22 giugno 2016 Ultimo aggiornamento alle 10:59

Femminicidi, l’appello a Marini e all’Aula: «Serve legge su cittadinanza di genere e fondi strutturali»

Documento firmato da Rete Rete delle donne AntiViolenza onlus, LiberaMente Donna, Albero di Antonia, Donne Contro la Guerra e Associazione di Promozione Sociale Ritm

Femminicidi, l’appello a Marini e all’Aula: «Serve legge su cittadinanza di genere e fondi strutturali»

Pubblichiamo l’appello della Rete Rete delle donne AntiViolenza onlus, LiberaMente Donna, Albero di Antonia, Donne Contro la Guerra e Associazione di Promozione Sociale Ritm rivolto alla presidente della Regione Catiuscia Marini e al consiglio regionale dell’Umbria.

In questi giorni la tragedia di Sara, la 22enne uccisa in modo atroce dall’ex fidanzato, ha riacceso i riflettori sui femminicidi, che nel nostro paese non accennano a diminuire. Come se ci fosse bisogno di efferatezza, per poter ritrovare quel brandello di compassione e solidarietà che nel tempo quotidiano viene spesso negato o rientra nella penombra delle omissioni. Ma presto anche di Sara rimarrà solo un ricordo sbiadito nelle coscienze, perché lei è “solo” una donna, ammazzata da qualcuno che non è molto diverso dagli assassini che negli ultimi tempi – l’elenco è lungo e viene da lontano – hanno ammazzato altre donne: mariti e parenti, ex compagni, vicini di casa, per alcune un “cliente”, ma tutti accomunati dalla violenza assassina riversata sui corpi inermi di donne che, da quando la Storia ha memoria di sé, catalizzano l’aggressività, le frustrazioni, l’impotenza di tanti uomini, anche “normali”, anche “per bene”. Questa violenza sta a noi donne fermarla, in primo luogo gridando forte – tutte insieme – che le donne non sono il capro espiatorio della tragedia della storia, che non ci stanno più a rimanere blandite/sopite nel sonno di morte che la cultura patriarcale assegna loro come condizione; devono darsi la forza – ognuna a tutte, in sinergia – di reagire e denunciare la cultura dello stupro e del femminicidio, come paradigma di ogni oppressione, sofferenza, contaminazione, e chiamare anche gli uomini che si dicono solidali, benevolenti, consapevoli delle colpe del loro genere a sostenerle, ma nei fatti.

Cittadinanza di genere Con le leggi, contro le leggi, con la ferma volontà di tirarsi indietro se ce n’è bisogno, con l’accettare – in primo luogo dentro di sé – lo smantellamento doloroso, ma vitale, delle idee preconcette del patriarcato e fare largo all’autodeterminazione femminile nelle scelte sul corpo, sulla sessualità, sul lavoro, sulle relazioni, acconsentendo che le parole delle donne abbiano spazio nei luoghi delle decisioni, della cultura, della politica. Nessuna/o potrà riportare in vita le donne morte, ma almeno si potrà provare a fermare la mattanza che insanguina le coscienze di tutte/i e soprattutto di coloro che davanti a questi orrori, che nei nostri tempi sono diventati al tempo stesso più visibili e più invisibili, si nascondono dietro lo specchio dei problemi e delle colpe sempre “altrui”. Rivolgiamoci ai centri antiviolenza e agli sportelli di ascolto attivi nei territori, per chiedere aiuto, per denunciare, per trovare un’uscita dalla violenza, soprattutto per le donne il cui grido d’aiuto è spesso riconoscibile solo se siamo attente/i, se non giriamo la testa. Alla politica chiediamo di rendere concrete le manifestazioni di solidarietà alle vittime emanando finalmente la legge sulla cittadinanza di genere e rendendo strutturali i fondi per le politiche di genere, perché le reti di servizi antiviolenza possano garantire continuità nelle azioni di prevenzione (soprattutto nelle scuole) e contrasto della violenza di genere. Fermiamo la violenza contro le donne. Anche l’indifferenza uccide.

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