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Umbria, terra di operai e di cervelli in fuga trascinata a fondo dall’edilizia

Giovanni Ruggiero analizzai dati sulla richiesta in regione di lavoratori a bassa specializzazione, notevolmente più alta della media nazionale. E delle conseguenze sul quadro economico e sociale

 

 

 

Incidenza dei settori nell’economia

 

 

di Giovanni Ruggiero

In Umbria più che altrove si ricerca manodopera a bassa qualificazione, mentre sempre più difficile appare rintracciare quella specializzata. E’ quanto si desume dall’ultimo Report di Unioncamere sulle previsioni occupazionali luglio-settembre. Ossia, l’Umbria è la regione in cui 8,1 richieste su 10 vengono indirizzate verso la voce “operai” (record nazionale), mentre il 22,5% del personale richiesto viene rubricato come “di difficile reperimento”, contro una media nazionale del 17,2%. Ed è strano, poiché l’Umbria risulta una delle regioni con la più alta percentuale di scolarizzazione e dunque in grado di fornire maestranze qualificate, se non specializzate, al mondo del lavoro.

Ma cosa si cerca in Umbria e con quale contratto? Dalla risposta che si dà possiamo individuare nel concreto il livello di complessità raggiunto dal sistema economico umbro e l’evolversi di tale sistema. Sul cosa, dobbiamo registrare una più accentuata propensione delle imprese umbre per una manodopera non necessariamente qualificata (operai nell’81% dei casi). E questo offre un primo discrimine con regioni che potremmo definire benchmark o per floridezza economica o per presenza di strati sociali simili o per dimensioni territoriali o per comunanza di area.

Nel periodo luglio-settembre 2011 la ricerca di manodopera meno qualificata si limita in Emilia Romagna al 75%, in Toscana al 71%, in Liguria al 74%, in Abruzzo al 78%. Notevole il dato della Lombardia, che fa risaltare come una su due delle domande di lavoro siano destinate a quadri ed impiegati, ma anche Puglia e Lazio dove più di 1 su 3 sono richieste ad alta specializzazione.

E, che la produzione umbra stia raschiando il fondo di attività a basso valore aggiunto ce lo conferma anche il dato sulla richiesta di una laurea o persino di un diploma per attività definite non stagionali: appena il 30%, la più bassa percentuale in assoluto. Così si alimenta l’emigrazione intellettuale di questa regione, la quale ha scelto “volontariamente” il declino come prospettiva di non sviluppo.

Ed è chiaro il quadro quando si incrociano i dati tra gli indici di ripresa regionale (PIL 2010 provvisorio +1,5%) e quello sull’efficienza o sull’innovazione offerti dal Territorial Research and Strategies su dati Commissione Europea. Che cosa se ne evince? Che l’Umbria cresce in gran parte grazie a ciò che recentemente Bruno Bracalente ha definito «settori compensativi» non più sostenibili, quali costruzioni e grande distribuzione. Cioè i settori più toccati dalla congiuntura e più sensibili all’andamento della domanda interna insieme al turismo. Il docente universitario perugino esorta semmai a rivolgere le poche risorse regionali su «chi è in grado di navigare in mare aperto». Ossia, a fare della competitività con i competitor esterni un valore sacrale degli investimenti pubblici.

Ma, quale settore oggi è in grado di far fare alla regione quel salto definitivo per stare dalla parte dell’Italia che aggancia il locomotore tedesco della crescita europea? E, nello stesso tempo, esaurire lo stereotipo di regione ultima tra l’Italia che conta e prima dell’Italia che arretra? Una mano ci viene offerta dalle analisi di RegiosS Cicles&Trends.

Tra i settori economici di maggior specializzazione sono, oltre l’Umbria, solo le regioni del Centro-Sud (eccetto l’Abruzzo) che non vedono ai primi tre posti il settore manifatturiero. Dunque, una prima rivisitazione al modello di sviluppo umbro deve partire dal ruolo del manifatturiero e di quale manifatturiero serve per essere competitivi nell’economia globale. L’Umbria, invece in questi ultimi venti anni ha visto crescere esponenzialmente (al pari di tante realtà meridionali) la voce “costruzioni”, toccasana per le entrate dei comuni, ma anche efficace porta di ingresso per gli intrecci tra politica e malcostume.

Speriamo che la vicenda di Giove di Valtopina con cemento depotenziato sia un caso grave ma isolato nel contesto della ricostruzione post-terremoto. Anche se rimanda alle inquietudini di tanti che per atti veniali di manutenzioni ordinarie si ritrovano immediatamente i vigili in casa e sul perché chi doveva controllare su atti ben più importanti (staticità e stabilità delle abitazioni) non ha controllato. E rinvia a quella relazione del 21 marzo scorso a cura di SOS impresa sulle infiltrazioni mafiose, che evidenzia come anche in regioni del Centro-Nord (Toscana, Emilia Romagna, Lombardia) crescono esponenzialmente “ricette di produzione” mascherate da opere in calcestruzzo.

Dunque, l’Umbria deve guardare oltre. Sia per aggirare rischi di infiltrazioni poco chiare, sia per tornare ad offrire sbocchi occupazionali adeguati alle proprie forze intellettuali. Novamont, Angelantoni, Cucinelli, tra gli altri, stanno a dimostrare che un’altra strada è praticabile: quella che coniugando tecnologia e rispetto dell’ambiente guarda all’espansione verso l’esterno e che per forza di cose costringe ad innovare costantemente prodotti e processi, utilizzando capitale umano a più alta capacità espressiva.

Una replica a “Umbria, terra di operai e di cervelli in fuga trascinata a fondo dall’edilizia”

  1. Ettore ha detto:

    E speriamo che questo guardare oltre non significhi costruzioni di centrali eoliche, solari e finte opere ecosostenibili che per sempre rovineranno una delle prerogative dell’Umbria: il suo paesaggio!

    Ettore

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