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Montedoglio allacciato al Trasimeno. Zurli: «Acqua a Castiglione entro l’anno. Ecco cosa cambierà»

L'allaccio idrico tra la diga di Montedoglio e il lago Trasimeno è realtà. I lavori di canalizzazione verranno illustrati in un incontro pubblico che si terrà sabato 19 maggio alle 15 al teatro Mengoni di Magione

Il lago Trasimeno

di Giacomo Chiodini

L’allaccio idrico tra la diga di Montedoglio e il lago Trasimeno è realtà. I lavori di canalizzazione sono stati recentemente completati e verranno illustrati da tecnici ed esperti in un incontro pubblico che si terrà sabato 19 maggio alle 15 al teatro Mengoni di Magione. Un’occasione di confronto sul funzionamento di una delle più ambiziose opere idrauliche realizzati negli ultimi anni. Ne parliamo con Diego Zurli, architetto e direttore dell’Ente irriguo umbro toscano, l’organismo che ha seguito tutte le fasi dei lavori e che gestisce la diga di Montedoglio sul fiume Tevere.

Architetto Zurli, finalmente si sono conclusi i lavori. Cosa cambierà rispetto al passato?
«Almeno tre cose. L’opera consente di eliminare progressivamente tutti i prelievi irrigui dal bacino del Trasimeno – migliorando così il bilancio idrologico del lago – iniziando dalle reti pubbliche realizzate dalla Regione negli anni ’70-’80, come aveva raccomandato il professor Arredi negli anni ’50 quando fu realizzato l’ampliamento del bacino imbrifero dopo la grande crisi idrica. Il collegamento può ovviamente essere esteso anche alle reti private. In secondo luogo l’alimentazione irrigua di vaste aree crea le condizioni per l’affermazione di una agricoltura moderna e produttiva e, nel contempo, consente di sviluppare alcune delle condizioni di sistema indispensabili per l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo rurale sostenibile e multifunzionale. Infine, sulla base delle previsioni del Piano regolatore regionale degli acquedotti, l’opera permetterà nel futuro di sostituire le attuali fonti di alimentazione degli schemi incrementando nel contempo la dotazione idrica complessiva, migliorando l’efficienza e riducendo le criticità del sistema».

Alcuni ritengono che lo stato della diga dopo l’incidente vanifica lo sforzo dell’opera di canalizzazione verso il Trasimeno. Cosa c’è di vero e quando tornerà a pieno regime la diga?
«Ovviamente si tratta di una sciocchezza. Se così fosse, avremmo alcuni comuni, tra cui Arezzo, senz’acqua e gli agricoltori con i forconi in mano. Per recuperare l’intera capacità di accumulo della diga prima del cedimento dello sfioratore – pari a 145 milioni di metri cubi rispetto all’attuale possibile accumulo di circa 85 milioni – occorrerà invece un po’ di tempo. L’intervento in se stesso potrebbe essere realizzato in poco tempo. Prima di poter procedere alla demolizione ed alla successiva ricostruzione, ci sono però adempimenti e procedure da rispettare ed esigenze di carattere giudiziario da considerare. L’attuale volume d’invaso, siccità permettendo, è tuttavia più che sufficiente a soddisfare le esigenze attuali e quelle dei prossimi anni».

Oltre all’aspetto agricolo, le condotte verso il lago possono compensare nei casi di piena. Un protocollo stilato tra le regioni Umbria e Toscana parla di possibili immissioni dirette di acqua da un invaso all’altro: è fantascienza o realtà? E quanti centimetri potrebbe guadagnare il lago in una settimana di “immissione straordinaria”?
«Questa è una possibilità contemplata dal protocollo d’intesa sottoscritto dalle due regioni: quindi la risposta è certamente affermativa. Tuttavia per poter effettuare un’operazione come questa occorre affrontare diversi problemi tra cui quelli di ottenere una concessione di derivazione evitando, ad esempio, di entrare in conflitto con interessi e diritti già acquisiti come quelli idroelettrici. L’acqua non è una risorsa pubblica che chiunque può utilizzare a proprio piacimento. Ripeto, entro certi limiti e a determinate condizioni si può fare, ma occorre studiare con attenzione la strada migliore per raggiungere questo obiettivo perché altrimenti l’insuccesso è assicurato. Quanto all’apporto è difficile fare una stima settimanale perché dipende da diverse condizioni. Tuttavia, come ha messo in luce lo studio dei professori Ubertini e Manciola sul collegamento del serbatoio del Chiascio al Trasimeno il beneficio in termini di riequilibrio ideologico è apprezzabile in termini pluriennali».

Montedoglio: Roberto Vasai (presidente Provincia Arezzo), Vincenzo Ceccarelli (presidente commissione Ambiente Toscana), Fernanda Cecchini (assessore Umbria), Diego Zurli (direttore Eiut) e Gianni Salvadori (assessore Toscana)

I privati potranno utilizzare l’acqua della diga di Montedoglio per fini agricoli? Questa possibilità che tipo di costi avrà?
«I privati, tramite le reti pubbliche della Regione nei distretti irrigui nord gestiti dalla Comunità Montana, utilizzano l’acqua già dall’anno scorso nei comuni di Tuoro e Passignano sul Trasimeno. Quelli a sud, nel comune di Castiglione del Lago, utilizzeranno l’acqua già da quest’anno, non appena la Comunità Montana avrà completate le opere di interconnessione con le reti di adduzione realizzate. Per quanto riguarda i costi non so dare una risposta perché noi ci limitiamo a fornire l’acqua al gestore delle reti che poi fattura all’utente finale. Tuttavia, sulla base di quanto ho appreso dalla stampa, l’anno scorso per effetto del collegamento alle reti realizzate il costo all’utenza è stato ribassato del 10%. Quest’anno, una volta collegate le altre reti, il costo probabilmente potrà ulteriormente ribassarsi perché il l’acqua di Montedoglio ha un costo più basso dell’energia necessaria al sollevamento. Se fosse veramente così, in un periodo in cui tutto aumenta, ridurre il costo dell’acqua per gli agricoltori sarebbe un risultato di cui essere soddisfatti ed orgogliosi».

A quando il sollevamento delle tre pompe ancora attive sul lago, il cui pompaggio sarà sostituito dall’acqua toscana?
«Dopo le stazioni di sollevamento di Tuoro disattivate nel 2011, quest’anno dovrebbero essere disattivate anche quelle di Castiglione del Lago. Consiglierei tuttavia alla Comunità montana, gestore delle reti, di lasciarne almeno una per stazione da utilizzare in caso di emergenza».

Il lago Trasimeno, a suo giudizio, potrà raggiungere una tendenziale stabilizzazione del livello delle acque?
«Certamente sì ma – come ha tra l’altro efficacemente sintetizzato lo stesso Piano stralcio Trasimeno dell’Autorità di bacino del Tevere – la soluzione al problema va ricercata nella sommatoria di una molteplicità di scelte e di comportamenti individuali, collettivi ed istituzionali, ognuno dei quali contribuisce a farsi carico di una parte, anche piccola, della questione fondamentale che era ed è la messa a punto di un appropriato modello di governo di questo delicato ecosistema. Dobbiamo soprattutto toglierci dalla testa che esistono soluzioni magiche o miracolose in grado di risolvere come d’incanto tutti i problemi, veri o presunti. Noi abbiamo affrontato e contribuito alla soluzione di un pezzo del problema: quello dei prelievi irrigui. Personalmente, più che alla soluzione del predetto problema, preferisco associare il progetto all’idea di opportunità: quella che può nascere ed affermarsi – ad esempio – puntando ad un nuovo modello di sviluppo rurale multifunzionale e sostenibile. Ma c’è un’altra cosa».

L'invaso di Montedoglio

E cioè?

«Soprattutto vorrei che si smettesse una volta per tutte di tirare fuori la favola del lago malato ogni volta che il Trasimeno si abbassa di qualche centimetro: questo modo di rappresentare uno straordinario ecosistema come il nostro lago è innanzitutto una sciocchezza sotto l’aspetto scientifico e, nel contempo, produce di sicuro parecchi danni. Ciò che per pigrizia o altro siamo abituati a considerare come un limite (un ecosistema in cui ambiente palustre e lacustre convivono insieme) può diventare il generatore – anzi il moltiplicatore – di nuove opportunità di sviluppo in un’ottica di sostenibilità ambientale».

In ultimo, quanto sono costati complessivamente i lavori e come mai tanti ritardi accumulati?
«L’intero schema, diga compresa, è costato circa 600 milioni di euro. Cifra ricavata ovviamente rivalutando tutti i costi sostenuti a partire dall’inizio della costruzione delle opere intorno alla metà degli anni ’70. Non so se questa è l’opera idraulica più grande realizzata in Italia negli ultimi 20 anni: sicuramente, considerati i numerosi problemi di approvvigionamento idrico che ha risolto in questi anni in Umbria e in Toscana e quelli che risolverà nel prossimo futuro è probabilmente tra le più utili. Realizzare opere come queste non è cosa semplice in un paese come il nostro. Spesso è un problema di risorse che non è facile ottenere con la necessaria continuità. Nel nostro caso tutto sommato non è andata male se si pensa che nel 2003-2004 la rete di adduzione primaria si trovava a nord di Arezzo con una fresa bloccata dentro una montagna a causa del fallimento di un impresa appaltatrice. In circa otto anni abbiamo attraversato tutta la Valdichiana, abbiamo aggirato il Trasimeno e siamo arrivati con le reti in prossimità dei laghi di Chiusi e Montepulciano. Considerata l’importanza e la complessità delle opere realizzate, sono molto contento di ciò che siamo riusciti a fare».

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