sabato 25 maggio - Aggiornato alle 15:15

L’edilizia svuota le cave e riempie le discariche. Serve una sterzata verso un’economia verde

Giovanni Ruggiero analizza la situazione del settore cave in Umbria alla luce dei dati recentemente diffusi dal Corpo forestale dello Stato, in special modo sulla quantità di inerti che finiscono in discarica

Cave attive e dismesse in Umbria

di Giovanni Ruggiero

Lo sapevate che solo in Italia la quasi totalità dei rifiuti da costruzione è conferita in discarica? E’ quanto si evince dalla lettura della Relazione del Corpo Forestale dello Stato sull’attività delle cave per il 2011. Insomma, il 91% della produzione di rifiuti da costruzione e demolizione va ad accrescere il triste spettacolo delle discariche od il fumo acre degli inceneritori. In Olanda solo il 10%, in Gran Bretagna il 55%, in Danimarca il 19%, in Belgio il 13% e cosi via, con un notevole dimensionamento del consumo del territorio e un abbattimento dei costi di costruzione grazie al riciclo degli inerti, che ricordiamo per il 60% costituiti soprattutto da ghiaia, sabbia ed altri materiali per il cemento.

Ed in Umbria? Nel volume relativo alla “Gestione dei rifiuti nelle regioni italiane” alla voce Umbria si può leggere: «Le rilevanti quantità di rifiuti sono rappresentate per la maggior parte da attività di costruzione e demolizione, che vengono trattati in impianti di frantumazione di inerti e recuperati». Peccato poi che subito dopo si aggiunge: «Tali rifiuti da inerti una volta trattati finiscono poi in discarica, sia per operazioni di capping periodico, che per copertura finale. Queste quantità superano in alcuni casi i quantitativi di rifiuti smaltiti nelle stesse discariche».

Ora, appare alquanto singolare, ma comprensibile, il sollevar di scudi di alcune testate giornalistiche locali (conflitto tra le ragioni della libera stampa e quelle dell’editore di riferimento?), sindacati del settore ed imprenditori o associazioni di categoria che denunciano «una immagine distorta» data alla questione cave, «una generale sottovalutazione della gravità della crisi che colpisce l’edilizia», il rischio concreto di mobilità «per decine di migliaia di lavoratori occupati nel settore». Ed è ancor più singolare che di fronte ai sacrifici richiesti a vario titolo alle famiglie, ci si limita ad indicare che il settore, che pur rappresenta una quota rilevante del PIL regionale, versa ogni anno circa 2 milioni di euro quale contributo di tutela ambientale, quando la salvaguardia dell’ambiente e il rilancio della filiera Ambiente-Turismo-Cultura vale molto di più di tale contributo o quando dati alla mano, si documenta che in altre regioni il contributo versato è più alto. Senza sottovalutare il cittadino comune, che nella bolletta rifiuti, ad una attenta lettura, può verificare un provinciale tributo ambientale pari al 5%, accanto ad una non più giustificabile addizionale ex ECA del 10%. Limitandosi al solo contributo ambientale del 5% e moltiplicandolo per una TARSU di circa 300 euro annui, ci si accorge che i circa 380.000 nuclei familiari presenti in Umbria (www.comuniitaliani.it), a monte di un peso in discarica decisamente minore dei rifiuti urbani abitativi rispetto agli inerti e ad altri rifiuti speciali, pagano tre volte il contributo delle imprese alla tutela ambientale.

Non sembra neppure che il settore fosse immune anni addietro da infrazioni alla tutela ambientale, se nel sito della Camera è riportato da un decennio un intervento assai significativo di una audizione dell’allora Prefetto di Perugia Gianlorenzo Fiore: «Nell’ambito delle attività svolte sono emerse, a più riprese, irregolarità sia amministrative, sia penali regolarmente perseguite e segnalate alle competenti autorità giudiziarie. Tra i fenomeni che alimentano l’abusivismo in provincia è sicuramente da annoverare il sisma e la necessità di smaltire ingenti quantità di materiali inerti provenienti dalle demolizioni evitando il pagamento dei relativi lavori».

E non vale il richiamare la legge regionale n.2 del 2000, poiché l’ambiguo «l’esercizio dell’attività estrattiva è comunque subordinato all’accertamento e conseguente mitigazione o compensazione degli impatti causati dall’attività di cava all’ambiente e al territorio», del comma 6 dell’art.5 lascia eccessivi dubbi interpretativi, relativamente ad una effettiva tutela delle aree più critiche che si vorrebbero salvaguardare.

Cosa significa questo? Che non si deve più costruire? No. Ma, che lo si deve fare con un maggior buon senso. Sul come fare, è la stessa Relazione del CFS a suggerirne tutte le tappe: favorire una moderna filiera del riciclo, anche in previsione dell’attuazione della Direttiva UE 98/2008 che indica nel 2020 il limite massimo nel quale assicurare almeno il 70% del riciclo dei rifiuti inerti. Ed in una regione che, nella Relazione programmatica di insediamento della propria Presidente, ha indicato la green economy quale faro da seguire per rilanciare lo sviluppo in armonia con l’habitat, il concretizzare più rapidamente gli stessi obiettivi del recupero stabiliti dall’art.18 della stessa legge regionale del 2000 è quanto meno da considerare un coattivo vincolo di politica economica.

Se le stesse imprese che conferiscono in discarica assumessero più fattivamente in proprio la gestione del riciclo ci troveremmo alcuni benefici non da poco: minor movimentazione terra e di conseguenza minor inquinamento; salvaguardia dell’ambiente e, cosa non irrilevante, materia prima in eccedenza e tale da poter comprimere i costi e proporre immobili a prezzi più vantaggiosi.

Una replica a “L’edilizia svuota le cave e riempie le discariche. Serve una sterzata verso un’economia verde”

  1. ettore ha detto:

    Effettivamente questi dati ci dicono che il numero di cave da noi è enormemente elevate.
    Giusto l’obbligo per i costruttori al riciclo e quindi un miglior utilizzo delle risorse.
    Ove poi la cosa non fosse più possibile, si potrebbero incentivare/obbligare i gestori di questi siti ad un loro biorisanamento come ad esempio la trasformazione in habitat per gli uccelli acquatici.
    Si creerebbe così un circolo virtuoso in grado di creare anche posti di lavoro.

    Saluti

    Ettore

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