domenica 27 settembre - Aggiornato alle 10:00

Commercio: a Perugia in centro chiusi un quarto dei negozi, a Terni è peggio in periferia. Infografiche

Analisi di Confcommercio sugli ultimi dieci anni racconta grave emorragia, Mecaroni: «Meno tasse e più incentivi, ma servono i residenti»

di Chiara Fabrizi

Chiusi quasi un quarto dei negozi del centro storico di Perugia, meno di un decimo in quello di Terni. Sono entrambi di segno meno i bilanci commerciali 2008-2017 delle due città umbre, con Perugia che, però, all’ombra di palazzo dei Priori ha visto tirare giù il 24,1 per cento delle saracinesche, facendo registrare una delle performance peggiori di Italia. In media i capoluoghi hanno detto addio all’11,9 per cento di attività, meno grave di altre città, seppur comunque in rosso, lo stato di salute del commercio del centro di Terni, che ha comunque perso l’8,7 per cento di dettaglianti. I dati sono stati elaborati dall’Ufficio studi di Confcommercio che ha anche tirato le fila degli ultimi dieci anni dei negozianti anche delle periferie e anche in questo caso il saldo è negativo per le entrambe le città, seppur a parti invertite. A soffrire molto di più, infatti, è Terni dove si sono contate il 10,4 per cento di attività in meno rispetto al 2008, mentre a Perugia la flessione è minima e non raggiunge neanche il mezzo punto percentuale.

Perugia, chiusi un quarto dei negozi del centro Andando con ordine, la diagnosi di Confcommercio classifica l’acropoli di Perugia come tra quelle a più alto rischio di declino, tanto che peggio fanno solo L’Aquila, Bari e Cagliari. In particolare a fronte dei 420 negozi aperti nel 2008 sono 319 quelli sopravvissuti alla crisi degli anni successivi: a chiudere sono stati soprattutto i cosiddetti esercizi specializzati (-43), ossia abbigliamento, calzature, orologi, souvenir e fiori. In via di estinzione anche gli ambulanti (-17) e i negozi di articoli per la casa (-16), dai tessili alla ferramenta, passando per forniture elettriche o mobili. Bilancio in rosso perfino per le farmacie (-2) e le tabaccheria (-7), ma sono tutti i commercianti ad avere il segno meno, compresi quelli del comparto turistico. L’associazione di categoria, infatti, esprime forte preoccupazione anche per la chiusura di alberghi, bar e ristoranti in centro storico, dove sono morte 19 attività a fronte delle 255 esistenti nel 2008, ossia l’8 per cento. Opposto il risultato lontano da corso Vannucci, dove il comparto è cresciuto di circa il 20 per cento, passando da 509 imprese a 611.

Terni peggio fuori dal centro Pesante, comunque, anche la situazione di Terni, che in centro perde l’8,7 per cento di negozi, ma fa peggio in periferia, dove l’emorragia è dell’11,5 per cento. In particolare, anche intorno a corso Tacito sono stati chiusi principalmente gli esercizi specializzati (-36), mentre in controtendenza i negozi di alimentari (+7) e gli ambulanti (+5). Meglio di tutti, però, fanno albergatori e ristoratori che consegnano un bilancio positivo anche in centro, passando da 143 a 153 attività. Ma a Terni a soffrire di più sono i commercianti della periferia: a non superare la crisi, anche qui, sono soprattutto gli esercizi specializzati dai fiorai ai commercianti di calzature (-63), gli ambulanti (-32) e gli esercizi con prodotti a uso domestico (-15). Pure da San Carlo e Gabelletta l’unico dato commerciale davvero positivo arriva dagli operatori turistici, con albergatori e ristoratori passati da 315 a 344, in crescita quindi di circa il 9 per cento.

Le richieste del presidente Mencaroni A commentare le tinte fosche è direttamente Giorgio Mencaroni, presidente della Confcommercio: «I dati elaborati fotografano una realtà pesantissima per i centri storici italiani, ma in Umbria la situazione è ancora peggiore ed è evidente che serve da parte di tutti una riflessione profonda sull’urgenza di strategie condivise, per attuare una politica di agevolazioni fiscali utile a favorire il ripopolamento commerciale delle città, accompagnandola con progetti di riqualificazione urbana e valorizzazione turistica. Ripartire dalle città è una delle priorità di Confcommercio, come ribadito anche ai rappresentanti di tutti gli schieramenti politici in vista delle prossime elezioni, ma la richiesta di meno tasse e più incentivi per le imprese commerciali è solo una faccia della medaglia: noi riteniamo – conclude Mencaroni – che sia prioritario lavorare anche sul contesto, sulla residenzialità, sui servizi anche innovativi per cittadini e turisti, nella individuazione di attrattori veri, innalzando complessivamente la qualità della vita nei centri urbani, quali luoghi di produzione di valori, non solo economici, ma soprattutto culturali e sociali».

@chilodice

 

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