mercoledì 23 ottobre - Aggiornato alle 23:33

“Mamma Ast”, quel legame con città e operai che rischia di raffreddarsi

Rsu: «Orgoglio di lavorare in acciaieria si sgretola per salari ristretti, incertezze Thyssenkrupp e strumentalizzazioni»

 

di Marta Rosati

Terni definita anche città-fabbrica, con una storia fatta di Ricerca, scoperte e applicazioni anche nel campo della chimica, dalla fondazione dell’acciaieria (agli albori denominata Saffat), è con essa che si identifica maggiormente.

Mamma Ast Qualcuno con la bomboletta spray su un mezzo di trasporto dei coils un tempo scrisse ‘Mamma Ast’: «Per i più anziani è il rumore del maglio – racconta Emanuele Salvati dell’Usb – per gli operai di oggi ma anche per i cittadini tutti è l’immagine della colata incandescente, quell’area a caldo che se venisse ridotta o addirittura chiusa renderebbe la fabbrica di viale Brin qualcosa di diverso. Sarebbe allora che il senso di appartenenza verrebbe meno. Per ora c’è, lo dimostrarono le tele dipinte per ASTory». Lo stesso amministratore delegato Massimiliano Burelli riconobbe quel sentimento nelle opere dei dipendenti. Per alcuni sindacalisti lavoratori, l’orgoglio dei lavoratori di far parte di Ast è ancora piuttosto forte. Lo conferma anche Emiliano Petralla della Fim Cisl che non può però non evidenziare che «negli ultimi anni, all’interno dello stabilimento siderurgico si è creato un clima di diffuso malcontento per questioni economiche. A fronte di risultati aziendali estremamente positivi, i riconoscimenti a favore dei dipendenti sono decisamente scarsi e insufficienti e non è solo una questione di salario ristretto ma di assenza di incentivo a fare di più e meglio».

La riflessione cui Umbria24 ha chiamato le Rsu dell’Ast muove dalle considerazioni di Augusto Magliocchetti, esperto di siderurgia per Federmanager, che sabato scorso all’assemblea annuale dell’associazione ha tracciato un quadro di luci e ombre parlando di Acciai Speciali Terni. Completamento della riorganizzazione aziendale (quindi superamento dell’era Morselli NdR), nessun vincolo di gruppo nella catena distributiva in Europa e nel resto del mondo, risultati economici significativi negli ultimi tre anni (ma che, purtroppo, non hanno contribuito alla capitalizzazione dell’azienda), rete commerciale di distribuzione ‘world wide’ con presenza di centri di servizio in molte aree geografiche, competitività dei costi di alcuni fattori produttivi. Questi, secondo Federmanager, i punti di forza di oggi sui quali può contare Ast. Ma non mancano punti di debolezza; nell’analisi di Magliocchetti: l’asimmetria nella struttura produttiva tra l’area a caldo e quella di finitura, limiti dimensionali (la più piccola dei competitors europei quota tre volte e mezzo il sito ternano), unicità del prodotto con l’eccezione della verticalizzazione nei tubi inox, discontinuità e lontananza della direzione commerciale dallo stabilimento produttivo, rigidità nelle relazioni sindacali, carenza di profondità nelle strategie della casa madre Thyssenkrupp rispetto al business dell’acciaio inox e l’appannarsi del senso di appartenenza nella percezione dei cittadini ternani.

«Inevitabile – commenta Fabrizio Blasi della Uilm -, è il frutto di quanto avvenuto nel 2014 e il contraccolpo non è arrivato nell’immediato perché allora si lavorava tutti testa bassa per fare risultato; ma alla luce di utili aziendali importanti, non essendoci i dovuti riconoscimenti a favore delle maestranze è comiciato un processo di scollamento. C’è bisogno per questo di un accordo teso a smorzare le tensioni, servono più investimenti per essere competitivi e sconfiggere la crisi di mercato e soprattutto una piattaforma integrativa seria che rappresenti anche la base di rinnovate e migliori relazioni sindacali». Proprio l’integrativo è al centro del tavolo in programma mercoledì 5 giugno tra i segretari delle sigle sindacali metalmeccaniche e l’ad Burelli; giovedì invece, si torna al Mise. «Cosa appanna il senso di appartenenza? – riflette Daniele Fioretti dell’Ugl – Retribuzione, carenza di prospettive, mancati riconoscimenti. Il confronto sull’integrativo sarà un decisivo banco di prova – avverte – perché se, come sembra, la cifra che Ast è intenzionata a mettere sul tavolo è pari a quella dello scorso anno, saremo nuovamente di fronte ad un semplice e risicato Premio di risultato e se questo sarà di nuovo legato al famoso TkVa, allora stavolta sarà persino di importo inferiore».

Oltre gli aspetti economici, sottolineati dai sindacalisti lavoratori di tutte le sigle rappresentate, va Marco Bruni  della Fismic: «Molto pesa la questione ambientale. Oggi Ast è vista come il male assoluto per l’aria della città. È chiaro che facciamo acciaio e non cioccolatini ma paghiamo soprattutto l’estrema vicinanza alle abitazioni e oggi anche la velocità con cui sui social finiscono video di sbuffi dai camini accompagnati spesso da commenti strumentali che non aiutano». «Che Ast non garantisca più la prospettiva lavorativa di un tempo, soprattutto per continui cambi di strategia da parte della casa madre è un dato di fatto – commenta Massimiliano Catini della Fiom Cgil – ma che il senso di appartenenza sia cambiato anche per una perdita di certi valori è un altro dato reale. Sulla questione ambientale mi sento di dire che non è affatto un aspetto secondario, anzi i sindacati su questo insistono non a caso. È soprattutto nel nostro interesse – fa notare – contenere l’impatto dell’acciaieria, perché noi la scontiamo due volte: prima da lavoratori poi da cittadini, ma molti questo non lo percepiscono e allora provo ad immaginare, facendo i dovuti scongiuri, di dover affrontare una vertenza tanto difficile come quella del 2014. Secondo me non riceveremmo dalla città la stessa forza e lo stesso sostegno di allora in difesa di questa fabbrica».

Aldilà di questo e dei salari ridotti esiste poi un’organizzazione del lavoro e un livello di sicurezza che fa storcere spesso il naso: «Essere spostati di continuo da un reparto all’altro nell’arco di un anno genera un senso di profonda incertezza tra i lavoratori – commenta Bruni (Fismic) – che cozza con l’immagine che l’azienda vuol dare di sé mettendo sul tavolo i bilanci ultra milionari, la flessibilità e la polivalenza». «La direzione Ast – tuona Salvati (Usb) – non bada ai diritti dei lavoratori ma solo alla logica del profitto, vuole dipendenti multitasking così da avere a disposizione pedine spendibili in ogni reparto, senza pagare la polivalenza e senza e senza che nessuno acquisisca una vera professionalità. Pretende massima disponibilità ma spedisce lettere di richiamo al primo errore. Il senso di appartenenza – conclude – è messo a repentaglio perché non ci si sente più lavoratori, ma automi».

I commenti sono chiusi.