sabato 25 maggio - Aggiornato alle 16:26

Ecco ‘I sette peccati capitali dell’economia Italiana’: Cottarelli a Perugia

Il direttore dell’Osservatorio nazionale dei conti pubblici fa il punto sulle attuali condizioni del Paese

Carlo Cottarelli, rientrato nel ruolo di direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici, dopo la breve esperienza della chiamata al Quirinale, da Mattarella, per provare a comporre un governo, ha fatto visita alla città di Perugia, dove ha presentato il suo libro ‘I sette peccati capitali dell’economia italiana’. L’occasione è stato l’invito dell’associazione Blu, ‘Bella, libera Umbria’ di Adriana Galgano.

L’appuntamento Prendendo la parola, Cottarelli ha innanzitutto voluto precisare la motivazione alla base del suo saggio: «Negli ultimi venti anni, in Italia, è successo qualcosa di eccezionale: è stato il primo ventennio dall’Unità nel quale il nostro reddito procapite non è aumentato. In pratica, per una generazione questo incremento non si è verificato. Ho deciso di scrivere questo libro per capire il perché. Ho, quindi, individuato sette gravi errori che il sistema dell’economia italiana continua a commettere, quelli che ho definito i peccati capitali: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, l’incapacità di stare nell’euro, il divario tra Nord e Sud».

Evasione fiscale Il primo peccato sul quale Cottarelli ha posto l’attenzione è l’evasione fiscale. «Fa male ai conti pubblici – ha detto – e alimenta il nostro debito pubblico con conseguente crisi di fiducia e quindi aumento dello spread che ha tutta una serie di riflessi negativi sulla nostra economia. Pensate che se negli ultimi decenni avessimo ridotto l’evasione fiscale di un ottavo – ha sottolineato – avremmo un debito pubblico più basso di quello della Germania. L’evasione, inoltre, distorce e rende meno efficiente l’economia di mercato, minando la capacità di creare ricchezza nel Paese perché le imprese oneste non reggono la concorrenza di quelle che evadono».

Corruzione e burocrazia «Il secondo peccato è la corruzione – ha proseguito Cottarelli -. Non sappiamo realmente quanto costi all’Italia ma possiamo dire che è più elevata che negli altri Paesi con cui ci troviamo a doverci confrotare. Fa male all’economia perché costa soldi allo Stato e perché distorce il meccanismo della concorrenza: non vincono gli appalti le imprese migliori ma quelle che vengono favorite». Proseguendo nell’escursus tra gli errori che pesano sul nostro sistema economico, Cottarelli si è concentrato sull’eccesso di burocrazia, il peggiore dei sette peccati capitali a suo dire: «Abbiamo troppe leggi e regole che rendono difficile l’interazione con la pubblica amministrazione. Secondo l’indice ‘doing business’ della Banca mondiale, l’Italia è al 50° posto nella classifica globale. La troppa burocrazia ha un costo monetario elevato per le aziende, pensate che solo le pmi spendono 30 miliardi l’anno, due punti di Pil, soltanto per riempire i moduli. Ma quello che si perde è soprattutto il tempo che si passa per interagire sulla burocrazia».

Giustizia lenta e crollo demografico «Quarto peccato capitale è la lentezza della giustizia – ha spiegato Cottarelli – che è uno dei motivi per cui le aziende non investono in Italia. Nel nostro Paese, infatti, la durata media di un processo civile per arrivare al terzo grado è di 7 anni e 8 mesi, in Germania è poco più di 2, in Francia poco più di 3. Ovviamente questo rappresenta un costo perché i contratti oggetto di contenzioso per le imprese non hanno alcun valore finché non si arriva al terzo grado e quindi per anni». Il quinto peccato è il crollo demografico. «Un fattore che ha enormi conseguenze sull’economia del nostro Paese – ha evidenziato Cottarelli – in primo luogo perché aumenta il costo delle pensioni e non ci sono lavoratori in grado di compensare questo incremento. Inoltre è dimostrato che la produttività e la crescita della produttività si riducono nelle società che sono più anziane».

Sud e Nord e poi l’euro «Sesto peccato è il divario tra il Meridione e il resto d’Italia – ha specificato -. Oggi il reddito pro capite del Sud è pari al 58% di quello del Nord. Ovviamente questo ha forti conseguenze sulla ricchezza media del Paese, si pensi infatti che se il reddito del Meridione fosse pari alla media del Centro-Nord, avremmo un reddito uguale a quello della Francia». Ultimo peccato, l’incapacità a stare nell’euro. «E’ quello che più ha influenzato la mancata crescita di reddito pro-capite negli ultimi vent’anni – ha detto Cottarelli –. Gli euroscettisci affermano che, proprio in questo asso di tempo, siamo entrati nell’euro e io credo che abbiano ragione nel dire che l’Italia ha vissuto male questa esperienza. Finché c’era la lira, le imprese italiane hanno retto la concorrenza, nonostante i maggiori costi di produzione, perché si svalutava la moneta. Meccanismo che non è stato più possibile attuare con conseguenze evidenti sulla nostra economia».

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