martedì 27 settembre 2016 - Aggiornato alle 05:35
19 agosto 2016 Ultimo aggiornamento alle 12:54

«Il custode dell’arte dimenticata»: ha trasformato il deposito dei capolavori di Spoleto in museo

Ex addetto del macello comunale da dieci anni si prende cura di duemila opere. A lui ha dedicato un ampio servizio Panorama

«Il custode dell’arte dimenticata»: ha trasformato il deposito dei capolavori di Spoleto in museo
Il servizio dedicato a Fortunati

«Dovrei ricevere una laurea ad honorem? Ma se ho soltanto la terza media». Inizia così l’ampio servizio che il settimanale Panorama ha dedicato al dipendente del Comune di Spoleto Luigi Fortunati, ex addetto del macello, trasferito dieci anni fa nel deposito dei beni culturali di Santo Chiodo per motivi di salute. Da allora il sessantacinquenne prossimo alla pensione si è preso cura di oltre duemila opere, trasformandosi nel «custode dell’arte dimenticata» come lo ha definito il giornalista Antonio Carnevale.

«Il custode dell’arte dimenticata» Tele e capitelli sono stati selezionati e disposti all’interno del capannone dal custode in una sorta di allestimento organizzato in base al periodo storico e alla provenienza degli artisti. Tanti i maestri dimenticati alla periferia di Spoleto. Nel piccolo ‘museo’ chiuso al pubblico creato da Fortunati si possono ammirare opere di Alberto Burri, come le sei litografie realizzate per i Mondiali di Italia 90. Del maestro umbro «anche due piccole opere che si contendono lo spazio – racconta Panorama – con le testimonianze di Henry Moore, Mario Ceroli, Luigi Boille, Anthony Caro». Un’intera parete poi «restituisce dignità al Gruppo dei Sei, la compagine di pittore che negli anni Cinquanta ha dato lustro a Spoleto», tra questi Marina d’Inverno di Giuseppe De Gregorio, un Paesaggio di Filippo Marignoli «e poi le opere di Pietro Raspi e Giannetto Orsini, artisti che insieme a Bruno Toscano e Ugo Rambaldi formavano il Gruppo dei Sei, una delle più significative esperienze della pittura informale italiana».

Deposito di capolavori trasformato in museo Il deposito trabocca anche di legni antichi, capitelli, sculture e dipinti del Quattrocento e Cinquecento. ‘Il custode dell’arte dimenticata’ racconta di aver «catalogato circa duemila opere realizzando una scheda per ciascuno che adesso compongono un sistema informatico consultabile da chiunque accenda questo computer. Qui un pc neanche c’era – prosegue Fortunati -ne ho usato uno assemblato con vecchi pezzi riciclati, grazie a mia moglie che lavora in un centro di smaltimento per computer da rottamare». Il dipendente comunale è prossimo alla pensione e la paura è che il lavoro non richiesto svolto negli ultimi dieci anni possa andare perduto. Timori intorno ai quali il Comune di Spoleto venerdì mattina ha fornito una serie di rassicurazioni e precisazioni.

Le precisazioni del Comune Il deposito è stato realizzato nel 2003 proprio «per sanare una situazione di dispersione e criticità del patrimonio, attualmente composto da circa 1.500 reperti di arte antica schedati nel 2003 dalla Coobec e 500 opere di arte contemporanea in parte fotografate e inventariate dal personale del deposito», Fortunati per l’appunto. «La fase di concentramento dei beni a Santo Chiodo è stata preceduta da una ricognizione di tutte le opere che sono state fotografate e schedate mediante una procedura informatica che ha prodotto una scheda per ogni pezzo. Nulla di obliato, ammucchiato o confuso – è il messaggio di Palazzo – ma tutto ordinato e rintracciabile in ogni».

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