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domenica 13 giugno - Aggiornato alle 22:19

UJ, Bahrami-Rea esperimento riuscito tra Bach e il Dottor Zhivago. Lunedì Iyer, appena incoronato da Downbeat

Bahrami e Rea (foto Umbria24)

di Daniele Bovi

A meno di dodici ore dal bellissimo concerto tenuto dal trio di Brad Mehldau, domenica il teatro Morlacchi di Perugia ha riaperto le porte a mezzogiorno per quello che era uno dei momenti più attesi di questa quarantaduesima edizione di Umbria Jazz. Sul palco, uno di fronte all’altro, due pianoforti Fazioli gran coda di fronte ai quali si sono seduti due pianisti molto differenti tra di loro. Da una parte c’era Ramin Bahrami, ormai tra i più noti e apprezzati interpreti del repertorio di Johann Sebastian Bach, sul quale ha lavorato nel corso degli ultimi anni dando vita a una vasta produzione discografica. Al Kantor di Lipsia in verità Bahrami ha dedicato anche un libro («Come Bach mi ha salvato la vita»), in cui il 36enne pianista iraniano racconta la sua infanzia e poi gli anni durissimi arrivati con l’ascesa al potere dell’ayatollah Komeini e con la guerra tra Iran e Iraq.

FOTOGALLERY: BAHRAMI-REA

Il libro L’arma per sconfiggere la paura, come racconta Bahrami nel libro, è stata la musica di Bach sentendo la quale, in special modo quella eseguita da un leggendario interprete del Kantor come Glenn Gould, il pianista iraniano ha deciso che quello era il suo scopo nella vita. All’altro lato del palco invece c’era uno dei più noti e apprezzati pianisti jazz italiani, ovvero quel Danilo Rea che il mondo della classica nel corso degli anni lo ha frequentato. Un improvvisatore come Rea, anch’egli amante della musica di Bach, insieme al pianista iraniano era un esperimento, presentato in anteprima mondiale al festival, che si può dire sostanzialmente riuscito. «In Bach?» era il titolo dell’appuntamento che si è snodato sostanzialmente lungo un doppio binario: quello dell’improvvisazione e quello dell’aderenza filologica alle partiture bachiane, con alla fine una prevalenza di quest’ultima.

IL CONCERTO DEL TRIO DI MEHLDAU

Sogno di libertà Alla vigilia Rea aveva parlato del concerto come «di un sogno di libertà», quella libertà che si è preso in uno dei momenti più belli dell’applauditissimo concerto, ovvero quando il pianista italiano con una delicata improvvisazione ha dato il la a Bahrami per le prime pagine delle Variazioni Goldberg, una delle pietre angolari della musica occidentale. Tra gli altri brani noti, l’«Aria sulla quarta corda» e il primo Preludio e fuga del Clavicembalo ben temperato. Accanto a questi sono stati eseguiti altri brani meno noti e infatti presentando l’appuntamento perugino giorni fa Bahrami aveva promesso l’esecuzione di capitoli meno battuti della vasta eredità bachiana: «Brani meno eseguiti – ha detto – di tante altre opere, ma ricchi di spiritualità. Abbiamo il dovere morale di restituire questi tesori all’umanità e liberarli dalla vincolante prassi esecutiva che ne ha fatto dei brani incompresi e dimenticati svuotandoli della loro originalità».

L’omaggio Bahrami e Rea si guardano continuamente cercando l’intesa mentre la musica scorre lungo le trame delle partiture bachiane. Alla fine è Bahrami a prendere il microfono e in italiano (il pianista ha studiato a lungo in Italia) rende omaggio a Omar Sharif, l’attore egiziano morto nei giorni scorsi e particolarmente noto per essere stato un amatissimo Dottor Zhivago. Mentre Rea intona il tema di Lara di Maurice Jarre Bahrami dice senza «il nostro Dottor Zhivago il mondo è più solo. Più solo come quando è morto Claudio Abbado». Due figure alle quali vengono dedicati i bis. Alla fine moltissimi applausi e chissà che grazie alle tante telecamere presenti il concerto non venga trasmesso in tv così da farlo apprezzare a un pubblico molto più vasto.

Arriva Iyer Decisamente altre atmosfere quelle che si respireranno lunedì alle 17 sempre al teatro Morlacchi, dove sul palco salirà Vijay Iyer col suo trio, formato dal contrabbassista Stephan Crump e dal batterista Marcus Gilmor. Dietro di loro, una lunga scia di consensi da parte di pubblico e critica. Da segnalare, a proposito di quest’ultima, la copertina dell’ultimo numero di Downbeat, antica e autorevole rivista jazz americana. Iyer, 43enne pianista nato nello stato di New York da immigrati indiani, è stato eletto dal critics poll «artista dell’anno» mentre il suo trio «formazione dell’anno». Solo l’ultimo di una serie di riconoscimenti per quello che viene visto come una delle formazioni centrali del jazz contemporaneo, che nel 2015 ha dato alle stampe «Break Stuff», terzo album dopo «Historicity» (2009) e «Accelerando» (2012) del quale probabilmente presenteranno alcune parti al Morlacchi. Insomma, un concerto da non perdere.

Twitter @DanieleBovi

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