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martedì 28 settembre - Aggiornato alle 16:11

Il burnout raccontato dalla community Occca: «Ecco perché non si trovano più camerieri e cuochi»

Le parole di Marco Natali, creatore della pagina social che da sei anni si occupa della tematiche relative al lavoro

Il tavolo di un ristorante

di Maria Giulia Pensosi

«Finché il ristoratore penserà che sia il dipendente ad aver bisogno di lui, e non il contrario, sarà difficile costruire qualsiasi tavolo di discussione e strategia di miglioramento del settore». Sono queste le parole che si leggono su uno dei tanti post facebook della pagina Occca, chiamata così perché acronimo di ‘Ordine dei Camerieri e Cuochi alla Carta’. La community, fondata nel 2015 con l’intenzione di provocare una rivoluzione sociale e politica nel mondo del settore della ristorazione, «nasce per dare voce al ‘sommerso’ di questo settore, quello ‘alla carta’ che è quella parte che non ha una regola, che vive d’improvvisazione senza canoni stabiliti», dice il fondatore Marco Natali. Inizialmente impostata come pagina satirica, acquista consensi negli anni e inizia ad occuparsi seriamente delle tematiche relative al mondo della ristorazione cercando di creare un legame con gli utenti. La pagina è sensibile, soprattutto negli ultimi tempi come si vede dai contenuti pubblicati, al problema della mancanza di personale nel mondo della ristorazione: «La ‘colpa’ – racconta ad Umbria24 Marco Natali – è della mancanza di organizzazione e struttura del lavoro stesso, inoltre a nessuno viene riconosciuto il titolo per il quale magari ha studiato per anni».

La voce di Occca: il burnout  «La disorganizzazione, la mancanza di consulenze sul lavoro e il non sapere dare la giusta importanza all’impiego, considerandolo e valorizzandolo per quello che è – spiega il fondatore di Occca – portano inevitabilmente al burnout, fenomeno che, secondo me, colpisce anche i cittadini ternani». Il burnout viene considerato come un insieme di sintomi derivanti da una condizione di stress cronico, associata al contesto lavorativo. In un video la community spiega le fasi di questo processo di alienazione: «Ritengo – continua Natali – che a Terni il concetto di qualità del lavoro non sia mai stato sviluppato abbastanza. Noto che non c’è il cosiddetto ricambio generazionale, la nuova generazione si è drasticamente allontanata dal mondo della ristorazione. Siamo a cavallo tra la fase due e la tre, quelle della stagnazione e frustrazione». La prima fase del burnout, come spiegato nel video, è detta ‘entusiasmo idealistico’, il soggetto entra a far parte di una realtà lavorativa che ha sempre sognato. La seconda è ‘la stagnazione’, il soggetto si rende conto che i sogni che aveva non corrispondono alla realtà, il lavoro inizia ad avere un carico di stress non indifferente e diminuiscono le prestazioni lavorative. La terza fase è quella della ‘frustrazione’ nella quale aumentano ancora di più i livello di stress e ci si distacca dall’impiego, iniziando a relazionarsi con colleghi e clienti in modo brusco e scortese. L’ultimo step è quello dell’apatia, si passa all’indifferenza, al soggetto non interessa più del proprio impiego e va incontro alla morte professionale. «I dipendenti sono sempre gli stessi – riprende Natali -, circolano da attività ad attività. Non c’è una reale possibilità di crescita nel settore ed ecco la stagnazione che poi degenera in frustrazione. C’è anche chi ‘si sfoga’ abusando di alcool e sostanze stupefacenti».

La ‘fuga’ dalla ristorazione «La pandemia ha sicuramente influito in questa ‘fuga dalla ristorazione’ – riferisce il fondatore dalla community –  il problema è che le persone si sono rese conto che altri impieghi offrono una sicurezza che il bar o il ristorante che sia, non danno, non che sia realmente così, ma lo diventa se il lavoro non è strutturato e retribuito come si deve». Sono sempre più i giovani che si allontanano dal mondo della ristorazione per dedicarsi ad altri settori: «Ho lavorato per anni in bar e ristoranti – racconta a Umbria24 una ragazza ternana -, durante il covid ho deciso di esplorare nuovi orizzonti. Ora mi rendo conto che, volendo rimanere in città, mi conviene cambiare settore poiché quello della ristorazione sento che mi ha già dato tutto quello che poteva darmi. Per me era una passione, ma non riesco ad ‘andare oltre’, ad imparare cose nuove. Le ore sono troppe, la fatica altrettanta e inizio a pensare che non ne valga più la pena».

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