SPECIALE FESTIVAL DI SPOLETO | 03 lug 2016

Due Mondi, il diario della strage di Utoya va in scena col dolore dell’attentato di Dacca

Scenografia fissa per sei personaggi in due, Scommegna e Fabris a San Simone sono da brivido

Due Mondi, il diario della strage di Utoya va in scena col dolore dell’attentato di Dacca

di M.R.

Due soli volti su una scena che resta sempre la stessa dall’inizio alla fine dello spettacolo. Tanto basta a calarsi in tre diverse intime realtà della Norvegia del 2011, quella segnata dalla strage di Utoya, l’isola che dà il nome alla rappresentazione stessa di scena al Due Mondi di Spoleto e in cui persero la vita 69 ragazzi socialisti per mano di un criminale di estrema destra, Anders Breivik.

La strage norvegese a San Simone: fotogallery

Utoya-Dacca Sulla scena ceppi di legno per evocare il luogo del massacro, dove di fatto lo spettacolo non arriva mai e specchi, che oltre a creare un effetto acqua sul soffitto della chiesa di San Simone danno il senso di una società costretta a guardare sé stessa, ma sono tutti rotti perché le fragilità rappresentano una di quelle cose che arrivano allo spettatore così forte come la drammaticità che si respira, mista all’ansia nei momenti clou della storia in cui il ticchettio del tempo che scorre e gli spari in lontananza fanno trepidare, soprattutto nel giorno in cui il Festival di Spoleto resta in silenzio per un minuto prima di aprire il sipario, in segno di lutto per l’attentato di Dacca.

Sei personaggi in due Arianna Scommegna e Mattia Fabris, impeccabili, interpretano tre coppie: un professore e una casalinga con una figlia «mandata a morire al campeggio del partito socialista» rimprovera la madre al marito (lei isterica, sospetta di essere tradita e sputa contro l’uomo che ha sposato tutta la rabbia verso ogni credo politico e ogni fede); un agente di polizia che crede nel suo lavoro e il suo superiore che nasconde dietro una maschera da duro la paura di prendersi le proprie responsabilità (è quello che aspetta direttive da Oslo mentre i giovani laburisti vengono uccisi sull’isola); e due fratelli che vivono nella semplicità della vita di campagna, lui con qualche squilibrio mentale intuisce che il nuovo vicino di casa è un poco di buono (è l’emblema di un animo senza preconcetti) ma la sorella le proibisce di indagare: a pochi passi dalla loro abitazione il killer coi fertilizzanti prepara la bomba con la quale prima di colpire le giovani vite sull’isola di Utoya, quel 22 luglio del 2011 attaccò il palazzo del governo norvegese al centro di Oslo.

Norvegia 22 luglio 2011 I dialoghi sono veloci, l’interpretazione straordinaria, i due attori riescono a vestire ciascuno i panni di tre diversi ruoli in maniera eccellente e senza sbavature. Da un contesto all’altro ci si sposta con una pausa di silenzio tra i due, immobili. Fermi come la Norvegia di cinque anni fa, impreparata ad un attacco così feroce, incagliata in procedure burocratiche che rallentano anche la gestione delle emergenze. Tre storie vicine eppure lontane che vivono il dramma dell’attentato, di striscio ma colpiti nel profondo, tre storie he pongono il pubblico anche di fronte agli aspetti che fanno il nostro quotidiano: c’è il razzismo, il consumismo, l’ipocrisia, le ideologie perse, l’egoismo, la presunzione, ma soprattutto la fragilità umana.

Twitter @martarosati28

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