sabato 25 maggio - Aggiornato alle 15:31

Mutui senza ipoteca, scatole cinesi, boom di imprese edili: ecco come la mafia si infiltra in Umbria

di Giovanni Ruggiero L’Umbria non è terra di mafia, ma in Umbria i mafiosi ci sono. Così inizia il Report di SOS impresa sulla “Mafia, il suo Ghota e le infiltrazioni nell'Italia centrale”. Oggi, è l’Istat che aggiunge un tassello

Umbria, terra di riciclaggio di capitali illeciti

di Giovanni Ruggiero

L’Umbria non è terra di mafia, ma in Umbria i mafiosi ci sono. Così inizia il Report di SOS impresa sulla “Mafia, il suo Ghota e le infiltrazioni nell’Italia centrale”. Oggi, è l’Istat che aggiunge un tassello al puzzle già disegnato dalla magistratura nel marzo di quest’anno, quando il sostituto procuratore antimafia di Perugia, Antonella Duchini ha evidenziato alla Sala dei Notari a Perugia come l’Umbria sia «un covo freddo» della criminalità, ramificata anche attraverso «acquisizioni di aree fabbricabili, complessi edilizi, attività commerciali».

Ebbene, secondo il nostro principale istituto di statistica, l’Umbria è la prima regione in Italia per percentuale di mutui immobiliari non coperti da ipoteca. Ossia, il 57% dei mutui concessi in Umbria sono coperti da garanzie personali o pegno. La seconda in graduatoria è la Campania con il 54% dei mutui concessi senza ipoteca, mentre per la Lombardia è il 35%, Toscana ed Emilia Romagna sono intorno al 43%. Possibile mai che in tempi di scarsa liquidità le banche prestino denaro senza garanzie tangibili? «Le garanzie esistono – ci suggerisce un dirigente di un istituto di credito nazionale – e sono rappresentate da titoli di credito o da denaro in pegno o da altre forme liquide». Ma, perché se si hanno i capitali si ricorre al pagamento di interessi anche cospicui pur di non attingervi? «Molto probabilmente perché non si vuol far conoscere la provenienza di quei capitali – aggiunge il bancario -, per cui con il denaro si acquistano titoli che si versano in garanzia di un mutuo. Può essere un modo per riciclare denaro sporco, non necessariamente proveniente da attività criminali, ma anche da attività sommerse. Infatti, è difficile poi spiegare alle fiamme gialle da quali fonti si è percepito il capitale indispensabile agli investimenti. Meglio darlo in garanzia e ufficialmente sacrificarsi con rate mensili come un qualsiasi cittadino dotato di un reddito medio-basso. Per capirci, nella nostra banca questo tipo di mutui rappresentano solo il 3-4% del totale. Le cifre indicate dall’Istat segnalano qualcosa d’altro».

Ed il paradosso è che, a fronte di una crisi del settore edile lamentata dall’ANCE dell’Umbria, nel 2010 sono cresciute le imprese del settore iscritte. Dalle precedenti 13.074 a 13.085 (fonte movimprese), che hanno trascinato un indotto fatto di attività immobiliari (da 2.705 a 2.877), attività di servizi agli edifici (da 606 a 658), attività dei servizi finanziari. E già, perché dove non arriva la banca il più delle volte vi è una finanziaria. Poi, vi è il fronte delle esigenze di bilancio degli enti locali, che hanno prodotto in 10 anni il consumo di 40 mila ettari di territorio umbro, con il risultato di contribuire a vitalizzare circa 150 cave per assicurare un’entrata agli enti di 275 mila euro, contro un volume di affari del settore pari a circa 13 milioni.

Gli enti locali, infatti, hanno trovato nei contributi edilizi, proporzionati ai costi di costruzione, e negli oneri di urbanizzazione (primari e secondari) un elemento salvifico per riequilibrare o tentare di riequilibrare i consistenti tagli dei trasferimenti operati dal Governo. Tra il 2001 e il 2006 i comuni umbri hanno rilasciato permessi di costruire per un controvalore di circa 33 milioni di euro l’anno. Ed è una contabilità in progressiva crescita. E dal momento che le amministrazioni possono destinare parte del contributo di costruzione alle spese correnti piuttosto che agli investimenti in conto capitale, attraverso il grado di copertura di questi ultimi, con i proventi incassati dai permessi, possiamo tentare di valutare la quantità di risorse che ogni comune ha destinato alle infrastrutturazioni collettive. In altre parole: ti modifico l’esistente, ma cosa ti creo in cambio?

Ebbene, secondo i dati sulla Finanza locale elaborati dall’Ifel (in collaborazione con Irer, Irpet, Isae ed altri istituti di ricerca), si scopre che il valore medio degli investimenti coperto dai proventi derivanti dai contributi di costruzione sono stati mediamente del 5,5% in Umbria, del 24,6% in Emilia Romagna, del 23,2% in Toscana, del 21% nel Lazio, del 14,1% nelle Marche. Non solo. Al fine di mettere un freno al dissesto del territorio, Toscana, Lazio e Liguria hanno elaborato valori e coefficienti più alti per la determinazione del costo medio regionale per le opere di urbanizzazione, mentre l’Umbria li ha addirittura abbassati nel periodo considerato. Si dirà: per favorire le imprese e i consumatori finali. In realtà con questo tipo di politiche si favorisce, anche involontariamente, qualcosa d’altro. E anche dietro la crescita delle imprese tout court in Umbria si pone qualche domanda imbarazzante: nel 2010 la principale spinta alla crescita è venuta dalle cosiddette imprese non classificate, cresciute in Umbria in maniera esponenziale (2.188 imprese su un totale di 6.093 nuove iscrizioni), salvo poi verificare che ad essere attive sono solamente 137 in tutta la regione. Scatole vuote, dunque, per quale scopo? E non è una novità dell’anno, ma una circostanza che si va ripetendo. Perché dunque si dovrebbero costituire in Umbria società che per un terzo sono destinate a non aprire mai? E’ anche questo un segnale evidente di infiltrazione mafiosa?

«La criminalità – dichiara Lino Busà presidente di SOS impresa – è dotata di forti capitali liquidi, che in Umbria ricicla prevalentemente nell’immobiliare e nell’acquisto di imprese, preferibilmente in crisi. Scatole vuote per prestanomi puliti sui quali effettuare intestazioni fittizie di beni. In Umbria, individuata come territorio di reinvestimento, le cosche si muovono con attività di basso profilo dal punto di vista delle violenze e delle intimidazioni. Ed anche la disattenta e scarsa capacità di prevenzione delle istituzioni in senso lato dell’Umbria, favoriscono questa regione quale territorio privilegiato degli investimenti della criminalità. Che ormai è una criminalità che non opera come filiale di un’entità che ha il suo cervello operativo altrove. Le nuove leve sono nate in Umbria e operano conoscendo bene il territorio. E’ la comunità stessa che diviene un’organizzazione para-imprenditoriale, para-criminale, imponendo uno schema che fino a ieri era considerato esclusiva del Meridione».

Quanto costa questa presenza alla libertà economica dell’Umbria? «Non c’è un conto dettagliato regione per regione – continua Lino Busà -. In Italia il fatturato delle mafie è contabilizzato intorno ai 135 miliardi di euro. Se il Pil dell’Umbria rappresenta l’1,4% di quello nazionale, possiamo avere un termine di paragone intorno a cifre che superano abbondantemente il miliardo di euro; cifre che vengono rubate allo sviluppo nazionale ed alimentano anche in questa regione l’occupazione fisica da parte della criminalità organizzata. Anche se, paradossalmente, i capitali che affluiscono in Umbria sono risorse sottratte ad altri territori, ma non per questo più legali».

 

 

2 risposte a “Mutui senza ipoteca, scatole cinesi, boom di imprese edili: ecco come la mafia si infiltra in Umbria”

  1. Stefano ha detto:

    Quando leggo un articolo di giornale mi capita molto spesso ( e penso che non succeda solo a me) di avere dei dubbi sull’autenticità e l’affidabilità delle affermazioni riportate. Questa perplessità è dovuta soprattutto dal fatto che molti autori fanno uso (o forse sarebbe meglio dire abuso) delle cosiddette dichiarazioni di fonti “anonime” che sono sempre molto informate su questo o quell’argomento ma che non mettono mai la propria faccia (o in questo caso è meglio dire la propria firma) sulle loro dichiarazioni, o meglio ancora rivelazioni, “scottanti”. Il risultato è una serie infinita di “fonti autorevoli” oppure “persone informate sui fatti” o meglio ancora “persone vicino a …” che, anche nell’ipotesi di una loro reale esistenza, hanno l’unico effetto di insinuare quell’alone di sospetto in noi lettori (quante volte diciamo tra noi “ma sarà vero?”).
    Leggendo quest’articolo invece di perplessità ne ho avute, ma per il motivo opposto. In questo l’autore, pur trattando di un argomento delicato e ambiguo come l’infiltrazione della mafia nella nostra amata regione, argomenta le proprie teorie con dichiarazioni di persone di cui fa quasi sempre nome e cognome e che quindi potrebbero smentire dichiarazioni false. Ma quello che mi ha stupito maggiormente è l’uso massiccio e probante delle statistiche come mezzo per blindare le proprie affermazioni. Perché se le dichiarazioni possono essere smentite o fraintese, i numeri sono dati incontrovertibili e non discutibili (se mai interpretabili), quindi una prova inoppugnabile e insostituibile a sostegno di qualsiasi tesi. E questa è la cosa che mi rende maggiormente perplesso. Perché se è vero che l’autore ha ottenuto tutti questi dati questo significa che esistono degli studi e delle rilevazioni statistiche accessibili a tutti, ancor di più agli organi competenti al controllo (come la GdF) o agli enti locali competenti (come la Regione). Quindi la domanda sorge spontanea, o abbiamo una classe dirigente così impreparata da non saper interpretare nemmeno dei dati, oppure questa è una classica situazione in cui le classe dirigente, pur consapevole del problema e della sua diffusione, lo ignora o ancora peggio lo alimenta.
    Sia in un caso che nell’altro le implicazioni sono così raccapriccianti che quando ho finito di leggere l’articolo ho desiderato che anche questo fosse stato un articolo basato solo su illazioni, almeno,invece di arrabbiarmi avrei potuto dire:
    -“Ma sarà vero?????”

  2. Georg ha detto:

    Giovanni Rugiero nel suo articolo ha toccato un tasto assai sensibile della realtà umbra.
    Ancora alcuni anni fa si sentivano qui e là le affermazioni sullo scarso interesse della criminalità organizzata per gli investimenti in Umbria. Le cifre riportate dall’autore e prese da fonti autorevoli sembrano smentire del tutto quel tipo di affermazioni. E’ una realtà presente! Di fronte a questa realtà nascono le domande non soltanto su come contrastarla ma soprattutto cosa fare, per esempio dal punto di vista legislativo, per non permetterle di radicarsi.

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