sabato 7 dicembre - Aggiornato alle 03:47

Le tasse degli umbri sono destinate a crescere. Ecco perché l’Umbria è finita sotto la lente di Moody’s

Dall'analisi dei principali indicatori macroeconomici, Giovanni Ruggiero ripercorre le ragioni che hanno portato l'agenzia di rating Moody's di recente a mettere sotto osservazione, tra gli altri, i conti della Regione. E prefigura gli scenari futuri

 

 

 

di Giovanni Ruggiero

La decisione delle maggiori società di rating di monitorare attentamente l’andamento delle variabili economiche dell’Umbria potrebbe risultare un atto dovuto, conseguente all’allarme lanciato sui conti del sistema Paese. In realtà, sottintende l’analisi nei punti più criticamente analitici del dato sintetico nazionale, sia in positivo, sia in negativo.

In quale parte del diagramma si trova ora l’Umbria? Nella sintesi di rating, tra la AA3 di Moody’s e la A+ di Standard&Poor’s (stessa valutazione di Fitch per Perugia), che sottintendono una qualità medio-alta dei titoli di debito emessi dalla regione ed evidenziano l’Umbria quale pagatore affidabile. Certo, fondamentale è il rating del Paese (AA2, migliore di quello dell’Umbria stilato da Moody’s), anche perché è il garante di buona parte del debito umbro, venendo meno il quale non necessariamente quello umbro deve scivolare in una valutazione di downgrade. Lo dimostrano i rating di Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Veneto, tutti migliori di quello umbro ed in alcuni casi (Lombardia e Trentino) anche di quello nazionale.

Ma, uno dei motivi del differenziale dei tassi interregionali sta in questa seppur labile, minore affidabilità. E, dunque, da cosa dovrebbero arrivare le preoccupazioni sul rating e perché l’Umbria è all’interno di uno sparuto drappello di “osservati speciali” (23 enti) da parte delle principali società di rating del mondo? Soprattutto per il proprio debito pubblico locale assommante a 1,811 miliardi (era 1,949 miliardi nel 2007), anche se in contrazione progressiva più sostenuta che altrove (-3,3% sul 2009, contro una media Italia -0,4%).  Calcolando un tasso bancario umbro del 5,32% (marzo 2011) è facile capire che si generano ogni anno quote di interessi passivi intorno ai 100 milioni di euro, circa 130 euro per abitante. Quote destinate a crescere se le principali agenzie di rating del mondo dovessero esporre il pollice verso sui conti pubblici umbri. Complessivamente, la spesa pubblica pro-capite in Umbria vale poco meno di 4.000 euro, il 20%-25% più alto rispetto alle altre regioni a statuto ordinario (RSO). Molto è ancora eredità del terremoto, ma finanziato per il 36,6% (oltre 660 milioni) con titoli emessi all’estero, contro un 15,3% di media delle altre RSO. Questo potrebbe essere il pacchetto più sensibile a variazioni di affidabilità da parte delle principali società di rating.

Molti economisti ritengono che una valutazione accurata del deficit, però, non possa non tener conto anche delle attività patrimoniali e delle variazioni di quest’ultime al variare dell’indebitamento. In sintesi, se le attività patrimoniali si contraggono, può voler dire che una parte del patrimonio è stato venduto per ripianare il debito, poiché per legge non è consentito con tale operazione finanziare la spesa corrente. Di conseguenza, il debito dovrebbe seguire in discesa il venir meno del patrimonio.

Dai consuntivi di bilancio dell’ente Regione, in realtà, possiamo verificare una situazione ben diversa: tra il 2007 e il 2009 il conto del patrimonio dell’ente Regione ha visto ridursi l’immobilizzato (da 634 a 591 milioni) ma anche crescere il debito in maniera esponenziale. Nel 2007 circa 2,097 miliardi erano i debiti di competenza dell’esercizio, mentre 2 anni dopo sono cresciuti di mezzo miliardo, per arrivare alla cifra di 2 miliardi 556 milioni 719 mila e 339 euro. Il risultato della gestione operativa (ossia il differenziale tra proventi derivanti dalle attività proprie regionali e i costi relativi), che nel 2007 era positivo per più di un milione di euro, è divenuto negativo per quasi 28 milioni, contribuendo a raddoppiare  la “invalidità” del risultato economico (da -59,5 milioni a -100,3 milioni). Tutto questo nonostante che, al di là della proclamata invarianza di gettito, l’attivo circolante sia passato da 2,67 miliardi a 3,045. In quell’attivo ci sono per la maggior parte crediti verso lo Stato e i contribuenti, insieme a liquidità derivante dal gettito tributario imposto ai cittadini. I proventi della gestione, che in gran parte allocano le entrate tributarie proprie, sono passati da 1,729 miliardi del 2007 a 1,874 del 2009 e si prevedono a 1,830 per il 2011, per l’indubbia frenata dei consumi e il venir meno di quote importanti di compartecipazione all’IVA.

Del resto, la scelta scellerata di un federalismo fiscale che non federa e che trasferisce competenze alle autonomie locali senza individuare fonti di reddito certe, impone di rivedere tutti i parametri erariali al rialzo. Per questo è bene vedere dove poter risparmiare senza deteriorare eccessivamente la qualità della vita sociale. Perché c’è da aggiungere ai debiti dell’ente regione anche quelli di comuni e province, che hanno emesso obbligazioni tra il 2002 e il 2008 rispettivamente per 232 e 27 milioni, prima che leggi dello Stato venissero a contrastare il fenomeno in pericolosa espansione.

Un quadro d’insieme necessita, naturalmente di un approfondimento sulle potenzialità e i punti di forza economici a sostegno degli impegni di spesa: lavoro, export, pil, ricchezza complessiva, credito, commercio, capitale umano e finanziario, ecc. ecc. Cosa che ci ripromettiamo a breve di effettuare. Se la crescita delle variabili macroeconomiche reali e monetarie  avviene in modo sostenuto, non ci sarà alcun downgrade. Viceversa, saremo costretti a rivedere al ribasso le nostre capacità di accumulazione del risparmio. In altre parole più tasse (nazionali e locali) per tutti.

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