sabato 19 ottobre - Aggiornato alle 09:30

Sansepolcro, via al Kilowatt Festival: «Ecco perché ‘Partecipare è normale’»

Il direttore artistico Luca Ricci svela i retroscena della 17esima edizione: «Riportiamo la cultura in mezzo alla gente»

di Massimo Colonna

«Tutto è iniziato una sera di 13 anni fa, un mercoledì: dopo alcune edizioni del festival avevamo lanciato l’idea di coinvolgere i cittadini di Sansepolcro nella stesura del programma. Poi è successo qualcosa: dopo il primo incontro, ogni mercoledì hanno preso a incontrarsi spontaneamente proprio per discutere, e a volte anche litigare, di teatro e cultura. Un mezzo miracolo». Fu quella sera che cambiò la storia del Kilowatt Festival, la kermesse organizzata a Sansepolcro dall’Associazione CapoTrave/Kilowatt che dal 19 al 27 luglio porterà in scena cultura contemporanea. «Volevamo riportare la cultura in mezzo alla gente. Dopo quel mercoledì ci siamo detti: si può fare».

Fino all’avanguardia Luca Ricci, classe 75, laureato in filosofia e una vita passata a teatro, oggi è il direttore artistico di un festival che lui stesso ha visto nascere e che quest’anno punta sul claim ‘Partecipare è normale’. «Il tema della partecipazione attiva del pubblico è il marchio di fabbrica di questo progetto culturale. Lo è in particolare da 13 anni: dopo alcune edizioni iniziali capimmo che era necessario aprire un canale diretto con il territorio. Ci venne questa idea, che all’inizio non avevamo nemmeno ben compreso nelle sue potenzialità: chiedemmo ai cittadini di studiare insieme a noi un pezzo del programma del festival. Poi ogni mercoledì sera li abbiamo trovati a riunirsi per parlare di cultura: a quel punto ci siamo detti che questo era un progetto, qualcosa di più di un esperimento estemporaneo. E da lì il festival ha preso una piega diversa».

La scelta dei nomi Il calendario punta su contemporaneità ma con punte anche di avanguardismo, anche se a Ricci le etichette fanno storcere il naso. «Magari servono più a voi giornalisti – ride – Ci teniamo a raccontare il festival anche come una avventura che va attraversata nella sua pluralità. Se avessimo voluto organizzare un programma di nomi, diciamo così, famosi, avremmo compiuto di certo altre scelte. Poi certo, abbiamo anche quelli (come Elio Germano, ndr). Invece il valore del festival è anche quello di presentare artisti a volte sconosciuti, che però rappresentano, tra gli addetti ai lavori, coloro che scrivono i linguaggi di domani. Ci spingiamo verso l’avanguardia? Sì, anche se mi piace pensare che la differenza la fa la qualità della proposta. Punteremo su alcuni spettacoli che sfidano lo spettatore, altri che suscitano emozione, altri per le famiglie: l’obiettivo è offrire cittadinanza a modi diversi di raccontare l’umanità».

Il pubblico L’anno scorso il festival ha contato diecimila spettatori. «Abbiamo un pubblico variegato: la maggior parte è sotto i 40 anni, ma da noi troviamo anche famiglie, giovanissimi e non. La partecipazione attiva delle persone al mondo culturale secondo noi non deve passare per l’avere o meno una laurea, ma noi proponiamo un approccio più easy: ognuno può valutare la cultura tramite i propri strumenti, ognuno si ponga di fronte all’arte con serenità. In fondo, partecipare è normale».

@tulhaidetto  

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