domenica 9 dicembre - Aggiornato alle 20:22

‘Umbrò cultura’, la nuova stagione si inaugura con un incontro sulla letteratura e il Sessantotto

Primo seminario promosso dal progetto, al suo secondo anno: il finalista al Premio Strega 2014 Francesco Pecoraro dialogherà con Lorenzo Marchese e Raffaello Palumbo Mosca

Il Sessantotto al centro dell'incontro di Umbrò cultura

di D.N.

Giovedì 11 ottobre, nei locali di Umbrò in via S. Ercolano 2 a Perugia, si apre la nuova stagione, 2018-2019, del progetto ‘Umbrò Cultura’, giunto al suo secondo anno consecutivo. Il progetto ‘Umbrò Cultura’ propone attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo. L’obiettivo principale degli incontri, discussi a livello collegiale da un comitato scientifico – composto, fra gli altri, da Maria Borio, Barbara Carnevali, Chiara Fenoglio, Stefano Giovannuzzi, Umberto Fiori, Gian Mario Villalta -, è quello di creare uno spazio che offra una sinergia fra la diffusione culturale, la ricerca, la didattica e i media. Nell’alveo di questo progetto – inaugurato, il 9 dicembre 2017, con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini – si collocano i prossimi seminari, che si terranno a partire da questo mese fino a giugno 2019 nei locali di Umbrò. Ulteriori informazioni sui seminari e sulle iniziative collaterali a questo calendario saranno presto indicate sul sito www.umbrocultura.com.

Letteratura e ‘68 Con il primo appuntamento, Francesco Pecoraro, finalista al Premio Strega 2014, dialogherà con Lorenzo Marchese e Raffaello Palumbo Mosca su ‘La letteratura e il ‘68’: alle 16 incontrerà gli studenti delle scuole, mentre alle 19 si confronterà con il pubblico. Il periodo che va dal 1956 ai nostri giorni si può dividere, per dirla con Luperini, in due fasi: la prima (1956-1973) è quella del miracolo economico e dei movimenti sociali e politici di contestazione (1968); la seconda è quella della frana economica, della rivoluzione informatica, della globalizzazione dell’economia e del ‘postfordismo’ nella organizzazione del lavoro. Quando si parla di Sessantotto ci si riferisce ad un movimento di lotta nato nell’ambito studentesco delle Università e delle scuole nel biennio 1967-1968, ma poi allargatosi all’intera ‘cosa culturale’, dal giornalismo, al cinema, al teatro e alla ‘cosa sindacale e operaia’, con ‘l’autunno caldo’ contestatore delle autorità costituite e mirante a forme democratiche dal basso quali l’assemblea studentesca e i consigli operai. La declinazione letteraria di questi movimenti giovanili che si diffusero dagli Stati Uniti all’Europa, con punte d’acutezza politica in Francia, Germania e Italia, saranno quindi oggetto del dialogo fra Pecoraro, Marchese e Palumbo Mosca.

Pecoraro Francesco Pecoraro è nato a Roma nel 1945, dove vive. Ha pubblicato i racconti ‘Dove credi di andare’ (Mondadori 2007, Premio Napoli), le poesie di ‘Primordio vertebrale’ (Ponte Sisto 2012) e ‘Questa e altre preistorie’ (Le Lettere 2008); con ‘La vita in tempo di pace’ (Ponte alle Grazie, 2013) si aggiudica il Premio Mondello e il Premio Volponi e il Premio Viareggio ed entra nella cinquina finalista allo Strega 2014. Così ha risposto Pecoraro ad una domanda che gli è stata posta da Camilla Panichi in un’intervista di due anni fa, in merito al titolo di quest’ultima fatica letteraria dello scrittore romano: «Vivere tutta la propria vita in tempo di pace è un’esperienza storica che credo sia capitata soltanto alla mia generazione. Spero che capiti anche alla vostra, ma non ne sono tanto sicuro. Sono nato nel 1945, alla fine della guerra, e sono invecchiato dentro la pace, guardando alla guerra come a una cosa mitica di cui da bambino mi venivano fatti molti racconti, soprattutto dalle donne. Questa memoria bellica indiretta incise molto su di me e costruì l’idea iniziale che mi feci dell’Italia come un paese perdente. Il racconto della guerra, l’esperienza vitale bellica sono tra le cose che ancora oggi mi incuriosiscono di più. M’interessa soprattutto il combattimento, perché comporta l’agire in modalità vita/morte per obbligo esterno e non per il proprio diretto interesse, se non per il fatto che in quei momenti il proprio interesse coincide interamente col sopravvivere. Mio padre era stato pilota di guerra. Raccontava pochissimo, ma una volta (ero ancora abbastanza piccolo) mi disse che ogni mattina, quando indossava la tuta di volo e saliva sull’aereo, diceva addio alla vita, perché sapeva che anche quel giorno c’erano fortissime probabilità che venisse ucciso («Se eri su un aereo da bombardamento, uno Spitfire neanche lo vedevi arrivare», disse, e per me da quel momento lo Spitfire entrò nell’olimpo delle divinità). Aggiunse che quella sensazione di vivere le ultime ore della propria esistenza gli davano un senso di pace assoluta. È sopravvissuto (…)».

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