Currently set to Index
Currently set to Follow
sabato 6 marzo - Aggiornato alle 00:49

Ex Merloni, è finita: fallimento. Ora il baratro per quasi 600 lavoratori

Licenziamento per 600 lavoratori: occorre una idea e la volontà di salvarli. Se si fa la politica

operai dipendenti Merloni corteo protesta con striscioni
Operai in protesta

di Maurizio Troccoli

Per capire quello che sta accadendo ai lavoratori della ex Merloni, fino a ieri Indelfab, dopo essere stata Jp Industries e chissà se ci saranno altre reincarnazioni, bisogna guardare a quest’area geografica. Al destino degli abitanti del”Appennino centrale’. Al declino di questa fascia del Paese, nella quale vivono persone che, nonostante, tutt’intorno sembra essere a loro sfavorevole, hanno deciso di rimanere qui, difendere e rilanciare la propria identità di un popolo operoso. Proteggere la bellezza di questi paesaggi e montagne, mantenerle vive con la propria presenza e quella dei propri figli. Ma, se oltre alle condizioni sfavorevoli si arriva sull’orlo del baratro, allora è chiaro che il futuro non racconta soltanto una marea di disoccupati con età difficilmente collocabile nel mondo del lavoro, quindi disagio sociale, ma l’abbandono inesorabile di intere comunità. Un pezzo importante di questo destino lo tratteggia il fallimento della ‘ex Merloni, dichiarato dal tribunale di Ancona. La richiesta di concordato liquidatorio presentata dalla proprietà il 30 settembre è stata rigettata dal giudice Giuliana Filippello che ha nominato tre curatori fallimentari: Simona Romagnoli, Sabrina Salati e Luca Cortellucci.

Il più grande gruppo industriale di elettrodomestici, per conto terzi d’Europa, è ufficialmente fallito. «Per i lavoratori, quasi 600 tra gli stabilimenti di Fabriano nelle Marche (294) e Colle di Nocera in Umbria (272)”, si spalanca la strada del licenziamento. La cassa integrazione per cessazione terminerà il prossimo 15 maggio, con al massimo sei mesi di proroga, ma poi ci sarà solo la mobilità e la disoccupazione per l’intera forza lavoro. «A questo punto solo le istituzioni possono evitare il disastro sociale – afferma Luciano Recchioni, lavoratore della ex Merloni di Colle di Nocera e storico delegato sindacale Fiom – servono soluzioni non solo per la nostra fabbrica e per il nostro futuro, ma per l’intero territorio, da troppo tempo in un vortice di declino drammatico».

A ricostruire la parabola Merloni è il Manifesto: «All’apice del suo successo – scrive il quotidiano – la Antonio Merloni poteva contare 5.000 dipendenti in dieci impianti produttivi, con diciannove filiali in Europa e due tra Usa e Australia, con un fatturato che arrivò quasi a 850 milioni di euro. Poi le cose hanno preso un’altra piega: nel 2008 venne fuori che l’azienda aveva accumulato debiti per 540 milioni di euro e si salvò soltanto grazie all’intervento del governo. Fino a non molti anni fa la famiglia Merloni poteva definirsi a buon diritto come la padrona della regione, mentre adesso le leve del potere vengono manovrate altrove». «Negli ultimi 12 anni – ancora Il Manifesto – la Merloni (poi Jp Industries e adesso Indelfab) ha dovuto portare i libri contabili in tribunale per ben tre volte, riuscendo alla fine sempre a cavarsela con tagli non indifferenti al personale e piani industriali draconiani che tuttavia non sono mai riusciti a interrompere un trend negativo cominciato con la crisi del 2008 e mai davvero invertiti, malgrado i periodici roboanti proclami sul rilancio e sull’avvenire glorioso dell’azienda che fu leader mondiale nella produzione di bombole per Gpl». Non c’è molto tempo ora per verificare se veramente ci fossero i margini per una riprogettazione industriale. Se cioè ci sono investitori interessati a rilevare l’azienda per rimetterla in produzione.

Ciavaglia «Ci appelliamo, in primis, alla Regione dell’Umbria e all’assessore allo Sviluppo Economico, affinché prendano davvero in mano questa vicenda – continua Filippo Ciavaglia, segretario generale della Cgil di Perugia – le risorse economiche a disposizione ci sono, circa 5 milioni di euro, più quelle dedicate alle aree interne, e c’è una condizione di gestione pubblica di questa fase, visto che i commissari riprenderanno in mano il sito, che va sfruttata. Serve però un progetto vero per le 270 persone che ancora insistono in questo stabilimento».

I commenti sono chiusi.