lunedì 15 ottobre - Aggiornato alle 23:12

Ue, Umbria retrocessa tra regioni ‘in transizione’. Marini: «Un’occasione, avremo più risorse»

La presidente risponde alle polemiche: «Crescita di fondi per cittadini e imprese tra il 25 e il 35 per cento. E Pil non è unico indicatore di benessere»

©Fabrizio Troccoli

di Ivano Porfiri

Una retrocessione, che è anche un’occasione. Si tratta della nuova collocazione dell’Umbria come regione “in transizione” nella classificazione basata sul Pil pro-capite pubblicata nello Yearbook di Eurostat secondo i nuovi parametri su cui si basa la programmazione comunitaria per i settennato 2021-2027.

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Cosa significa? L’Umbria nel 2016, anno di riferimento, aveva un Pil pro-capite pari all’83,78 per cento, rispetto alla media europea fissata a 100. Tutte le regioni sotto questa soglia sono classificate “in transizione” e quelle sotto al 75 come “meno sviluppate”. Nel settennato precedente, invece, la soglia era 90 e l’Umbria nel 2013 era a 93. Gli scaglioni determinano la quota di fondi a cui si avrà accesso (ovviamente meno si è sviluppati, più risorse arriveranno). In termini assoluti dipenderà dalle decisioni sul budget, ma in percentuale per l’Umbria è certa una crescita significativa. «Siamo predisponendo le proiezioni – spiega la presidente Catiuscia Marini a Umbria24 – ma potrebbe esserci tra il 25 e il 35 per cento in più».

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Cambiano i parametri A determinare la retrocessione dalle regioni più sviluppate è stata, ovviamente, la perdita di Pil dovuta alla crisi (-18,5 per cento tra il 2007 e il 2016), ma anche le nuove regole stabilite per l’accesso ai fondi di coesione. «Per dire le cose in maniera corretta – afferma Marini -, l’Umbria per il Pil pro-capite si è sempre collocata in posizione intermedia in Italia, tra il nono e l’undicesimo posto e non potrebbe essere altrimenti vista la nostra dimensione. Dall’altro lato voglio ricordare che siamo sotto la media italiana non da oggi, bensì dal 1992. La novità di questa nuova programmazione è che, mentre nel vecchio settennato le regioni in transizione erano quelle con un Pil pro-capite tra il 90 e il 75 per cento della media europea, anche per iniziativa delle regioni abbiamo deciso che vi rientrino tutte quelle sotto la media, allargando così lo spettro a quelle con un Pil tra 90 e 100% della media».

Più soldi per recuperare Secondo la presidente umbra, che è anche membro permanente e capogruppo Pse al Consiglio delle regioni d’Europa, la richiesta è venuta «perché dopo gli effetti della crisi, abbiamo bisogno di una programmazione più robusta per affrontare le sfide sociali, sull’occupazione, per sostenere le imprese per cui essere tra le regioni ‘in transizione’ la considero un’occasione che l’Umbria dovrà cogliere positivamente perché significherà più risorse, minore cofinanziamento, più strumenti per affrontare i problemi. Fra l’altro non è un caso che l’anno di riferimento sia il 2016 e le regioni retrocesse siano Umbria e Marche che hanno subito gli effetti del terremoto».

Le polemiche Tuttavia, Marini è cosciente delle critiche piovute per via della retrocessione. «Non dobbiamo sottacere gli effetti della crisi – dice -, ma il Pil pro-capite non è l’unico indicatore del benessere di una comunità e l’Umbria ha anche elementi positivi su altri parametri sul welfare come il minor tasso di abbandono scolastico d’Italia, tra i dati migliori di asili nido. E poi siamo anche una regione che più d altre è capace di utilizzare i fondi».

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