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mercoledì 29 giugno - Aggiornato alle 14:03

Pellet, anche in Umbria prezzi in forte crescita e poca disponibilità: «È una vera e propria caccia»

Parlano i rivenditori umbri: costi raddoppiati rispetto allo scorso anno. Russia, Bielorussia e Ucraina decisivi per la materia prima

Pellet da riscaldamento (foto F.Troccoli)

di Gabriele Antonini

Prezzi del pellet raddoppiati rispetto allo scorso anno, costi per i rivenditori umbri in aumento del 40 per cento da qui a settembre e disponibilità del materiale nella prossima stagione inferiore del 25-30 per cento rispetto agli anni precedenti. Sono questi alcuni numeri che descrivono la situazione critica che sta vivendo il mercato del pellet in Italia e in Umbria.

Il report di Aiel Secondo i recenti dati forniti da Aiel, Associazione italiana energie agroforestali, per quanto riguarda l’Italia centrale, il prezzo medio del pellet ad aprile si aggirava tra i 5,20 e i 6,60 euro per un sacco da 15 kg, un euro in più rispetto alla media dello scorso anno. Tuttavia, questi numeri difficilmente riescono a descrivere in maniera veritiera la situazione attuale. A un mese di distanza dal quadro delineato da Aiel lo scenario è sicuramente cambiato in negativo: i costi per i rivenditori sono infatti continuati a crescere, così come sono aumentati per gli stessi le difficoltà nell’approvvigionamento del prodotto. Inoltre, per i pochi rivenditori che riescono ad avere una disponibilità immediata del materiale, i prezzi attuali si aggirano tra i 7 e gli 8 euro al sacco, più o meno il doppio rispetto alle cifre dello scorso anno.

Brunori Alessandro & C. Secondo quanto spiegato a Umbria24 da alcuni rivenditori di pellet del Perugino, il principale problema che si riscontra è quello legato alle difficoltà nel reperimento del prodotto sul mercato e, quel poco che si riesce a trovare, viene acquistato a prezzi ben superiori rispetto a quelli di qualche settimana fa. Secondo la Brunori Alessandro di Torchiagina, azienda che si occupa da sempre di distribuzione di pellet, a oggi la vera domanda da porre a chi vende questo materiale non è tanto in merito al suo costo, ma alla sua effettiva disponibilità. «Tra i rivenditori – spiega Giuseppe Brunori – c’è una vera e propria caccia al pellet, il consiglio per i clienti è di approfittare e comprare adesso perché i prossimi mesi si prospettano sempre più bui».

La dipendenza italiana La situazione per quanto riguarda il pellet in Italia e in Umbria è quindi molto critica e può trovare delle analogie con quelle del gas: l’Italia, infatti, rappresenta il maggior consumatore di questo prodotto per uso residenziale a livello europeo; ogni anno nel nostro paese ne vengono consumate circa 3,4 milioni di tonnellate di cui circa il 90 per cento è importato, soprattutto da paesi del Centro e dell’Est Europa come Slovacchia, Repubblica Ceca, Croazia e Austria. Sebbene questi paesi non siano direttamente coinvolti nella guerra, la materia prima da cui deriva il pellet, cioè gli scarti della lavorazione del legno, proviene in gran quantità proprio da Russia, Bielorussia e Ucraina, paesi che ormai hanno azzerato le esportazioni verso l’Europa. La mancanza di materia prima quindi provoca danni irreparabili già a partire dalle prime fasi della filiera. A peggiorare questa situazione, nelle ultime settimane, i paesi produttori dell’Est Europa hanno deciso di limitare fortemente le loro esportazioni verso l’Italia a causa dell’enorme crescita della domanda del materiale nel proprio mercato interno e dell’aumento della richiesta proveniente dagli altri paesi europei. Infatti, per alcuni di questi è in genere più facile accedere a prezzi di franco fabbrica più alti rispetto all’Italia, per via del minor costo di trasporto e dell’aliquota Iva più bassa sul pellet: mentre in Italia si attesta al 22 per cento, in Germania è del 7 per cento, in Francia è del 10 per cento, in Svizzera dell’8 per cento, in Croazia del 13 per cento. Quindi la minor quantità di pellet che viene importata nel nostro paese viene acquistata dalle aziende italiane a un prezzo molto più alto a causa dei maggiori costi connessi alla filiera, su tutti quelli legati al traporto e i costi di produzione dovuti al rincaro dei prezzi della benzina e del gas.

Confcommercio Secondo Confcommercio Umbria, questa situazione era già abbastanza prevedibile proprio a causa della forte dipendenza italiana dagli altri paesi europei sia per la produzione che per l’approvvigionamento di pellet. Se nelle ultime settimane c’è stato per le aziende distributrici un aumento consistente del costo del materiale, a partire dalla prossima stagione, nei mesi di settembre e ottobre, si prevede una crescita ulteriore fino al 40 per cento rispetto ai costi attuali. Le dirette conseguenze per il consumatore (migliaia sono le famiglie umbre che, in queste settimane, stanno cercando di acquistare i preziosi sacchi) saranno un incremento del prezzo del prodotto all’acquisto, oltre che la sempre minore probabilità di reperirlo.

Subasio petroli Le stesse preoccupazioni sono espresse da Pietro Fanini, direttore amministrativo di Subasio petroli, azienda che si occupa principalmente dello stoccaggio e della commercializzazione di prodotti petroliferi, ma che storicamente distribuisce anche legna da ardere e pellet. Secondo Fanini, se il trend è questo, difficilmente potrà esserci materiale per tutti: «Già a oggi – dice – le aziende della piccola e della grande distribuzione non possiedono pellet nell’immediato. Rimangono gli operatori del settore che hanno contatti storici, ma anche per noi la situazione non è facile, infatti il nostro produttore storico italiano da cui ci riforniamo, ci dà un terzo del prodotto a cui eravamo abituati, così siamo stati costretti a rifornirci da intermediari italiani che importano da produttori esteri».

Lo squilibrio nel mercato Inoltre un’altra problematica che è emersa riguarda l’impossibilità di poter garantire un equilibrio tra domanda e offerta. Infatti la richiesta di pellet da parte dei consumatori continua ad aumentare: molti cittadini hanno deciso, già a partire dall’anno scorso, di seguire una via alternativa rispetto a quella del gas per il riscaldamento della propria abitazione. «Il programma di incentivi dello Stato attuato nel corso degli ultimi anni – e intensificato negli ultimi mesi – per l’acquisto di nuove caldaie a pellet – dice Brunori – rappresenta oggi un cane che si morde la coda. Infatti, moltissima gente ha deciso di smontare gli impianti precedenti per inserirne di nuovi a pellet e oggi, data la quasi assenza di produttori italiani, si trova di fronte a prezzi che non sono mai stati così alti, con il rischio tra l’altro, di non avere materiale a disposizione per riscaldarsi nella prossima stagione».

Tutto a danno del consumatore Anche Fanini sottolinea il trend per quanto riguarda l’aumento delle vendite di caldaie e stufe a livelli mai avvenuti prima, con conseguenze dirette sulla domanda di pellet. «Per la mia azienda – aggiunge – la richiesta del prodotto è più che quadruplicata rispetto allo scorso anno, ma questa è una domanda falsata dal fatto che il numero dei rivenditori è diminuito drasticamente». Il rischio, a cui già si sta andando incontro, è che si possa creare una situazione di oligopolio a livello locale: i pochi rivenditori di pellet che rimangono possono permettersi di vendere il prodotto a un prezzo ben superiore, a causa della limitata concorrenza nel mercato attuale, ovviamente tutto a danno del consumatore finale.

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