martedì 19 novembre - Aggiornato alle 21:55

Giunta, primo incontro tra i partiti: si ragiona su schema con 3 leghisti. Opposizione riparte da 10 proposte

di Daniele Bovi

Un primo incontro, in attesa che il confronto entri nel vivo con la neo presidente Donatella Tesei. Sabato a Ponte San Giovanni c’è stato un primo faccia a faccia tra i coordinatori dei tre partiti della coalizione che ha stravinto le elezioni del 27 ottobre: al centro del tavolo un solo tema, quello della nuova giunta. La soluzione del rebus per il momento non c’è ma lo schema con tre punte leghiste alla fine potrebbe reggere: la trattativa vera a questo punto inizierà la prossima settimana, quando al tavolo si siederà anche Tesei, attesa lunedì dal passaggio di consegne ufficiale a Palazzo Donini e poi, poco dopo, dall’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per stranieri di Perugia. Tutto è stato complicato dalla richiesta della Lega – divisa tra il duo Caparvi-Marchetti e quello Briziarelli-Candiani – di avere tre assessori su cinque, il che trasformerebbe la giunta in un quasi monocolore.

Le ipotesi Se il veneto Luca Coletto sembra saldo alla sanità, le altre postazioni potrebbero essere occupate da Paola Fioroni e Daniele Carissimi, sempre che da Terni al posto di quest’ultimo non la spunti Enrico Melasecche. Tesei preferirebbe lo schema pensato subito dopo il voto, cioè quello che prevedeva due assessorati alla Lega, ma se il partito uscisse vincitore dal braccio di ferro bisognerebbe capire chi è che deve lasciare il posto. La neo presidente vuole Paola Agabiti, l’unica eletta della lista civica, mentre Forza Italia non vuole rinunciare alla sua posizione (i nomi rimangono sempre quelli di Roberto Morroni o Laura Pernazza) così come Fratelli d’Italia, dove tramontata l’ipotesi del ‘tecnico d’area’ Michele Fioroni l’idea è quella di attingere alla lista dei candidati. Alla fine, a essere sacrificata potrebbe essere proprio la Agabiti, magari assicurandole lo scranno in Senato occupato ora da Tesei. Nel pomeriggio di lunedì, quando i partiti dovrebbero tornare a riunirsi, se ne saprà qualcosa in più.

Le opposizioni Intanto sabato si sono riuniti anche i consiglieri di opposizione, che hanno deciso di ripartire dal programma elettorale, da tradurre «in almeno 10 proposte di legge per cambiare l’Umbria; su questi temi saranno chiamati a confrontarsi il consiglio regionale e l’intera comunità umbra». L’idea è quella di partire con la legge sulla democrazia partecipata, così come proposto in campagna elettorale: «Le iniziative della minoranza – scrivono – saranno ispirate dai principi e dai valori che costituiscono le colonne portanti di questa proposta politica di centro sinistra: lavoro, giustizia sociale, sostenibilità, innovazione e modello pubblico dei servizi, a partire da sanità, politiche sociali, scuole e università».

Carbonari lascia il M5s Intanto in casa M5s dopo la mancata rielezione (a spuntarla è stato il ternano Thomas De Luca) Maria Grazia Carbonari ha deciso di lasciare il Movimento. «Con la proclamazione degli eletti – scrive su Facebook – si è definitivamente chiusa la mia prima esperienza politica». Carbonari è stata tra i penta stellati più critici a proposito dell’accordo Pd-M5s: «Il risultato elettorale dimostra che questa alleanza (non mi riesce chiamarla diversamente) – sottolinea – non si doveva fare, lo sentivo a pelle e sarebbe stato meglio se avessi fatto un passo indietro, ma non ho voluto provocare un subbuglio che avrebbe danneggiato la mia forza politica, in cui ho sempre creduto». «Oggi – sottolinea l’ex capolista – sono una cittadina senza nessun ruolo istituzionale che è tornata a fare a tempo pieno il suo lavoro. Scelgo di chiudere con il M5s che tanto mi ha dato ma che sempre più mi pare avere deciso di andare a braccetto con questo marcio sistema».

Twitter @DanieleBovi

Proclamati gli eletti: c’è chi ha ‘guadagnato’ oltre 130 voti. Giunta, ‘ballano’ Agabiti e Fioroni

di Daniele Bovi

Annunciata per queste ore, è arrivata giovedì la proclamazione degli eletti da parte dell’Ufficio centrale regionale costituito alla Corte d’Appello di Perugia. Le verifiche sui verbali non hanno riservato alcuna sorpresa per quanto riguarda i nomi degli eletti, a parte qualche differenza relativa al numero delle preferenze. Donatella Tesei è dunque ufficialmente presidente della Regione con 255.143 voti (15 in meno rispetto ai primi dati del Ministero), mentre Vincenzo Bianconi si ferma a 166.306, 127 in più rispetto al primo conteggio. Tra i casi da segnalare, quelli dei leghisti Pastorelli e Carissimi: il primo ha perso 75 preferenze mentre il secondo, in pole per un assessorato, ne ha guadagnate 132. Sempre in casa Lega, Paola Fioroni ne ha 25 in meno e Nicchi 36 in più. Per quanto riguarda la lista di Fratelli d’Italia, Marco Squarta ha ottenuto 22 voti in più ed Eleonora Pace 54. Tra i dem invece Simona Meloni ne ha 51 in meno e Michele Bettarelli 61 in meno, mentre Paparelli 32 in più.

GIUNTA TESEI, SALE LA TENSIONE: È STALLO

Cambio della guardia Salvo sorprese intanto dovrebbe avvenire lunedì alle 10 a Palazzo Donini, sede della giunta regionale, il passaggio di consegne ufficiale tra Fabio Paparelli e Donatella Tesei, attesa poi intorno alle 11 all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per stranieri di Perugia. La comunicazione ufficiale riguardo alla breve cerimonia dovrebbe essere data venerdì.

LE BIOGRAFIE DEGLI ELETTI

Nodo Agabiti Nel frattempo vanno avanti serrate le trattative per la nuova giunta di Donatella Tesei. La Lega non indietreggia rispetto alla richiesta di tre assessori e questo ha fatto salire la temperatura tra gli alleati. Come uscirne? Alcuni leghisti puntano il dito sul risultato della lista Tesei presidente (meno del 4%), non sufficiente a loro avviso per ambire a un posto in giunta. Questo implica che dovrebbe essere sacrificata Paola Agabiti Urbani, con la quale però Tesei ha un rapporto assai stretto (le due sono state avvistate anche giovedì discutere dopo l’assemblea dell’Anci in cui è stato rieletto De Rebotti). Da qui si è fatta largo l’idea di una sorta di ‘compensazione’, cioè della candidatura della Agabiti in Senato al posto di Tesei, che lascerà lo scranno a breve. Le elezioni suppletive non dovrebbero riservare sorprese, ma ben più incerta è la vita del governo: dopo un’eventuale caduta del Conte bis non dovrebbero esserci altri tentativi o esperimenti e quindi si tornerebbe al voto. A questo punto, l’accordo potrebbe prevedere un seggio sicuro per la Agabiti.

Gli schemi Il taglio della Agabiti metterebbe al sicuro Forza Italia e in particolare Roberto Morroni, che potrebbe ottenere bilancio e personale oltre alla vicepresidenza della giunta; lasciare fuori dalla giunta i forzisti invece significherebbe portare la vicenda su un tavolo nazionale. Quanto alle altre posizioni leghiste, in uno schema a due i nomi buoni potrebbero essere sempre quelli del veronese Luca Coletto alla sanità e di Daniele Carissimi all’ambiente e agricoltura, ma riguardo a quest’ultimo la battaglia a Terni con Enrico Melasecche è feroce. Nello schema a tre, per la delega pesante dell’agricoltura potrebbe essere scelto un esterno ma, al di là della delega, rimane in pista anche l’ipotesi Paola Fioroni. C’è poi il capitolo Fratelli d’Italia: il partito, compresa Giorgia Meloni, non sembra più essere così convinto dell’ipotesi Michele Fioroni come nome d’area; ecco perché al suo posto potrebbe entrare un eletto, posto che Marco Squarta sembra saldo sulla poltrona di presidente dell’assemblea. La prossima settimana una riunione di coalizione dovrebbe sciogliere i nodi. Di seguito riportiamo i numeri comunicati dalla Corte d’Appello e le relative differenze.

Donatella Tesei 255.143 -15
Vincenzo Bianconi 166.306 +127

LEGA
Valerio Mancini 6637 +1
Stefano Pastorelli 5876 -75
Valeria Alessandrini 4938 -4
Francesca Peppucci 4887 +9
Paola Fioroni 4766 -25
Daniele Nicchi 4143 +36
Daniele Carissimi 3832 +132
Eugenio Rondini 3663 +1

FDI
Marco Squarta 6152 +22
Eleonora Pace 3970 +54

FI
Roberto Morroni 2307 +4

TESEI PRESIDENTE
Paola Agabiti Urbani 3120 +10

BIANCONI PER L’UMBRIA
Andrea Fora -3

PD
Tommaso Bori 6485 +1
Simona Meloni 4052 -51
Fabio Paparelli 3878 +32
Donatella Porzi 3822 -15
Michele Bettarelli 3494 -61

M5S
Thomas De Luca 2534 +4

Twitter @DanieleBovi

Giunta Tesei, parla il possibile assessore alla sanità: «Per me sarebbe un onore»

di Daniele Bovi

Veronese di 58 anni, otto dei quali passati come assessore regionale alla sanità delle due giunte Zaia, dal 2016 al 2018 presidente dell’Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e per sei mesi sottosegretario alla Sanità del Conte I. Il profilo è quello del leghista Luca Coletto, cioè di colui che potrebbe diventare il nuovo assessore alla sanità della giunta di Donatella Tesei. Il suo è il nome più ‘caldo’ che circola in queste ore per la poltrona più delicata, quella per la quale la Lega e la neo presidente hanno deciso di guardare fuori dall’Umbria. «Per il momento – spiega Coletto a Umbria24 – siamo alle ipotesi e non ho tra le mani proposte ufficiali; quando c’è la formazione di una nuova giunta il ‘balletto’ dei nomi è qualcosa di obbligatorio».

LA LEGA CHIEDE 3 ASSESSORI: IL NODO SANITÀ

Un onore Molti esponenti di primo piano confermano che è lui il nome buono e quel che è certo è che il veronese, tutt’altro che sorpreso dal tamtam intorno alla sua figura, non chiuderebbe le porte: «Se arrivasse la proposta certo che ci rifletterei. Si tratta di un incarico prestigioso e di una cosa che mi farebbe onore». Da sottosegretario nel febbraio scorso, cioè appena due mesi prima dello scoppio dell’inchiesta sui presunti concorsi truccati che ha decapitato Pd e Regione, Coletto ha avuto modo di toccare da vicino – seppur nel corso di una breve visita – la sanità umbra e in particolare gli ospedali di Foligno e Perugia; «provenendo da otto anni di Conferenza delle Regioni – disse all’epoca – ho sempre saputo che la sanità umbra era ed è di buon livello. Con questa mia visita ho avuto solo conferme». E il giudizio, nonostante lo tsunami, non è cambiato.

ECCO TUTTI I DOSSIER PIÙ URGENTI PER LA GIUNTA

Sanità di qualità «Quello che è successo – dice – lo valuteranno i magistrati. Detto ciò, stando ai numeri che avevo tra le mani al Ministero si vedeva che la sanità umbra non era male. Non era certo tutto da buttare: sappiamo bene che è una Regione benchmark e questo è possibile solo se si rispettano dei parametri ben precisi. E non tutte lo sono, dato che sono solo cinque in Italia». Se davvero sarà lui l’uomo sul quale punteranno Tesei e la Lega, le difficoltà non mancheranno: «Tutte le regioni – spiega – hanno le loro peculiarità e non è detto che l’Umbria, essendo più piccola del Veneto, abbia una situazione meno complessa». Quel che è certo è che la pista che porta a Coletto è solida e che le prossime ore saranno quelle decisive.

REGIONE, LA MAXI PARTITA DELLE NOMINE: OLTRE 50 IN BALLO

Tesei a Roma Martedì la neo presidente è stata in Senato per presiedere la commissione Difesa mentre mercoledì, sempre a Roma, sarà alla prima riunione, presieduta dal premier Giuseppe Conte, di tutte le Autorità di protezione civile; un momento di analisi e confronto sulle iniziative da mettere in campo nel settore. Ad augurare buon lavoro a Tesei è stato anche il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, che ovviamente ha fatto riferimento in particolare ai temi legati legati alla ricostruzione post terremoto. La giornata romana però è servita anche per fare il punto con i partiti sugli assetti della nuova giunta.

Nel corso della serata il servizio completo

In 100 mila sono tornati alle urne per spingere Tesei: boom Lega grazie a Pd ed ex astensionisti

di Daniele Bovi

Centomila umbri che per diversi motivi alle regionali del 2015 non andarono a votare, sono tornati alle urne per dare man forte al destra-centro che ora governa la Regione. Uno degli aspetti più interessanti dell’analisi dei flussi elettorali presentata giovedì a Perugia è proprio questo, il ritorno ai seggi di tantissime persone: «La mobilitazione nazionale – ha spiegato il professor Bruno Bracalente – ha prodotto questo effetto sull’elettorato. Quando c’è la possibilità concreta di cambiare un pezzo di quell’elettorato che quattro anni fa era scoraggiato, che non ci sperava, stavolta ha votato». L’analisi oltre che dal professore di Statistica (ed ex presidente della Regione), è stata curata dal collega Antonio Forcina con la collaborazione di Nicola Falocci e Brunello Castellani del Servizio studi e analisi politiche dell’Assemblea legislativa.

PERUGIA, IL VOTO QUARTIERE PER QUARTIERE

Fuori dal limbo Oltre a chi non sperava quattro anni fa nel cambiamento, tra quei 100 mila umbri ci sono anche elettori di centrosinistra «che non avevano voluto confermare il proprio voto e oggi, dopo una tornata elettorale nel ‘limbo’, lo hanno assegnato a Lega e centrodestra». Il metodo utilizzato per la stima dei flussi è quello dell’«inferenza ecologica» e si basa sui dati dei seggi di Perugia, Terni, Foligno e Città di Castello, cioè dei quattro comuni che da soli rappresentano il 42% dell’elettorato. I confronti sono stati fatti con le regionali di quattro anni fa e con le europee del maggio scorso. Rispetto a queste ultime tutto sommato il voto di domenica ha rappresentato una conferma di un quadro maturato nel corso degli anni; se si guarda al 2015 infatti ci sono enormi spostamenti di voti e un massiccio ritorno ai seggi.

INDICE DI PREFERENZA, FDI DA RECORD

L’analisi Di queste 100 mila persone 48 mila hanno votato Lega e altre 18 mila gli altri i partiti (quasi 9 mila Fdi e 4.500 le civiche); solo il 18 mila hanno optato per il Pd, 8 mila le civiche di centrosinistra e appena 1.500 il M5s; in sintesi, «una straordinaria redistribuzione dei consensi». Per quanto riguarda i pentastellati, quasi il 20% dei voti persi è andato a Lega e soci mentre poco più del 10% a Pd e alleati, con un ‘tasso di fedeltà’ di appena il 45%. I dem hanno ceduto ben 34 mila voti a Salvini e oltre 12 mila all’astensionismo, più altri 5 mila agli altri partiti alleati della Lega; numeri che impallidiscono di fronte ai 18 mila ex astensionisti che hanno deciso di abbracciare la causa del patto civico. Un’alleanza che, a conti fatti, «ha fatto più male al M5s che ai dem» spiega Bracalente. Da sottolineare, su questo fronte, la capacità della lista Bianconi di espandere il consenso dell’alleanza.

PD-M5S: ‘BRUCIATI’ 52 MILA VOTI IN 4 ANNI

I numeri Sempre parlando di Lega, i salviniani hanno ‘aspirato’ oltre un quarto dei voti di FI. Fratelli d’Italia invece, raddoppiata rispetto al 2015, è cresciuta essenzialmente recuperando voti dall’astensione e dalle civiche che all’epoca appoggiarono Ricci. E se si guarda al grado di fedeltà, i valori più alti sono per la Lega (83%) e Fdi (59%), mentre il più bassi spetta a FI (24%) e M5s (45%). Se invece si prendono come pietra di paragone le europee di maggio, i cambiamenti sono molto contenuti, a dimostrazione che il voto di domenica è solo il frutto di un consolidamento avvenuto negli anni. «Le scosse – ha detto Bracalente – vengono da lontano e sono state a lungo ignorate». A cambiare un po’ il quadro rispetto al voto europeo (oltre ovviamente al cambio di governo) ha contribuito un fattore centrale, cioè la la battaglia per le preferenze: un partito come la Lega che deve ancora strutturare una classe dirigente fa fatica rispetto ai partiti con liste mediamente più forti.

NEL 2020 LA MAXI PARTITA DELLE NOMINE 

I flussi «Rispetto alle europee – ha detto sul punto Bracalente – la battaglia politica col gioco delle preferenze si è spostata nei territori». Per quanto riguarda la Lega, il flusso in uscita maggiore (12 mila voti) è verso Fdi, che non a caso ha il miglior indice di preferenza, ma un identico afflusso arriva dal non voto; altri 7 mila hanno preso la strada della lista Tesei e di Umbria civica. Il grado di fedeltà è comunque alto (76%), ai livelli di Pd (72%) e Fdi (78%). Forza Italia invece cede oltre un terzo dei voti agli alleati e il 21% all’astensionismo. Il Movimento cede invece a Lega e soci quasi il 20% del suo consenso e una identica percentuale al non voto, mentre meno di un elettore su dieci ha scelto Bianconi. Quanto al Pd, in uscita il flusso più consistente è quello verso le civiche del suo schieramento.

Le differenze Da notare, come fatto fin dalle prime ore, la differenza per quanto riguarda la Lega tra la provincia di Perugia (35%) e quella di Terni (40%); differenza che si può spiegare anche col risultato in certi casi 4 o 5 volte superiore alla media della lista Tesei in alcuni comuni come quello del Folignate e della Valnerina, dove Paola Agabiti è stata spinta anche da un pezzo di Pd. Un breve accenno infine è stato fatto al grado di istruzione e alla variabile città/campagna: mediamente i meno istruiti si dimostrano più fedeli, così come le zone di campagna lo sono state per il Pd.

Twitter @DanieleBovi

Pd, scoppia puntuale la battaglia per la segreteria regionale: «No ai robottini teleguidati»

di Daniele Bovi

Prevedibile come la pioggia a novembre, un minuto dopo la chiusura delle urne in cui si è consumata la disfatta del patto civico giallorosso, nel Pd umbro esplode la battaglia sulle macerie tra veleni vecchi di mesi, accuse, gattopardismi, cinismo, transumanze verso Italia viva magari dopo non essere riusciti a ottenere ciò che si voleva dentro il Pd, rabbia ma anche voglia di voltare radicalmente pagina. È in questo contesto che va inserito il rullare di tamburi che annuncia la guerra per il post commissariamento. La parola d’ordine è una: congresso, ma il problema è capire quando si farà. Walter Verini è stato nominato da Zingaretti ad aprile, poche ore dopo l’esplosione dell’inchiesta sui presunti concorsi truccati che ha decapitato partito e Regione, e lo statuto dem spiega che gli organi vanno rinnovati entro un anno.

CONGRESSO REGIONALE, ADDIO PRIMARIE

Congresso a tesi A cambiare lo scenario sono state le parole di Zingaretti che mercoledì – seppur con una certa freddezza – ha aperto alla possibilità di tenere un congresso a tesi all’inizio del 2020: «Non lo escludo» ha risposto ai microfoni di Radio Capital, per poi aggiungere che il 17 novembre in assemblea sarà cambiato lo statuto sulla base di quanto stabilito giorni fa, compreso il fatto che a scegliere il nuovo segretario regionale saranno esclusivamente gli iscritti, senza ricorrere alle primarie. «Dopo 12 anni – ha detto – rientra nello statuto il concetto di congresso a tesi. Non rinunciamo ai gazebo, il congresso non dura 9 mesi ma 100 giorni, sarà basato su tesi politiche, sarà aperto alla società italiana e aprirà la più importante rivoluzione organizzativa di questa fase storica. Quel mix tra confusione modernista e modello novecentesco è stato uno fallimento». In ballo potrebbe esserci anche un cambio del nome: «Daremo vita a un nuovo partito che si chiamerà Partito democratico o quello che decideremo»; il tutto precisando che «non bisogna cadere nell’errore di cambiare tutto per non cambiare nulla».

GIUNTA TESEI, LE PRIORITÀ E I COSTI CHE POTREBBERO LIEVITARE

PREFERENZE, LE PERFORMANCE DEI PARTITI

Dimissioni Dentro il partito a sostenere l’ipotesi di un un congresso straordinario sono in parecchi, compreso il vicesegretario Andrea Orlando: «Il Pd – osserva – ha bisogno di riposizionarsi rapidamente in una fase completamente diversa dalla precedente». Di fronte a un possibile scenario di questo tipo, più d’uno spiega che un congresso regionale nel giro di brevissimo tempo non avrebbe molto senso; tutto si potrebbe trasformare nel solito regolamento di conti, figlio di quanto successo negli ultimi mesi tra inchiesta, dimissioni di Catiuscia Marini e psicodramma su alleanze e lista. E in più c’è il problema del tesseramento, di fatto fermatosi negli ultimi mesi. Se si optasse per l’inizio del 2020, magari in coincidenza con il congresso nazionale, c’è chi sostiene che comunque questa fase di interregno non potrebbe essere guidata da Verini, del quale vengono chieste le dimissioni. «Verini deve sparire subito» ha intimato il sindaco di Gualdo Tadino Massimiliano Presciutti con un’espressione decisamente forte, forse troppo.

PD-M5S: ‘BRUCIATI’ 52 MILA VOTI IN 4 ANNI

La battaglia L’uscita del sindaco bocciano, che potrebbe essere uno dei papabili per la segreteria, ha fatto saltare sulla sedia in molti dentro il partito, dove il sospetto è che i bocciani vogliano riprendere il controllo del partito. Su Facebook, unico circolo aperto tutto il giorno, il dibattito impazza. L’ascaniano tuderte Andrea Vannini, reduce da una buona performance comunque non sufficiente per essere eletto, fiutata l’aria sbotta e, oltre a chiedere le dimissioni di Verini, spiega: «A tre giorni dalla più grande sconfitta subita in Umbria dal Pd i deus ex machina (si fa per dire) del nostro partito (cioè i maggiori responsabili della nostra sconfitta) già pensano – invece di fare la cosa più ovvia cioè andare a casa (traduzione di sparire) e pensare alla famiglia – a calare i loro robottini teleguidati per fargli fare il nuovo (!?) segretario regionale». A muovere, nelle prossime settimane, potrebbe essere la generazione dei 30-40enni, o almeno quella che è rimasta in piedi dopo l’uragano e che non traslocherà con Renzi.

Sereni Della necessità di un «congresso vero» parla anche l’umbra Marina Sereni, responsabile Enti locali della segreteria Zingaretti: «Serve una stagione completamente nuova, ripartiamo da chi ha sulle spalle meno anni e meno zavorre rispetto al passato». Secondo la franceschiniana bisogna «aprire porte e finestre a persone che hanno voglia di impegnarsi per ricostruire una forza di centrosinistra radicata nelle nostre comunità. Bisogna tornare a parlare con il popolo che ci ha girato le spalle e dobbiamo farlo in modo organizzato. Alla base della vittoria della Lega – anche in Umbria – c’è un lavoro sul territorio che non nasce ieri. Noi abbiamo pensato invece che il partito sopravvivesse comunque anche di fronte all’incuria, ai personalismi esasperati, alle divisioni interne che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. E oggi semplicemente il Pd va ricostruito dalle fondamenta». La cosa certa è che i prossimi mesi non saranno un pranzo di gala.

Twitter @DanieleBovi

Dall’addio dei dirigenti ai soldi per i trasporti: i dossier più urgenti. Con assessori dimissionari lievitano i costi

di Daniele Bovi

Quando la prossima settimana sarà proclamata presidente della Regione, sulla scrivania al primo piano di Palazzo Donini Donatella Tesei non troverà solo l’orchidea recapitata martedì insieme a molti telegrammi, bensì una notevole quantità di dossier urgenti sui quali mettere da subito le mani. Di sicuro nel giro di poco tempo troverà molte stanze vuote. Uno dei problemi principali infatti riguarda la riorganizzazione della macchina regionale: attualmente al vertice della struttura ci sono cinque ‘super direttori’ che si occupano ognuno di molte materie; di questi ben quattro andranno in pensione nel giro di poche settimane. I nomi sono quelli di Lucio Caporizzi (bilancio, Fondi UE, risorse umane, turismo), Alfiero Moretti (governo del territorio e infrastrutture), Walter Orlandi (programmazione, affari internazionali ed europei) e Ciro Becchetti (agricoltura, ambiente e cultura). L’unico che rimarrà al suo posto è Luigi Rossetti, che si occupa di sviluppo economico e sanità.

L’addio dei dirigenti Ma non solo. Altri dirigenti apicali, vertici a parte, stanno per salutare. Qualche nome? Uno pesantissimo è quello di Amato Carloni (ragioneria e fiscalità generale), poi ci sono Ambra Ciarapica (sistema informativo regionale), Maurizio Angelici (infrastrutture e mobilità), Giuliana Mancini (politiche della casa e riqualificazione urbana) e altri ancora; senza dimenticare che nei mesi scorsi hanno detto addio due pesi massimi come Diego Zurli e Giampiero Antonelli. La nuova giunta come riorganizzerà la macchina? Non molti ricordano che l’esecutivo a causa dello psicodramma sulla nomina dei direttori della sanità (che di fatto ha segnato la morte politica del Marini bis) creò pensando a Orlandi la figura del direttore generale della giunta, presente più che altro nelle grandi Regioni. Poi tutto è rimasto nel cassetto. Tesei che farà?

GIUNTA TESEI, LE IPOTESI: NOMI E DELEGHE

Le soluzioni Alcuni ritengono che una soluzione plausibile sia quella di optare per una figura del genere senza più i cinque ‘super direttori’, scegliendo al loro posto (con annesso risparmio) cinque o sei coordinatori di ambito. Martedì il leghista Valerio Mancini, recordman di preferenze, ha proposto di passare da cinque a tre, così da destinare i risparmi ai terremotati. Il problema a quel punto sarebbe trovare qualcuno disposto a farsi carico di una mega direzione con una enorme quantità di materie; quattro forse potrebbe un numero più ragionevole. Ma al di là dei numeri, la voglia di risparmiare cozza in modo fragoroso con la volontà (espressa anche da Salvini lunedì a porte chiuse con i candidati della lista) di far dimettere gli assessori così da ‘ripescare’ in consiglio i primi dei non eletti. Se tutti i partiti lo facessero, dato che un assessore costa ai contribuenti tra indennità e rimborsi circa 12 mila euro lordi al mese, per cinque anni si tratterebbe – a spanne – di un aggravio di costi da 3,6 milioni di euro. Una vicenda che potrebbe diventare politicamente molto delicata, per le polemiche che potrebbe suscitare e per il fatto che, per gli assessori, rimanere senza scranno significherebbe rimanere anche senza un ‘paracadute’ in caso le cose in giunta non funzionassero. Ecco perché molti storcono il naso.

PD-M5S: ‘BRUCIATI’ 52 MILA VOTI IN 4 ANNI

Sanità Sempre per rimanere nell’ambito delle nomine, nelle prime settimane la giunta Tesei dovrà adottare uno degli atti più pesanti della consiliatura. I contratti dei commissari delle due Usl e delle aziende ospedaliere di Perugia e Terni (e a cascata ci sono i direttori sanitari e amministrativi) scadranno 60 giorni dopo l’insediamento della nuova giunta, quindi indicativamente a metà gennaio. Qualcuno sarà confermato o ci sarà un ricambio totale? La seconda ipotesi pare più probabile. Altro capitolo spinosissimo è il bilancio. Giorni fa la maggioranza non è riuscita a far approvare in aula il previsionale 2020-2022, o meglio, un documento molto tecnico centrato sul solo 2020, da caratterizzare poi politicamente con una variazione dalla futura giunta. Tesei e l’assessore al bilancio avranno sostanzialmente tre strade davanti.

PREFERENZE, I PARTITI MIGLIORI E PEGGIORI

Bilancio e trasporti La più difficile è approvare un nuovo bilancio entro il termine fissato, cioè entro il 31 dicembre: il disegno va interamente progettato, poi approvato dalle commissioni e dall’aula che si insedieranno ai primi di dicembre; una corsa a ostacoli. Altra ipotesi è approvare il documento della vecchia giunta per poi fare una variazione, con calma, nelle settimane a seguire. La terza strada è approvare subito una legge con cui si stabilisce che per uno o più mesi si andrà in esercizio provvisorio, con tutte le limitazioni del caso anche se non si tratta certo di uno scenario drammatico. Strettamente connesso al capitolo risorse c’è uno dei dossier più delicati dell’intera consiliatura, cioè la gara unica per l’affidamento del servizio di trasporto pubblico. Nella ormai famosa delibera del 7 maggio scorso, quella che ha portato al taglio estivo delle corse (per un pelo è stato scongiurato quello invernale), si diceva che ipotizzare una gara mettendo sul piatto solo 40 milioni al posto di 60 significherebbe ridurre di un terzo il servizio attuale. Un bagno di sangue. Quindi, vanno trovate le risorse.

LEGA PREFERITA DA DONNE, GIOVANI E OPERAI

Fondi europei Il periodo tra la fine del 2019 e la primavera 2020 sarà decisivo anche per quanto riguarda un settore strategico per il futuro dell’Umbria, cioè la nuova fase di programmazione dei Fondi Ue 2021-2027. I quasi due miliardi che la Regione riceverà saranno, di fatto, le uniche vere ‘munizioni’ economiche nelle mani della giunta; scegliere dove e come spenderle rappresenterà una delle decisioni politiche più pesanti della legislatura. Gli uffici tecnici da mesi sono al lavoro con l’obbiettivo di consegnare, tra fine novembre e inizio dicembre, un documento con gli indirizzi preliminari, che la giunta rielaborerà come meglio crede. Poi, tra marzo e aprile, il governo invierà a Bruxelles l’accordo di partenariato con cui si stabilisce come verranno spesi i soldi; documento che, come ovvio, dovrà essere approvato dalla Commissione. La cosa certa è che il lavoro a Palazzo Donini non mancherà.

Twitter @DanieleBovi

Regionali, a Perugia vince Tesei ma non ovunque: la mappa quartiere per quartiere

di Ivano Porfiri

Perugia si colora di verde Lega, ma non in modo omogeneo e con una differenza, anche se non una cesura netta, tra centro (dove in molte sezioni il Pd resta primo partito) e periferia. E anche nel voto al presidente Tesei vince, ma con un divario meno ampio che altrove: 52,5% contro il 41,3% di Vincenzo Bianconi. Dall’analisi, elaborata anche con mappe interattive, si può desumere come nel capoluogo il voto sia stato da un lato molto “politico”, di opinione, e dall’altro fortemente influenzato dalle preferenze (e questo spiega il voto variegato tra i diversi quartieri).

La mappa Tesei-Bianconi Tesei vince quasi ovunque, ma il solco più profondo lo scava in alcuni quartieri periferici: a Pianello stacca Bianconi del 45% (403 a 131), a Fratticiola Selvatica del 41% (219 a 86), a La Bruna del 35% (102 a 48). L’esponente del Patto civico di centrosinistra, però, si aggiudica 24 sezioni sulle 159 totali. Quelle in cui va meglio rispetto a Tesei sono la 17 alla Scuola Ciabatti e la 9 a Elce. Ma vince anche la 3 e la 8 in centro, quelle di Villa Pitignano, qualcuna tra Ponte San Giovanni, Solfagnano, Ponte Valleceppi.

I colori indicano la differenza di voti in percentuale tra Donatella Tesei e Vincenzo Bianconi. Passando col cursore sulle singole sezioni si possono leggere i voti a ciascuno degli 8 candidati presidente

La mappa Lega-Pd Nella lotta a essere il primo partito, la Lega batte il Pd 110 a 59. Il Carroccio si afferma soprattutto in periferia, mentre i dem restano arroccati in centro e alcune zone periferiche. Il divario più netto in percentuale c’è nell’estremo Oriente del territorio: nei seggi 122 e 121 di Fratticiola Selvatica e Pianello Salvini prende rispettivamente il 50% e il 46,5%. Altra zone a tinte fortemente verdi sono Strozzacapponi/Castel del Piano e Ponte Pattoli, ma anche tutta la parte Nord-Ovest da San Marco a Colle Umberto. Guardando la mappa elaborata da Umbria24, il Pd vince in tutta l’area che va da Sant’Erminio al centro e all’estremo nord (Sant’Orfeto, Solfagnano, Resina). Ma anche a Madonna Alta dove al seggio 68 c’è il divario più netto: +18% con 154 voti a 71.

I colori indicano la differenza di voti in percentuale tra Lega e Pd. Passando col cursore sulle singole sezioni si possono leggere i voti a ciascuna delle 19 liste

Confronto con Europee e Comunali Prima di passare alle considerazioni sull’andamento del voto rispetto alla tornata di maggio scorso, un distinguo va fatto sull’affluenza. Nel capoluogo di regionale è stata alta per questo tipo di elezioni con il 66,33% (oltre 10 punti in più rispetto al 2015), ma quattromila persone sono rimaste a casa rispetto alle oltre 89.600 delle Europee e Comunali del 26 maggio scorso.

La Lega Il fatto che si sia trattato di un voto spiccatamente politico lo dimostra la Lega, che prende quasi lo stesso numero di voti delle Europee: 21.703 pari al 27,92 contro 27.354 che a maggio valsero il 31,57. Alle Comunali invece furono solo 12.813 voti pari al 15,05%. Ma in quell’occasione c’era la lista di matrice cattolica ‘Progetto Perugia’ a fare da contraltare con 12.641 pari al 14,84%.

Scegli la lista dall’elenco e col cursore visualizza la percentuale ottenuta

Effetto Progetto Perugia non pervenuto Teoricamente alle Regionali quel ruolo avrebbe dovuto farlo la civica Tesei presidente, che schierava alcuni dei primi calibri di quell’area: Cristiana Casaioli e Francesco Vignaroli, ma non è accaduto, visto che la lista si è fermata a soli 3.755 voti pari al 4,83%. E anche guardando alle preferenze, Casaioli ne ha prese 863 e Vignaroli 830, certamente più delle 704 e 464 delle Comunali ma lì erano due, domenica scorsa sarebbero dovuti essere “i due” su cui far convergere i voti.

FdI controtendenza Nel centrodestra, Fratelli d’Italia invece fa l’inverso della Lega ovvero prende poco meno dei voti delle Comunali (10.191 pari al 13,11% contro 10.801 pari al 12,68%), ma molti di più dei 7.754 (pari a 8,95%) delle Europee. Caso spiegabile, almeno in parte, al traino delle preferenze e quindi a un voto più “personale” che “politico”. Vedi le 2.630 raccolte da Marco Squarta. Forza Italia con 4.238 voti pari al 5,45% va sotto sia ai 4.873 (5,72%) delle Comunali che ai 6.198 (7,15%) delle Europee.

Pd e le preferenze Passando al Pd, i 18.772 voti pari al 24,15% delle Regionali sono quattromila in meno dei 22.930 delle Europee ma quattromila in più dei 14.633 pari al 17,18% delle Comunali. La differenza viene dagli oltre 7 mila voti delle liste civiche per Giubilei, così come dal voto di opinione che in città spinge più il centrosinistra che nei piccoli paesi, dominati dal voto leghista. Ma anche dai “campioni” delle preferenze: primo fra tutti Tommaso Bori con 3.250 voti personali, seguito dai 1.700 di Valeria Cardinali e i 1.438 di Giacomo Leonelli.

M5s a picco Il Movimento 5 stelle, infine, con 5.239 voti pari al 6,74% sprofonda rispetto agli 11.483 pari al 13,25% delle Europee e ripete all’incirca la brutta performance delle Comunali, in cui prese 5.942 voti pari al 6,98%. Direzione dei voti persi: astensione o Pontida.

 

Preferenze, Fdi si conferma il partito più forte e cresce il voto d’opinione. Pd accusa il colpo

di Daniele Bovi

Un record che rimane tra le mani di Fratelli d’Italia, anche se con una significativa differenza, la Lega che cresce ma di poco, un Movimento 5 stelle che conferma i numeri risicati di quattro anni fa e un Pd in calo. Un aspetto da analizzare con attenzione dopo ogni tornata elettorale è quello che riguarda le preferenze. Spesso ci si sofferma su coloro che sono stati in grado di ottenerne di più, sugli eletti e sugli esclusi, il che rappresenta un punto di vista parziale perché non fa capire la reale forza della squadra nel suo complesso, la capacità di drenare consenso tra i cittadini, il grado di ‘dipendenza’ di quest’ultimo dai candidati, dal notabilato e dal micronotabilato locale e così via.

MEDIALAB: I GRAFICI

Un’analisi Per andare un po’ più in profondità c’è l’«Indice di preferenza», uno strumento analitico che rappresenta il rapporto tra le preferenze espresse e il doppio dei voti ottenuti dalla lista. Perché il doppio? Perché la legge elettorale che regola l’elezione del presidente e del consiglio regionale, il famigerato Umbricellum, consente di scrivere due nomi sulla scheda, purché siano di un uomo e di una donna. Il valore va da zero a uno, cioè da nessuna preferenza espressa al massimo possibile. In testa, come nel 2015, c’è Fratelli d’Italia che però passa da un valore di 0,4 a 0,32; e dato che i voti sono raddoppiati, la differenza si spiega con un più forte voto d’opinione, cioè solo sul simbolo. Valori molto alti indicano in certi casi un notevole grado di dipendenza dai singoli, il che non è un segnale positivo per i partiti.

PD-M5S: ‘BRUCIATI’ 52 MILA VOTI IN 4 ANNI

GIUNTA TESEI, ECCO NOMI E DELEGHE

I numeri Dopo i meloniani arrivano i berlusconiani, che vedono restringersi il proprio bacino (7 mila voti in meno): qui l’indice è sostanzialmente simile (da 0,35 a 0,31). A ruota c’è il Partito democratico: all’emorragia di voti (-32 mila rispetto al 2015), corrisponde una contrazione dell’indice (da 0,35 a 0,26). Passando alla Lega, i salviniani nel giro di quattro anni hanno più che triplicato i loro voti e ciò, accanto a una solidificazione della classe dirigente sul territorio, ha portato a un leggero incremento dell’indice (da 0,18 a 0,21); il voto, che domenica è stato molto politico, rimane dunque legato perlopiù al simbolo e alla forza di Salvini. Lo stesso, nonostante la grande contrazione (-20 mila voti) si può dire per il M5s, ultimo della classifica con un valore di 0,16 (nel 2015 era 0,17).

Twitter @DanieleBovi

La Lega in Umbria è il partito preferito da donne, casalinghe, giovani e operai: l’analisi

La Lega è il partito che ha raccolto più consensi tra le donne, le casalinghe, i giovani e gli operai. Sono alcuni dei dati che emergono dallo speciale elezioni in Umbria realizzato dall’istituto di sondaggi Swg in cui, sondando un campione di duemila elettori, si analizzano i flussi di voto per segmenti sociali. Il 40% delle donne ha scelto il partito di Salvini, al secondo posto il Pd con il 22% delle preferenze e terza Giorgia Meloni che tra le donne guadagna il 9% dei consensi. Penultimo il Movimento Cinque Stelle con l’8%, due punti avanti rispetto a Fi che si ferma al 6%. Percentuali altissime per la Lega anche tra le casalinghe, quasi la metà, il 47% ha votato per Salvini; il 25% Pd e l’8% Cinque Stelle. Primato dei leghisti con il 36% anche tra i giovani rispetto al 21% del Pd e al 14% raggiunto dal Movimento Cinque Stelle. Una percentuale, quella del partito di Luigi di Maio, legata soprattutto ai voti della cosiddetta «generazione Z» cioè i post Millenials. Discorso diverso tra gli anziani dove il Pd, che ha ottenuto in totale il 22% di voti, ha il 29% di consensi tra gli over 64. Una percentuale però al di sotto di quella della Lega che anche tra gli anziani risulta il partito più votato con il 34% dei consensi.

PD-M5S: ‘BRUCIATI’ 52 MILA VOTI IN 4 ANNI

L’analisi Il partito di Salvini risulta il più scelto anche tra le persone in difficoltà con il 41% dei consensi seguito da Giorgia Meloni con il 17%, numeri che indicano come la maggioranza degli elettori guardi comunque al centrodestra rispetto al Pd (16%) e M5s (9%). Le percentuali della Lega doppiano quelle del Pd tra gli operai. Il 53% delle tute blu ha votato Salvini rispetto al 20% raggiunto dai Dem. M5s si ferma al 5%. Il partito di Giorgia Meloni, quello che è cresciuto di più in queste elezioni, subisce un’impennata nelle preferenze tra i professionisti e le partite Iva. Fdi infatti arriva al 16% mentre la Lega che in totale ha raggiunto il 37% tra queste categorie scende al 31% delle preferenze. La coalizione di centrodestra è vincente in 86 comuni umbri su 92.

GIUNTA TESEI, ECCO NOMI E DELEGHE

Smobilitazione 5S Un’altra analisi dell’istituto di sondaggi dalla quale emerge che un ruolo fondamentale nella vittoria del destra-centro lo ha avuto l’alta capacità di rimobilitare l’elettorato: oltre il 70% di chi aveva scelto Lega alle europee ha fatto lo stesso domenica; una percentuale molto elevata in termini di volatilità elettorale. Alta anche quella del Pd (66%), che cede un elettore su dieci agli altri partner di coalizione. Quasi il 20% degli elettori dem però si è astenuto anche se la vera smobilitazione è quella in casa 5S: il tasso di fedeltà è infatti del 40%; un 9% ha optato per Pd o altre liste della coalizione mentre il 13% per Lega e Fdi. Ma quali sono i motivi per cui gli elettori di Pd e M5s non hanno votato Bianconi e la sua coalizione? Secondo l’analisi di Swg il motivo principale riguarda la bocciatura dell’accordo giallorosso: il 54% di chi ha ‘tradito’ il Movimento indica questa motivazione contro il 38% degli ex elettori dem. Seconda causa, l’azione di governo del Conte bis, giudicata insoddisfacente. Altri numeri e analisi arriveranno giovedì, quando Bruno Bracalente e Antonio Forcina presenteranno a Perugia l’analisi dei flussi.

Pd e M5s, ‘bruciati’ 52 mila voti in 4 anni. La Lega sostituisce i dem nei comuni medio-piccoli

di Daniele Bovi

Tra le foto simbolo di questa campagna elettorale va probabilmente annoverata quella di un sorridente Matteo Salvini a Bastardo, attorniato dalla gente del paese e con indosso l’immancabile felpa con il toponimo della piccola frazione di Giano. Questo non per le ovvie ironie suscitate bensì per un dato politicamente pesante che emerge dalle urne di domenica: la Lega in Umbria è diventato in particolare il partito dominante nei comuni medio-piccoli, dove ha sostituito nel giro di pochi anni il Pd; il fatto che il Capitano abbia battuto in particolare queste realtà non è un fattore casuale. Dividendo i 92 comuni umbri a seconda della fascia di popolazione infatti, viene fuori che il Pd ottiene le percentuali maggiori in quelli sopra i 15 mila abitanti, a differenza di quello che accadeva nel 2015.

UNA LOGICA SCONFITTA CHE ARRIVA DA LONTANO

LEGA PIGLIATUTTO: I NUMERI DEI COMUNI

Pd e M5s I salviniani, invece, veleggiano intorno al 41% in quelli con meno di seimila persone mentre dove ci sono più di 50 mila abitanti si fermano, si fa per dire, al 33% (a Perugia il dato è ancora più basso: 28%); tra il capoluogo di regione e alcuni piccoli comuni ci sono dunque anche 20 o 30 punti di differenza. Il confronto numerico rispetto a quattro anni fa (quello metodologicamente più corretto), è impietoso. Pd e M5s insieme hanno visto ‘scomparire’ qualcosa come 52 mila voti con una percentuale di affluenza schizzata in alto di quasi 10 punti. La coalizione guidata da Vincenzo Bianconi grazie al «patto civico» col M5s e altre liste ottiene 166 mila voti contro i 153 mila di quella del 2015, quando Pd e M5s insieme totalizzarono però 178 mila voti. I dem ne hanno persi 32 mila (da 125 mila a 93 mila) mentre i pentastellati 20 mila (da 51 mila a 31 mila); in termini percentuali, il partito di Zingaretti scende di 13,5 punti mentre il Movimento esce dimezzato dal voto.

COSA SUCCEDE ORA: LE TAPPE PER L’INSEDIAMENTO

La crisi del M5s Il fatto che storicamente i grillini non abbiano mai toccato palla in Umbria alle amministrative, scontando una ormai cronica carenza di organizzazione e classe dirigente con alti livelli di consenso, è rilevante fino a un certo punto. Come sottolineato lunedì anche dall’Istituto Cattaneo, «il voto regionale in Umbria così come quelli precedenti mostrano l’esistenza di difficoltà più profonde che riguardano non più o non tanto la struttura organizzativa del partito ma l’identità stessa del M5s, intrappolato in un limbo tra le attuali cariche di governo e l’iniziale carica di opposizione al sistema, incerto sulla propria collocazione a destra del Partito democratico e a sinistra della Lega, malfermo sull’originaria contrapposizione all’Europa e la sostanziale, benché passiva, adesione alle logiche di potere sovranazionali». La storia del «né di destra né di sinistra» non funziona più, specialmente quando dall’altra parte c’è un blocco ad elevato tasso di identità e saldamente ancorato a destra. Il partito liquido, senza radici, storia e orizzonti saldi prima o poi si liquefà.

TUTTE LE PREFERENZE

Il destra-centro Dal 2015 a oggi sull’altro versante è andato avanti il processo di archiviazione del centrodestra, trasformatosi in un destra-centro sovranista. La coalizione di Donatella Tesei ha ottenuto 255 mila voti mentre Ricci si era fermato a 146 mila. I rapporti di forza si sono ulteriormente ribaltati: la Lega ha triplicato i propri consensi, passando da meno di 50 mila voti a 154 mila e attestandosi al 37%, più o meno lo stesso livello delle europee (in termini assoluti 17 mila voti in meno); a questo punto saranno interessanti le analisi dei flussi per capire quanto consenso la Lega abbia drenato da Pd, M5s e alleati. A Perugia ad esempio, secondo il Cise della Luiss, rispetto alle politiche 2018 c’è stata una «massiccia smobilitazione» dell’elettorato M5s verso Salvini, tanto da cedere più di quanto abbia conservato, e verso l’astensione. Sintomo che il «patto civico» non è stato né capito né digerito.

Sovranisti e forzisti L’ala sovranista della coalizione si è rafforzata poi grazie al fatto che Fratelli d’Italia nel giro di quattro anni è passata da poco meno di 22 mila voti ai 43.443 di domenica; Salvini e Meloni in Umbria da soli valgono ormai il 49%, tanto da rendere Forza Italia un accessorio politico. I berlusconiani in Umbria cedono 7 mila voti (3 punti percentuali), passando da 30 mila a 23 mila. Consenso che, con tutta probabilità, si è diretto verso Lega e FdI. Numeri di fronte ai quali cozzano in modo molto evidente le dichiarazioni di centralità politica fatte lunedì dagli esponenti forzisti; un partito in piena crisi di identità e di consensi, stretto da una parte dal duo Salvini-Meloni e dall’altro dalla neonata creatura di Renzi.

Twitter @DanieleBovi