sabato 25 maggio - Aggiornato alle 15:44

Ecco come la Manovra può sfilare dalle tasche umbre altri 24 milioni. Ticket? Pagano i soliti

di Giovanni RuggieroSe non adeguatamente contrastata, l’applicazione del decreto legge del 13 agosto potrebbe costare solo nel prossimo anno ulteriori 24 milioni di euro di sottrazione di ricchezza dalle tasche degli umbri

 

 

 

 

 

La Manovra rischia di portare via dalle tasche degli umbri altri 24 milioni

 

 

 

 

di Giovanni Ruggiero

Se non adeguatamente contrastata, l’applicazione del decreto legge del 13 agosto potrebbe costare solo nel prossimo anno ulteriori 24 milioni di euro di sottrazione di ricchezza dalle tasche degli umbri (fonte Ifel). Questo sarebbe il triste epilogo se tutti i 92 comuni umbri decidessero di avvalersi della facoltà concessa dal decreto di innalzare d’emblée le proprie addizionali irpef alla quota massima dello 0,8%, al fine di compensare il taglio dei trasferimenti dallo Stato.

Le aliquote medie Qualcuno potrà sottolineare che è una delle quote più basse pro-capite chieste ai propri cittadini (31,2 euro). Ma la realtà è ben diversa. E’ una delle quote più basse perché una buona fetta di comuni già si avvale dell’applicazione dell’aliquota massima allo 0,8%. Infatti l’aliquota media di addizionale irpef dei comuni umbri è già ora dello 0,54%, contro un valore nazionale ponderato dello 0,46%.

L’imposizione comunale Così, per quanto riguarda la tassazione, l’Umbria si discosta dalla sua aurea di «area di mezzo» per occupare le prime posizioni del podio italico (quinta assoluta) nell’imposizione comunale pro-capite.

Ticket e IPT Dunque, il capitolo aperto dal recente decreto governativo rischia di dare un colpo esiziale ai consumi degli umbri e indirettamente all’economia regionale, dopo che province e regione hanno già decretato aumenti di IPT e ticket sanitari. Nonostante ciò, solo il 52% dei tagli governativi ai comuni umbri verrebbe compensato dagli ulteriori sacrifici richiesti. E’ chiaro fin da ora immaginare da dove verrà attinto il restante 48% che manca dai bilanci degli enti locali: ulteriori balzelli o taglio sostanzioso a servizi che già oggi mostrano segni evidenti di difficoltà a mantenere un dignitoso stato di servizio.

Ticket non così equi Con una precisazione sui ticket sanitari. «Obtorto collo applicati» –dichiara l’assessore Tomassoni-, ma in un’ottica più equa possibile sulla base della certificazione Isee. Ma tali valori, obietto, sono edotti sulla base delle dichiarazioni dei redditi e dato l’alto numero di evasori presenti in Umbria un ticket così applicato assumerà la doppia beffa di essere pagato dai soliti noti (pensionati e dipendenti) e di essere «equo» con chi le tasse non le paga del tutto o non le paga nella giusta misura.

La non corrispondenza tra redditi e consumi Se poi non fosse ancora chiaro, occorrerà spiegare che da tempo in Umbria non c’è corrispondenza tra redditi e consumi, poiché il valore pro-capite di questi ultimi sono di molto superiori al valore dei redditi. E dal momento che la propensione al risparmio langue (vedi i dati Bankitalia), che l’immobiliare è in crisi, che la cassa integrazione viaggia a livelli preoccupanti e in controtendenza con il resto del Paese, che la disoccupazione incalza, che il mondo del pubblico impiego (la vera risorsa nascosta dell’Umbria nei momenti di crisi) è sotto scacco, chi sta consumando e quali redditi in Umbria? Chi sta registrando alle Camere di Commercio scatole vuote di imprese che non si attivano?

Occhio all’aumento dell’Iva Per di più, tra gli esponenti umbri ci sono coloro che si sono accodati alla proposta di compensare il venir meno dei tagli dei piccoli comuni e dei trasferimenti agli enti locali con un aumento dell’aliquota IVA al 21%, attribuendo ai comuni la facoltà di poter agire con una tassa di scopo, intervenendo sui grandi patrimoni. Concordando con quest’ultima proposta (anche se si tratta di capire come evitare fughe di capitali senza collaborazioni con i Paesi rifugio sull’esempio degli accordi siglati da Gran Bretagna e Germania con la Svizzera), occorre mettere in guardia su quel punticino in più di IVA, apparentemente innocuo, e sulle conseguenze delle tasse di scopo. Non dimenticando che la scomparsa dei comuni sotto i mille abitanti porterebbe ad un risparmio totale di 5-6 milioni in tutta Italia, ossia poco più dei vitalizi erogati dalla sola Umbria ai propri consiglieri regionali uscenti (circa 3 milioni di euro).

La caduta della domanda L’aumento delle imposte indirette –così come richiesto da Wladimiro Boccali in qualità di presidente dell’associazione dei comuni dell’Umbria- avrebbe il merito di un gettito immediato e apparentemente equo, poiché pagherebbero tutti (tutti?) al momento del consumo di un bene o servizio. Ma l’aumento verrebbe traslato sul prezzo del bene a seconda dell’elasticità della domanda. Ossia, se un bene fosse più sensibile di un altro all’aumento del prezzo conseguente all’inasprimento dell’imposta, la sua domanda cadrebbe spostando la preferenza del consumatore verso altri prodotti e mettendo in crisi un commercio ed un consumo che lo sono già di loro senza ulteriori contributi esterni. La beffa sarebbe che lo spostamento della propensione alla spesa del consumatore su un altro bene o servizio eluderebbe in parte l’aliquota generando un gettito più basso da quello garantito dall’imposta diretta.

Le imposte indirette sono regressive Inoltre, il 20% è oggi l’IVA delle nostre bollette di gas e telefono. Riscaldarsi e mantenere rapporti sociali sono considerati dalla classe politica locale al pari di generi di lusso? Senza dimenticare che le imposte indirette sono fortemente regressive, poiché penalizzano a parità di aliquota maggiormente i redditi dei meno abbienti. Uno strumento, dunque, quello dell’inasprimento dell’imposizione indiretta da utilizzare per riequilibrare il rapporto tra le diverse imposizioni fiscali, ma a condizione di una riduzione delle «dirette» e di un incremento della spesa sociale. Cose che non sembrano all’orizzonte e che non si trovano nelle proposte dell’ANCI. Sarebbe stato meglio insistere sull’alienazione di parte del patrimonio (quello non essenziale) al fine esclusivo di tagliare sostanziosamente il debito pubblico (si pensi ai tanti beni immobili degli enti pubblici). Oppure porre con forza la tassazione dei beni ecclesiastici che operano in condizioni di scorretta concorrenza (rifugi del pellegrino a 5 stelle e ristoranti del poverello con prezzi di mercato esentasse). Ne sarebbe automaticamente conseguita una minor necessità di cassa e, con minori tagli, una ridotta tassazione sui cittadini, sia centrale che locale.

Rivoluzioni e ingiustizia fiscale Sulle tasse di scopo, infine, mi permetto di ricordare i due elementi della non rivalità e della non escludibilità. In parole povere chiedere tasse per il compimento di un’opera pubblica (un giardino piuttosto che una palestra o un marciapiede) non esclude chi non paga le tasse dal consumare la stessa quantità del bene offerto e dunque non permette di escluderlo dall’erogazione del servizio. Più semplice è trovare le risorse nei privilegi di una classe politica anche locale generosa con se stessa e con i propri collaboratori più stretti. Ricordando che i grandi rivolgimenti della storia hanno sempre trovato la premessa nella diffusa ingiustizia fiscale, prima che in quella sociale.

 

3 risposte a “Ecco come la Manovra può sfilare dalle tasche umbre altri 24 milioni. Ticket? Pagano i soliti”

  1. A.C. ha detto:

    quando non si sa cosa dire, si tira in ballo la Chiesa…

    • Giovanni Ruggiero ha detto:

      Purtroppo si parla a proposito. Se il replicante A.C. avesse la bontà di firmarsi e lasciare il proprio indirizzo e-mail potrei fargli avere gli estremi di contratti di affitto di beni di proprietà della clero che viaggiano con la dicitura “in comodato d’uso”, che anche il replicante dovrebbe sapere dover essere a titolo gratuito. Sarebbe interessante conoscere anche il completo ammontare del patrimonio immobiliare ecclesistico esentasse o quanti sono complessivamente i locali adibiti a ristoranti ed alberghi che rientrano in privilegi ed esenzioni. I comuni di Assisi e di Cascia o Norcia ringrazierebbero. Poi, il replicante A.C. dovrebbe avere la bontà di farli conoscere ai tanti italiani che pagano il 44,5% di pressione fiscale, perché c’è chi evade e chi è esonerato dal pagare. Ma non si era detto “a Cesare quel che è di Cesare…”?, o forse questo passo è sfuggito al replicante A.C.?
      Giovanni Ruggiero

  2. Jeppe ha detto:

    Pagano i soliti e gia’.
    Meglio tassare i beni ecclesiastici e tagliare i privilegi, si tratta sempre di capire chi sono i privilegiati,sicuramente i pensionati gli operai gli artigiani ma quelli piccoli i commercianti sempre i piccoli,quelli non sparano quindi vanno tranquilli.

    La politica in Italia costa oltre 23 miliardi di euro all’anno, secondo i dati del Sole 24Ore. Praticamente mezza manovra Tremonti.Non saranno toccati i vitalizi: al momento si contano 2.238 vitalizi per ex parlamentari e consiglieri regionali. Solo per Camera e Senato il conto è di 218 milioni l’anno.
    Aggiungiamo 21,3 miliardi di spese varie (auto blu per le quali la manovra ha puntato su un tetto per le cilindrate di quelle nuove, una decina di miliardi per enti territoriali, 2,5 miliardi per i cda delle partecipate, 2,5 miliardi per le consulenze, ecc…)
    Rimozione dei Senatori a vita (costo superfluo e inutile)
    A quando il taglio di ogni servizio privilegiato interno alle sedi parlamentari, regionali, provinciali e comunali!!!!!

    E guardate questi,e non mi dite che non li paghiamo noi ,quando vai ha comprare i loro prodotti e vai a fare un mutuo quei mega stipendi te li fanno pagare,poi quando sono in crisi cassa integrazione e chi paga sempre noi,gli utili poi li portano in svizzera.
    Carlo Puri Negri, amministratore delegato di Pirelli Re, stipendio da 14 milioni di euro l’anno.
    Claudio De Conto, direttore generale di Pirelli, oltre 7 milioni di stipendio l’anno.

    Marco Tronchetti Provera, presidente Pirelli, stipendio di 5 milioni e 600 mila euro l’anno.
    Luca Cordero di Montezemolo, presidente Ferrari, oltre 5 milioni di stipendio annui
    Sergio Marchionne, a.d. Fiat, stipendio da 4 milioni e 900 mila euro.
    Pier Francesco Guarguaglini, a.d. di Finmeccanica. 4 milioni e 700 mila euro annui.

    Alessandro Profumo, a.d. di Unicredit, 4 milioni e 300 mila euro annui.
    Paolo Scaroni, a.d. di Eni, stipendio annuo di 4 milioni e 200 mila euro.In piu e inqusito per una truffa di 240 milioni.

    Corrado Passera, a.d. di IntesaSanpaolo, 3 milioni e 800 mila euro di stipendio
    Questi saranno anche ha rischio poverta!!!!!alla pirelli basta lavorare una settimana all’anno e sei sistemato,alla fiat devi lavorare almeno un mese,proviamo ha fare domanda !!!!!E chissa la pensione come sara’.
    E il tiket lo pageranno????Allora quanto ancora dobbiamo sopportre questi abusi??????
    Per quanto dobbiamo ancora patire per questi ladri patentati!!!!!!!
    Ma vedo che nessuno parla quindi o sono nella lista oppure stanno talmente bene che non glie ne puo’ fregar di meno.

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