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venerdì 3 dicembre - Aggiornato alle 01:25

Umbria Jazz, sfogo fiume di Pagnotta: «Su Linzi ho sbagliato, ma anche la Regione ha fatto errori»

Carlo Pagnotta (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

A fare la parte del lupo cattivo, del Crono che con la sua personalità debordante e i denti affilati con la consueta schiettezza, divora i suoi ‘figli’, da ultimo Luciano Linzi, mite neo-consulente di Umbria Jazz dal tratto umano nettamente opposto al suo, Carlo Pagnotta non ci sta. «Mi dispiace per la presidente Catiuscia Marini, che ringrazio perché ci dà un sacco di soldi e perché dice che il festival non può prescindere da Pagnotta, ma su Umbria Jazz ha fatto degli errori». Dall’altra parte del telefono Pagnotta, anima di Umbria Jazz, fondatore della manifestazione, direttore artistico e padre-patron del festival, è un fiume in piena: per 97 minuti si sfoga, fa una requisitoria, processa Linzi sulla base di fatture, mail, ricostruzioni e sfida tutti a smentirlo: «Provateci, ora mi sono rotto. Doveva incassare la consulenza e partire verso Roma in silenzio, e invece ha chiamato i giornali».

Ho sbagliato «È vero – dice a Umbria24 – l’ho scelto io e ho sbagliato. Frustatemi, che devo dire di più?». Secondo Pagnotta la consulenza è arrivata «dopo pressioni romane sulla Regione, della politica, e alla fine è stata votata da tutto il cda». I rapporti tra i due si sono rotti subito: «Lui – dice – da quando è qui, e in ufficio c’è stato poco, non ne ha azzeccata una e ce ne siamo accorti da subito. Qui le cose le sanno e tutti nel cda la pensano allo stesso modo. Quando lo invitai a pranzo gli dissi che se ne andava Aldo Bruni e che il suo posto era quello di direttore amministrativo, poi ha confessato che non era in grado di svolgere questo lavoro, abbiamo creato la figura di direttore generale e alla fine del suo primo festival dice che la manifestazione è da rinnovare, anche sul fronte artistico. Ho fatto finta di niente ma quella è stata la prima scorrettezza».

MAZZONI: «NESSUNA PRESSIONE DELLA POLITICA»

Direttore artistico? Pagnotta attacca anche sul fronte della direzione artistica: «Che Dio ce ne scampi e liberi – tuona – se mai un giorno ricoprirà lui questo ruolo. L’anno scorso, anno dei record anche per quanto riguarda le prevendite, a un mese dal festival avevamo davanti due strade per l’ultima sera: annullare i concerti o concedere l’ingresso gratis. E lo sa perché? Perché c’erano 31 biglietti staccati in prevendita». A non convincere l’attuale direttore artistico anche certe idee a proposito di musicisti da far suonare ai giardini Carducci: «Erano nomi non adeguati per quel tipo di pubblico. Vogliamo parlare di Ben Harper? Me lo proponevano a 180 mila euro, troppo dato che fuori dall’Italia costava 120 mila dollari. Lui si è impuntato e lo voleva, è un muro di gomma. Alla fine Harper è andato a Roma e pure Paolo Nutini per la serata seguente, 150 mila euro il cachet, è sfumato; tra l’altro dove ha suonato ha fatto sì e no duemila spettatori. Alla fine per una di queste serate ho portato Incognito e Brand New Heavies: risultato? Costo di 28 mila euro e incasso di 92 mila. Vogliamo poi parlare quando prima dei The Roots è salito sul palco il dj Raffaele Costantino e nessuno ne sapeva niente? La Siae voleva multarci. Vogliamo parlare di Webnotte di Repubblica? Le puntate ci sono costate oltre 20 mila euro. In sintesi qui dentro non ha fatto nulla, neanche una riunione con il personale».

L’INTERVISTA A LINZI: «CARLO? HA IL SUO CARATTERE»

Exit strategy Pagnotta spiega poi quale era la soluzione studiata per l’exit strategy: «Dovevamo chiuderla – dice – dopo il festival del luglio scorso. Doveva dare le dimissioni spiegando che aveva parecchi impegni, che non poteva stare più di un giorno e mezzo a Perugia e così via. In questo modo avrebbe evitato la lettera con il non rinnovo. E invece tutto si blocca per mesi, arrivano le pressioni romane e alla fine la consulenza, dopo la quale ha fatto quello che ha fatto (cioè chiamare i giornali, ndr). Ah poi ce n’è un’altra, altrimenti mi dimentico». Prego. «Il maestro Burri nel corso della sua vita mi aveva promesso un manifesto, poi non se n’è fatto nulla perché si è ammalato. L’anno scorso, quello del centenario, incaricai Linzi che doveva prendere contatti con la Fondazione attraverso Walter Verini. Dopo due mesi lo chiamo e mi dice che non se ne può fare nulla. Invece poco dopo parlo con una persona che lavora in Regione, lui parla con la Fondazione Burri e dopo poco è tutto a posto. Il manifesto c’è e lui durante la conferenza stampa di presentazione del festival che fa? Ringrazia Verini per le opere».

Non sto zitto Il cellulare di Pagnotta squilla (ovviamente la suoneria è un brano jazz, ma con il fiume in piena è difficile anche capire se sia una tromba o un sax tenore), il patron mette giù («Mazzoni lo richiamo dopo»), beve un sorso d’acqua per mandare giù una pastiglia ma tutto il resto, ancora lì di traverso tra la bocca e lo stomaco, non lo ingoia: «Se Luciano fosse rimasto in silenzio, non sarei qui al telefono con lei. Invece ora parlo e alla mia età e con le mie spalle grandi posso dire quello che voglio. Posso stare zitto per la causa, ma sia chiaro che io non dormo. Non è che perché la Regione ci dà molti soldi, e rinnovo il ringraziamento, dobbiamo sprecarli». Di sicuro però sa di non essere eterno: «Il ricambio? Vorrei che si potesse prescindere da me, ma piano piano. Certamente non metteremo più un direttore generale». Lette le dichiarazioni di Pagnotta, da palazzo Donini spiegano che la presidente «al momento è impegnata su fronti più delicati e seri. Lei ha conosciuto Linzi solo quando glielo ha presentato il direttore artistico e la Regione non si occupa di contratti. L’unica preoccupazione riguarda il futuro del festival, danneggiato da queste liti, e che tutti gli atti rispettino norme e leggi».

Twitter @DanieleBovi

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