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Da benchmark a «terra di nessuno»: in un sistema in affanno l’Umbria scivola verso il basso

di Giovanni Ruggiero Il dato congiunturale sull’Umbria, a metà del 2012, evidenzia un progressivo indebolimento di tutti i principali aggregati economici costituenti la ricchezza regionale. E’, forse, una sorpresa? Non credo!

 

 

 

L’andamento degli investimenti nell’ultimo triennio (Fonte: Bankitalia)

 

 

di Giovanni Ruggiero

Il dato congiunturale sull’Umbria, a metà del 2012, evidenzia un progressivo indebolimento di tutti i principali aggregati economici costituenti la ricchezza regionale. E’, forse, una sorpresa? Non credo! Le politiche economiche regionali non riescono ad elaborare strategie che riescano a contrastare un progressivo scivolamento in basso, ferme alla teoria di una regione di mezzo che «galleggia» all’interno di un sistema più generale, che dire in affanno, è un modo troppo semplicistico di porre le diverse tematiche al centro di un processo lento ma costante di decadimento strutturale, istituzionale, sociale oltre che economico. Tanto da mettere a rischio un valore di eccellenza in questa terra rappresentato dal capitale umano.

Tale dotazione faceva dell’Umbria tra il 2002 e il 2004 una regione benchmark, un punto di riferimento assoluto, secondo solo all’Emilia Romagna. Oggi, tale valore è sceso significativamente del 14% (fonte RegiosS). I diversi modelli di sviluppo regionali confinano l’Umbria in una «terra di nessuno», che non riesce a qualificarla: né modello export led, né public sector led, né tourism led, né hub logistico. Morale della favola, in 12 anni l’Umbria perde mediamente 8 punti percentuali di PIL verso il saldo interregionale e quasi 5 punti complessivamente di saldo esterno e analogamente di spesa turistica. Risultato: fatto 100 la media della ricchezza nazionale, l’Umbria è sotto a 93,1, con un PIL pro-capite che arretra di 6 punti percentuali.

Permangono e si aggravano i ritardi infrastrutturali, che tagliano fuori l’Umbria dalle maggiori direttrici nazionali e che rappresentano un differenziale di svantaggio notevole in termini di attrattività di capitali e di investimenti produttivi, sia che si parli di reti ferroviarie o stradali o aeroportuali o reti informatiche. Ne è testimonianza una caduta degli investimenti delle imprese del 4,5% nel 2011, dopo il -40% fatto segnare nel 2009 non compensato dalla crescita (+12,3%) dell’anno successivo. Lo dimostra lo stesso indice di imprenditorialità ridottosi in soli 5 anni del 15% e che rispecchia una produttività del lavoro, seppur in crescita, al di sotto dei valori ritenuti adeguati per poter competere alla pari con gli altri.

Ne risulta una difficoltà maggiore a penetrare in mercati idonei a soddisfare le nostre esigenze di crescita, tanto che si riduce costantemente la capacità di esportare della nostra regione, nonostante una espansione della stessa capacità di esportare in settori a domanda mondiale dinamica. Così, la percentuale di export destinata a sostenere il Pil regionale si riduce progressivamente fino a rappresentare un modesto 13-15% della ricchezza complessiva. Di contro si perdono fette importanti di penetrazione in ambito Ue (verso la sola Germania si registra una contrazione dell’export dal +32,4% al +12,6% con una quasi parità della bilancia commerciale verso tale Paese), nonostante l’intensificazione dei processi di internazionalizzazione e di strategie di prodotto, con conseguenti cadute dell’occupazione, dei redditi pro-capite e dei consumi, che alimentano spirali recessive se non depressive.

In termini di mercato del lavoro, l’Umbria registra il più alto tasso di disoccupazione (10,2%) tra tutte le regioni a nord del Lazio, nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni. In termini di consumi, la spesa pro-capite scende al di sotto dei valori del 2007 e l’indice di Gini di concentrazione della spesa delle famiglie registra una accentuazione delle sperequazioni rispetto ai valori dell’Italia centrale. Solo la tenuta di un sistema fortemente solidaristico e familistico impedisce un incremento dei livelli di povertà relativa. Non ha contribuito a rilanciare l’economia regionale quella che RegiosS ha definito «l’ondata edilizia» che si è abbattuta sull’Umbria tra il 2003 e il 2009, che, semmai ha contribuito a un dissennato concetto di sfruttamento delle risorse territoriali e agevolerà una bolla immobiliare pronta a deprimere ulteriormente l’economia regionale.

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