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sabato 6 marzo - Aggiornato alle 03:22

Un padre della medicina racconta mezzo secolo dell’ospedale di Perugia Monteluce

Rentato Palumbo in un libro che trabocca di conoscenza clinica e di umanità. Gli albori di una medicina che ha fatto strada

di Mario Mariano

Chiunque abbia frequentato il policlinico di Monteluce, da addetto ai lavori o da utente, non dovrebbe fare a meno di leggere il libro pubblicato pochi giorni fa, per i tipi di Volumnia Editrice , scritto dal professor Renato Palumbo. Un volume di 144 pagine che si fa leggere per tanti motivi e non solo quelli legati alla nostalgia del tempo passato, per gli avvenimenti vissuti in quei padiglioni. Palumbo, già professore ordinario dell’Università di Perugia, evidenzia una straordinaria memoria, sembra quasi che fin dall’inizio del racconto di quella stagione di grandi successi in campo clinico e assistenziale, voglia ricondurre il lettore in ogni angolo di quell’ospedale dove emergevano professionisti che avrebbero costituito la famosa scuola medica di Monteluce.

Un racconto scrupoloso, pieno di riferimenti che denotano come chi vi operava, considerava l’ospedale alla stregua di una seconda casa. L’artefice principale del successo di quel periodo fu Paolo Larizza, carismatico docente che, come un allenatore di calcio, riuscì a costituire una super squadra, che, conoscendo bene i fondamentali, specializzò decine di professionisti in discipline mediche che ancora oggi rappresentano l’architrave della moderna medicina. Perché quella squadra, con giovani provenienti un po’ da tutta Italia si distingueva? Grazie ad una alchimia che si era stabilita tra il leader indiscusso, appunto il professor Larizza e i i suoi giovani assistenti. Solo per citarne qualcuno, Grignani, Martelli, Tonato, Morelli, Brunetti, Santeusanio ,Ventura, che erano stati studenti modello, come lo stesso Palumbo che, nel libro, confessa come fin dal suo arrivo a Perugia «studiavo anche 10- 12 ore al giorno, quasi sempre con un compagno, con una tecnica che si rivelava vincente al momento degli esami». Uno di questi compagni era Adolfo Puxeddu, che Larizza aveva voluto nella sua squadra e che aveva già individuato quando era a Cagliari.

Larizza era un grande talent scout, capace di cogliere passione e voglia di emergere da parte dei giovani medici, smaniosi di lasciare un segno nella storia della medicina italiana. Tra i tanti meriti dell’autore del libro, quello di essersi a lungo soffermato sulle qualità dei comprimari dell’assistenza, infermieri e tecnici di laboratorio, con i quali i professori avevano stabilito una stretta collaborazione, una sorta di gruppo multidisciplinare ante litteram, che garantiva non solo la migliore assistenza ai pazienti che arrivavano da tutte le parti d’Italia, ma anche una ponderosa ricerca che  veniva raccolta in studi scientifici pubblicati nelle riviste internazionali più prestigiose. Un racconto, quello del padre della Medicina nucleare, disciplina che Palumbo aveva creato tra i primi in Italia, che fa rivivere un’epoca lontana, con cambiamenti epocali, ma che evidenzia, ammesso ce ne fosse bisogno di sottolinearlo, che per occuparsi della salute dei cittadini, non può bastare lo strumento, la macchina.

La relazione medico – paziente era utile ieri, è indispensabile oggi. Si chiama umanizzazione da quando, impropriamente qualcuno ha pensato bastasse un referto per risolvere i problemi, per avere una diagnosi. Una curiosità, il sottotitolo del libro che non trascura aneddoti esilaranti, è: ‘Quando al Policlinico di Monteluce c’era il reparto paternità’, che induce quantomeno ad un sorriso. La scena si fissa a metà del tunnel che univa la clinica medica alle altre strutture: un emozionantissimo papà chiese informazioni al professor Palumbo cambiando il nome al reparto dove aveva partorito la moglie. Il libro è in vendita in alcune librerie cittadine ed in diverse edicole. L’autore devolverà una parte del ricavato al Comitato Daniele Chianelli.

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