mercoledì 24 ottobre - Aggiornato alle 07:48

Umbria divisa: la ripresa c’è ma spacca la regione tra grandi e piccoli e tra Perugia e Terni

Il rapporto di Bankitalia: «Dopo una crisi crudele si accentuano gli squilibri. Imprese troppo piccole, serve aggregazione»

La presentazione del rapporto (foto U24)

di Daniele Bovi

Un’Umbria slabbrata e divisa, politicamente ma anche economicamente. E a dividerla non è stata solo la crisi economica – dalla quale lentamente l’Umbria sta venendo fuori – ma anche la debole ripresa in corso; da una parte i piccoli e dall’altra i grandi, da una parte Perugia e dall’altra Terni. In estrema sintesi sembra essere questo il quadro che emerge dal rapporto sull’economia della regione, relativo all’anno 2017, presentato martedì dalla filiale di Perugia della Banca d’Italia. «Dopo una crisi crudele – commenta Nicola Barbera, direttore della filiale – anche la ripresa divide e non ci sono riduzioni di squilibri che, anzi, si accentuano. Se l’andamento complessivo è positivo non vuol dire che i problemi strutturali sono stati risolti».

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Nanismo e produttività E tra questi ultimi c’è il nanismo del tessuto produttivo: «La parte privata – dice Barbera – deve giocare un ruolo, essere piccoli e non investire porta alla scomparsa. Non dimentichiamo che in Umbria la quota di imprese che arriva alla seconda o terza generazione è molto bassa». Altro problema, la bassa produttività, «che è una questione centrale. Solo associandosi – dice Paolo Guaitini, che ha presentato i numeri insieme a Lucia Lucci, Daniele Marangoni e Simone Santori – per fare insieme investimenti, formazione e cambiando la governance si può fare un salto produttivo. Serve lo sforzo congiunto di diversi attori». Dalle pagine viene fuori un’Umbria dove le condizioni economiche sono migliorate nel corso dell’ultimo anno, grazie a consumi, investimenti ed export in ripresa, e a un Pil che secondo le stime è aumentato dell’1,1 percento dopo il +1,5 del biennio 2015-2016.

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Le imprese Partendo dalle imprese, complessivamente ci sono situazioni di difficoltà specialmente per le più piccole (ancora molte le uscite dal mercato) accanto a un drappello di realtà agganciato in modo solido alla ripresa; realtà di medio-grandi dimensioni concentrate nel Perugino. Per il terzo anno di fila è aumentata la produzione (+2,7 percento), oltre a ordini (+3,3) e fatturato (+3,1), che cresce per un’impresa su due (per il 29 percento c’è una riduzione). Bene il fondamentale settore dei metalli così come l’abbigliamento e la meccanica. Gli investimenti poi si consolidano, sostenuti più che altro dalla manifattura, dalla redditività in crescita e da migliori condizioni finanziarie così come dagli incentivi all’innovazione, dei quali però ha beneficiato una quota inferiore alla metà rispetto al resto del paese. Il problema è anche che la crescita di questi investimenti è poco diffusa e che potrebbe interrompersi nel 2018. Bene anche l’export (+6,4 percento), influenzato in modo decisivo dall’acciaio ternano (+24).

Export e turismo Anche qui però non tutto luccica: in dieci anni infatti le non troppe imprese umbre che esportano hanno perso il 23 percento della loro quota sul mercato mondiale, più che altro a causa di una bassa produttività (un problema strutturale dell’economica umbra), della scelta di destinazioni ormai ‘mature’ e di una minore adattabilità ai rapidi cambiamenti del commercio mondiale. Quanto all’edilizia, la sofferenza continua: dopo aver perso oltre il 30 percento in dieci anni di occupati e di valore aggiunto, la flessione c’è anche nel 2017, anche per via del mancato avvio della ricostruzione post terremoto. Notizie positive ci sono per il turismo, in grande affanno proprio dopo il sisma: dall’ultimo trimestre 2017 gli arrivi sono tornati sui livelli pre-terremoto, anche se si registra un calo del fatturato per la metà degli esercizi (per rilanciare le attività un 40 percento ha tagliato i prezzi) e un 2018 che per 6 imprese su 10 dovrebbe essere positivo.

Il lavoro Dati in chiaroscuro per il mercato del lavoro: se infatti, da una parte, il livello occupazionale è stabile (+0,2 percento), il dato è inferiore al resto d’Italia (+1,2). A crescere poi è solo il lavoro a termine, mentre a causa della fine degli incentivi è negativo il saldo per i contratti a tempo indeterminato. Aumentano gli occupati nel settore dei servizi, ma non nel commercio e nel turismo, con una qualità complessiva che rimane inferiore alla media italiana. In generale infatti non si tratta di un terziario di qualità, bensì a bassissimo tasso di innovazione e molto tradizionale, anche per quanto riguarda i servizi alle imprese, a loro volta scarsamente innovative. L’incremento di donne e giovani che cercano lavoro ha spinto il tasso di disoccupazione al 10,5 percento in un mercato del lavoro umbro caratterizzato da un numero di laureati sopra la media nazionale i quali, però, non trovano un contesto adeguato alla loro preparazione.

Famiglie Molte imprese infatti cercano artigiani e operai specializzati, mentre il livello di capitale umano ricercato è più basso della media. Un dato inevitabile in un contesto a bassa innovazione, ma che riguarda anche le imprese medio-grandi e a medio-alta intensità di tecnologia. Come stanno invece le famiglie? In Umbria all’inizio del 2017 – forse a causa del contraccolpo del terremoto – la quota di quelle che riteneva adeguate le proprie risorse è scesa (dal 26 al 16 percento). Stabile il reddito, che invece aumenta nel resto del paese così come i consumi (+1,3 percento, livello identico al resto d’Italia), in particolare di beni durevoli. Come si spiega se i redditi sono rimasti uguali? Si risparmia di meno e ci si indebita di più: il ricorso al credito al consumo, in particolare per le auto, è infatti cresciuto del 10 percento nel 2017 anche se le famiglie umbre sono meno indebitate rispetto al resto d’Italia.

Credito Numeri positivi in generale ci sono anche per il credito (+2,5 percento), il che riflette la necessità di ‘ossigeno’ delle aziende più grandi e delle famiglie. Ciò è anche il risultato di condizioni di accesso migliori, ma il problema è che a risultare penalizzate sono le piccole: per loro infatti c’è una flessione del 2,6 percento. Meno soldi anche per le costruzioni (-2 percento) mentre per la manifattura c’è una crescita di oltre il 5 percento. Proprio il credito «è uno dei settori – è stato detto martedì – in cui il divario aumenta di più; è un motore che allarga le disuguaglianze». Un segnale positivo è invece l’ulteriore calo dei crediti deteriorati, cioè difficilmente esigibili.

Il ruolo del pubblico L’ultima parte dello studio si occupa delle amministrazioni pubbliche. Un dato preoccupante, che testimonia come i tagli agli enti locali abbiano inciso la carne viva, è il calo degli investimenti: per l’Umbria si passa da una quota, sul totale delle spese, del 7,2 per cento del 2012 al 3,3; più che dimezzate mentre nel resto d’Italia la flessione è stata molto più contenuta (dal 9,2 al 7,1 percento). A crescere è invece la spesa per la sanità, che come noto assorbe la gran parte dei bilanci: dal 54 percento del 2012 al 61, con una valutazione positiva del servizio offerto da parte degli utenti. E nel complesso è il livello totale di spesa pro capite delle amministrazioni locali a essere diminuito: dai quasi 3.500 euro del 2013 ai 3.175 del 2016, periodo in cui l’Umbria finisce sotto la media delle altre regioni. Infine, «molto basso» viene definito il grado di utilizzo dei fondi europei, che rappresentano una parte decisiva degli investimenti: nell’attuale fase di programmazione secondo Bankitalia solo il 20 percento dei progetti sono avviati o in fase di avvio, contro il 45 percento del resto d’Italia.

Twitter @DanieleBovi

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