sabato 25 maggio - Aggiornato alle 16:04

Umbria verso la stagflazione mentre la classe dirigente intasca premi e rinvia i tagli

di Giovanni Ruggiero La crisi dell’Umbria è destinata a permanere almeno fino al 2016, ma soprattutto è destinata ad aggravarsi, insieme a quella del Paese Italia, con punte di maggior depressione

 

 

 

Umbri in preda a conti che tornano sempre meno

 

 

di Giovanni Ruggiero

La crisi dell’Umbria è destinata a permanere almeno fino al 2016, ma soprattutto è destinata ad aggravarsi, insieme a quella del Paese Italia, con punte di maggior depressione. Lo scrivevo già nel 2010 (confronta Giornale dell’Umbria del 31 dicembre 2010) ed ora si può leggere nelle linee essenziali per il 2012 del Documento Annuale di Programmazione economica regionale (DAP): «La crisi, in Umbria come in Italia, è destinata a durare anni ed un ritorno a livelli di PIL del 2007 (il massimo storico per la regione) non è realisticamente prevedibile prima del 2016».

Quello che non hanno detto al Tavolo generale per l’Alleanza è che l’Umbria non segue più le dinamiche delle regioni più virtuose e nemmeno dei competitors territoriali interni, Toscana, Marche e Lazio su tutti. Anzi, si accentuano le divaricazioni ed i disarticolati interventi regionali (per tempistica, oggetto e forma) a sostegno dell’economia locale non fanno altro che accompagnare il malato al declino definitivo.

In verità, dalla scheda del DAP per il 2012 qualcosa sembra affiorare: «La situazione umbra – a giudizio delle previsioni Dap – sarebbe in leggero ritardo rispetto al quadro nazionale e a quello delle regioni limitrofe, sia per quanto riguarda la “risalita” del Pil sia in relazione ad altri significativi indicatori come il Pil pro capite, la produttività del lavoro e il rapporto export-pil». E ti sorge il dubbio che a governare e programmare il ritardo piuttosto che lo sviluppo dell’economia regionale, al non incidere sulle disfunzioni strutturali del sistema umbro, al non favorire ricambi e soluzioni alternative, siano stati altri e non l’attuale classe dirigente.

L’Umbria è ormai una regione destinata a misurarsi con le aree più arretrate del Paese, nell’ambito di una meridionalizzazione dei costumi prima che della “non crescita”. Chi fa finta di non vedere non percorre le strade in assenza totale di manutenzione della pavimentazione della nostra regione, non fa i conti con un servizio sanitario che vede allungarsi le liste di attesa e che si regge in piedi per l’encomiabile impegno di un personale medico e paramedico in costante regresso di risorse, non contabilizza i cassa integrati in deroga tra i disoccupati, non computa le imprese che stanno abbandonando la regione. Risultato è che per il 2012 l’Umbria può retrocedere nel calcolo della creazione di ricchezza dello 0,6%, più delle pessime previsioni nazionali e in proporzioni doppie rispetto a quanto annunciato dalla Programmazione regionale, peggio dell’intero Centro-Nord con l’eccezione della sola Liguria. Quest’ultima proprio la regione che nel Centro-Nord, con l’Umbria, non annovera l’industria manifatturiera tra i primi tre settori economici di maggior specializzazione regionale.

Del resto, una regione come l’Umbria, che è in attesa messianica che si avvii il secondo motore dello sviluppo (Turismo-ambiente-cultura) e che si regge essenzialmente sull’unico motore vero dei redditi pubblici (oltre 50 mila addetti), delle pensioni (circa 320 mila pensioni nel 2009 su una popolazione di poco meno di 900 mila abitanti, per un importo annuo erogato di quasi 4 miliardi di euro), su ciò che sopravvive della struttura industriale degli anni ’60 e su poche sporadiche oasi di modernità (Angelantoni, Novamont, Terni Research, Cucinelli, il distretto delle nanotecnologie, solo per citarne alcuni), risulterà maggiormente penalizzata da una manovra governativa apertamente recessiva e che costerà in media circa 3 mila euro di maggiori esborsi (stima Associazione consumatori) dalle tasche degli italiani, salvo nuove manovre finanziarie. Un’economia che Bruno Bracalente (ex presidente regionale dell’Umbria e docente universitario) aveva definito «accartocciata sul mercato interno sostenuto dalla spesa pubblica».

Oggi assistiamo ad un progressivo quanto rapido ritirarsi della domanda interna, ad una contrazione sostenuta dei risparmi, ad una caduta verticale degli investimenti e ad un progredire della disoccupazione. In mezzo un’assenza totale di programmazione economica nazionale e regionale (sembra perdere forza la rivoluzione verde dell’economia umbra), mentre le multinazionali abbandonano il campo (Thyssen Krupp, Basell, Meraklon), così come importanti imprese nazionali (Merloni), e chiudono vecchie imprese locali con un forte radicamento sul territorio (Spigadoro). Ma decine oramai sono per l’Umbria le situazioni aperte di crisi, nascoste da un ricorso maggiore che altrove agli ammortizzatori sociali, che faranno del 2012 un anno caldissimo.

In questo quadro che annuncia scenari stagflativi (recessione+inflazione) è desolante vedere che ai dirigenti umbri vengono corrisposti premi di risultato per 1,11 milioni di euro (per aver portato la regione ad uno stato comatoso o per aver chiuso il bilancio dell’amministrazione regionale in passivo?) o che la classe dirigente regionale sposta i tagli dei vitalizi al 2015. E’ strana una classe dirigente che rivendica diritti acquisiti dimenticando che se la legge è uguale per tutti anche i lavoratori dovrebbero vedersi corrispondere lo stesso trattamento. E questa non è – come definito nella relazione di maggioranza al provvedimento di posposizione al 2015 del blocco dei vitalizi – né arroganza né demagogia. Bastava eliminare queste due odiose ed inique fonti di spesa per non ricorrere ad innalzare le accise sulla benzina da parte della Regione dell’Umbria, con conseguenze aggiuntive sull’incremento dei prezzi rispetto agli aumenti dell’IVA e dell’IRPEF regionale.

Se c’è da far economie di spesa, se c’è da concorrere alla ripresa del sistema Paese e se ai sacrifici pesanti dei cittadini si risponde con queste manifestazioni di “arroganza”, c’è da chiedersi se il bene pubblico è ancora res in publico usu e se l’etica non sia ormai una parola usurata non più spendibile nei palazzi del potere regionale.

 

Una replica a “Umbria verso la stagflazione mentre la classe dirigente intasca premi e rinvia i tagli”

  1. Patrizia ha detto:

    E PENSATE ….MENTRE LA MARINI E COMPAGNI SI GODONO I LORO PRIVILEGI I MALATI DI SLA NON HANNO ANCORA VISTO UN CENTESIMO DEL FAMIGERATO ASSEGNO DI CURA !!!

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