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lunedì 29 novembre - Aggiornato alle 21:08

«Vediamoci alle scalette Suburbia»: a Ponte San Giovanni saranno intitolate al leggendario club alternativo

Ad annunciarlo è Fabrizio ‘Fofo’ Croce. La sua proposta è stata accolta dalla Commissione toponomastica: le scalette sono al civico 73 di via Nino Bixio dove sorgeva il celebre locale

Concerto al Suburbia degli Aidons La Norvege (foto Rossi)

Noise24 pubblica un intervento del consigliere comunale Fabrizio Croce dopo che, su sua proposta, la Commissione Toponomastica del Comune di Perugia ha deciso di intitolare al Suburbia le scalette che ora si trovano al civico 73 di Via Nino Bixio a Ponte San Giovanni. Proprio dove una volta sorgeva lo storico club alternativo, un simbolo non solo per il passato ma anche di un’auspicata rinascita legata ad un certo spirito di socialità ormai sempre più rara. Più avanti, a quanto pare, ci sarà anche una “cerimonia” ufficiale e, perché no, si spera anche con una targa per rendere ancora più legato un luogo, un quartiere e una città ad una storia musicale e non solo. E come si spera, inoltre, anche per riproporre una riflessione seria su Perugia capoluogo di regione nel suo rapporto con le giovani generazioni.

di Fabrizio ‘Fofo’ Croce

La notizia è che la Commissione Toponomastica del Comune di Perugia all’unanimità, su proposta del sottoscritto, ha deciso di intitolare al Suburbia le scalette poste al civico 73 di Via Nino Bixio a Ponte San Giovanni: quella rampa scende oggi con un discreto dislivello in un piazzale interno posto a metà della centrale Via Manzoni, tra negozi ed uffici edificati in epoche abbastanza recenti ai piedi del luogo dove ieri sorgevano le fondamenta del Cinema Fiammetta, che poi si trasformò nel leggendario Club alternativo.

Cultura che nasce dal basso La verità è che questo atto simbolico, “minore” o addirittura insignificante se riferito alla totalità delle attività di una amministrazione comunale, assume una valenza enorme se letto alla luce dei tempi che stiamo vivendo e che quotidianamente le cronache, locali, nazionali, forse anche planetarie ci raccontano. E’ un gesto che rende tributo alla cultura che nasce dal basso, alla socialità sana e ad una sana incoscienza che forse non esiste più: è un atto, pertanto, che smuove dal profondo una riflessione sulla città.

Quesiti E’ la cultura che non nasce più dal basso, monopolizzata come è nei pochi spazi e nelle scarse risorse dalle grandi Fondazioni culturali (peraltro tutte più o meno sorte su radici associative di lungo corso) o è la realtà odierna che non trova i modi né pone le condizioni per farla emergere anche quando ne avrebbe meriti ?
E’ la socialità di oggi che non è sana o semplicemente i codici di comportamento delle persone sono stati plagiati da un mercato sempre più manipolatore e dalla mancanza cronica di spazi di relazione, fino a trasformare una intera generazione in bestie da abbeverare e sfamare, private di quel senso primordiale di libertà, autonomia e sviluppo del pensiero che potrebbe portare il ragazzo e la ragazza di oggi a cercare, a desiderare, a perseguire altro ?
Era così avventato o insensato che 40 anni fa dieci ragazzi in età universitaria, spiantati ma con entusiasmo, intraprendenza e idee prendessero in affitto un cinema in disuso e lo trasformassero in una “factory” di periferia, un incubatore di energie creative, una fabbrica di sogni per una generazione cui stavano stretti i panni del “provincialotto”?

Solidarietà e relazioni Il contesto storico e politico in cui ciò avveniva, i primi anni ’80, non era di per sé garanzia di “aiutini” pubblici (mai chiesti né avuti per quella esperienza), ma esisteva un sistema di coesione sociale, un principio di solidarietà non scritto, un sostrato di relazioni familiari, amicali e di comunità che rendeva quei ragazzi meno soli, meno isolati, meno esposti alle intemperie della vita.

Fucina di esperienze Da quel luogo, per dire, sono usciti forgiati dentro e fuori artisti di ogni disciplina, grafici, designers, manager, professionisti di ogni campo, personalità della società e della politica, intellettuali. Da quello stesso contesto in pochi anni nacquero, sempre per dire, esperienze di cultura “altra” che hanno contribuito a far crescere la città ed a ricollocarla in un centro virtuale del fermento e del circuito culturale del paese, da cui la infelice posizione geografica e l’assenza di infrastrutture l’avevano tenuta distante: parlo di Studio 3, Canguasto, Moz-Art, Cavallo di Troia, Dada Gulliver, Be-Bop, Baldo’s, Exaffa, Norman e il presidente, Red Zone e tante altre piccole grandi storie di intraprendenza e indipendenza.

Contesti e contraddizioni Ecco, forse è qui che risiede la differenza e 40 anni dopo emerge in tutta evidenza una contraddizione. Il contesto sociale, prima ancora che storico e politico, di oggi non crea le condizioni perché tre, quattro, dieci ragazzi in età universitaria si incontrino, anzitutto, e poi si frequentino e coltivino un’idea assieme: è assembramento, disturbo alla quiete pubblica, “movida”. Il contesto sociale di oggi non crea le condizioni perché tre, quattro, dieci ragazzi in età universitaria trovino terreno fertile per poter costituire una piccola impresa culturale e magari lanciare una proposta innovativa che punti a recuperare un cinema in disuso ed a renderlo un luogo di aggregazione strappato al degrado: ci vogliono garanzie economiche, accesso al credito, conoscenza delle imperscrutabili normative vigenti e degli ostacoli burocratici. Se poi si vuole fare musica ci vuole una licenza di pubblico spettacolo… che è più facile vincere al Superenalotto, ammesso che esista ancora. Il contesto sociale di oggi non crea le condizioni perché tre, quattro, dieci ragazzi in età universitaria con una idea creativa per le mani siano affiancati nel disbrigo di partiche, facilitati nel reperimento di spazi, ammessi nell’anticamera della programmazione culturale, semplicemente guardati con pari dignità dal mondo che li circonda e che non sa riconoscerne il valore.

Bisogni e desideri Sta qui la contraddizione: dei giovani sappiamo vedere solo il lato oscuro, il disagio, la rabbia che sa di sconfitta, sappiamo solo giudicare e reprimere, ma non siamo in grado di interpretarne i bisogni e i desideri, anzi non glieli chiediamo nemmeno più come una volta si faceva, magari con un po’ di paternalismo, ma in buona fede. Ecco perché questo atto è importante e altamente simbolico, e forse da lì bisogna ripartire. Quindi, vediamoci alle scalette Suburbia.

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