giovedì 19 settembre - Aggiornato alle 03:13

Artigiani in crisi: nei primi sei mesi del 2019 l’Umbria perde altre 113 aziende

Cgia di Mestre: «Aumento Iva sul comparto avrebbe effetti molto negativi». Negli ultimi dieci anni emorragia di 2.733 imprese

Malcolm Lightbody su Unsplash

di Chia.Fa.

L’Umbria perde altre 113 aziende artigiane. Nel primo semestre del 2019 è ancora negativo il saldo tra le imprese nate e quelle chiuse in base all’ultima analisi della Cgia di Mestre, che in tutta Italia ha contato circa 6.500 cessazioni. Ovunque il bilancio della prima metà dell’anno è negativo, con la sola eccezione del Trentino Alto Adige (+138).

In particolare in Umbria, tra gennaio e giugno sono state registrate 737 nuove aziende artigiane, ma a chiudere i battenti sono state di più, ossia 850. L’emorragia del comparto non si ferma, tanto che l’Ufficio studi dell’associazione di categoria, sabato mattina, ha tirato le fila anche sugli ultimi dieci anni e in tutte le regioni il saldo è negativo. Nel 2009 in Umbria si contavano 24.327 imprese, mentre nel 2018 gli artigiani attivi nella regione erano 20.594, con un saldo negativo di 3.733 e un arretramento del settore del 15,3 per cento. Peraltro la crisi patita in Umbria dal comparto è tra le più pesanti d’Italia: peggio negli ultimi dieci anni fanno soltanto Sardegna (-18 per cento) e Abruzzo (-17,2), mentre è meno grave l’emorragia degli artigiani nelle Marche (-13,5), nel Lazio (-6,5) e in Toscana (-12,3).

I risultati del primo semestre 2019 non sono incoraggianti e l’orizzonte viene scrutato con molta cura: «L’innalzamento delle aliquote Iva – ricordano dalla Cgia di Mestre – rischia di provocare degli effetti molto negativi sul fatturato di queste attività che vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie». Per Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi «la crisi, il calo dei consumi, le tasse, la mancanza di credito e l’impennata degli affitti sono le cause che hanno costretto molti artigiani a cessare l’attività. E per rilanciare questo settore è necessario, oltreché abbassare le imposte e alleggerire il peso della burocrazia, rivalutare il lavoro manuale con robusti investimenti nell’orientamento scolastico e nell’alternanza tra la scuola e il lavoro, rimettendo al centro del progetto formativo gli istituti professionali che in passato sono stati determinanti nel favorire lo sviluppo economico del Paese».

@chilodice

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