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mercoledì 28 settembre - Aggiornato alle 03:05

I ristoratori tornano all’attacco delle sagre: «Subito nuove regole o riconsegnamo le licenze»

di Daniele Bovi
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«Domenica chiudo la pizzeria e devo licenziare quattro persone, quattro padri di famiglia. E’ come se licenziassi me stesso». A parlare è Salvatore Carrubba, titolare di un ristorante-pizzeria nel quartiere perugino di Ferro di Cavallo: «Non ce la faccio più a pagare le tasse, sono costretto a licenziare quattro padri di famiglia e terrò aperto solo il ristorante». Carrubba è uno dei ristoratori che giovedì mattina a Perugia si sono dati appuntamento per protestare contro la mancata approvazione, da parte della Regione e di moltissimi comuni, di nuove regole per le sagre. Eventi che, sono tornati a tuonare i ristoratori in una nuova conferenza stampa un anno esatto dopo quella del maggio 2012, «fanno concorrenza sleale». E ora promettono di restituire simbolicamente le licenze e di trasformarsi in club privati: «Così non paghiamo le tasse».

Sagre nel mirino Nel mirino non finiscono però tutti gli appuntamenti che ci sono in regione ma solo quelli che palesemente non promuovono alcun prodotto tipico né sono agganciate a tradizioni o valorizzano territori ma che, dice Federico Fiorucci di Confcommercio, «fanno solo somministrazione di cibo a cielo aperto. Noi non siamo qui – dice – a fare gli anti-sagre o gli antagonisti, ma dobbiamo combattere contro quelle della Nutella, dello stinco bavarese, del pesce sfilettato e della macedonia. Fra le maglie della legge si sono infilate centinaia di manifestazioni». Secondo i numeri forniti giovedì da Confcommercio e Confesercenti in Umbria questi eventi sono ormai 700 per un totale di oltre seimila giornate «gastronomiche». «Pensate – aggiunge Fiorucci, presente insieme ad Aldo Amoni, presidente della Fipe, al vicepresidente Tomamso Barbanera e ad Alvaro Burzigotti, numero uno di Confesercenti Umbria – che ognuna di queste ha 3-400 posti a sedere, che dura magari 15 giorni e che non paga il personale: pensate alla spesa media e moltiplicatela per il numero delle persone che ci vanno. Tutti questi utili dove vanno? Come vengono spesi?».

Trasparenza e regole Anche su questo i ristoratori esigono trasparenza così come chiedono risposte rapide alle istituzioni. «Manca la volontà politica – attacca Aldo Amoni, presidente della Fipe-Confcommercio – di approvare leggi e regolamenti. Alcuni sindaci l’hanno fatto, altri se ne fregano. Perché? Su 700 sagre 400 non dovrebbero farsi». Il sospetto è quello che molti sindaci non vogliano andare a intaccare potenziali bacini elettorali imponendo regole più rigide. La vecchia norma della Regione è ferma al 1998, mentre sui territori solo alcuni comuni hanno dato il via libera ai regolamenti. Allo scopo di avere chiarimenti le associazioni hanno scritto a tutti i primi cittadini dell’Umbria ai quali, in un incontro pubblico, vogliono chiedere i perché della mancata approvazione dei regolamenti: «Non devono dirlo ai giornali – spiega Amoni – devono venire a dircelo in faccia». Amoni sprona poi i ristoratori stessi a farsi sentire. Pochi in verità quelli presenti in sala rispetto all’assembramento dell’anno scorso: «Mi dispiace – sottolinea – che la sala non sia piena. Se vogliamo farci sentire occorre un’azione di forza». Niente violenza ovviamente ma gesti simbolici come quelli della restituzione delle licenze per diventare dei circoli privati.

Le tasse Una provocazione «così da poter pagare meno tasse». Secondo le tabelle fornite dalle associazioni infatti le uniche pagate dalle sagre riguardano quella sui rifiuti con un forfait di 300 euro per un evento di piccole dimensioni. Niente Irpef, Inail, Inps per i dipendenti né contributi, Imu, diritti camerali, Iva, Irap e così via. Una somma che va dai 17 mila euro di una micro-impresa del settore agli oltre 102 mila di una grande.

Le proposte A tutti i comuni le associazioni hanno presentato un pacchetto di proposte che prevedono il divieto di prenotazione ed asporto, durata massima di dieci giorni, almeno 15 giorni di distanza tra l’una e l’altra se sono organizzate nella stessa struttura, controlli svolti non solo dai comuni ma anche dalla polizia provinciale e istituzione di un albo regionale delle sagre di qualità. Le sagre sono poi divise in quattro categorie: «gastronomiche»; manifestazioni culturali, politiche, religiose, sportive o di volontariato; feste paesane e feste di partito. Le proposte più stringenti vengono fatte in particolar modo per le ultime tre: se alle prime è infatti concesso di durare nove giorni e fare promozione di prodotti tipici, le altre dovranno avere superfici di somministrazione tra il 70 e il 50% di quella complessiva, per alcune divieto di promozione di prodotti enogastronomici e un menù con massimo due piatti. I «festival di partito» poi non potrebbero durare più di tre giorni.

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