sabato 15 dicembre - Aggiornato alle 12:42

Terni, dal Pinturicchio a Jean Baptiste Wicar: i capolavori tra il ‘300 e il ‘500

Evento della Fondazione Carit dal 7 dicembre e fino al 24 febbraio

Il Perugino e il Pinturicchio, Benozzo Gozzoli e il Maestro della Dormitio Virginis, ma anche Federico Barocci, Mattia Preti e Jean Baptiste Wicar: sono solo alcuni dei nomi che spiccano nell’elenco degli autori delle opere esposte, alcune per la prima volta in assoluto, in una mostra organizzata dalla Fondazione Carit a Terni a palazzo Montani Leoni. All’inaugurazione presenti anche il presidente della Fondazione Luigi Carlini, il vice segretario Anna Ciccarelli, il funzionario storico dell’arte della Galleria Nazionale dell’Umbria Veruska Picchiarelli e il critico d’arte Paolo Cicchini.

L’obiettivo Celebrare la presenza nell’Umbria meridionale di artisti di spicco che, a servizio di importanti committenti dell’epoca, hanno lavorato nel solco tracciato dai grandi autori, partecipare alla ricorrenza del centenario del museo per eccellenza della regione: è con questo duplice obiettivo che la Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni ha allestito la mostra dal titolo ‘Presenze artistiche in Umbria. I grandi Maestri attivi tra il ‘300 e il ‘500 e la Galleria di Carta’. Un itinerario espositivo, visitabile dal 7 dicembre al 24 febbraio, ogni venerdì, sabato e domenica, che si sviluppa in una doppia sezione: una curata in house dalla Fondazione da Anna Ciccarelli e Ulrico Dragoni, vede l’esposizione di 15 opere di artisti attivi sul territorio umbro tra gli inizi del XIV secolo e la fine del XVI, tra cui anche due capolavori del Perugino e del Pinturicchio, conservati nelle collezioni d’arte delle Fondazioni bancarie, nelle parrocchiali e nelle cattedrali della provincia, nei musei di Terni, Perugia e Milano. L’altra, curata dal direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, Marco Pierini, vede l’esposizione di opere su carta di grandi maestri italiani ed europei. Due mostre in contemporanea, che intendono celebrare l’arte in Umbria, al fine di riportare l’attenzione del pubblico su di essa e, in particolare, sulla parte meridionale, indebolita dagli eventi sismici e dalla crisi economica degli ultimi anni.

Gli itinerari Il primo itinerario, in un percorso a ritroso verso il passato, è dedicato alle opere in carta conservate nei depositi della Galleria Nazionale dell’Umbria: un nutrito gruppo di disegni, pastelli, acquerelli, stampe e bozzetti di varie epoche licenziate tra il XVI e il XIX secolo da artisti di rilievo, come Jean Baptiste Wicar, Federico Barocci, Mattia Preti e il Perugino. Si tratta di opere normalmente sottratte alla fruizione pubblica per ragioni conservative o per motivi di spazio, che in questa rassegna potranno essere finalmente ammirate e studiate dai critici d’arte. Tra queste la più illustre è il Pastore in adorazione del Perugino, proposta per la prima volta in assoluto all’attenzione del pubblico grazie al restauro finanziato dalla Fondazione Carit, disegno preparatorio di un affresco dello stesso artista che proviene dal complesso di Monteripido a Perugia ed esposto alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Il secondo allestimento, in ordine di esposizione, si apre con l’opera più antica in mostra, un capolavoro dell’arte del Trecento: il prezioso dossale del Maestro di Cesi del 1308, la Madonna in trono col Bambino tra angeli e santi proveniente dalla chiesa di Santa Maria Assunta di Cesi. Una tavola unica per l’ambito locale, testimonianza della precoce diffusione nel territorio umbro dei nuovi canoni romani e toscani, irradiati dal cantiere di Assisi. Una pala degna di nota non solo per la sua straordinaria bellezza, ma anche perché trafugata nel XX secolo e recuperata nel gennaio 1965 da Rodolfo Siviero, ministro plenipotenziario, noto come “007 dell’arte”, incaricato nel 1946 dall’allora presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, di recuperare le opere sottratte all’Italia dai nazisti. Restituita al parroco di Cesi nel 1968, dopo una prima manutenzione straordinaria che ne aveva compromesso la leggibilità, l’opera è tornata al suo antico splendore nel 2013, grazie al restauro condotto dalla Fondazione Carit sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza.

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