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Lavoro, la riforma mette a rischio la tenuta sociale dell’Umbria. Art.18? Il vero problema è il malaffare

di Giovanni RuggieroPer l’Umbria la presenza massiccia di imprese in crisi e di pubblici dipendenti diverrà una miscela esplosiva, che non potrà non debordare mettendo a rischio la tenuta della coesione sociale

 

 

 

Il ministro del Lavoro Elsa Fornero

 

 

di Giovanni Ruggiero

Sono quasi 10.000 i lavoratori umbri che debbono temere nell’immediato dal nuovo testo sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Tanti sono infatti i cassintegrati che mediamente sono stati contabilizzati dall’INPS tra il febbraio del 2012 e lo stesso periodo dell’anno precedente. Varrà la pena sapere che oltre 6.000 sono lavoratori con cassa integrazione in deroga, ossia una fattispecie non più prevista dal nuovo assetto normativo predisposto dalla ministro Fornero e benedetto dal governo Monti, pur se con qualche sparuta voce di dissenso. Dopo il colpo sulle pensioni è il più grave attacco ai diritti dei lavoratori in nome di una riforma che, vedi quella sull’istruzione, non ha alcuna possibilità di rimettere in movimento l’economia, semmai vanta il presupposto di condannare il Paese alla recessione-depressione fino al 2014, far colare a picco i consumi, determinare la fine non solo dello Stato sociale ereditato dagli anni ’60 ma segnare la rivincita definitiva del Capitale sul Lavoro.

Il problema del pubblico Basta guardare le previsioni tracciate da Confcommercio, che non prevedono crescita prima del 2014. Ma ai 10.000 lavoratori in Cig, in Umbria, se ne possono aggiungere altri novemila, addetti di imprese a controllo pubblico (Ministeri, Regione ed EE.LL.) ai quali  vanno estesi i meccanismi dell’art.18 novellato. Il ministro Patroni Griffi dichiara che ciò non avverrà subito, ma non che non avverrà mai. Questo perché pur salvaguardando il ruolo sociale dell’intervento pubblico (sanità, istruzione ecc.), la nuova disciplina ha le sue basi nel D.Lgs 29/1993, che ha contrattualizzato (privatizzato) il rapporto di pubblico impiego, fino al D.Lgs. 165/2001 che prevede equiparazione tra pubblico e privato, checché ne dicano Bonanni e Angeletti. Tant’è che vi sono sentenze giurisprudenziali (basta cercarle con Google) orientate in tal senso.

PUBBLICO IMPIEGO, GLI ADDETTI IN UMBRIA

La bugia Perché tale bugia? Perché si vuole impedire una saldatura tra i milioni di lavoratori del settore privato con i 3,5 milioni di lavoratori del pubblico impiego, che farebbe fare un salto di qualità (ma soprattutto di quantità) alla protesta. Il rischio è la paralisi del Paese, aggiunta alla protesta di agricoltori e autotrasportatori. Di questo si ha paura e per questo si corre a rassicurare. E’ una riforma fattibile quella che invece di estendere le tutele a tutti i lavoratori e a tutte le tipologie del lavoro le toglie a chi ce le ha? In cambio di ammortizzatori sociali senza copertura e con un periodo che passa da 3-4 anni a solo un anno, dopo di che tanta speranza? E’ pensabile un apprendistato senza salario minimo di ingresso? E per un periodo di 3 anni? Chi impedirà alle imprese di disfarsi di quei lavoratori meglio pagati per assumerne altri a costi più bassi, il sano spirito del capitalismo o la mano invisibile di Adam Smith?

I problemi sono corruzione e malaffare Questa riforma del lavoro creerà tensioni sociali, aumenterà i conflitti ma anche i disoccupati o se volete gli inoccupati, le precarietà e le ingiustizie. Se si voleva incentivare il lavoro in ingresso bastava abbattere gli oneri sociali e premiare le imprese che assumevano. Bastava ridurre il carico fiscale sulle imprese e sul lavoro. Solo così si inverte la tendenza, si crea ricchezza e consumi, competitività ed occupazione. Gli investimenti mancano non perché sono alte le tutele del lavoro ma perché sono forti corruzione e malaffare; tutele che per inciso risultano molto più alte in tutta l’Europa con eccezione di Inghilterra e Svezia. Si parla di modello tedesco. Si dimenticano due o tre cose fondamentali di tale modello: compartecipazione dei sindacati alle scelte aziendali (Marchionne ci sei?), compartecipazione agli utili dei lavoratori, salari mediamente più alti (un  metalmeccanico tedesco prende circa 2.700 euro contro i 1.200-1.400 di un italiano), reintegro al lavoro deciso da un giudice per i licenziamenti economici. In Germania, come si vede, è molto più difficile licenziare che in Italia.

CASSA INTEGRAZIONE, LE STIME DELLA UIL

La ricchezza non crescerà Oggi il nuovo testo di legge permette di notificare il licenziamento economico senza reintegro e con autocertificazione del datore di lavoro, sia per delocalizzazione dei servizi o delle produzioni sia perché l’introduzione di un macchinario ha reso obsoleto il ricorso alla presenza del lavoratore. Si vuol far credere che così si alzerà la produttività. Ma la produttività è il frutto del rapporto tra quantità totale di prodotto e quantità dei fattori e dei processi. In Germania si innova e si incrementa il fattore Capitale, in Italia si raschia il barile sul versante del fattore Lavoro. La ricchezza complessiva così non crescerà, perché le ricette italiane non hanno niente di nuovo ma tanto di già visto (ricordate il 1929?).

A rischio la tenuta sociale Poi, c’è il tema dei rendimenti di scala. E’ noto dalla ricerca empirica che rendimenti decrescenti e prodotti marginali si riferiscono alle variazioni dell’output (il prodotto) connesse ad un incremento di un fattore quando le quantità impiegate di tutti gli altri fattori rimangono costanti. Ebbene i «professori-tecnici» ben sanno che l’impiego del solo fattore Lavoro senza che intervengano innovazione, ricerca, internazionalizzazione, senza che il fattore Capitale cresca, ha come unico risultato un incremento del prodotto con andamento meno che crescente. I lavoratori più anziani si ammalano più spesso, si infortunano più facilmente, si stancano prima. Chi può credere che senza l’art.18 questi saranno salvaguardati? E per l’Umbria la presenza massiccia di imprese in crisi e di pubblici dipendenti diverrà una miscela esplosiva, che non potrà non debordare mettendo a rischio la tenuta della coesione sociale.


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