Una dirompente e romantica Patti Smith travolge l’Arena
di Lucia Caruso
Ieri la magica notte perugina è stata illuminata da un grande stella del rock: Patti Smith. Fa un certo effetto vedere in live un mito vivente che nell’immaginario collettivo appartiene al passato più che al presente. Eppure basta poco per capire che è proprio lì, ed è proprio lei, in carne ed ossa, di fronte a più di tre mila fan, giunti da ogni dove per questo concerto-evento all’Arena Santa Giuliana di Perugia, griffato Rockin’Umbria.
Come in foto Patti Smith è proprio come si vede ritratta nelle foto, con il suo stile inconfondibile, con addosso la sua inseparabile boyfriend jackets dalle lunghe maniche che le coprono le mani e il suo gilet nero di sempre, jeans vissuti e stivaletti marroni, i capelli lunghi spettinati con cui giocando si fa e disfà trecce. Una “Bob Dylan al femminile”, come è stata definita, mascolina nelle movenze e nella postura. E tra l’altro sputa meglio di un uomo. In una parola potremmo definirla selvaggia: sia nel corpo che nell’animo. Lontana dunque dai canoni femminili, ma di una bellezza sacerdotale che le conferisce una gran classe.
Nessun effetto speciale per l’entrata in scena della poetessa del rock: un palco semplice e un’atmosfera sobria, in cui è solo un gioco di luci a dettare il ritmo della narrazione musicale. Perchè in fondo il rock è dentro di lei, è dentro il suo pubblico. Basta lei. Non occorre aggiungere altro. Sale sul palcoscenico dell’Arena, energica e frizzante, saltellando come una ragazzina. A dispetto dei suoi 66 anni canta, balla, suona, ride, scherza, instancabile. Regala sorrisi, manda baci, s’inginocchia dinanzi al pubblico quasi in segno di ringraziamento. L’età non se la sente e lo dimostra il fatto che a una giovane voce che arriva dal pubblico: “Patti vuoi sposarmi?”, risponde scherzosamente: “Sei troppo vecchio”.
L’ouverture è affidata ai ritmi serpeggianti di “Redondo beach”, seguiti da quelli psichedelici di “Dancing barefoot”. Un momento intenso lo regala il brano“This is the girl”, elegante omaggio a Amy Winehouse, scomparsa esattamente un anno fa, che la bravissima interprete ricorda con un pizzico di emozione. Poi la tenera “Ghost dance” e il Santa Giuliana è rapito da un alone catartico. Musicalmente troviamo una Patti che, continuando a coniugare rock e poesia, ha proseguito la sua ricerca artistica, sublimando l’espressività emotiva ed è levigando il pentagramma che rende il tappeto armonico dei toni più morbido ed elegante di un tempo.
Banga Da sempre Patti Smith è stata in grado di tradurre in musica la sua esperienza umana e spirituale con estrema naturalezza, fondendo sensazioni ed emozioni individuali a quelle collettive. La sua ultima fatica discografica, “Banga”, infatti è un disco che rivela il suo sguardo passionale sulle cose e sul mondo, attraverso una scrittura brillante ed audace, che da ad ogni singola traccia la possibilità di narrare una storia a sè, e tutte queste storie poi insieme non sono null’altro che parte del grande racconto dell’umanità, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue verve e i suoi attimi di malinconia, le sue forze e le sue debolezze.
Travolge l’Arena Dopo “Nine”, dedicata al suo grande amico Johnny Depp e “Pissing in a River” arriva un crescendo di emozioni con una carrellata di classici che trascinano il pubblico in una grande festa: “Because the Night”, “Gloria”, “People Have the Power”. Su questi pezzi i riflettori si spostano a tratti sugli spettatori e la rocker americana rivolge loro il microfono per incitarli a cantare. L’arena si lascia coinvolgere. Le sedie non contengono l’entusiasmo. Sono tutti in piedi sotto al palco per viverla da vicino. E lei si lascia vivere.
Tra un brano e l’altro si prende pause, beve un po’ d’acqua, parla con la sua band, senza temere cali di tensione per il pubblico. Sul palco si sente molto a suo agio. Lo attraversa in lungo e in largo con il corpo e gli suoi occhi. Canta e incanta con la sua voce graffiante, nostalgica e dolce al contempo. La sua parola possiede una straordinaria forza evocatrice capace di coinvolgere, di stupire ancora oggi come allora. La gestualità della sacerdotessa rock è intrisa di quello spirito trascendentale che le appartiene. Chiude gli occhi, si perde tra le sue stesse note, unisce le mani in segno di preghiera, alza il pugno in segno di forza. Sorride spesso e sorride di un sorriso onesto di chi è sereno, di chi ha raggiunto un equilibrio nella vita e nello spirito. E questa sua serenità la infonde a chi le sta intorno. Instaura subito con il pubblico una sinergia inspiegabile. Pare cercare ad uno ad uno i suoi fan con lo sguardo, creando una complicità a cui non si è abituati con i grandi artisti.
In chiusura A un certo punto saluta tutti, scusandosi perchè non ha più voce. Ma dopo gli incitamenti dell’intera Arena che vuole ancora godere di quella magia, Patti Smith esce, per un altro brano ancora. Poi saluta, ringrazia, concede ancora un sorriso, manda un ultimo bacio e mentre i riflettori si abbassano, la poetessa rock sparisce dal palco, uscendo di scena silenziosamente, senza troppi fronzoli da grande diva, tra lunghi, lunghissimi appalusi. Nonostante i ben 8 anni di latitanza dalla scena musicale in fondo Patti Smith pare esserci sempre stata con il suo messaggio rock colmo di speranze che segue una parabola artistico-politica capace di tramutarsi in due parole chiave: “rivoluzione culturale”. Il pubblico alla fine del concerto per un po’ di minuti resta interdetto, quasi confuso, come se dovesse succedere ancora qualcosa. Ma qualcosa in fondo è già successo. Perchè Patti Smith lo lancia forte questo messaggio: “La gente ha il potere”. Sarà forse che il rock’n roll è davvero in grado di cambiare il mondo?
SETLIST
“Redondo beach”
“Dancing barefoot”
“April fool”
“Fuji-san”
“This is the girl”
“Ghost dance”
“Distant fingers”
“Beneath the Southern cross”
Medley
“Maria”
“Nine”
“Pissing in a river”
“Because the night”
“Peaceable kingdom”/
“Land”/”Gloria”
“Banga”
“People have the power”





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