venerdì 24 maggio - Aggiornato alle 23:27

Sprofonda il Pil umbro tra i privilegi della casta

di Giovanni RuggieroL’anno orribile dell’economia colpirà l’Umbria più e peggio del resto del Paese. Basta andare a rileggersi i dati degli ultimi dieci anni per riuscire a intravedere una prospettiva fatta di deindustrializzazione forzata, di delocalizzazioni spinte, di precarietà e di nuova emigrazione

di Giovanni Ruggiero

L’anno orribile dell’economia colpirà l’Umbria più e peggio del resto del Paese. Basta andare a rileggersi i dati degli ultimi dieci anni per riuscire a intravedere una prospettiva fatta di deindustrializzazione forzata, di delocalizzazioni spinte, di precarietà e di nuova emigrazione. Eppure questa regione avrebbe al suo interno gli anticorpi per reagire maggiormente se solo si provasse a rimuovere alcuni ostacoli e a liberarsi di alcune connivenze e collusioni. O se la classe dirigente smettesse di non accorgersi che le risorse per rimettersi in piedi passano per una più accorta gestione della cosa pubblica, per una spending review più accentuata e non per irrisori ritocchi che generano scontenti sempre più ampi, al limite della rivolta.

Auto blu Si tratti delle spese di amministrazione della Regione o quelle di Province e Comuni, alle quali si fa fronte con aumento di tributi e tagli dei servizi. L’ultima chicca ce la offre il Formez: quanto costano al contribuente umbro 1.310 vetture in dotazione alle tante amministrazioni pubbliche (esclusi Amministrazione centrale, Enti pubblici, Università, Enti di ricerca)? Di queste autovetture, 147 sono le cosiddette auto blu. Perché non limitarle alle sole alte cariche e vedere tutti gli altri usufruire, come nei Paesi europei più avanzati, dei servizi pubblici al pari di tanti altri cittadini costretti con file e disservizi? Perché dopo il solo Trentino, l’Umbria registra la più alta percentuale di auto in proprietà (96,8%)? Populismo? Antipolitica? O sano buon senso, in un momento di recessione venata da prospettive depressive?

Riposizionarsi Certo, la democrazia ha un costo. Ma deve essere un costo sostenibile equiparato al servizio che si offre e commisurato ai risultati raggiunti. I quali ci parlano di un lento e apparentemente inesorabile declino umbro. Per riprendersi occorre partire da due assunti: non basta far bene i prodotti ma occorre far bene ciò che il mercato globale richiede; non si può continuare a dipendere dalle subforniture, ma occorre tornare a riposizionarsi in un punto più avanzato all’interno di una stessa filiera produttiva. Vale per l’Italia quanto per l’Umbria. L’occasione per riflettere sul futuro dell’Umbria ce la offre la lettura degli ultimi dati distribuiti da Eurostat.

Pil pro-capite Nel 1997 l’Umbria occupava per PIL pro-capite a parità di potere di acquisto la 81.ma posizione tra le circa 300 regioni europee; nel 2008 era affondata al 129.mo. Segno che l’avvento dell’euro e soprattutto il rapporto di cambio favorevole negli ultimi anni (deprezzamento del dollaro) ha messo in luce tutti i limiti di una competitività che doveva e deve basarsi sull’abbattimento dei costi incentivando la quota di capitale presente in azienda e sovvertendo il rapporto con la massa lavoro, al fine di aumentare la produzione di beni per unità di lavoro/ora. In realtà, poche imprese si sentono coinvolte in un grande processo di cambiamento basato sul principio della qualità totale. Così, tra il 2000 e il 2009 il PIL dell’Umbria è cresciuto in media dello 0,39%, quello della Toscana e dell’Emilia dello 0,62%, quello delle Marche dell’1%, quello del Lazio dell’1,23%, e infine quello medio annuo del Paese dello 0,51%.

Ricerca e sviluppo La spesa sostenuta in Ricerca e Sviluppo è sì cresciuta, ma si è collocata al di sotto dello 0,9% del PIL (Italia +1,3%) e per merito esclusivamente del settore pubblico e dell’Università (0,74%), mentre nelle regioni benchmark la differenza è affidata al settore privato. Ne deriva una delle più basse intensità brevettuali di tutto il Centro-Nord (40,5 brevetti per milione di abitante contro i 55,8 della media, passando per i 118 dell’Emilia Romagna e il centinaio della Lombardia). Questo significa una minor percentuale di ricercatori (solo lo 0,33% della forza impiegata in Umbria e 150.mo posto in Europa) e solo il 3,38% di occupati in settori ad alta tecnologia, in una regione che svetta nel Paese per numero di forza intellettuale. Da qui l’accumulo di divario crescente in termini di produttività, in una regione sempre più meta di forza lavoro non qualificata proveniente dall’esterno.

Export Sul fronte dell’export la capacità umbra in 13 anni è cresciuta dell’1,7%, quella media nazionale quasi del doppio. Non dimenticando che sul dato umbro pesa la voce Thyssen-Krupp, la cui uscita di scena dal panorama ternano non potrà non avere conseguenze anche su questa importante voce del PIL interno. Difficile, dunque, non vedere in tutto ciò anche il fallimento di politiche economiche regionali. E’, cioè, mancata la vision della governance, accecata dal «riduttivismo» e dal vivere alla giornata. Difficile ripetere come un «mantra» il tema della competitività senza investire le imprese delle loro precise responsabilità in anni segnati dal marcato interventismo pubblico. Anche perché l’Istat ci ricorda che se ci si limitasse all’industria tout-court la produttività per ULA in Umbria è ben al di sopra della media nazionale. Si è al di sotto proprio laddove da anni si proclama la crescita di un secondo motore autonomo dell’economia (commercio, servizi, turismo).

Etica e saperi Che fare, dunque? Anzitutto ricostruire un’etica della politica fortemente destabilizzata da un male che è ormai organico ai Palazzi del potere e che si coniuga con malversazioni, peculato, concussioni e corruzioni varie. Ora anche con “violenza sessuale”. In questo c’è chi opera «pro domo sua» e chi sa e tace colpevolmente. Sarebbe interessante aprire una riflessione anche sul ruolo svolto in questi anni dai media regionali, che tanto si mostrano «proni» quanto più si allontanano dalla libera informazione, legati come sono agli interessi forti di questa regione, anzi avendo in essi nella quasi totalità gli editori di riferimento. Ridurre il peso della politica non significa meno tutele, ma più servizi, meno tasse, più risorse da distribuire alle famiglie e per le imprese. Investire nella filiera dei saperi, della ricerca e della conoscenza, puntare decisamente sul sostegno delle imprese che innovano e si propongono sui mercati emergenti, concentrare le risorse sull’efficienza produttiva, garantire il massimo della coesione e del benessere sociale. Il resto sono inutili «chiacchiere» ai tanti tavoli, un «facite ammuina» per far finta di cambiare qualcosa con la speranza che tutto resti come è.


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