranno le difese attraverso i penalisti Francesco Mattiangeli, Manuela Lupo e Giuseppe Tiraboschi. Poi la sentenza  della Corte d’assise d’appello, presieduta da Giancarlo Massei.

©Riproduzione riservata

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