martedì 20 novembre - Aggiornato alle 16:37

Sangemini, Francesco Agnello: «Se il tribunale accetta proposte peggiori della mia le impugno»

Francesco Agnello

di Marco Torricelli

Alza il tiro, Francesco Agnello. L’imprenditore campano che vuole rilevare la Sangemini lancia un messaggio, chiaro, anche al tribunale di Terni: «Io la mia proposta l’ho fatta e l’azienda ha anche detto che era la migliore. A questo punto non posso che aspettare gli eventi e nel caso fosse dato il via libera ad un progetto che abbia caratteristiche peggiori, non potrò che impugnarlo in tutte le sedi».

La storia Agnello parte da lontano: «Io conosco Sangemini da quando portavo i calzoni corti – racconta – e i Violati (fu Carlo Violati, nel 1889, a fondare l’industria delle acque minerali Sangemini e la famiglia ne ha avuto il controllo per circa un secolo; ndr) venivano a casa della mia famiglia per mostrare i primi brick di cartone. So bene di cosa parlo, io, a differenza di tanta gente e di certi politici». Ma la storia recente è quella più interessante: «Già tre anni fa mi venne proposto di prenderla – dice Agnello – e poi sono tornati a propormela, furono Giovanni Perruchon di Unicredit e Marco Zanchi di Unipol banca, nel 2012. Tanto che alla fine dello scorso anno feci una proposta, ma non venne presa in considerazione dalla proprietà, che già perdeva 300mila euro al mese».

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Il 2013 A primavera di quest’anno, dice ancora Francesco Agnello, «mi è stato chiesto di presentare una nuova proposta e io l’ho fatto, rispettando tutti i parametri previsti dal bando che è stato predisposto. Ma poi ho scoperto che, pur avendo specificato che non chiedo un solo euro alle banche e che a garanzia metto delle mie proprietà personali, il mio progetto non sarebbe da prendere in considerazione in quanto sprovvisto di una fidejiussione che, nel bando, non viene mai menzionata».

I soldi L’imprenditore campano mette in fila i numeri: «Io sono pronto a mettere sul tavolo 20 milioni subito e a garantirne 15 di investimenti in un anno solare; per gli impianti di produzione, ma anche per realizzarne uno fotovoltaico che si ripagherebbe da solo, grazie ai risparmi ‘in bolletta’ che farebbe realizzare; oltre che trattare personalmente con i creditori e i fornitori, per dare alla Sangemini la continuità produttiva e la garanzia della conservazione del sito nella sua interezza». Ma garantisce anche che Sangemini, poi, resterà sua o c’è la possibilità che questa possa essere solo una manovra per portare magari l’azienda all’interno di un altro gruppo? «Ma quale altro gruppo – replica Agnello – Sangemini resterebbe mia».

Gli interrogativi Una questione, tra le tante, è oggetto di curiosità: perché tutto questo ardore nel voler mettere un sacco di soldi in un’azienda che si trova in così grandi difficoltà? «Perché si tratta di un grande marchio e perché sono convinto che possa essere rilanciato in grande stile», replica deciso Agnello, che poi specifica: «Quest’azienda può fatturare, solo con le acque, 68 milioni di euro l’anno, producendo 100 milioni di pezzi di Sangemini, altrettanti di Fabia e 250 milioni di pezzi di Effe Viva, sì proprio quella che l’attuale proprietà ha voluto chiamare Grazia, in onore della signora Bottiglieri».

Non solo acqua Ma Francesco Agnello si spinge ancora più avanti: «L’acqua, però, se è certamente il punto di partenza del mio progetto, non è certamente la sola cosa a cui io penso. Il gruppo Sangemini, anche rivitalizzando il parco termale, dando nuova vita al settore Fruit e ampliando la gamma dei prodotti, può puntare ai 300 milioni di fatturato all’anno ed ecco perché dico che si potrebbero anche creare nuovi posti di lavoro».

I lavoratori Nell’albergo ternano dove Francesco Agnello ha convocato i giornalisti, sono arrivati anche i lavoratori – «abbiamo preso un permesso al lavoro», dicono – e lui ha snocciolato cifre e dettagli che li riguardano: «Dovete sapere – ha detto – che gli operai costano, ogni anno, un milione e 859mila euro di stipendi; mentre per manager dirigenti e impiegati la Sangemini spende circa 4 milioni e mezzo». A quattro dirigenti, dice, «vengono pagati 15mila euro al mese e non mi risulta che a qualcuno sia venuto in mente, vista la difficile situazione economico-finanziaria dell’azienda, di ridursi la paga».

Gli organici Loro, i lavoratori, hanno gradito, ma hanno anche chiesto chiarimenti sulle intenzioni dell’imprenditore in relazione agli organici: «Gli addetti alla produzione sono indispensabili – ha detto Agnello – mentre sul personale impiegatizio dovrà essere fatta una verifica puntuale, per comprendere bene le funzioni svolte e l’effettiva indispensabilità. Di sicuro – ha scandito – i manager attuali non rientrano nel mio progetto».

Sangemini tace La versione aziendale non c’è, perché un gentilissimo Stefano Gualdi, il direttore commerciale, spiega: «La prego di non prenderla come una scortesia, ma la Sangemini, in questa fase così delicata, preferisce evitare qualsiasi tipo di dichiarazione. Le posso solo dire che stiamo lavorando a tempo pieno per giungere ad una soluzione che rispetti la tempistica indicata nell’ultimo incontro che si è svolto in prefettura». Quindi entro venerdì? «Corretto».

 

 

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