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lunedì 6 febbraio - Aggiornato alle 23:46

Pnrr, le stime di Aur: «In Umbria fino a 5mila posti di lavoro all’anno». Ma le incognite non mancano

Presentata lunedì la nuova relazione dell’Agenzia dedicata all’«Umbria (e l’Italia) in transizione. Dalla crisi energetica alle risorse del Pnrr»

Un momento della presentazione

di Danilo Nardoni

A fianco del quadro congiunturale non positivo e problematico a livello nazionale e non solo in vista del 2023, c’è però anche un impatto forte che il Piano nazionale di ripresa e resilienza potrà avere sull’Umbria. E questo sarà uno dei più elevati come mette in evidenza «L’Umbria (e l’Italia) in transizione. Dalla crisi energetica alle risorse del Pnrr», titolo scelto per la nuova Relazione economico-sociale messa a punto dall’Agenzia Umbria ricerche. Una regione «in transizione» quindi, «da una crisi dentro alla quale siamo immersi a una prospettiva importante», come è stato sottolineato durante la presentazione dei risultati dell’indagine. A illustrarli la presidente della Regione, Donatella Tesei, l’assessore regionale allo Sviluppo economico Michele Fioroni, l’amministratore unico dell’Aur, Alessandro Campi, e i due ricercatori seniores dell’Agenzia, Mauro Casavecchia ed Elisabetta Tondini.

Lo studio La ricerca ha fatto quindi una simulazione degli effetti calcolando l’impatto potenziale degli investimenti programmati in Umbria nell’ambito del Pnrr a partire dal 2023 e fino al 2026 sull’economia umbra con riflessi sul piano occupazionale, sul Pil e sulla struttura complessiva della regione con maggiore efficientamento energetico e miglioramento della qualità dei servizi. A fare da contraltare al quadro recessivo paventato a livello nazionale, contribuiscono quindi gli interventi programmati dal Pnrr, che è in procinto di entrare nel vivo. «Nel 2023 si profila una nuova crisi economica – ha commentato Tesei – ma affrontarla nelle condizioni in cui si trova oggi un’Umbria più forte ci dà fiducia, anche grazie all’impatto importante che avremo grazie alle risorse del Pnrr che ci aiuterà quindi a fronteggiare sfide presenti e future. La nostra regione si è vista attribuire una percentuale di risorse tra le più alte d’Italia e ci siamo spesi per intercettarle in tutti i settori. Poi sul fronte della nuova programmazione comunitaria anche qua siamo stati la prima regione a chiudere l’accordo e quindi a mettere in circolo queste risorse».

Panorama di crisi La presidente della Regione ha poi sottolineato la «grande utilità del lavoro che sta facendo l’Aur, oltre ad altri istituti di ricerca, perché è grazie a dati come questi che poi si possono mettere in campo le strategie». «Anche per la crisi i cambiamenti oggi sono così rapidi che tanta attenzione va messa per analisi e strumenti da utilizzare» ha aggiunto. Affrontando il panorama congiunturale, l’amministratore unico dell’Aur, Alessandro Campi, ha spiegato che «nel panorama di crisi dentro il quale siamo immersi, nei primi sei mesi del 2022 Umbria ha dimostrato una resilienza non scontata». «Il 2021 – ha aggiunto – è stato un anno di netta ripresa per l’economia umbra, sia sul fronte produttivo sia su quello occupazionale, con un andamento del Pil sostanzialmente allineato a quello nazionale. L’andamento positivo è proseguito in Umbria anche nei primi mesi del 2022, grazie all’aumento della domanda interna, sia per i consumi delle famiglie sia per gli investimenti, e di quella estera. Tuttavia, il 2022 è un anno contrassegnato anche dal forte rincaro dei prezzi dell’energia, che per l’intera economia umbra si tradurrà in un aggravio dei costi stimabile in oltre 1,5 miliardi di euro».

Investimenti Ma la ricerca Aur valuta anche le prospettive. «Nel 2023 – ha spiegato Campi – si apre una partita nuova e ci sono 1,7 miliardi di euro per investimenti grazie ai quali l’Umbria potrà modificarsi strutturalmente. Alle riforme e agli investimenti che coinvolgono l’intero Paese, che avranno inevitabili positive ricadute anche a livello locale, si affiancano le azioni specificamente pianificate su base territoriale, disegnate allo scopo di innalzare la competitività di sistema. Particolarmente importanti per aggredire alcune delle croniche fragilità dell’Umbria potranno essere gli interventi finalizzati al miglioramento della viabilità, alla diffusione della digitalizzazione tra le imprese, al potenziamento della capacità scientifica e tecnologica».

Pil e Pnrr Secondo i calcoli di Aur al termine del periodo di programmazione previsto nel 2026, l’utilizzo delle risorse del Pnrr innalzerebbe il Pil umbro di 3,8 punti percentuali rispetto allo scenario base (a partire cioè dal 2022). Dati in linea, se non maggiori, con le simulazioni fatte per l’Italia dall’Ufficio parlamentare di Bilancio (quota compresa tra 2,7 e 3,2 punti percentuali, a seconda del modello utilizzato). Dal punto di vista occupazionale, nello stesso quadriennio in Umbria si attiverebbero in media 4.235 unità di lavoro ogni anno, con stime che arrivano fino a 5 mila unità, delle quali oltre il 60 per cento nel settore delle costruzioni. «Questi dati fanno capire l’effetto moltiplicatore che può avere il Pnrr per l’Umbria nel periodo 2023-2026» hanno affermato i ricercatori durante la presentazione. Risultati che tengono conto – è stato poi spiegato – dell’ipotesi che si riesca a spendere tutto lo stanziato entro il 2026. L’importo complessivo per l’Umbria a oggi è quantificabile in circa 1,7 miliardi di euro: il 20 per cento nel 2023, 30 per cento negli anni 2024 e 2025 e l’ultimo 20 per cento nel 2026. Gran parte delle risorse – ricorda la ricerca – verrà impiegata nel settore delle costruzioni, che da solo assorbe il 68% del totale. Quote residuali afferiscono ai prodotti manifatturieri e ai servizi.

Le simulazioni L’Aur ha operato anche una simulazione dell’impatto che deriverebbe dalla spesa, in Umbria, prevista nel 2023: ogni 100 euro investiti nella regione generano mediamente 92,3 euro di Pil, di cui 57,4 euro (il 62,3 per cento del totale) prodotti in Umbria (il resto va a beneficio delle altre regioni italiane) e 49,4 euro di valore aggiunto che resta in regione. Generano inoltre 36 euro di beni importati dal resto d’Italia e 16,6 euro dall’estero. Al di là dei numeri, più che le conseguenze economiche immediate prodotte da una serie di investimenti, con la ricerca presentata – è stato infine evidenziato – si vuole ricordare che l’impatto più importante generato dalle risorse del Pnrr per realizzare le opere previste è rappresentato dall’insieme di ricadute nel medio-lungo periodo a favore del sistema economico e sociale, che il modello presentato non riesce a catturare.

Le incognite Il rapporto mette in evidenza anche le criticità. «A rendere incerto il quadro di attuazione degli interventi – è stato detto -, oltre allo slittamento dei tempi di attuazione dei progetti previsti, che accomuna l’Umbria all’Italia, intervengono alcuni rischi sopraggiunti a seguito del deterioramento della congiuntura. La scarsa convenienza economica di alcuni bandi, determinata dai rincari delle materie prime, energia in primis, rischierebbe di lasciare alcuni progetti irrealizzabili (è già successo che alcune gare d’appalto siano andate deserte per questo motivo). A ciò si aggiunge la carenza di alcuni materiali che può realmente ostacolare la realizzazione di talune opere nei tempi previsti. Lo stanziamento del Governo di 9 miliardi di euro per contrastare gli extracosti e le ulteriori risorse previste per il 2023 per far fronte al rincaro dei prezzi rendono il quadro molto più complicato dal punto di vista del rispetto della tempistica, la quale di fatto sarà un parametro altamente variabile, tenendo conto delle elevate differenze di performance tra le pubbliche amministrazioni incaricate della realizzazione dei progetti».

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