lunedì 26 settembre 2016 - Aggiornato alle 22:44
1 luglio 2016 Ultimo aggiornamento alle 15:04

Franco Roberti (Dna): la mia battaglia contro l’Isis. «Si sentono deboli e attaccano, il pericolo è il web»

Il procuratore nazionale antiterrorismo parla dei recenti attentati di Istanbul, degli effetti della Brexit e del «radicalismo che si veste di islamismo». I bit-coin sono «fuori controllo»

Franco Roberti (Dna): la mia battaglia contro l’Isis. «Si sentono deboli e attaccano, il pericolo è il web»
Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti

di Enzo Beretta

I recenti attentati di Istanbul, le indagini sul web e gli effetti della Brexit nella lotta al terrorismo. Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, è convinto che «non esiste un Islam moderato e un Islam radicale» ma che, piuttosto, «il problema del terrorismo è l’islamizzazione della radicalità».

Procuratore, come definirebbe il radicalismo islamico?
«Più che di radicalismo islamico parlerei di radicalismo che si veste di islamismo. Ci sono certamente posizioni diverse, più o meno moderate o radicali, ma nelle spinte verso la violenza la radicalità si veste di ideologia religiosa. Questa sfida al nichilismo come ricerca di senso è tipica delle posizioni radicali che si sono islamizzate, cioè che hanno trovato nell’Islam una qualche apparenza di giustificazione».

A livello europeo come viene combattuto il fenomeno? C’è un valido fronte comune?
«Per fortuna lo Stato islamico sta perdendo colpi notevoli nei territori che occupa e questo, secondo noi, ha prodotto un’intensificazione degli attacchi al di fuori di quelle regioni. La sensazione che abbiamo dalle nostre analisi è che più si sentono deboli e più attaccano. Il problema è quello di fare fronte comune attraverso la cooperazione internazionale perché chiaramente il fenomeno è transnazionale. Se di fronte a questo fenomeno alcuni Paesi si comportano in modo rigoroso ed altri meno, i flussi vanno dove c’è minor rigore e meno repressione investigativa. Bisognerebbe che tutti i Paesi adottassero le stesse norme e le stesse prassi, quindi che ci fosse una stretta cooperazione internazionale. Su questo piano noi italiani abbiamo l’esperienza del contrasto alle mafie, una conoscenza del fenomeno che mettiamo a disposizione anche degli altri Paesi per dialogare e scambiare informazioni».

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Quanto costa la partita contro il terrore e come si può vincere?
«La lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo non si fa a costo zero. Bisogna investire su questo tipo di contrasto affinando, per esempio, le professionalità nelle indagini informatiche. Ormai le indagini si spostano e si sposteranno sempre di più sul web, le transazioni finanziarie avverranno sempre più attraverso il meccanismo dei bit-coin che sono totalmente fuori controllo. Ci siamo attrezzati per contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo con la moneta corrente ma le transazioni, anche quelle lecite, talvolta avvengono attraverso i bit-coin, sulla rete. Per contrastare questa criminalità informatica ci vogliono professionalità molto spiccate e diffuse rispetto al fenomeno, gli agenti della polizia postale sono bravissimi ma bisogna strutturare meglio il reparto e renderlo più forte, diffondendo queste competenze anche ad altre forze di polizia».

Quanto preoccupano gli sbarchi dal Mediterraneo?
«Non abbiamo segnali che i terroristi arrivano con i flussi migratori. Con i flussi sono arrivati e possono arrivare soggetti che poi nel territorio europeo si radicalizzano e avviano percorsi che li portano ad andare a combattere nei territori della Jihad oppure a coltivare progetti di attentati in Europa. L’evoluzione del fenomeno però è così rapida e difficile da seguire che non si può escludere niente. Allo stato, però, soggetti già formati come terroristi, arrivati con i flussi migratori, non ce ne sono stati. Sono arrivati soggetti predisposti, questo sì, a intraprendere percorsi di radicalizzazione».

Con l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea cosa cambia nella lotta all’Isis?
«Non posso prevedere cosa cambierà sul fronte terrorismo nell’Unione europea con la Brexit. Nei principali Paesi del nostro continente però c’è consapevolezza della gravità della sfida generale. L’ultima novità portata dall’attentato di Istanbul ci conduce a una pista caucasica per la provenienza degli attentatori, sempre legata probabilmente allo Stato islamico. Si è aperto un altro scenario, non nuovo, sappiamo che il Caucaso e la zona dei Balcani sono zone molto a rischio con presenze radicali forti. Il fenomeno è talmente in rapida evoluzione che ci pone sempre di fronte a nuove situazioni, realtà, ipotesi. Servono analisi molto approfondite e tempestive per poter adeguare i sistemi normativi e organizzativi. C’è già all’esame del parlamento un disegno di legge che arricchisce il quadro normativo di nuove ipotesi di reato, per esempio il terrorismo nucleare».

La sua idea sulla procura europea antiterrorismo…
«E’ una figura prevista dal trattato di Lisbona. Con l’accordo dei 27 Paesi si possono dare competenze più forti in materia di terrorismo al procuratore europeo ma il problema è che gli ordinamenti giuridici dei Paesi dell’Unione non sono uguali, non parliamo tutti la stessa lingua e allora quando andiamo a concretizzare norme e disciplina su questo punto non ci troviamo d’accordo. Paesi come l’Italia vorrebbero un procuratore europeo strutturato sul modello del procuratore della Repubblica italiano, quindi con forti poteri di indagine e iniziativa penale, altri invece vorrebbero una figura molto più debole, un simulacro di procuratore. In questo confronto, non dico contrasto, si stenta a costruire questa figura. In più organismi di coordinamento a livello europeo come Eurojust (coordinamento giudiziario), Europol (poliziesco) e Olaf (reati finanziari) vedrebbero riviste le loro competenze in funzione dell’entrata in scena del procuratore europeo, perciò non sempre vedono di buon occhio una figura forte con i poteri del Pm italiano».

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