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sabato 24 ottobre - Aggiornato alle 14:33

Sangemini, in ballo il futuro di 90 famiglie: l’appello alle istituzioni è un ultimatum

Lavoratori e sindacati in consiglio comunale: «Tempo scaduto, Regione e Governo agiscano o la lotta sarà durissima»

Quattro anni di impegni disattesi, sottoscritti, attesi, quattro anni vivendo alla giornata, con uno spettro fisso ad aleggiare sulle produzioni: lo smantellamento, l’abbandono dei siti umbri da parte del gruppo Ami. Ombre che di questi tempi, come noto, si allungano, alla luce di un ricorso sempre più massiccio alla cassa integrazione. E siccome in ballo c’è il futuro di 90 lavoratori e quindi di 90 famiglie, l’attenzione non può scendere. Il presidio di giovedì in prefettura a Terni, si è spostato venerdì al Comune di San Gemini.

Vertenza Sangemini «L’acqua è un bene pubblico, le concessioni per il suo utilizzo sono di proprietà della Regione, per questo è tempo che palazzo Donini, gli assessori Fioroni e Morani e la presidente Tesei escano dal silenzio e pretendano, insieme al Governo e a tutti i livelli istituzionali, risposte concrete, oppure un passo indietro da parte del gruppo Ami, proprietario dei marchi Sangemini e Amerino, dal cui futuro dipendono 90 famiglie del nostro territorio». Sono arrivati davvero al limite i lavoratori di Sangemini e Amerino che, nel corso dell’ennesima manifestazione organizzata prima nella piazza del Comune e poi all’interno del consiglio comunale di San Gemini, insieme a sindacati e a numerosi rappresentanti istituzionali (locali e nazionali), hanno lanciato il loro ultimatum.

Lo fogo dei lavoratori Sangemini – Amerino «Il tempo dei nostri sacrifici, dopo 4 anni di promesse non mantenute e di cassa integrazione, addirittura nel periodo estivo, quando l’acqua dovrebbe vendersi di più e non di meno, è finito – hanno affermato i rappresentanti della Rsu – Ora la palla deve passare alla politica e a chi riveste incarichi istituzionali, perché è intollerabile che una proprietà assente e indisponibile al confronto, possa tenere in pugno le sorti di una realtà industriale che da 120 anni è vanto di questo territorio, per di più lucrando su un bene pubblico, come l’acqua».

Palazzo Donini È dunque in primo luogo alla Regione Umbria, «unica istituzione assente a Sangemini» – stigmatizzano -, che si rivolgono Rsu e sindacati: «Tutti i livelli istituzionali devono fare la propria parte – hanno spiegato Flai, Fai e Uila – per questo abbiamo sottoscritto stamattina un documento da inviare al Mise, che è già stato condiviso dai sindaci del territorio, per chiedere che nella stesura del piano concordatario ci sia il totale rispetto dell’accordo del 2018, siglato proprio dalla Regione con il gruppo della famiglia Pessina. Questo – hanno aggiunto i sindacati – vuol dire totale salvaguardia occupazionale, potenziamento del settore commerciale dei marchi Sangemini, Fabia, Grazia, Amerino e Aura, salvaguardia del bacino idrogeologico e rispetto degli investimenti previsti per il completamento e l’ammodernamento degli impianti».

L’ultimatum «In mancanza di una chiara svolta la mobilitazione che abbiamo ripreso, con il presidio di ieri in prefettura a Terni e con la manifestazione di oggi qui a Sangemini è destinata a proseguire e a diventare sempre più forte – hanno avvertito Rsu e sindacati – perché non intendiamo più stare a guardare una proprietà che nella totale chiusura prosegue nella sua strada di indebolimento delle nostre aziende. Se i Pessina non sono in grado o non vogliono rilanciare Sangemini e Amerino, allora si facciano da parte».

Raffaele Nevi Non è mancato all’appuntamento il deputato di Forza Italia Raffaele Nevi: «Sono intervenuto – dice – al presidio organizzato dalle organizzazioni sindacali dei siti Sangemini e Amerino. Ho espresso la mia vicinanza ai lavoratori e alle loro famiglie pesantemente provati da una situazione di crisi che si protrae ormai da troppo tempo e che getta nella difficoltà economica intere famiglie del nostro territorio. La speranza è che il gruppo Ami la smetta di giocare sulla pelle dei lavoratori e avvii subito il piano di rilancio oppure molli ad investitori seri e che hanno voglia di investire su un marchio italiano che è ancora sinonimo di acque di qualità e salubrità. Sempre dalla parte di chi lavora».

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