mercoledì 8 luglio - Aggiornato alle 20:03

Prestiti Covid 19: in Umbria li hanno chiesti il 14,8 per cento delle Pmi

Dato lievemente superiore alla media nazionale, Cgia di Mestre: «Liquidità serve, ma lo strumento ha suscitato poco interesse»

Il 14,8 per cento delle piccole e medie imprese (Pmi) umbre hanno chiesto i prestiti garantiti dallo Stato per fronteggiare gli effetti del Covid 19. Il dato emerge dalla rilevazione compiuta dalla Cgia di Mestre sulle domande pervenute al Fondo di garanzia del ministero dell’Economia e delle Finanza che, a livello nazionale, segnala un ricorso allo strumento del credito, con le misure introdotte coi decreti Cura Italia e Liquidità, del 13 per cento nel periodo compreso tra il 17 marzo e il 25 giugno scorso.

Prestiti Covid 19 Il dato dell’Umbria è tra i più elevati, anche se «in Italia l’87 per cento degli imprenditori e dei liberi professionisti non ha ritenuto conveniente indebitarsi ulteriormente per risolvere i propri problemi di liquidità» come commenta il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo. Il maggior ricorso ai prestiti garantiti dallo Stato si è registrato nelle Marche con il 17,8 per cento, seguono Emilia Romagna con il 16,4 per cento, la Toscana con il 16,2 per cento e appunta l’Umbria con il 14,8 per cento. Nel Mezzogiorno l’incidenza più bassa: la Calabria, infatti, fa segnare l’11,1, la Sicilia l’11, il Molise il 10,9, la Sardegna il 10,5 e la Campania il 10%. Fanalino di coda a livello nazionale, invece, è il Trentino alto Adige che ha fatto segnare solo il 5,1 per cento di adesioni. Nella rilevazione della Cgia di Mestre si legge che le domande al Fondo di garanzia del Mef sono state «715.776, per un importo complessivo di finanziamenti richiesti dalle imprese pari a 41 miliardi di euro», ma tenendo conto che «i possibili fruitori ammontano a poco più di 5.460.000 unità, significa che a seguito delle oltre 715.700 domande presentate nei tre mesi, solo il 13 per cento è ricorso a questi aiuti economici».

«Liquidità serve» A spiegare i dati è Zabeo secondo cui «se i numeri sono così contenuti la responsabilità non è delle banche e nemmeno del Fondo di garanzia, ma è riconducibile al fatto che lo strumento ha suscitato pochissimo interesse tra gli imprenditori», ma non perché non ci sia fame di liquidità. «In un momento di grave crisi economica come questo, non è il caso di fare polemiche, tanto meno di accusare chicchessia di inefficienza o scarsa sensibilità nei confronti delle nostre Pmi» dice il segretario della Cgia, Renato Mason, aggiungendo che tuttavia, è necessario consentire alle aziende di ottenere la liquidità con più facilità, mettendo gli istituti di credito nelle condizioni di farlo: a parità di costi, o quasi, ma con fatturati in caduta libera, se nei prossimi due o tre mesi le piccole aziende non avranno a disposizione la liquidità necessaria per far fronte alle esigenze di ogni giorno, in autunno molte di queste non avranno la forza di rimanere aperte, con effetti occupazionali molto preoccupanti. Ricordo, ad esempio, che nelle realtà produttive con meno di 50 addetti sono occupati quasi due terzi degli addetti del settore privato».

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